Kitabı oku: «Dal molino di Cerbaia a Cala Martina»

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Guelfo Guelfi

Dal molino di Cerbaia a Cala Martina

Notizie inedite sulla vita di Giuseppe Garibaldi


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066071905

Indice

INTRODUZIONE

I Dal Molino di Cerbaia a Prato

II Da Prato al Bagno a Morbo

III Dal Bagno a Morbo a San Dalmazio

IV Da San Dalmazio alla casa Guelfi

V Dalla Casa Guelfi a Cala Martina

VI L'imbarco


INTRODUZIONE

Indice

«Com'ero fiero d'esser nato in Italia!»

Garibaldi, Memorie autobiografiche.

ulla fine dell'agosto 1849 il futuro Capitano dei Mille si aggirava profugo e senza guida per l'Appennino toscano. Era uscito da Roma la sera del 2 luglio, seguìto da 3000 dei suoi, cui aveva promesso per ricompensa fame, sete, marcie, battaglie e morte. Voleva ultimo ripiegare la gloriosa bandiera, e sperava che la presenza delle sue armi rinfocolasse nei popoli toscani i sensi di libertà testè compressi dall'invasione straniera. E seppe colla sua maravigliosa abilità di condottiero uscire dalle strette di quattro eserciti che lo inseguivano, confonderli tutti colle sue mosse ardite, colle sue contromosse inopinate, trovarsi una via di uscita di mezzo a quel cerchio di ferro. Ma non ebbe dai popoli l'appoggio sperato, e si ridusse sul territorio di San Marino, dove, ripugnante di patteggiare collo straniero, sciolta prima la sua colonna, eludeva anche una volta la caccia spietata, e fuggiva di mano ai suoi persecutori per comparire la sera stessa del 1º agosto a Cesenatico con 200 dei più fidi che non vollero a nessun costo lasciarlo, e con essi impadronitosi di tredici barche peschereccie, salpava per Venezia, ultimo propugnacolo della vita italiana.

Ma la fortuna non arrise propizia a questo sforzo supremo. Sopraggiunte da incrociatori austriaci le sue barche, guidate da marinai presi a forza o improvvisati, si sbandarono, e Garibaldi con pochi compagni fu costretto a riprendere terra sulle coste di Magnavacca. Un bando feroce dell'austriaco generale Gorzkowscki lo poneva fuori della legge come un predone, e comminava la fucilazione a chi gli dasse soccorso. Pochi per difendersi, troppi per potersi nascondere, non era dunque possibile che quei gloriosi avanzi di Roma repubblicana si tenessero uniti su quella spiaggia scoperta, e si sparpagliarono a caso per diverse vie.

Garibaldi restò solo colla sua Anita e col capitano Leggero. Ma in quale condizione era ridotta la misera donna! Incinta da sei mesi non aveva mai voluto lasciare il marito suo nella ritirata disastrosa, ed ora febbricitante, lacera, sprovvista di tutto, era perfino incapace di reggersi in piedi. La prese Garibaldi sulle sue braccia, e si diresse col compagno verso una capanna deserta, ove giunto, gli comparve, soccorso insperato, Giovacchino Bonnet di Comacchio. Ebbe per mezzo di lui il Generale ricovero più sicuro, e un letto per la povera inferma, prima presso un amico, poi nella fattoria Guiccioli detta Le Mandriole; ma erano ivi appena arrivati che l'infelice Anita spirava. Ed ora un altro supremo dolore; anche il conforto di dare alla salma della cara compagna sepoltura onorata era vietato allo Eroe. Gli Austriaci comparivano in vista della casa quando Anita cessava di vivere, onde non potè il Generale che deporre un bacio su quella gelida fronte, raccomandare colle lacrime agli occhi alla famiglia del fattore Ravaglia che si dasse a quel caro corpo una sepoltura onorata, e, incalzato dal pericolo, volgere le spalle alle Mandriole.

Raccolto da patriotti di Sant'Alberto e di Ravenna fu per la via di Forlì diretto a Modigliana, e affidato a Don Giovanni Verità, sacerdote onesto e patriotta, presso il quale restò nascosto per otto giorni, e che fornì i due profughi di una guida per condurli lungo il crinale dell'Appennino nei monti di San Marcello, da dove pel Modenese sarebbero di poi passati in Piemonte. Ma la guida servì loro di scorta fino al valico di Montepiano, e, forse errando la via, li fece divergere verso Toscana, prendendo il contrafforte appenninico delle Galvano, ove durante un temporale, e in mezzo ad una folta nebbia, fu perduta di vista dai due proscritti, che rimasero anche privi di alcuni oggetti — affidati al loro conduttore. Chiamata e ricercata inutilmente la guida, nè sapendo per dove incamminarsi, stretti dalla necessità, si risolsero a discendere il monte, e a cercare una via di salvezza attraverso ai luoghi abitati. Questo lo stato del grande Nizzardo sulla fine del 1849, questi i suoi dolori nei due mesi trascorsi. La patria ricaduta nella schiavitù, la sua Anita morta di stento fra le sue braccia, e abbandonata la salma di lei all'altrui carità, esso stesso seguìto da un solo compagno, incerto del dove muovere il piede, privo di appoggi, cercato a morte come una belva feroce, e nonostante ciò sempre sicuro di sè, col suo indomito coraggio, colla sua fede nell'avvenire, l'Eroe non ha piegato, e non piegherà sotto il peso dell'avversa fortuna. Tanto disprezza il pericolo, che neppure ha voluto fare sacrifizio dei suoi capelli inanellati, e della sua barba bionda, ornamento bello ma troppo singolare della sua testa caratteristica. È tranquillo e sereno, come se la condanna di morte non pesasse su lui[1].



I
Dal Molino di Cerbaia a Prato

Indice

a mattina del 26 agosto 1849, giorno di domenica, due sconosciuti, poco dopo il sorgere del sole, guidati da persona del paese, scendevano a piedi il monte delle Calvane per la pendice che conduce alla valle del Bisenzio. Si erano presentati a Montecuccoli ad ora inoltrata della sera innanzi, ed avevano chiesto ed ottenuto ricovero per quelle poche ore in casa Ciampi, da dove erano ripartiti senza dare a conoscere l'essere loro, e dopo avere fatta ricerca di chi li dirigesse verso Pistoia. Un tale Ferdinando Marcelli detto Fiorino si era offerto di condurli al Molino di Cerbaia, da dove il mugnaio, che aveva nome di ospitaliero e servizievole, avrebbe pensato al modo di fare loro continuare la via. Una qualche straordinaria circostanza aveva certamente balzati quei due per luoghi così alpestri ed inusitati; non avevano toscana la pronunzia; era il loro vestiario decente, ma non portavano seco qualsiasi oggetto di viaggio; erano pervenuti a Montecuccoli sboccando dalle boscaglie che ricuoprono i monti dell'Appennino. Nè questo solo avrebbe attirata sui due viandanti l'attenzione altrui, che anche dalle loro persone traspariva un qualche cosa di veramente singolare; l'uno di essi, di mezzana statura, dalle membra bene proporzionate, dalla barba bionda, dai capelli lunghi e ricciuti che gli scendevano per le spalle, dalla fisonomia bella, fiera, ma velata da un intimo senso di mestizia, procedeva pel primo, e faceva trasparire da tutti i suoi atti una tale sicurezza di sè, da doverlo a forza riverire ed ammirare. L'altro, bruno di carnagione e di capelli, adusto della persona, zoppicante da un piede, seguiva il compagno coll'obbedienza del soldato verso il suo capo, coll'amore previdente del figlio verso il suo genitore. Camminavano spediti, per quanto il bruno non potesse fare a meno di mostrarsi qualche volta sofferente del suo piede, e, mentre passavano al di sotto del poggio a cui sovrastano i grandiosi avanzi dell'antica rocca di Cerbaia, il viaggiatore biondo non potè fare a meno di soffermarsi a rimirare le grandezze dei tempi che furono. I suoi belli occhi celesti si saranno velati ancora più di mestizia, e forse l'istoria intera dell'umanità passò come un lampo per la mente di lui — la forza che si impone al diritto — si asside sovrana — e cacciata a sua volta da forza maggiore, lascia a vestigia di sè le proprie rovine.

Procederono oltre fino al Molino di Cerbaia, cui girarono attorno per andare a trovare l'ingresso situato dalla parte opposta a quella per la quale erano discesi. Il mugnaio Luigi Biagioli, conosciuto col soprannome di Pispola, che veramente era servizievole, ricevè i due viandanti con ogni maniera di cortesia, come era nel suo costume di fare. Chiesero i nuovi venuti ristoro di riposo e di cibo, o il modo di procedere oltre per la via più breve fino a Pistoia, e su favorevole risposta del mugnaio licenziarono la guida, remunerandola del servizio prestato. Intanto Pispola fece porre a mensa i due viaggiatori, e si disponeva ad insellare due cavalli, coi quali avrebbe fatto guidare gli ospiti a Pistoia da alcuno dei suoi figli.

Ma la fortuna d'Italia preparava ad due sconosciuti una via più sicura. Enrico Sequi, giovane ingegnere preposto alla direzione di alcuni lavori stradali che si compievano in vicinanza di Vaiano, vicino villaggio posto sulla destra del Bisenzio, si incamminava verso il monte cacciando. Pervenne così al Molino di Cerbaia, a quattro chilometri dal paese, ed erano circa le ore 8 di mattina. Pispola col fare ciarliero del campagnuolo semplice e rozzo gli raccontò che un'ora avanti si erano presentati al Molino due forestieri, i quali avevano chiesto di rinfrancarsi, e di proseguire la strada per Pistoia; intanto erano a tavola, e venivano preparati i cavalli secondo il desiderio loro; concluse invitando il Sequi a fare compagnia agli ospiti. Questi, sorpreso dalla novità del caso, corse col pensiero ai tanti patriotti sbandati delle Romagne, che traversavano allora quei monti in cerca di salvezza, e col desiderio di giovare ai supposti fuggiaschi accettò l'invito, ed entrò nella stanza in cui stavano gli sconosciuti. Entrando salutò il Sequi i due che sedevano a mensa improvvisata, e che, restituito il saluto al cacciatore, offersero a lui, ciascuno a loro volta, da bevere. Intanto il Sequi, parlando ora di una cosa ora dell'altra, e specialmente dirigendosi al mugnaio, e proponendogli una cacciata da farsi insieme nella futura settimana, potè bellamente fare intendere agli stranieri l'essere suo. Il mugnaio aveva aderito alla proposta caccia, e si era poi ritirato per accudire alle sue faccende. Restato solo coi due, venne fatto al giovane ingegnere di portarsi la mano ad una delle tasche per estrarre il porta-sigari, e insieme a questo estrasse involontariamente un giornale, che tosto veduto gli fu da uno dei due cortesemente richiesto. Ottenutolo lo scorse questi con una rapida occhiata, fino a che fermatosi ad un punto, atteggiò le labbra ad un sorriso di sdegnosa compiacenza, e fatto cenno al compagno gli accennò sul giornale quello che aveva fermata la sua attenzione. La indicazione non sfuggì agli occhi del Sequi, e cadeva sulla notizia della cattura di Garibaldi operata dagli Austriaci nelle acque di Venezia. Proruppe il compagno in un accesso d'ilarità, dal che fattosi ardito domandò l'ingegnere, se provenissero essi dagli Stati romani, e se avessero potuto dare qualche sicuro ragguaglio degli ultimi fatti di Roma, mentre i giornali non riferivano che notizie contradittorie ed incerte. Rispose il più giovane che tutto era finito, e che i pochi superstiti erravano fuggiaschi per le Legazioni: «E il nostro Garibaldi ove trovasi?» esclamò il Sequi per impulso subitaneo, con accento commosso ed animato.

Nè è da meravigliarsi che la domanda improvvisa uscisse così vivace dalle labbra del bravo ingegnere. Garibaldi stava allora nella mente di tutti i liberali d'Italia. — Non era ancora il Duce della leggendaria spedizione dei Mille — non era ancora il liberatore di Sicilia e di Napoli — ma il popolo italiano aveva già divinato di quanto sarebbe capace quell'uomo singolare — non lo avevano compreso gli uomini di Stato nostri di qualunque parte si fossero, e fu questa causa non ultima delle sciagure nazionali del 1849. — Allora e poi Garibaldi non era per gli uomini di Stato che un abile condottiero di guerriglie. — Sarà il popolo che lo chiamerà Generale — sarà la storia che lo chiamerà eccelso capitano — ma intanto l'umanità non godrà il frutto dei trionfi di quel genio di guerra, e forse acquisterà stentatamente in un secolo quanto poteva dare a lei il Duce glorioso in due delle sue miracoloso campagne.

Piuttosto è da meravigliarsi che l'onesto Sequi nello strano incontro, nella fisionomia speciale, nei capelli lunghi ed inanellati, nella barba bionda, e più che tutto nel fascino singolare che sapevano destare l'accento e lo sguardo di lui, non sospettasse il profugo illustre nel modesto ospite del mugnaio. Forse ne dubitò in modo confuso, e da ciò fu mosso alla passionata domanda.

Si scossero i due incogniti a quella esclamazione di affettuosa premura, e il più attempato di loro, alzatosi in piedi, fissò i suoi occhi negli occhi del Sequi, e dopo un lampo di esitazione si slanciò a braccia aperte verso di lui dicendo: «Amico, Garibaldi è nelle vostre braccia.»

Quale effetto producesse la generosa confidenza nel giovane ingegnere non è da dirsi. Pensò all'ardua impresa che la fortuna gli offriva, alle soldatesche austriache che occupavano ogni città, ogni paese di Toscana, agli amici che perseguitati essi pure non avrebbero potuto prestare l'opera loro, alle poche conoscenze di cui poteva disporre come quasi nuovo del luogo, e pensò anche alla difficile riuscita del salvamento, che, se sortiva esito fausto, era tale da meritarne eterna lode, se avverso, avrebbe portato sul di lui capo la persecuzione dei tristi e forse l'esecrazione dei buoni. Restò muto un momento, che non fu di esitazione, ma di sorpresa, e tornato alla realtà delle cose, raccomandò ai profughi illustri che non rendessero palese in quella casa l'essere loro. Disse dal mugnaio, sebbene tutt'altro che patriotta, esservi poco a temere, mentre era esso un uomo di cuore, e oltre ogni dire ospitale, ma la casa essere pericolosa come quella nella quale si riducevano spesso a gozzoviglia gli sgherri sguinzagliati alla caccia dei poveri sbandati di Roma, che per quei monti cercavano una via di salvezza. Pure non seppe per il momento quale altro migliore consiglio dare se non quello di differire la già stabilita partenza fino alla sera; egli intanto farebbe del suo meglio per trovare ai profughi una via di scampo. Accettò il Generale la proposta del suo nuovo amico, e lo ringraziò con effusione di quanto farebbe per lui e pel suo compagno ivi presente, che gli disse essere uno dei suoi più fidi, il capitano Leggero[2], avanzo della legione di Montevideo, e che, quantunque sofferente per recenti ferite, non lo aveva mai voluto abbandonare, anche quando sulla costa di Magnavacca lo stesso Generale per il bene di tutti aveva dato l'ordine di sbandarsi. Narrò poi all'amico le loro avventure degli ultimi giorni, le sofferenze mentre senza guida e senza tetto si aggiravano pei monti vicini, poi chiamato il mugnaio gli disse che dopo l'incontro favorevole dell'ingegnere aveva pensato di ritardare la partenza fino alla sera, nella quale sarebbe tornato il Sequi a riprenderlo per dirigerlo a Pistoia per vie più comode che non fossero quelle traverso ai monti, come insieme al mugnaio avevano divisato di fare; intanto gli chiedeva ospitalità per quel giorno, al che il buon uomo condiscese di gran cuore, ponendo a disposizione degli ospiti una camera ove potessero riposare.

Partiva il Sequi dal Molino alle ore 9 e mezzo, e si dirigeva a Vaiano sopraffatto dall'inopinato incontro, dalla difficoltà della riuscita, e da mille altri pensieri tanto diversi da quelli che gli passavano per la mente quando due ore avanti faceva la stessa via cacciando, e preceduto dal suo fedele Tamigi. Il primo ostacolo che gli si presentava era la mancanza di aderenti in quei luoghi, nei quali si trovava precariamente, per causa dei lavori stradali affidati alla sua direzione. Si ridusse alla casa Bardazzi, luogo di sua residenza in Vaiano, e poichè conviveva con quella famiglia, contrastato come era da opposti pensieri, si ridusse alle 12, ora del pranzo, senza avere presa una definitiva decisione. Si pose a tavola colla famiglia Bardazzi, composta dei fratelli Carlo e Vincenzo, e delle sorelle Clementina ed Anna, e dopo avere nella mente agitato il sì e il no della rivelazione che era per fare, stretto dalla necessità del momento, di trovare cioè una via per venire in aiuto dei due profughi, si risolse finalmente a raccontare quanto gli era avvenuto al Molino di Cerbaia.

Ed ora si vedrà la propizia fortuna non abbandonare più il Generale fino al suo felice imbarco sulla costa toscana. Era Carlo Bardazzi, il maggiore della famiglia, uomo di cuore italiano, e soffriva ai dolori sotto cui gemeva in quei giorni la misera patria. Tostochè sentì dal Sequi il racconto del prodigioso incontro, non solo non si perdè di animo, ma offertosi esso insieme al fratello di venire in aiuto del suo ospite, lo incoraggiò nell'impresa, gli offrì la sua casa, e lo munì di una lettera per il dottor Francesco Franceschini di Prato, egregio patriotta col quale avrebbe potuto stabilire la via da seguirsi. E poichè il bisogno stringeva, ed era possibile che il Franceschini per ragioni di professione si trovasse assente da Prato, non trascurò di dare al Sequi altra lettera per Leopoldo Bertini, onesta persona anche esso, e che il Bardazzi giudicava adatto a rimpiazzare il Franceschini, dato che questi fosse pel momento lontano.

Partì subito il Sequi prendendo a prestito il cavallo del dottor Nardi medico condotto di Vaiano, e arrivato a Prato, dopo aver prima saputo dal Bertini che il dottor Franceschini non era assente, si diresse alla casa di quest'ultimo, che era vicina alla Porta del Serraglio fuori di città, e ve lo trovò, ma in letto sofferente per febbre reumatica. Carlo Bardazzi aveva fatto grande assegnamento sulla cooperazione dell'egregio dottore, e non a torto, che appena ebbe esso sentita dalla bocca del Sequi l'importanza della cosa per la quale l'amico di Vaiano gli aveva diretto il giovane ingegnere, dimentico di ogni malore, abbandonò il letto, e vestitosi in fretta si diè tutto alla salvezza del Generale. Condusse tosto il Sequi da Antonio Martini, vecchio e provato patriotta, come quello che poteva soccorrere di consiglio in questa emergenza, ed essere di aiuto colle aderenze sue. Bene si apponeva il Franceschini, che udito dal Sequi non senza meraviglia il racconto di quanto gli era avvenuto la mattina al Molino di Cerbaia, non che lo stato precario in cui si trovavano i due esuli, Antonio Martini si pose senza altro a cercare insieme agli amici un piano di salvamento, e impossibile essendo per mancanza di guida il transito dei monti fino al Genovesato, e urgente il togliere i profughi da luoghi così popolosi e tanto guardati, si stabilì per la migliore di dirigerli verso la Maremma toscana. E varie furono le cause che fecero fermare i tre patriotti in questa risoluzione. — Aveva il Sequi un amico fidatissimo nel dottor Pietro Burresi medico-condotto di Poggibonsi, prima e necessaria sosta del non breve viaggio, e a lui potevano dirigersi i viaggiatori per il ricambio della vettura. — Era ministro dei Lamotte al Bagno a Morbo Girolamo Martini, parente di Antonio, e quanto lui buono e coraggioso patriotta. — Erano note ad Antonio le aderenze di Girolamo coi liberali maremmani, e la minore sorveglianza poliziesca di quei luoghi, non per manco di accanimento negli sgherri granducali, ma per la vastità della provincia, per la sua poca popolazione, e per la malaria. — Al di là provvederebbe la fortuna. — E così fu stabilito per il viaggio, ma intanto occorreva trovare un luogo vicino alla città, non esposto all'occhio e alla persecuzione della polizia, dove il Generale ed il suo compagno potessero riparare quella notte, e aspettarvi l'ora della partenza. E qui sovvenne ai tre patriotti l'egregio Tommaso Fontani capo-stazione a Prato, amico del Martini, che da lui interpellato accettò di gran cuore di ospitare i profughi nell'interno della Stazione, ove sarebbero stati condotti dopo la mezzanotte di quel giorno per riposarvi, ed aspettare il momento di intraprendere lo stabilito viaggio. Convenuto fra il Martini e il Sequi che il loro punto di ritrovo sarebbe stato alla mezzanotte nell'Albereta del Leonetti presso la Madonna della Tosse, il primo si assunse di provvedere le vetture per la partenza da Prato, mentre il secondo prendeva spedito la via di Vaiano con animo più quieto pei concerti presi.

Arrivò il Sequi a casa Bardazzi, e raccontò ai due fratelli, che lo stavano aspettando con impazienza, come la sua gita avesse avuto esito favorevole, e come fosse ormai assicurato l'appoggio dei patriotti di Prato. — Ne esultarono i Bardazzi, e fu stabilito che il maggiore farebbe preparare una modesta refezione per gli ospiti illustri, i quali si sarebbero fermati in casa sua nel passare da Vaiano, e che il minore, come per età più adatto ai disagi, sarebbe a disposizione dell'impresa per tutto quello che potesse occorrere.

Essendo così tutto prestabilito, il Sequi, trattenutosi ancora qualche tempo, sull'imbrunire prese seco l'amico suo Giuseppe Barbagli, e armati ambedue di fucili e pistole si avviarono al Molino di Cerbaia. Era sorpreso non poco il Barbagli della richiesta fattagli in quel modo, e in quell'ora, e seguendo la via domandava che cosa significasse una tale gita misteriosa. Si spiegò in parte il Sequi dicendogli esser per accingersi ad impresa arrischiata onde salvare la vita preziosa di tali, in confronto di che poco costava la loro — avere fatto assegnamento sulla devozione del compagno alla causa nazionale — ma se non sentisse il coraggio di arrischiarvisi si ritraesse pure, che in ogni caso si fidava sulla di lui discretezza; al che, con risposta semplice, spontanea, e altamente onorevole, replicava il Barbagli: «Se tu ed essi vi salvate, sarò salvo anch'io; e se dovremo incontrare male non mi lagnerò per questo con te,» e tirarono innanzi.

Strada facendo giunsero alla casa di un loro conoscente, Michelangelo Barni, e richiestolo del suo baroccino si diressero al Molino di Pispola. A misura che il Sequi si avvicinava al Molino si ingigantivano nella sua mente i pericoli cui erano stati esposti per tutta la giornata i due profughi tanto accanitamente ricercati dalla sbirraglia della reazione, e non fu senza un'ansia tremenda che si presentò sul limitare della casa. Entrò e vide il coraggioso capitano e il suo compagno seduti a mensa in mezzo alla famiglia del mugnaio, colla tranquillità e sicurezza di persone che non avessero nulla da temere.

Si sollevò a tale vista il cuore del Sequi, balzarono in piedi i due profughi, e ridottisi col bravo ingegnere in una cameretta del Molino, lo abbracciarono come un fratello, mentre esso raccontava le vicende della giornata, le pratiche fatte, e la buona speranza di trarli da quelle strette mercè l'aiuto dei liberali di Vaiano e di Prato. Allora il Generale, chiamato il mugnaio, lo ringraziava dell'ospitalità ricevuta, lo pregava di fare accompagnare la comitiva col suo baroccio, e si disponeva a ricompensare quella buona famiglia recandosi in mano una borsa, dalle cui maglie trasparivano poche monete d'oro, una dello quali estrasse per darla al mugnaio; ma fosse per il fascino che il Generale sapeva destare sopra tutti coloro che lo accostavano, o fosse per l'espansione d'animo acquistata dal buon uomo mercè le copiose libazioni fatte a cena in onore dei suoi commensali, il fatto è che Pispola, per quanto fosse pregato, ricusò di ricevere il denaro, e dopo fatto approntare al figlio Ranieri il barroccio richiesto, salutò gli ospiti alla partenza con ogni maniera d'augurii per il loro felice viaggio.

Salirono nella vettura data dal Barni il Generale ed il Sequi, e sul barroccio il figlio del mugnaio col Barbagli ed il Capitano Leggero, e si avviarono verso Vaiano. Sapeva Garibaldi di essere aspettato a casa Bardazzi, e fece volentieri quella breve sosta per potere esternare all'ottima famiglia, e massime al capo della medesima Carlo Bardazzi, tutta la sua gratitudine per le cure prodigate in quel giorno a lui profugo; non vi prese cibo, ma in segno di aggradimento di quanto era stato preparato per lui e pel compagno accettò di bere. Fu stabilito di lasciare la vettura del Barni coll'incarico di restituirla al suo proprietario; i Bardazzi offrirono il loro baroccino, ma il Generale preferì un baroccio ugualmente di proprietà della famiglia, come tale da dare minore sospetto in qualsiasi incontro lungo la via. Così il Garibaldi ed il Sequi presero posto nel baroccio di Pispola, mentre il capitano Leggero ed il Barbagli erano sull'altro baroccio condotto dal giovane Bardazzi Vincenzo. Partirono da Vaiano dopo le 10 di notte, e seguitarono i due barocci fino al luogo detto Cammino di Spazzavento, dove fermate le vetture, il Sequi per ordine del Generale disse che in così bella serata si preferiva di continuare a piedi fino a Prato, ma in realtà fu così fatto per nascondere la vera meta del viaggio, cioè la Madonna della Tosse, luogo di convegno con Antonio Martini. Retrocederono le due vetture condotte da Vincenzo Bardazzi, e da Ranieri figlio di Pispola, e continuarono la via i due profughi insieme ad Enrico Sequi e a Giuseppe Barbagli, che conosceva ormai il nome illustre dei viandanti notturni pei quali aveva tanto faticato, pronto ora a fare di più se occorresse. Arrivarono dopo le undici al luogo convenuto, e tosto uscì dall'Albereta detta del Leonetti la vettura condotta da Gaetano Vannucchi, amico del Martini, da lui pregato di prestarsi a favore dei due profughi, di cui però non disse il nome, quantunque liberamente lo potesse, attesi gli onesti o liberali principi del giovane. Era nella vettura lo stesso Martini che per un atto di squisita delicatezza, e per sorvegliare esso medesimo l'impresa, era venuto ad incontrare i due proscritti. — Dista la Madonna della Tosse da Prato circa 5 chilometri, e vi si addita oggi il sasso dove Garibaldi si assise per pochi momenti. — Salirono tutti nella vettura, e seguitarono così fino presso la città, e quindi discesi, e dividendosi dal Vannucchi, entrarono nei campi, e per la sponda destra del Bisenzio raggiunsero la via ferrata che traversarono per introdursi nella Stazione. Stava quivi ad aspettare l'egregio capo-stazione Fontani, che per mezzo di una scala a piuoli fece salire i due profughi in una stanza remota. — Tutto questo succedeva a pochi passi dalla sentinella austriaca che stava di guardia dalla parte opposta del fabbricato. — Così è; l'amore di patria, la devozione, il coraggio di quattro patriotti convertiva la fazione del soldato invasore in guardia d'onore del Generale. — Questo avveniva dopo la mezzanotte del 26 al 27 Agosto.

Intanto correva il Martini, sempre a tutto previdente, ad accertarsi che il vetturino Vincenzo Cantini da lui noleggiato fosse per l'ora convenuta al luogo stabilito, ed il Sequi, disceso anch'esso insieme al Barbagli per la parte da dove erano venuti, entrò in città per la Porta al Serraglio, dicendo al custode suo conoscente essere in cerca di altro ingegnere, che però ben sapeva essere assente da Prato. Fece ciò allo scopo di eludere le future ricerche della polizia, che anzi andò fino alla casa dell'ingegnere, ove, come già sapeva, gli fu risposto essere a Firenze, e presa una vettura finse tornare a Vaiano, ma invece con un lungo giro fece capo di nuovo agli amici nella Stazione.

Tornò il Martini ad annunziare che tutto era in ordine per la partenza, e alle due antimeridiane lasciavano la Stazione il Generale e Leggero guidati dal Martini e dal Sequi, e raggiungevano la vettura che li aspettava presso la stanza mortuaria dietro le mura della città, e distante circa 100 metri dalla porta e dalla Stazione. Prima della partenza furono consegnate al Generale due lettere, di cui una dell'ingegnere Sequi per il dottor Pietro Burresi a Poggibonsi, l'altra di Antonio Martini per il suo parente Girolamo ministro al Bagno a Morbo. Nell'una e nell'altra si pregava ad assistere con ogni maniera d'aiuto i due profughi senza però declinare i loro nomi.

Pieni di affetto e di riverenza dall'una, di affetto e riconoscenza dall'altra parte furono gli addii. Prima di separarsi, dai suoi amici di Prato Garibaldi li abbracciò, li baciò con effusione, e disse loro queste testuali parole: «Arrivederci a tempi migliori.» Ringraziava e baciava il Leggero con eguale effusione, poi salirono nella vettura che tosto parti.

Ebbe la polizia sentore del fatto dopo qualche giorno, o fece arrestare, prima tutta la famiglia di Pispola, che come inconsapevole fu rilasciata, quindi l'ingegnere Enrico Sequi, sostenuto in carcere per qualche giorno, e liberato per mancanza di prove, tanto seppero i bravi patriotti accoppiare la prudenza all'ardire.

Nè è da trascurarsi un episodio relativo all'anello nuziale della povera Anita. Prima di separarsi dal Sequi volle il Generale mostrargli quale e quanta si fosse la sua gratitudine per lui, e toltosi dal dito un anello d'oro glielo consegnava dicendogli: «Questo è l'oggetto che io abbia più sacro al mando, poichè è l'anello nuziale della mia perduta Anita. A voi lo consegno, come pegno della mia gratitudine ed amicizia.» E il Sequi rispondeva commosso: esser troppo il dono per il poco fatto da lui; conserverebbe religiosamente il prezioso ricordo, per restituirlo al Generale quando la patria fosse redenta dalla schiavitù. — E il capitano Leggero volle lasciargli per sua memoria un pugnale americano da lui messo in opera nella difesa di Roma. Dopo 10 anni l'Italia era restituita a nazione. — Garibaldi colla leggendaria spedizione de' Mille aveva unita mezza Italia alla patria comune, e due anni dopo giaceva ferito al piede dalla palla d'Aspromonte. — Era in Pisa dopo la prigionia del Varignano, e il dottor Franceschini ed il Sequi si recarono a visitarlo; sennonchè i medici avevano inibita qualunque visita all'infermo. — Troppo doleva ai due amici il tornarsene senza aver veduto il Generale, onde il Sequi, toltosi dal dito l'anello di Anita, pregò l'ufficiale col quale aveva parlato di portarlo a Garibaldi insieme ad una sua carta da visita. — Condiscese l'ufficiale con indifferenza e forse peggio e dopo entrato nella camera del ferito, fu sentita la voce del Generale che diceva: «Fate che passi,» cui replicava l'ufficiale rammentando l'ordine assoluto dei medici, ma tacque alla replica tuonante: «Fate che passi, per Dio!» E l'ufficiale aprì senz'altro la porta, e così il Sequi e il Franceschini si trovarono in faccia all'Eroe, che memore del beneficio tendeva le braccia al Sequi, e gli diceva: «Venite, amico.» Il dottor Franceschini commosso piangeva dirottamente, e all'ufficiale che attonito restava immobile nel vedere quella scena inaspettata, si rivolse Garibaldi e gli disse: «Voi non volevate introdurre da me questo mio amico; questo è il mio salvatore, al quale diedi in ricordo l'anello di Anita, che voi mi avete rimesso, e che io gli restituisco.» Volle il Generale che gli fosse raccontato dalla bocca del Sequi il salvamento nella valle di Bisenzio, e fece accettare a lui ed al Franceschini una refezione nella stessa sua camera, e quando furono congedati con mille attestati di gratitudine, passando per l'anticamera si trovarono circondati da un gruppo di giovani garibaldini, che corsi alla notizia dell'accaduto, acclamarono nel modo più entusiastico ai due liberatori del loro amato Generale[3].

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15 ocak 2025
Hacim:
120 s. 17 illüstrasyon
ISBN:
4064066071905
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Telif hakkı:
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