Kitabı oku: «Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi»
Marchesa Colombi
Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066073237
Indice
I
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
XV.
XVI.
XVII.
XVIII.
XIX.
XX.
XXI.
XXII.
XXIII.
XXIV.
XXV.
XXVI.
XXVII.
XXVIII.
XXIX.
XXX.
XXXI.
XXXII.
XXXIII.
XXXIV.
XXXV.
XXXVI.
XXXVII.
XXXVIII.
XXXIX.
I
Indice
+—————————————————————-+ | | | | | | | | | AVV. MASSICO GUISCARDI | | | | | | | | Milano, Piazza del Duomo, N. 10. | | | | | +—————————————————————-+
II.
Indice
+—————————————————————-+ | | | | | | | | | I LETTORI | | | | | | | | In hac lacrymarum valle. | | | | | +—————————————————————-+
III.
Indice
Ed ora, signori lettori, che ci siamo reciprocamente presentati scambiandoci le carte da visita, come si usa tra le persone ammodo quando non hanno la fortuna di potersi vedere, tiro via colla mia storia.
Non vanto illustri avi, nè sono figlio di paltonieri. Appartengo all'umile classe dei borghesi. Non sono nè ricco nè povero. Ho trent'anni.
Quattro anni sono mi accesi d'una grande passione; feci le debite pazzie, e poichè le donne sogliono misurare e compensare l'amore a seconda delle pazzie che fa fare, fui, come di ragione, riamato. E per quella volta la donna mia non prese abbaglio, dacchè io l'amassi davvero con un trasporto che non avevo mai conosciuto prima.
Napoleone III o non so chi altri, pronunciò una parola meritamente celebre: «Quanto dura l'eternità in Francia?» Se il plagio non deprezzasse la mia trovata, sono certo che diverrei altrettanto famoso dicendo: «Quanto dura l'eternità in amore?»
Rinuncio alla celebrità ma non al motto: «Quanto dura l'eternità in amore?»
Ahimè! In tutta buona fede avrei accettato allora di passare la vita senza un'altra gioia, nè un altro affetto, nè un altro interesse, nè un'altra ambizione, fuorchè l'amore di quella donna. Non mi credevo suscettibile di altro sentimento. Al confronto di quell'attrazione potente, irresistibile, gli altri sentimenti mi sembravano meschine convenzioni sociali.
Alcuni amici s'avventurarono a dirmi:
—Massimo, non pensi che è sleale corteggiare la moglie d'un altro, e, peggio, d'un amico? La tua coscienza non ripugna dallo stringere sorridendo la mano d'un uomo che tradisci?
È la frase consacrata. Ed io meravigliavo tra me, come le menti di quegli amici miei mancassero di elevatezza per non potersi scindere da meschini pregiudizî sociali, ed innalzarsi con me nelle sublimi regioni della passione. Sì; la mia donna era vincolata ad un altro. Ad un egoista che si era permesso di farla sua, senza prevedere che io l'avrei amata. Ad un tiranno, che persisteva ad essere suo marito malgrado il nostro reciproco amore. Animo volgare, incapace di eroismo, che non aveva nemmanco la generosità di sopprimersi per la felicità d'un amico.
E nondimeno mi si accusava. Non si comprendeva che la mia colpa, se pur colpa è possibile in una grande passione, era crudelmente espiata dal pensiero che quell'uomo si permetteva di chiamar sua la donna mia, di darle del tu, d'amarla, e forse financo di aspirare al di lei amore. Oh, quell'uomo! Io l'odiavo per le ore di tortura che m'imponeva; per le notti che mi faceva vegliare tra gli spasimi della gelosia; per il sacrifizio cui mi assoggettavo ogni giorno di frequentare la sua casa, di parlargli amichevolmente, di simulare colla donna amata una freddezza che non avevo nel cuore, di tollerare. che egli le parlasse con una famigliarità oltraggiosa. Oh! quando stringevo sorridendo la mano d'Ernesto, nonchè sleale, mi sentivo grande e generoso: perchè l'odiavo, perchè avrei voluto ucciderlo; e me gli mostravo amico, e rispettavo la sua esistenza, per non compromettere la donna mia.
IV.
Indice
Così pensavo allora, ed ero in buona fede, lo giuro.
Su quell'incendio passarono tre anni; e passarono le scene di gelosia, sempre più rade da parte mia, sempre più frequenti da parte di lei; e passarono i rimproveri che mi spesseggiavano sopra per ogni nonnulla.
Dopo tre anni e qualche mese cominciai ad accorgermi che
l'osservazione de' miei amici non era punto volgare, nè ingiusta.
Infatti come non ne avevo compreso prima la moralità incontestabile?
Come avevo potuto stringere sorridendo la mano d'un uomo che tradivo?
Ma certo il mio cuore doveva aver ripugnato all'atto sleale. Certo doveva aver fatto pressione sulla mia coscienza per amore della donna mia; per farle il sacrificio de' miei principî… Deve essere un amore ben grande quello che giunge fino ad immolare le cose più sacre, fin l'onore. E dopo tutto ciò ella spingeva l'ingratitudine fino a farmi dei rimproveri… Oh! le donne! E codesto esclamavo inorridito da tanto egoismo.
V.
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Stavo sotto l'incubo di quel legittimo orrore. Ed intanto la mia delicatezza cominciava a trovare ogni giorno più penosa l'idea di tradire un amico ne' suoi più cari affetti.
Una sera andai al teatro Carcano. Vi cantava una artista esordiente, giovane, simpatica.
La sera seguente il Carcano era chiuso. Il direttore dell'orchestra mi offerse di presentarmi a lei. Ero così triste, che proprio non desideravo far conoscenze; ma per compiacere il mio vecchio amico, andai con lui dall'artista all'Albergo Milano.
Trovai che la giovane signora conversava con un giornalista mio amico.
Era Giorgio Albani.
Il vecchio professore si ritirò alle nove. Io, giovane, non potevo ritirarmi così presto; sarebbe stato scortesia verso la signorina; era quanto dirle che la sua compagnia non mi tornava gradita.
Mentre io, sempre egualmente sollecito della salute del mio vecchio amico, lo accompagnavo—sino in capo alla scala,—la signorina disse a Giorgio:
—E quel signore che non ha preso il cappello e non m'ha salutata? Non se ne va?
—Perchè? Le dispiace? domandò Giorgio.
—Un poco; ha una cert'aria inquisitoria; quando mi guarda mi sembra di un'autopsia morale.
—Come s'inganna! È così sbadato, e così buono; quando lo conoscerà meglio, sono certo che le piacerà.
—Può darsi; ma intanto mi annoia; volevo fare una passeggiata, ma con quel signore non oso; mi dà soggezione.
—Massimo!? esclamò Giorgio ridendo.—Ma le giuro che egli non aspira punto a destare questo sentimento nelle signore…
In quella rientrai. Giorgio mi disse:
—Massimo, la signorina mi diceva che desidera fare una passeggiata; ma ha soggezione di te.
Egli diceva questo in aria di tanta ammirazione… si sarebbe detto che facesse un merito a sè stesso della timidezza di quella signora.
Giorgio sapeva ch'io non amo in generale le artiste. La libertà delle loro maniere mi dà uggia. Ed ora sembrava dirmi: Vedi che Fulvia non si emancipa; e, per essere artista, non cessa d'essere una signora?
Io contavo proprio quella sera di gettare colla mia presenza un raggio di felicità sull'esistenza della donna mia… Ma all'udire il desiderio dell'artista… esordiente, giovane, simpatica,—dovetti rassegnarmi, per delicatezza, a mettermi in terzo con lei e con Giorgio in quella passeggiata.—Ritirarmi sarebbe stato esternare il sospetto ch'essi stessero meglio soli… un uomo delicato non offende così gratuitamente una donna. Così, invece di tergere le lagrime della mia bella marchesa, mi rassegnai a sopportare il sorriso inesauribile di quella spensierata giovane. Ella scherzava su tutto. Pareva una cicala, nata solo per cantare.
Io, che avevo tanto amato i languidi sguardi, gli atteggiamenti melanconici della donna mia, sempre avvolta in una nube di tristezza, trovavo insoffribile il cinguettìo di quella nuova venuta.
Ciarlando un po' di tutto, ella venne a dire di essere stata raccomandata alla marchesa Vittoria Prandi; era la donna dei miei pensieri. E Vittoria, cortese e generosa, era corsa a vedere la giovane raccomandata nella sua camera dell'Albergo Milano.
Ora dunque Fulvia desiderava passare la sua prossima sera di riposo al circolo della marchesa, per ringraziarla della sua cortesia. Pregò qualcuno di noi a volerla accompagnare. Con che gioia colsi quell'occasione di vedere la donna mia!
Anche Giorgio Albani si offerse di fare da cavaliere alla giovane artista; ma egli non frequentava la casa di Vittoria; la conosceva poco; io invece ero intimo della famiglia; lo persuasi che era più conveniente che Fulvia vi si presentasse con me, e con me solo.
Ella rimase indifferente a codesta discussione, ed interpellata rispose:
—Per me, purchè vi sia qualcuno che m'accompagni, sia l'uno sia l'altro, mi fa egualmente piacere.
Facemmo una lunga passeggiata. Fulvia fu allegra, gentile, spiritosa, ma serbò sempre un certo imbarazzo riguardo a me. Quando mi parlava, evitava di guardarmi, e non accompagnava il discorso col menomo gesto.
Si occupava ad abbottonarsi o sbottonarsi i guanti, a cogliere una foglia ed a ripiegarla in tutti i sensi, e seguiva cogli occhi l'atto della mano, quasi fosse più intenta a quello che a quanto diceva.
I tratti di spirito che intercalava al discorso, i frizzi con cui presentava in caricatura una persona o una cosa, detti così senza importanza e poco accentuati, acquistavano un carattere più umoristico e sorprendevano di più.
Quando l'avemmo ricondotta all'albergo, Giorgio mi ripetè quanto ella aveva detto a riguardo mio, mentre accompagnavo il mio vecchio amico sulle scale.
—Ebbene, dissi, domani a sera non verrò. Non voglio privarla del piacere d'esser sola con te.
Egli non rispose. Era delicatissimo, prudente, pieno d'onore. Forse gli dispiacque il sospetto sottinteso in quella mia risposta, e non volle nondimeno ribatterlo per non impegnare una discussione che poteva far torto ad una signora ch'egli stimava. Parlammo d'altro e parlammo poco.
Io amavo sinceramente Giorgio, che era un nobile cuore, un amico leale. Pensai a lungo a quella parola amara che gli avevo detta; ed a quando a quando ripensai alla antipatia della giovane artista per me.
Prima che giungesse la sera del giorno seguente, mi persuasi che, a rimediare all'offesa che le avevo fatta, ed al dispiacere che avevo dato a Giorgio, era necessario che passassi ancora quella sera con loro. Andai a vedere Fulvia nel suo camerino in teatro; Giorgio mi vi raggiunse, e tornammo all'Albergo Milano insieme.
Fulvia aveva cantato quella sera con tanta grazia e tanta passione, che il pubblico l'aveva accolta con entusiastici applausi. Nel camerino s'erano affollate le visite a complimentarla. Io l'avevo ascoltata da un palco di proscenio, ed amantissimo della musica, ero stato profondamente commosso dalla sua voce; dimenticai le parole poco lusinghiere per me che ella avea dette ad Albani e, nella sincerità dell'animo, le dissi porgendole la mano:
—Signora Fulvia, ella mi ha strappato le lagrime.
—Le ho vedute, mi rispose: e mi strinse la mano cordialmente, e da quel momento fummo amici.
VI.
Indice
Il domani Fulvia non cantava, ed io accompagnai la giovane artista in casa Prandi a passarvi la serata. La società era poco numerosa. Vittoria accolse la sua raccomandata colla solita affabilità, e mi parve che si riuscissero simpatiche a vicenda. Ciarlarono all'amichevole un po' di tutto; Fulvia saltando di palo in frasca, trattando le cose con frivolezza mista d'un zinzino di sarcasmo, ed esprimendo certe idee arrischiate che facevano restare gli ascoltanti a bocca aperta. La marchesa seria, melanconica, ragionevole.
Io certo preferivo il nobile buon senso della donna mia; ma così, da osservatore, notai che la conversazione di Fulvia riusciva più piacevole.
La marchesa mi guardava col suo occhio profondo pieno d'amore; i lunghi sguardi ch'ella mi volgeva tradivano la più viva passione.
Io ne ero certo lusingato e felice; ma non avrei voluto per nulla al mondo che Fulvia si accorgesse che io… cioè che la marchesa aveva il cuore preoccupato. E però le ricordai che quando volesse ritirarsi, ero a' suoi ordini.
Ella si trattenne sino alle dieci soltanto. Mentre uscivamo. Vittoria mi strinse la mano e mi susurrò:
—Tornate?
Io le risposi con un cenno affermativo; ma nella mia alta prudenza avevo già deciso che non tornerei. Fulvia poteva aver concepito qualche sospetto, ed io sentivo di doverla persuadere, pel decoro della donna mia, che il mio cuore… cioè che il cuore di Vittoria era completamente libero. E però, rientrato con Fulvia all'Albergo Milano, posai il cappello coll'aria tranquilla d'un uomo cui nulla fa premura, deciso a trattenermi.
Vittoria avrebbe dovuto essermi riconoscente di quel sacrifizio fatto al suo decoro.
La giovane mi guardò un momento con meraviglia, quasi aspettando che mi congedassi. Io sedetti accanto alla sua tavola, e mi posi a sfogliare un albo. Ella allora mi offerse un sigaro, e si pose a sedere dall'altro lato del tavolino.
Per verità, benchè non ci mettessi interessamento di sorta, il tempo mi passò veloce tenendo dietro alle matte scorribande di quel cervellino per le vie più torte della fantasia.
Quel poco che sapeva del mondo lo presentava in modo affatto nuovo; aveva il dono di sorprendere sempre. Quando la lasciai erano le undici, e dovetti confessare a me stesso che uno spirito elegante e sereno, per chi non avesse come me un'altra passione, può piacere non meno che un'immaginazione vaporosa e sentimentale.
Certo, Giorgio Albani, col suo cuore entusiasta correva pericolo di perdere la pace, frequentando quella giovane. Compresi che, a preservare l'amico mio da una passione che potrebbe costargli delle amarezze, era mio dovere condividere con lui la compagnia dell'artista; e, quando uno di noi dovesse rimanere solo con lei, era meglio che restassi io, che nel mio impegno con Vittoria aveva una salvaguardia.
Il giorno dopo cominciai, coll'eroismo dell'amicizia, a passare tutte le mìe ore di libertà presso Fulvia.
Giorgio era sempre con noi; veniva insieme e partivamo insieme. Egli le lanciava sguardi appassionati; la circondava d'ogni maniera di premure; e quando parlava con lei aveva persino un'altra voce; trovava delle note profonde di petto che non avevo mai conosciute nella sua scala vocale.
VII.
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Un giorno, uscendo da pranzo con un amico, incontrai Fulvia tutta sola che camminava a passi accelerati in via del Monte Napoleone dirigendosi verso il Corso. Presentai l'amico a lei, lei all'amico, e dalla presentazione emerse, sempre nuovo come la Fenice della favola, il famoso complimento:
—Ho tanto piacere di fare la sua conoscenza, col rispettivo:—Il piacere è tutto mio.
Ma per verità, se vi fu momento in cui Fulvia non mi diede grande idea del suo spirito, fu quello; tanto più che, nel pronunciare quel supremo dei luoghi comuni, la vidi arrossire come una collegiale.
—Qui c'è del torbido, pensai; e quindi le chiesi dove fosse diretta.
—Dalla signora Melli, mi rispose, e continuava ad arrossire.
Io avevo tutta la stima di quella giovane, ma non ero tanto ottimista da attribuire quel rossore e quella subita paralisi del suo spirito alla soggezione che poteva inspirarle uno sconosciuto. E però, non per curiosità, nè per interesse mio proprio, ma per l'interesse di Giorgio che evidentemente l'amava, volli accertarmi se realmente andasse dalla signora Melli, o se vi fosse qualche mistero di mezzo.
Lasciai ch'ella voltasse l'angolo del Corso, e quindi congedatomi dall'amico le tenni dietro.
La signora Melli abitava una delle case del corso Venezia, tra la via Monte Napoleone e la chiesa di San Carlo. Appostandomi nel caffè dell'Europa, che è in faccia alla chiesa, avrei potuto vedere uscire Fulvia dopo la sua visita, se realmente era diretta dove aveva asserito.
Ma mentre passavo dinanzi alla casa in questione per dirigermi al caffè, ecco Fulvia che usciva dalla porta.
Ella mise la più lusinghiera delle esclamazioni al vedermi.
Quella rapida uscita non era entrata per nulla nelle mie previsioni; vidi che era lieta d'incontrarmi ancora.
—La civettuola!—cominciai a recriminare internamente—gioisce di trovarmi qui. Si figura che la stia aspettando pei suoi begli occhi. Come sono vane le donne!
La signora Melli non era in casa. Proposi a Fulvia di fare una passeggiata. Ella accettò, e risalendo il Corso ci dirigemmo verso Porta Venezia.
VIII.
Indice
Non so come avvenisse, che, durante quella passeggiata, ci trovammo a parlare d'amore, a teorizzarvi intorno, a fare della metafisica sentimentale. Certo fu lei a mettere il discorso su tale argomento. Le donne non sanno parlar d'altro.
Per pura cortesia io dovetti secondarla, ed in breve c'ingolfammo in uno di quei laberinti di ragionamenti da cui non c'è filo d'Arianna che ci tragga.
Mi sarebbe impossibile dire da che punto partimmo, e dove ci condusse la discussione, sebbene ne abbia in mente molte parole e persino il suono della voce di Fulvia nell'atto che le pronunciava; ma l'ordine mi sfuggì; forse perchè il discorso non ne aveva.
Si parlava d'incostanza. Fulvia mi disse:
—Convenga che noi abbiamo creato questa parola, e l'abbiamo schierata tra le colpe nel codice dell'amore, mentre non è che un fatto naturale. Forse l'amore è un episodio tempestoso; non altro. Due persone s'incontrano; dopo un tempo più o meno lungo s'accorgono d'amarsi; se lo dicono; sono felici di quel sentimento: ma quello stato d'esaltazione non dura, e, cessata l'esaltazione, è cessato l'amore. La costanza, che si traduce in quell'affetto lemme lemme, da cui sono avvinti gli sposi, è un portato della civiltà, e ne abbiamo bisogno per la tutela della prole. Ma in natura non esiste. Ed infatti vediamo che tutti gli animali si amano per un dato periodo di tempo poi diventano stranieri gli uni agli altri.
Disse tutto ciò con molta serietà; ma quando io volli rispondere per combattere codeste idee, esclamò:
—Mio Dio, come siamo ridicoli a voler ragionare sul sentimento, e definirlo! Ognuno lo prova in un modo speciale ed agisce in conseguenza.
E rise del suo discorso, e sopratutto non poteva perdonarsi d'aver detto tutela della prole, e d'aver paragonato l'amore degli uomini, che per lei era tutto idealismo, a quello degli animali inferiori.
—Come tutto questo è volgare e brutale! diceva. Subordinare la passione al calcolo preventivo dei bisogni della società! Profanazione! dov'è il Cristo che scacci i mercanti dal tempio? Il sentimento è l'essenza divina che il soffio di Dio ha infuso nell'uomo. Accettiamolo com'è.
—Tutto questo mi prova, le risposi con un'enfasi di cui allora non mi rendevo ragione, che per ora lei non è innamorata. L'amore ha leggi fatali che tutti siamo costretti a subire. Ammetto che possa finire, anzi in tesi generale è certo che finisce. Ma nessun innamorato ha il coraggio di dirlo e neppur di pensarlo. Mai, sempre, sono parole che si legano inevitabilmente all'amore. L'idea che quegli sguardi che c'inondano di dolcezza non si rivolgeranno più sopra di noi, che quella mano tanto eloquente pel nostro cuore non stringerà più la nostra mano, che fra noi e quell'essere, che è parte di noi, che è anzi tutta la nostra vita, debbano frapporsi il tempo e lo spazio, ci mette spavento; sentiamo di preferire la morte; e nel giorno dell'amore nessuno comprende la vita fuori e dopo di esso.
Io parlavo coll'eloquenza della convinzione, che è pure la chiave del successo. E nondimeno ella si aggrappava sempre più alla sua strana teoria, ed io non potei rimovernela d'un punto.
L'entusiasmo con cui dipingeva il suo episodio tempestoso, mi faceva sentire sempre più, non per me, ma per l'amico mio, che certo amava Fulvia, il bisogno che quell'amore fosse durevole.
Fulvia mostrava troppa potenza d'amore e di sacrifizio, perchè quelle idee fossero inerenti al suo carattere. L'amore in lei doveva, una volta nato, assorbire tutto il suo essere, sovrapporsi ad ogni interesse, ad ogni considerazione, non colla sfrontatezza che calpesta le leggi, ma colla nobile abnegazione che persiste, e vince.
Credetti comprendere che circostanze speciali non le permettessero la speranza d'un amore più completo, ed ella si adoperasse ad idealizzare quel poco che le veniva concesso, tanto per rapire la sua fugace scintilla al fuoco celeste.
Ma quali fossero queste circostanze, non mi riesciva d'immaginarlo.
Un'artista giovane, libera, corteggiata, perchè non potrebbe amare? perchè non potrebbe vagheggiare di unirsi per sempre all'uomo amato? Forse un punto nero nel suo passato non le permetteva di abusare della fede d'un uomo d'onore!
Ma tutto in lei si opponeva a questo sospetto.
Da tutti i suoi atti, da tutte le parole traspariva la confidente lealtà della donna onesta.
Tuttavia, per l'interessamento che m'inspirava l'amico mio, sentivo il bisogno di scrutare più profondamente l'animo di Fulvia.
—Giorgio è innamorato di lei, nevvero? le domandai senza altri preamboli.
—Non mi ha mai detto questo.
—Non l'ha detto, ma l'ha fatto comprendere.
—Non so. Io non mi occupo d'indovinare sciarade.
—Sia sincera, Fulvia, mi dica la verità. Crede che Giorgio l'ami?
—Non posso dirle ch'io lo creda propriamente; ma certo se non mi amasse, sarebbe un gran commediante.
—Dimostra di amarla molto dunque?
—Prende tutte le apparenze d'un sentimento profondo e represso.
—Represso?
—Certo. Represso.
—Non le disse mai una parola d'amore?
—Mai.
—Non le piace Giorgio?
—Sì; mi era simpatico, e la sua voce mi risuonava possentemente in cuore.
—E poi?
—Cosa vuole! io ho una iettatura. Mi piacciono gli amori da romanzo. Vorrei che l'amore fosse così anche nella realtà. Ed invece è tutt'altro. E quando mi pare di scontrarmi in una passione come quelle che si leggono, è come una goccia di mercurio; mi sfugge mentre sto per afferrarla.
—Io non sono forte nello stile figurato, e forse non la comprendo, osservai. Ma è certo che Giorgio non mi sembra punto inclinato a fare con lei la goccia di mercurio.
—Eppure, prima che il sogno si facesse realtà, è passato un soffio di vento, ed ha rovesciato l'idolo dal piedestallo.
—Così, domandai con involontaria acrimonia, lei ha avuto per Giorgio il quarto d'ora di idolatria?
—Con che tuono lo dice?
—Con che tuono? Non sono le sue parole? Non ha detto che si crea un idolo? E che quell'idolo cade ben presto dal suo piedestallo?
—Sì, ho detto codesto, ed è vero. Ma ebbi torto di dirglielo. Io le apro schiettamente il mio animo, come se fossimo vecchi amici. Le spiego un fenomeno che accade a me, che nasce forse da una eccessiva delicatezza di sentimento, e che ad ogni modo apporta conseguenze penose, per me, come per altri; e lei mi risponde con un'ironia che sente il rimprovero. Ci ho colpa io se sono fatta così?
Ella mi volse quell'apostrofe con una voce in cui strisciava l'accento allentato del disinganno che sembra volgersi indietro, e staccarsi con pena da una credenza passata; il suo cuore aveva sofferto della mia ironia, e nelle sue parole mi pareva di sentire gocciolare le lagrime che respingeva dagli occhi.
Confesso che non mi ero mai conosciuto prima d'allora tanta equità di sentimento e tanta facoltà di compunzione. Neppure nelle rimembranze azzurre della mia prima confessione, trovavo nulla di simile al sincero pentimento, al profondo dolore che mi strinse il cuore al pensiero di aver offeso il mio prossimo nella persona di Fulvia.
Curvai come una parentesi la mia lunga persona per mettere la mia testa al livello di quella di lei, e le dissi, con intima convinzione:
—Oh! perdoni, signora Fulvia, lo giuro sull'anima mia che non ho voluto offenderla; dica, mi perdona?
Ella mi stese la mano senza parlare, e volle sorridermi per supplire alla parola; ma le sue labbra tremavano in quel momento, ed i suoi occhi mi apparvero natanti in uno strato cristallino… Povero cuore di donna, tenero, generoso! Fulvia era commossa; ed io! Ah, non sapevo che desse tanto rimorso l'offendere il prossimo. Ripregai quel prossimo gentile di perdonarmi: e che me lo dimostrasse continuando quel discorso interrotto: ero così felice di quelle confidenze e così dolente di averle demeritate: ma no, non le avevo demeritate; ella non lo credeva. No? Ebbene, perchè non proseguiva? Perchè non voleva dirmi come era svanito in lei quel nascente amore per Giorgio?…
Un sorriso, una stretta di mano… ed il prossimo clemente continuava così:
—Si ricorda la festa da ballo di martedì? Io, senza esser punto innamorata di Giorgio, avevo avuto la debolezza di farmi bella per lui. Mi pareva che mi amasse come vorrei essere amata io, per una leggerezza di cui mi vergogno, desideravo di sentirmelo dire colla sua voce appassionata. Giorgio m'invitò a danzare, e mi fece danzare davvero. Ma quando mi strinse al suo cuore, e forse la parola d'amore stava per sfuggirgli dal labbro, quell'abbraccio mi lasciò fredda. Egli lo sentì, e tacque.
—Ma perchè? Cosa le aveva fatto?
—Nulla: si ricorda che lei mi aveva chiesto il primo ballo per star seduti vicini, a veder le tolette? Allora Giorgio andò ad invitare un'altra signora, e volle spiegare ai miei occhi tutte le sue grazie. Mio Dio! Non l'avesse mai fatto! Non ha mai osservato come è ridicolo un uomo serio nella danza? E per colmo di sciagura, ballava bene! Che orrore! Era così volgare, così volgare… mi fece un'impressione terribile… Mi fece ridere.
—Ma è una follia. Potrà cancellarsi quell'impressione. Giorgio non ballerà più, e sarà tutto dimenticato.
—No. Da quel giorno quel principio di simpatia svanì. Giorgio ha sentito il contraccolpo della mia freddezza. Egli è cortese sempre, ma è tutto mutato per me. Però siamo sempre buoni amici.
—Ah! lei è una fanciulla terribile, Fulvia. Povero Giorgio! Povero
Giorgio! Egli che va superbo di ballar così bene!
Mi accorsi che accompagnavo quest'esclamazione col più giocondo riso. Ne rimasi atterrito. E pensai: Amerei forse questa pazza giovane che respinge da sè un nobile cuore, come un cencio, perchè l'uomo che glielo consacra balla troppo bene?
Quando stavamo per entrare in città, le dissi:
—Lei è una donna molto simpatica, ma molto strana.
Ella non mi rispose. Rientrati in casa, ci sedemmo come la sera innanzi, ai due lati del tavolino.
Riepilogavamo in brevi frasi interrotte i discorsi fatti. Mi ricordo di averle detto:
—Io compiango quel povero giovane che s'innamorerà di una donnina tanto capricciosa.
—Non lo compianga—mi rispose Fulvia con una profonda nota di petto che non aveva mai fatto vibrare fin allora, neppure in teatro.—Non lo compianga, perchè io credo di saper amare come poche donne sanno.
In quel momento Fulvia era bella d'entusiasmo e di passione.
—Per otto giorni? le dissi; e veramente anche la mia voce non aveva più il suono di prima.
Oh! gioventù, gioventù!
Prima che Fulvia avesse tempo a rispondere, l'uscio si aperse, ed entrò Giorgio con alcuni amici.
Giorgio era pallidissimo; aveva l'occhio spento; una nube di tristezza pareva velargli la fronte; i suoi atti erano lenti, la sua voce fioca. Disse: «Buona sera, Fulvia» come avrebbe detto «Requiescat in pace.» Lo trovai molto ridicolo. Gli gridai alla mia volta «Buona sera, Giorgio!» come avrei gridato «Viva l'Italia!»
E traversata la sala andai a piantarmi dinanzi allo specchio con un sorriso di soddisfazione. Non ero un uomo serio, ed avevo la convinzione di ballare orribilmente male. Per la prima volta compresi la portata di codeste mie grazie.
Quando mi ritirai nella mia camera e mi coricai, invocai invano il sonno ed il riposo. Il bernoccolo della morale aveva preso in me uno sviluppo straordinario. Ero profondamente pentito d'aver potuto oltraggiare Ernesto ne' suoi affetti coniugali; un momento di delirio mi aveva trascinato, mio malgrado, a tradire l'amicizia; quel momento era durato quattro anni… Sono fenomeni strani, ma che pure accadono. Giosuè non ha fermato il sole? Ma veramente io sentivo repugnanza a quella vita di inganni; provavo il bisogno di rientrare nella legalità. La profonda riconoscenza che serbavo a Vittoria pel suo amore (non si trattava già più del mio) non m'impediva di osservare la tranquillità con cui ella mentiva al marito alla mia presenza. Certo ella si prestava ad un'odiosa commedia; certo ne soffriva; ma tuttavia con che arte vi si prestava! E come sapeva nascondere le sue ripugnanze! Oh! una donna che mente dinanzi all'uomo che ama, non può farlo che a danno di quello stesso amore per cui si avvilisce fino alla menzogna. Io ero stato ben generoso a superare il disgusto che m'inspirava quell'ipocrisia sorridente; avevo spinto la clemenza fino a non avvedermene affatto; ma ormai mi era caduta la benda. Il mio onore, il decoro e la pace di Vittoria, l'amicizia di Ernesto m'imponevano di rompere quella relazione colpevole. Ed a coronare tutto codesto capitolo di morale rivoltato in tutti i sensi, veniva sempre come un ritornello la riflessione: «Fulvia è una cara ed onesta giovane, ed io ballo assai male.»