Kitabı oku: «Suor Giovanna della Croce»
Matilde Serao
Suor Giovanna della Croce
Romanzo

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066070083
Indice
I.
II.
III.
IV.
I.
Indice
Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,
Fuor mi rapiron della dolce chiostra
Dio lo si sa, qual poi mia vita fusi.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Ciò che io dico di me, di sè intende.
Sorella fu e così le fu tolta
Di capo l'ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta,
Contra suo grado e contra buona usanza,
Non fu dal vel del cor giammai disciolta.
Paradiso, Canto III.
Scoccarono le cinque. La pesante porta del coro, di antico oscuro legno scolpito, si schiuse, stridendo, si spalancò, sospinta dalle magre e lunghe mani di suor Gertrude delle Cinque Piaghe: anche l'altro battente fu aperto e respinto lentamente contro il muro, dalla monaca. Ella attraversò a passo rapido tutto il coro, avendo nascosto, con un moto familiare, le mani nelle ampie maniche di lana nera della sua tunica, e si andò ad inginocchiar dietro la fitta grata metallica del coro. Dall'alto, da un'altezza grande, ella gittò uno sguardo quasi inquieto nella chiesa di suor Orsola Benincasa, che si allargava e si allungava, giù, giù, in una penombra di tempio dalle finestre velate, dove il crepuscolo quasi pare notte. Non vi era nessuno, in chiesa. Quel coro così alto, posto a livello della seconda fila dei finestroni della chiesa, chiuso nei suoi tre lati da una parete di ottone, singolarmente lavorata a traforo, nulla lasciava vedere, di più, ai fedeli che volessero scorgere, per curiosità, anche l'ombra di una delle Trentatre; mentre le istesse suore che portavano con umiltà ed obbedienza profonda, ma anche con orgoglio mistico, il secondo nome di Sepolte Vive, appena appena, di sopra, poteano scorgere delle figure umane entrare, sedersi, inginocchiarsi, orare, laggiù, laggiù, innanzi all'altare maggiore e nelle due larghe navate laterali, che fiancheggiavano la principale. Suor Gertrude restò con la fronte appoggiata alla grata, con gli occhi socchiusi, un po' curva l'alta e scarna persona: sulla fronte cinta dalla benda di tela bianca, sul petto coperto dal colletto bianco, sulla tunica nera, ricadeva, innanzi, il grande velo nero, mentre indietro, come era prescritto, ricadeva il mantello di lana nera. Ella pregava mentalmente: a un certo momento, un sospiro le sollevò il petto. Al suo sospiro un altro ne rispose, poichè, accanto a lei, senza far rumore, era venuta a prostrarsi, dietro la grata, un'altra delle Trentatre: suor Clemenza delle Spine, una monaca piccola, minuta, sotto la tunica nera, sotto il velo nero, il mantello nero, e la benda bianca. Pian piano, a passi silenziosi, altre suore erano apparse nel coro, erano venute a inginocchiarsi intorno intorno alla grata, con larghi segni di croce, sotto il loro velo nero: adesso, se ne contavano quattordici, in giro. Nessuna parola era stata scambiata fra loro: solo, ogni tanto, fra una preghiera e un'altra, un sospiro dolente si udiva uscire, di sotto qualche velo, a cui qualche altro sospiro, subito, faceva eco. Poi, sulla porta del coro, una monaca apparve, sorretta da un'altra: doveva essere di grande età, curva assai, quasi piegata in due, lentissima, sostenuta nei suoi passi piccoli e stanchi da una suora più giovane, più forte, che la guidava attentamente, misurando il suo passo su quello della vecchissima che a lei si appoggiava. La monaca vecchissima anche era vestita della tunica nera, della benda bianca che le stringeva la fronte, coperta dal mantello nero sino all'orlo della veste, velata fino ai piedi dal velo nero: ma sul petto, sul goletto bianco, sospesa a un largo nastro di seta nera, una croce di argento pendeva; sulla mano scarna, ossea, dalla pelle giallastra che si raggrinzava, appoggiandosi al braccio della suora giovane, nell'anulare, era una fascia di argento, un anello su cui stava scritto: La badessa.
La badessa non andò ad inginocchiarsi alla grata del coro; si arrestò, un po' indietro dalle sue monache, e tutta tremante, tutta vacillante, si prostrò sovra un inginocchiatoio di legno, adorno di un cuscino di velluto rosso cupo. La monaca che l'aveva condotta sin là, si arretrò, rispettosamente, sino alla porta del coro: altre due monache la raggiunsero, restando sulla soglia, senza entrare. Non portavano, queste tre, nè il mantello, nè il velo nero. Sulla benda bianca avevano un cappuccio di lana nera, ad ampie falde. Erano tre converse, non avevano ancora pronunciati i rigorosissimi voti claustrali delle Trentatre, delle Sepolte Vive: ancora tenevano il viso scoperto e il loro corpo serrato nella tunica, senza il gran mantello.
Le preghiere di compieta che le quattordici monache e la loro badessa proferivano, in quell'ora, duravano a lungo: annottava, quando furon finite. Una delle converse aveva accesa una lampada in mezzo al coro e alcuni candelieri sulle mensole, lungo gli stalli di antico legno oscuro, scolpito e intagliato; le ombre si erano diradate. Col loro cauto passo, le quattordici monache erano andate a prender posto, ognuna, in uno stallo del coro: alcune più lente per l'età, forse, o per la corpulenza: altre più rapide, forse per temperamento ancor vivace, negli anni di vecchiaia: alcune, come assorte in una lor cura che ne rallentasse l'andatura. Ma i grandi mantelli neri, infine, chiudevano i corpi e non lasciavano scorgere che a stento le linee della persona: ma i grandi veli, infine, covrivano il volto, fittamente, e nulla lasciavano indovinare di quelle fisonomie di claustrate. Ognuna, passando, si era inchinata a baciar la mano e l'anello abbaziale della badessa: una di esse, suor Giovanna della Croce, appoggiò un istante la fronte sulla mano rugosa della badessa e forse vi lasciò una lacrima. Poi raggiunse, anch'essa, a passo incerto, il suo stallo di legno bruno, dove s'immerse nell'ombra, aspettando.
Ora, l'antichissima suora badessa, alzatasi dall'inginocchiatoio, si era messa a sedere, in mezzo al coro, sovra un alto seggiolone di legno nero. Muta, assorta di dietro il suo velo nero, ella sogguardava a diritta e a sinistra, i trentatre stalli del coro. Un tempo, ella li aveva visti, in onore di Gesù e della sua Passione, occupati tutti da trentatre suore, tante quanti furono gli anni del Signore: e il terribile Ordine delle Sepolte Vive, terribile per la sua claustrazione totale, assoluta, mai frangibile, s'insuperbiva di essere al completo. Oh, i tempi erano trascorsi, suor Teresa di Gesù, la badessa, colei che aveva assunto il nome della Grande Mantellata di Avila, la badessa era così vecchia, e i tempi erano trascorsi, trascorsi! Delle Trentatre, man mano, la morte aveva diminuito il numero, e nessuna nuova creatura muliebre era venuta a offrirsi, per pronunziare il tremendo giuramento: persino le converse, che dovevano essere, per la regola, sette, quanti sono i dolori di Maria Vergine, eran sempre tre o quattro, nessuna di esse resistendo più a quella vita, domandando di andarsene, prima di pronunziare i voti. Quanti anni erano trascorsi sacri da che suor Teresa di Gesù si era monacata? Sessantacinque, forse, ella non ricordava bene: neppur ricordava bene da quando era badessa: forse da quaranta anni. Ora ne aveva ottantacinque: e aveva visto sparire, ad una ad una, prima seppellite nel piccolo cimitero di suor Orsola, la fondatrice dell'Ordine, poi portate via, diciotto delle sue monache. Ella guardava le superstiti, le contava, macchinalmente: vedeva bene, questo sì, che erano solo quattordici, oramai: e tutte vecchie, ma meno vecchie di lei. Un pensiero le passò nella mente, ne fece fremere i vecchi nervi stanchi: e un profondo sospiro uscì dalle labbra della badessa delle Trentatre, suor Teresa di Gesù.
E dagli stalli, da quelle nicchie nere dove le ombre nere delle suore si sprofondavano nell'ombra, altri sospiri profondi, tristi, straziati, risposero alla badessa:
— Che il Signore ci assista, — ella pronunziò, con voce alta, ma tremula.
— Così sia, così sia, così sia, — dissero delle voci, dagli stalli, voci più alte, più basse, fioche, roche, chiare.
Un silenzio susseguì. Preceduto da una conversa, che gli faceva strada, un prete entrò nel coro. Vi fu un rapidissimo movimento tra le monache, come di sgomento, come di pudore offeso: tutte, egualmente, si serrarono nel mantello nero, si strinsero il velo nero al viso. Il prete era vecchio, anche lui, ma con una fisonomia rosea, bonaria, dagli occhi pieni di una luce sfavillante di tenerezza: i suoi capelli erano tutti bianchi, candidissimi. La badessa aveva tentato di levarsi, quando l'aveva visto entrare, per andargli incontro; ma egli le aveva fatto cenno di non muoversi. Don Ferdinando de Angelis era, da più di venti anni, il confessore delle Trentatre. Ma era la seconda volta, solo, che metteva il piede oltre la clausura, nel monastero, per ordine del cardinale arcivescovo: nè il suo volto, sempre lieto, indicava buone novelle.
— Dunque, caro padre, quali notizie ci portate? — chiese suor Teresa di Gesù, con tono trepidante, al confessore.
Egli non rispose subito. Sentiva che, dai quattordici stalli occupati, le monache lo fissavano, con gli occhi ardenti, pendendo dalle sue labbra. Non aveva buone notizie. Curvò il capo, tacendo.
— Non vi è più nessuna speranza, è vero? — chiese la vecchissima badessa, levandosi, come mossa da una forza interiore.
Il prete crollò il capo, tacendo ancora. Alcune monache si erano alzate, anche esse, ed erano venute un passo innanzi, ansiosissime.
— Nessuna speranza, padre, nessuna? — gridò suor Teresa di Gesù, con una voce alta, che non aveva avuta mai, da anni.
— Offriamo a Dio questa tribolazione, — mormorò il prete, sempre a capo chino.
Ma il nome del Signore, pronunziato in quel momento, non giunse a frenare lo scoppio dei singulti di quelle monache. Quelle, in piedi, erano ricadute sui loro stalli, in preda ai singhiozzi; altre si erano gittate, a capo basso, sui bracciuoli degli stalli, soffocando la loro voce contro il duro legno. Con gemiti più forti, più bassi, piangevano tutte; dietro il suo velo fitto, la testa di suor Teresa di Gesù, la badessa, aveva un movimento convulsivo, quello del pianto. Il prete, ritto, in mezzo a quel coro, dove la luce vacillante della lampada e dei candelieri gittava degli sprazzi stranissimi, aveva l'aspetto angosciato, come per uno spasimo invincibile, che ne contraesse la buona anima di vecchio sacerdote.
— Piangiamo, piangiamo, — egli soggiunse, pianamente. — È un dolore grande; piangete, ma sopportatelo da buone cristiane.
La badessa era discesa, da sè, dal suo seggiolone, per accostarsi a don Ferdinando de Angelis. Allora, tutte le monache erano uscite dai loro stalli, l'avevano circondata, piangendo, dietro i loro veli, prendendole le mani, baciandogliele:
— O madre cara, madre cara.... o madre nostra.... come faremo.... come faremo.... madre nostra, diteci voi, che faremo.... che faremo? — esse andavano dicendo confusamente, con certe voci dove il dolore assumeva ora dei toni puerili, ora dei toni tragici.
La povera vecchia badessa, in mezzo alle sue quattordici monache, sembrava, adesso, più curva, più stanca, più disfatta che mai, sull'orlo della tomba. Forse, in quel momento, ella pensò quanto meglio sarebbe stato per lei di esser morta, anzi che vedere l'ora inaspettata e lugubre: ma non lo disse, parendole una empietà.
— Sua Eminenza, — ella mormorò, rivolgendosi al confessore, — non ha potuto fare nulla per noi?
— Tutto ha tentato, Sua Eminenza, — rispose il prete, tristemente. — È andato persino a Roma, apposta....
— Senza riescire a niente?
— A niente, cara madre.
Un lungo, replicato gemito, risvegliò novellamente gli echi di quel coro: sul loro destino implacabile, le monache piangevano e si lamentavano.
— Ma il Papa? Il Papa? — esclamò la vecchia badessa, con accento di profonda riverenza. — Il Papa? Non può intervenire, lui, per noi, sue figlie, sue serve?
— Non ha potuto intervenire. La legge novella è chiara, — disse il povero sacerdote, costretto a diminuire, involontariamente, il prestigio del Capo della Chiesa innanzi alle monache.
— Che legge! Che legge! — esclamò vivamente una monaca, suor Giovanna della Croce. — La nostra legge ci dice di vivere e di morire, qui.
Ella aveva parlato vibratamente. Era una delle più giovani, fra le vecchie, non avendo ancora sessant'anni, conservando diritta e svelta la persona sotto il velo e sotto il mantello. La sua badessa le fece cenno, con la mano, di tacere.
— Il Papa.... il Papa.... — replicò suor Teresa di Gesù, ritornando alla sua idea di salvazione.
— Il Papa è egli stesso in istato di oppressione e di povertà, — rispose don Ferdinando de Angelis, desolatamente.
Un profondo silenzio.
— Dovremo, dunque, andarcene? — chiese, dopo un poco, la vecchia badessa, tristissimamente.
— Sì, purtroppo, cara madre.
— Siamo così vecchie! — ella soggiunse, a voce bassa. — Potevano farci morire qua dentro....
— Morire, morire qui.... — gridarono, fra i singhiozzi, due o tre monache.
— La cosa è stata ritardata, per quanto più si è potuto, — replicò il vecchio sacerdote. — Si è fatto l'impossibile. Ora....
— .... Dobbiamo andare. Io vi sarei rimasta assai poco, ancora, — ripetette la povera vecchia, tornando, come tutte le creature semplici, all'idea semplice.
— Il Signore ha voluto infliggervi questo dolore, cara madre, a voi e a queste buone sorelle: sopportatelo, sopportatelo.
— E che faremo, padre? Dove andremo?
Egli fece un cenno vago, con le mani. In realtà, nulla aveva da offrire, a quelle misere, discacciate dal loro convento.
— Dove, dove andremo? — chiesero, piangendo, quattro o cinque di quelle monache.
— Vedremo.... vedremo, — disse il buon prete, confuso, imbarazzato.
— In un altro convento, padre, forse, in un altro convento? Vi è speranza?
— Non lo sperate. Il Governo non lo permetterebbe, — egli disse, recisamente, per predisporle alla catastrofe.
— E dove andremo? Dove andremo?
— Alle vostre case, nelle vostre famiglie.... — egli mormorò, comprendendo, man mano, tutto l'orrore di quella cacciata.
— La nostra casa, la nostra famiglia era qui, era qui! — disse, dolorosamente, suor Giovanna della Croce.
La badessa, ancora, le fece cenno di tacere.
Di nuovo, a queste parole che esprimevano tutta la umile tragedia del loro cuore trangosciato, risuonarono i clamori delle monache. Esse si erano separate dal mondo, trenta, quaranta, cinquant'anni prima, per sempre: esse avevano giurato povertà, castità, obbedienza e perpetua clausura a Dio: lo avevano giurato e avevano tenuto, sin quasi alla morte, il loro giuramento. Ora, lo infrangevano.
— Noi saremo in peccato mortale, — disse, terrorizzata, la badessa.
— Dio è buono, madre.
— Chi infrange i voti, è in peccato mortale....
— Dio ha tanto perdonato, madre mia!
— Sì, ma noi saremo in peccato mortale.
— Ne parlerò a Sua Eminenza.... egli vi manderà, presto, una parola consolatrice. È troppo afflitto per venire. Verrò io.... domani sera.... — mormorò egli, nella pochezza del suo spirito e nella bontà del suo cuore.
Ancora, silenzio. Poi, di nuovo, suor Teresa di Gesù, parlò, lentamente.
— Voi dite.... domani sera? Dobbiamo, dunque, andarcene subito?
Il povero prete non rispose immediatamente. Malgrado la sua limitata intelligenza, egli comprendeva che era quello l'ultimo colpo. Poi, si decise.
— Dopodomani, lunedì.
Quando la povera vecchia badessa udì che solo due giorni dividevano lei e le sue monache, da quella cacciata crudele, che violava la loro anima e gittava i loro corpi all'abbandono e alla miseria, le forze che fin allora l'avevano sorretta, le mancarono. Vacillò e cadde fra le braccia delle sue sorelle che la raccolsero, lacrimando, cercando di rianimarla. Mentre la conducevano via, circondata, seguita dalle suore, lentissimamente, don Ferdinando de Angelis salutò e benedisse quel gruppo plorante. Andavano, ora, nel lungo chiostro che rasentava il giardino, andavano, le Sepolte Vive, sostenendo la loro antichissima badessa, quasi morente di dolore, esse stesse riboccanti di amarezza: e i pianti si erano quetati. Ma i passi erano più molli, più stracchi, trascinati a forza: ma sotto le tuniche nere che sfioravano la terra, sotto i mantelli neri che le avvolgevano, sotto i veli neri che celavano il loro viso, esse, d'un tratto, sembravano assai più caduche, più vecchie, più prossime alla morte. Alcune si appoggiavano alla muraglia bianca del chiostro, come se svenissero: altre voltavano la testa verso il giardino, guardando dov'erano le tombe delle loro sorelle, morte in convento e colà sepolte, guardavano fissamente, verso le tombe.
*
La cella di suor Giovanna della Croce era fiocamente illuminata da un lumino da notte, nuotante nell'olio di un bicchiere: il tutto formava una lampadina, innanzi a un crocefisso, lampadina che restava accesa, giorno e notte, per speciale divozione alla Croce e al Divino che vi era confitto. La regola impediva alle Trentatre di tenere lume acceso, quando andavano a letto, o nella notte: strettamente, si sarebbero dovute spogliare all'oscuro e vestirsi, alla mattina, nelle ombre crepuscolari dell'alba. Ma era concesso loro di far ardere qualche modestissima lampada, in omaggio alle immagini che più veneravano: suor Giovanna non avrebbe potuto dormire, senza quella piccola luce che rischiarava il Crocefisso. Talvolta, nella notte, il lumino si consumava, l'olio galleggiante sull'acqua finiva, la lampadina si spegneva: la suora si svegliava subito, in preda ad ansietà. Nella celletta, con le pareti coverte d'immagini sacre, di quadri e quadretti, di cerei pasquali, di rami d'ulivo benedetto, non vi era se non un letto, una sedia e un piccolo cassettone. Le pareti erano rozzamente imbiancate a calce: sul pavimento i freddi e polverosi mattoni rossi delle più povere case napoletane: lo stesso letto era composto di due trespoli di ferro: un solo materasso e un solo cuscino. Di fronte al letto un balcone: la celletta occupava un angolo orientale del monastero di suor Orsola, al secondo piano, e l'occhio vi avrebbe potuto scorgere il magnifico panorama di Napoli e del suo golfo, se un'alta e fitta gelosia di legno non ne avesse impedito la vista, mentre permetteva all'aria di entrare. Nei primi tempi della sua monacazione, quella gelosia attirava costantemente la persona di suor Giovanna: ella non poteva resistere al desiderio di guardare, ancora, di lontano, di lassù, lo spettacolo delle cose. Anzi, si era confessata di quest'abitudine profana, come di un peccato: ed era un peccato, poichè quelle contemplazioni la riconducevano alla sua vita del mondo, amaramente. A poco a poco, con gli anni che passavano, con la giovinezza che finiva, con le memorie che si cancellavano, ella aveva vinta la tentazione. Ora, da anni, nè la sua persona, nè i suoi occhi erano attratti dalla gelosia: ella aveva dimenticato che da quel balcone, alto come una torre, sul giardino del convento e sul Corso Vittorio Emanuele, aveva dimenticato che da quel balcone si scorgeva il mondo.
Neppure nella triste sera in cui don Ferdinando de Angelis aveva data la notizia orribile, rientrando nella sua celletta per riposare, suor Giovanna della Croce si era accorta, più, che vi fosse un balcone. La notte era lunare: passando pei lunghi chiostri, nel movimento del ritorno alle celle, ella aveva visto il cielo chiarissimo, e le estreme mura del convento fatte anche più bianche. Ora, chiusa la piccola porta della sua cella, senza mettere il catenaccetto, perchè la regola lo proibiva, suor Giovanna era caduta inginocchioni, innanzi alla sua sedia, col moto abituale di ogni sera, tendendo le braccia al Crocefisso. Ma se le sue labbra mormoravano le rituali parole dell'orazione, l'anima sola si concentrò nella preghiera, restando confusa, turbata, agitatissima.
Da molti anni, suor Giovanna aveva obbliata ogni cosa della sua vita anteriore alla monacazione. Prima dolorosa, angusta, opprimente, insopportabile a un temperamento passionale come il suo, la vita delle Trentatre aveva finito per domare quell'anima ribelle, quel cuore impetuoso, quel sangue troppo caldo. Suor Giovanna della Croce aveva molto patito, dei suoi voti: aveva pianto di rabbia, di noia, di tristezza, di languore, per molto tempo: ma le supreme consolazioni, lente, tranquille, costanti, erano discese su lei, con il regime mistico, morale e fisico di una esistenza claustrata, con quelle consuetudini umili, semplici, candide, quasi puerili, delle giornate monacali, con quel rimpiccolimento della esistenza materiale, quella continua elevazione spirituale nelle orazioni, con quelle formule sempre ripetute del rito che spezzano le volontà, suadono le volontà spezzate e stringono l'esistenza in un anello. La regola delle Trentatre, così austera, così dura, così assoluta, le era divenuta dolce, ella ne seguiva tutti gli ordini, con cuore obbediente e persino tenero.
Suor Giovanna era stata, nel mondo, una creatura d'impulso, facile all'entusiasmo, alle lacrime, al furore: nel chiostro, tutto questo ardore si era temperato, equilibrato, si era messo fedele e umile al servizio di Dio. Le era dolce, questa regola, per cui, con gli anni, tutto il passato si era cancellato dalla sua memoria. Chi era più, lei? Non una donna, non una creatura muliebre: era una monaca, una sepolta viva. Come mai si era chiamata, nel mondo? Non lo ricordava. Sapeva solo il suo nome del chiostro: il nome preso in omaggio al suo Signore e al suo dolore, il nome di suor Giovanna della Croce. La pace, l'obblio, un'altra vita, quello che essa aveva chiesto al Cielo, dandogli la sua gioventù, la sua bellezza, il suo ardente desiderio di amore, di gioia, di felicità, le era stato accordato. Aveva la pace e aveva l'obblio: viveva un'altra vita.
Non poteva, in quella sera, pregare, la Sepolta Viva! Fra le incertezze mortali del suo spirito, deviato dal suo corso naturale di pensieri e di sentimenti, sentendosi strappata, crudelmente, alla pace, all'obblio, alla sua seconda vita, brani di esistenza le riapparivano innanzi alla mente, da anni ed anni mai più evocati, nelle ore di solitudine, da anni ed anni mai più semplicemente rammentati. Si nascondeva il viso fra le mani, la suora, quasi per difendersi contro l'assalto delle memorie. Ella si era chiamata, nel mondo, Luisa Bevilacqua. Aveva appartenuto a una famiglia di borghesi agiati: i suoi genitori avevano un commercio, all'ingrosso, di mercerie. Ella non aveva se non una sola sorella, Grazia Bevilacqua: un solo fratello, Gaetano Bevilacqua. Il fratello era maggiore di lei, di età: minore, la sorella. Ah, ora li rivedeva, ambedue: la sorella bionda, grassotta, bellina, vanitosa dei suoi occhi azzurri e dei suoi capelli d'oro, mentre ella, Luisa, era bruna, alta, snella, col viso lungo, non bello, con gli occhi neri, vivaci e i folti capelli neri, il tipo comune napoletano: rivedeva il fratello Gaetano, bel giovane, elegante, sprezzatore della borghesia paterna, tutto dedito alla vita mondana, schiavo di amici più aristocratici di lui: li rivedeva, questo fratello e questa sorella, ambedue egoisti, freddi, calcolatori, avidi, sotto le seducenti apparenze della giovinezza e della leggiadria, ambedue adorati dai genitori, mentre ella non raccoglieva se non un affetto distratto e glaciale dagli stessi genitori!
— Signore, Signore, quanto mi hanno resa infelice! — ella disse, a bassa voce, rivolgendosi al Crocefisso.
Trasalì. Chi aveva parlato? Quale era quella voce che, come trent'anni prima, si lagnava di essere stata trattata con crudeltà dalla gente che più amava? Che era quel lamento? Altre volte, per anni, la celletta aveva udito quei gemiti, quei sospiri, quei singulti. Ma, da tutto quel tempo, la sua grande sventura si era dileguata, come una nuvola al vento: da tanto tempo, il suo cuore era risanato dalla ferita sanguinolenta! Chi le mostrava, ancora, quel puro sangue del suo cuore, sgorgante per un colpo datole da una mano fraterna? Luisa Bevilacqua, nel mondo, a venti anni, aveva amato, di un amore forte e geloso, un giovane, non del suo ceto, più ricco, più fortunato, un giovane che si chiamava Silvio Fanelli: ed egli aveva amato Luisa, con trasporto. I genitori Bevilacqua assegnavano a Luisa, per il giorno in cui si maritasse, trentamila lire di dote, mentre Grazia, sua sorella, la carità, ne aveva cinquantamila: mentre Gaetano, il primogenito, il maschio, il signore della casa, aveva tutto il resto della fortuna, non piccola. Fiera, generosa, disinteressata, Luisa Bevilacqua non chiedeva ragione della disparità: sapeva che si sarebbe maritata per amore e non per danaro: sapeva che il suo Silvio era, egli stesso, nobile, leale, sincero. Le nozze fra Luisa e Silvio furono presto accordate, per contentare l'ardente passione che li legava. Il giovane adorava la sua fidanzata, la fidanzata adorava Silvio e ne era mortalmente gelosa.
— Oh Dio, voi sapete come mi fu tolto! — ella esclamò, battendo con la fronte sulla paglia della grezza sedia.
Ancora! Ancora! Ancora suor Giovanna della Croce ripeteva il grido di disperazione di Luisa Bevilacqua, la sepolta viva ripeteva l'atroce parola che aveva infranto il cuore della fidanzata! Poichè ella era stata tradita. Come la luce del sole, a Luisa Bevilacqua era stato chiaro il tradimento di Silvio Fanelli con sua sorella, Grazia Bevilacqua. Avevano scherzato insieme, prima, i due traditori; egli senza pensarvi troppo, con la fatuità degli uomini, l'altra per il desiderio di far dispetto alla sua sorella maggiore: a poco a poco, si erano inoltrati nella via dell'amore, prima celatamente, col gusto del frutto proibito, poi tanto apertamente, affrontatamente, da far tutto noto alla tradita. Perchè non era ella morta di dolore, in quel giorno della scoperta? Non era morta, per orgoglio. Nessuno aveva avuto una parola di biasimo per i due traditori: nessuno aveva avuto una parola di pietà per Luisa Bevilacqua. Ella si era irrigidita, contro lo spasimo. I suoi genitori, suo fratello, i parenti, gli amici, tutti avevano congiurato per trovar grazioso che un fidanzato passasse da una sorella all'altra, avendovi pensato meglio: e che sposasse la seconda, invece della prima. Ella stessa, la tradita, pallida, immota, incapace di lamento, aveva dichiarato che non teneva a Silvio, che non teneva al matrimonio e che volentieri cedeva quel fidanzato a sua sorella. Volentieri! Ella aveva pronunziato quella parola, spinta da una forza interiore. Qual forza?
— Eravate voi. Signore, che mi chiamavate, — mormorò la suora, guardando Gesù in croce, subitamente intenerita.
Sì, il Signore l'aveva chiamata a sè, poichè il mondo di egoisti, di disumani, di crudeli, non era fatto per quell'anima appassionata di Luisa Bevilacqua: poichè la immensa delusione dell'amore ne aveva incenerito ogni speranza e ogni desiderio, dandole solo la nostalgia della solitudine e della preghiera, poichè tutti coloro che ella aveva amati, erano stati falsi, sleali, brutali, con lei: e una sola via di verità, di dolcezza, di luce, le balenava, innanzi. Prima che le nozze di sua sorella Grazia Bevilacqua con Silvio Fanelli fossero celebrate, Luisa Bevilacqua aveva dichiarato, fermamente, recisamente, che non poteva resistere alla vocazione pel chiostro: che questa vocazione era così vivace da farle prescegliere il convento governato dalla regola più aspra, dove la clausura non fosse solo perpetua, ma rassomigliasse alla morte. Certo, coloro che avevano tradito e i loro complici se ne turbarono: certo, tentarono vagamente di distorla: certo, non seppero spiegare al pubblico, onestamente, quella risoluzione. Furono vani tentativi di opposizione. La fanciulla li vinse. Quando entrò, come novizia, nel monastero delle Trentatre, aveva ventidue anni; ne aveva venticinque, quando pronunciò i voti eterni: ed erano, adesso, trentacinque anni che ella aveva posto il piede nel convento fondato da suor Orsola Benincasa, senza uscirne mai più, senza mai più rivedere nè i genitori, nè fratello e sorella, nè parenti, nè amici, mai più.
— Solo voi, Signore, — ella soggiunse, dolcissimamente, guardando il Redentore, sulla croce.
Questa era la semplice e comune istoria di suor Giovanna della Croce. Così le si ripresentava, tutta quanta, questa volgare istoria, nella notte silenziosa, nella solitudine della sua cella. Altre volte, quando era ancor giovane, nel convento, e i suoi capelli tagliati crescevano irruentemente, sotto la bianca benda che le fasciava la fronte, questa storia le era parsa un dramma tremendo, che solo il suo cuore era stato capace di subire, senza rompersi per lo schianto: altre volte, nella sua piccola mente, ingrandendo i contorni dei fatti, nel bollore del suo sangue giovanile, sotto le sue vesti nere di sepolta viva, sotto il suo gran velo nero che mai, mai, la monaca deve rialzare, innanzi ad altri, le era parso di essere l'eroina del romanzo più straziante. Lentamente, tutto questo aveva perduto ogni grandezza, ogni importanza, ogni valore: lentamente, i fatti si erano diminuiti, diminuiti, erano spariti: e i sentimenti ardenti si erano smorzati, sotto un velo crescente di cenere. Anche adesso, in questa notte di inquietudine, di dubbio, di tristezza, la sua storia, riapparsa in tutta la sua precisione, non le era sembrata la sua, ma quella di un'altra: le parole che le erano sfuggite, non erano partite da lei, ma da un'altra persona, che era vissuta, nel passato, che era sparita, nel presente. Ella si era liberata, in Gesù. Non certo, aveva avuto le crisi mistiche della Grande Carmelitana, nè i trasporti di Santa Caterina, nè le estasi di suora Luvidina: la sua fede era stata breve, circoscritta, modesta, continua; e la sua fede, così come era stata, le aveva data la liberazione.