Kitabı oku: «Lo Spirito Del Fuoco», sayfa 21
Raggiunti i suoi appartamenti, nervoso più che mai, cercò di ritrovare la calma necessaria per rimanere lucido. I suoi poteri non avevano alcun effetto sul suo signore e proprio questo era lo scopo della sua missione. Riuscire a strappare quel sigillo dell’immunità a Mang per potersene impadronire. Così facendo, sarebbe diventato praticamente invincibile. Ma negli anni, di progressi ce n'erano stati ben pochi. Antico e arcano incantesimo, quello che proteggeva l'elfo da ogni tipo di magia sembrava sempre più inarrivabile. Se voleva però distruggere l'ordine che lo aveva addestrato, per rifondarlo dal principio, doveva pazientare. Ora come ora, contro i suoi maestri non avrebbe avuto scampo. La vendetta doveva ancora aspettare.
Nello sfarzoso palazzo, Mang era già con la mente al memorabile scontro del giorno seguente. Aveva già mandato tutti gli inviti ufficiali ai suoi clienti, informandoli appunto del glorioso evento.
Quella perdita, per quanto fastidiosa, non lo turbò minimamente. Aveva perso un affascinante e costoso centauro, questo era vero, ma aveva comunque avuto le conferme attese della potenza del grosso nano. Nel ripensare alla storia dell'assassino dai capelli color fuoco, sgranò gli occhi sentendosi decisamente fortunato. Pochi giorni prima, il nano gli si era presentato di sua spontanea volontà, offrendosi appunto per i combattimenti nell’arena. Inaspettato e avvolto dal mistero, Mang lo aveva accettato senza imporgli il collare magico e l'uccisione della creatura di quel giorno preannunciava grossi profitti.
In più, a rendere ancora il tutto migliore ci avevano pensato quei tre ladri viaggiatori.
«Epico!» sussurrò strofinandosi le mani.
20
Nella fredda, umida e maleodorante cella, Jack fissava il vuoto nel più totale silenzio seduto con la schiena poggiata alla roccia .
Nella sua mente, la macabra esecuzione. Non era dispiaciuto per il centauro. In fondo, per quel poco che lo aveva visto, se l'era quasi meritato. Spietato assassino, ora non avrebbe più fatto del male a nessuno. Ma a bloccarlo erano le immagini della morte in sé e della testa mozzata immersa nel suo stesso sangue. Gli occhi del nano, arancioni e ambrati, fissi nella sua mente. Calmi e profondi, quasi fosse stato un gesto come un altro.
Cosa sarebbe spettato a lui? Morire miseramente in un modo atroce simile a quello o trasformarsi in un killer senz'anima?
In quel momento, la gloria dell'eroe salvatore della Grande Costellazione non aveva più alcuna candida e gloriosa sfumatura. Avrebbe dovuto uccidere più e più volte o essere ucciso. Come poteva farlo? Cosa avrebbe potuto pensare la sua adorata e ormai perduta madre nel vederlo?
Gli occhi colmi di tristezza e delusione della donna gli squarciarono la mente facendogli così scendere alcune lacrime.
Apprese tutte le informazioni, Boris continuava ormai da diversi minuti a girovagare avanti e indietro sbuffando a intervalli quasi regolari.
«Non possiamo stare un secondo di più!», esordì preoccupato.
«Per ora è impossibile, dobbiamo pazientare» replicò Santos frustrato.
Dire quelle parole gli rivoltò lo stomaco. Vedere il suo protetto logorato e non poter far nulla lo uccideva ogni secondo di più. Un destino ingiusto lo attendeva e senza via d'uscita.
Cercando di nascondere il più possibile il suo stato d'animo, guardò il suo piccolo e barbuto amico forzando un lieve sorriso.
Il folletto decifrò subito e cercando di non abbattersi, non continuò ulteriormente.
Nel più totale silenzio, Gabriel rimase in disparte.
I sensi di colpa, che sembravano avergli dato tregua, erano tornati più forti di prima.
Tutto quel che stava succedendo era colpa sua. Il giovane terrestre non meritava di stare in quel luogo maledetto. Il suo migliore amico era venuto a chiedergli aiuto e in cambio si era ritrovato immischiato nei suoi casini. Lievi scariche elettriche gli attraversarono le braccia convogliando poi nelle sue iridi color ghiaccio facendole scintillare nel buio.
Se come sempre non si fosse lasciato dominare dalle proprie emozioni e da quell’istinto innato che aveva nel mettersi nei guai, tutto quello non sarebbe mai successo e i suoi amici non si sarebbero mai trovati in quell’angusta situazione. Guardò l’astro con un nodo allo stomaco sapendo quanto aveva rischiato il suo amico decidendo di andare a Ishcor per porre fine a quell’interminabile fuga che era diventata la sua vita nell’ultimo periodo. Chiuse gli occhi dal dispiacere, per poi riaprirli posando lo sguardo sul giovane. Strinse i pugni dal nervoso.
Il destino lo aveva già preso di mira affidandogli quell’infausto compito tanto importante quanto pericoloso e di certo, l'ultima cosa di cui aveva bisogno era ritrovarsi in quella montagna circondato dalla morte.
E se l'unica possibilità di salvezza per i dieci mondi fosse svanita per colpa sua? Quel pensiero lo trapassò nell'anima.
Se non poteva rimediare ormai al passato e agli errori commessi, avrebbe cambiato il presente e così il futuro. Zeno non sarebbe morto per nessuna ragione, a costo della propria vita.
Se qualcuno mai lo avesse dovuto ricordare di certo non lo avrebbe fatto come la causa principale della rovina della Grande Costellazione.
«Jack».
«Sto bene» rispose il ragazzo anticipando la domanda del suo maestro dalla pelle olivastra.
«Ragazzi», provò a richiamare l'attenzione il piccolo e paffuto folletto senza successo.
Nessuno gli rispose e le sue furono le ultime parole di quell'orribile giornata.
I quattro rimasero in silenzio per alcune ore, illuminati lievemente dalla luce delle torce del piccolo corridoio. Giunta sera, il re dei folletti delle terre dell'Ovest evitò di evocare le sfere luminose, consapevole della voglia di ognuno di restare solo con se stesso.
Jack trovò a fatica la posizione meno scomoda per la sua schiena e, in una leggera smorfia di dolore, chiuse gli occhi con la speranza di prendere sonno il più velocemente possibile.
Nella sua mente, l'orribile esecuzione, il sangue e la morte.
Per fortuna, dopo alcuni minuti, la stanchezza prese il sopravvento dandogli così un po’ di tregua e facendolo smettere di soffrire.
Il corpo, ma ancor di più la mente, erano giunti al limite.
Non passò molto che a ruota anche i suoi tre compagni si lasciarono alla stanchezza. Nel buio più totale e accompagnata da alcune stridule urla provenienti da chissà quale cella lontana, finalmente arrivò la pace.
Erano stati giorni duri per tutti. Anche per Boris che, rimanendo nell'anonimato più totale, continuava costantemente a mantenere vivo l'incantesimo sul viso del giovane salvandolo così da una morte certa.
Il suo, il compito più delicato e faticoso.
Avvolto nella pelliccia di pelle d'orso del mantello di Zeno, bacchetta alla mano, dopo svariati minuti, iniziò il suo consueto concerto notturno tra brontolii più o meno acuti.
Davanti a lui, un piccolo sentiero.
Trasalì.
Tutt'intorno, in costante movimento e preda del forte vento, una fitta vegetazione dai freddi colori illuminata dalla flebile luce lunare.
Jack, spaesato, alzò lo sguardo al cielo solo per accorgersi che, fitti e intrecciati tra loro, i lunghi rami ne coprivano la visuale.
Com'era finito in quel luogo?
Le sue memorie, quasi del tutto assenti.
Infreddolito, si avvolse completamente nel suo caldo mantello. Per quanto limitata dalle aperture all'altezza degli occhi dell'orso, la visuale rimase discreta.
Dopo alcuni secondi, confuso, decise di proseguire.
Doveva trovare un riparo.
La direzione del vento cambiò improvvisamente arrestandone quasi l'avanzata.
Com'era finito in quel luogo?
La risposta, avvolta dal mistero.
Un tuono assordante squarciò l'aria.
Sussultò.
Alcuni secondi dopo, un fulmine si diramò in ogni direzione illuminando fortemente il paesaggio.
I ricami bianchi del mantello si accesero come fari.
L'aspra vegetazione prese vita brevemente mostrandosi tetra e avvolgente.
Si guardò indietro, nessuno.
Dov'era?
Il tempo di un sol pensiero e la tempesta esplose furiosa.
Tremò ripetutamente.
Scosse il capo, doveva fuggire.
Dalle chiome degli alberi, grossi rami iniziarono a precipitare al suolo.
La corsa iniziò schivando i numerosi ostacoli.
L'acqua, ormai inarrestabile, gli limitò con decisione la vista.
Che il mondo stesse per finire?
Com'era finito in quel luogo?
Le immagini intorno a lui, sfocate e confuse.
La terra, colpita ripetutamente dalla pioggia, si trasformò.
Un mare di fango in discesa libera.
Gli stivali impantanati.
Perché stava salendo?
Non lo sapeva.
Ma doveva.
A guidarlo, un richiamo indecifrabile.
Dopo alcuni inutili tentativi di trattenere il cappuccio, si arrese alla forza del vento.
Come corridori centometristi, i capelli schizzarono indietro all'unisono in preda alle intemperie.
Ogni movimento gli fu improvvisamente impossibile. Dalle ginocchia in giù, cementificato nel denso fango.
Imprigionato al suolo e in balia dell'implacabile tempesta.
Perché tutto questo?
La voglia di salire superò ogni cosa.
Strattonò con forza facendo scivolare fuori le gambe dagli stivali.
La corsa iniziò.
Sotto i nudi piedi, il freddo e viscido terreno.
Da dove arrivava tutta quella determinazione?
Percepì il grande pericolo.
Ne sentì la presenza.
Quell'istinto, mai provato prima, ancor più forte.
Esausto, raggiunse la cima della collina.
Il cielo, finalmente visibile.
Tremò.
Grossi banchi di nere nuvole, ormai vicine.
Quelle color fumo tutt'intorno, spostate con decisione.
Che fosse l'apocalisse?
Senza accorgersene, si ritrovò con le ginocchia al suolo privo di forze. Aveva faticato, molto.
La mente smise di pensare e, in un secondo, si bloccò.
Le ultime e irrisorie energie lo abbandonarono.
Torcendosi, cadde con la schiena nel fango da cui, ripetutamente, aveva cercato di scappare.
Intrappolato, non poté far altro che perdersi con lo sguardo nelle oscure nubi ormai sempre più vicine.
Spinta dal vento, la pioggia continuò a infrangersi sul suo viso graffiandolo più e più volte.
Voleva scappare da quel luogo indefinito.
L'ingannevole istinto che con tanta tenacia lo aveva spinto fin lassù, svanito nel nulla.
Paura, quella era rimasta.
Puro e semplice terrore.
Passò qualche secondo e, come predatrici affamate, le tetre nubi lo raggiunsero portando con sé lampi e tuoni mostruosi.
Lui, sempre immobile nel cemento fangoso.
Dal centro dell'oscuro banco, apparvero, come fari nella notte, due occhi di un giallo fluorescente.
Li fissò.
Si sentì morire.
Per la prima volta nella sua vita, provò il vero terrore.
Le paure passate, neanche lontanamente paragonabili.
Provò a urlare, senza successo, nella speranza che tutto finisse all'istante.
Nulla cambiò.
Gli occhi gialli, fissi su di lui.
Si sentì penetrare, nel profondo.
Nel cuore, nell'anima.
Con la bocca impastata di fango e piena d'acqua, tossì.
Stava piangendo terrorizzato, come non aveva mai fatto prima.
Le sue calde lacrime, perse nella tempesta.
Il folgore di un lampo illuminò il paesaggio. Una malsana risata echeggiò tra le colline seguita poi dal rombo di un forte tuono.
Gli occhi gialli si accesero mostrandosi ancor più minacciosi.
Provò ad alzarsi.
Non ci riuscì.
Il corpo non rispose, quasi ormai non fosse più suo.
Nuovamente la risata invase le vallate.
Con le tempie pulsanti all'impazzata, l'emicrania gli contorse il viso in un'espressione di dolore.
Cosa aveva fatto di così atroce per meritarsi tutto quello?
«Vieni da me!» ordinò una voce roca e profonda.
L'aumentare della paura sembrò non avere un limite in un'escalation quasi infinita.
Improvvisamente, a seguito di quelle roche parole, la terra cominciò a tremare con decisione.
Intorno a lui, enormi crepe spaccarono il terreno.
Tutto iniziò a franare.
Lui, ancora lì, immobile e senza via d'uscita.
Qualcosa però si mosse sotto la sua schiena. Un enorme masso uscì con forza dal terreno portandolo in alto, verso l'oscurità.
Il fango schizzò via spinto dal vento.
Non ne era più prigioniero.
Provò ad alzarsi.
Non ci riuscì.
Gambe e braccia bloccate nella fredda roccia che, inesorabile, continuava la sua scalata.
Sul suo viso, decine di graffi causati dall'inarrestabile e violenta tempesta.
Intorno a lui, vortici d'aria impazziti iniziarono le loro ritmiche danze.
Alberi, dalle svariate misure, a fargli da sfondo sradicati e in preda alle incontenibili raffiche.
La roccia si arrestò stabilizzandosi in quell'apocalisse.
«Vieni da me!» sibilò ancora la voce ormai a poche decine di metri di distanza da lui.
Gli occhi, più grandi e minacciosi.
Jack digrignò i denti.
Ogni nervo del corpo iniziò a bruciargli quasi circolasse lava al posto del sangue nelle sue esili vene.
Che quella fosse la sua fine?
Poco distante dai gialli occhi, emerse, dalle tetre nubi, una lunga e acuminata lancia dal manico argentato e dalla violacea punta.
«Vieni da noi!»
Accaldato, Boris si svegliò all'improvviso.
Qualcosa non andava.
«Maledizione!», imprecò uscendo come un fulmine dalla tasca del mantello.
«Svegliati, ragazzo!» urlò il folletto in preda al panico muovendogli la testa con tutte le sue forze senza però ottener risposta.
«Cosa succede?» domandò Santos alzandosi come una furia dal suo giaciglio.
«Quello che temevi!» gli rispose Boris, continuando a scuotere il capo del ragazzo.
La lancia puntò su di lui.
La secca risata si amplificò.
Martoriato dalle intemperie, si lasciò andare ormai sconfitto.
La sua fine era arrivata.
Gabriel non capì.
Cosa stava succedendo di così grave?
«Svegliati, Jack, svegliati…» urlò ripetutamente Santos spaventato.
Boris insieme all’amico scosse il ragazzo, senza però nessun risultato.
Quasi fosse morto, il corpo di Zeno non diede nessun cenno di vita.
«Sveglialo tu!», l’astro si girò verso l’amico dalla pelle blu con la faccia sconvolta.
«Feriscilo se necessario, ma sveglialo immediatamente!», continuò disperato scuotendo il corpo sempre più caldo del giovane.
Gabriel, confuso e agitato, non se lo fece ripetere e, facendo riferimento alle poche energie rimastegli, caricò entrambe le mani che nel buio iniziarono a scintillare.
«Ora!», esplose Santos leggendo le perplessità dell'urano.
Gabriel, con le sue lunghe dita blu, avvolse i polsi del giovane e, dato ancora un ultimo sguardo all'amico, rilasciò l'energia accumulata nell'esile corpo del salvatore.
Davanti a sé, a pochi metri, l'affilata lancia pronta a colpirlo.
La testa, come il resto del corpo, in un turbinio di dolore senza uscita.
Ma dal nulla più lontano, arrivò improvvisamente un lieve formicolio ad attraversargli le carni doloranti.
La fredda roccia si frantumò in una forte esplosione, liberandogli così braccia e gambe.
E ora che stava accadendo?
Non essendo più sorretto, iniziò la caduta.
Nel precipitare, il dolore iniziò ad affievolirsi rapidamente.
Gli occhi nel cielo si accesero di collera e un urlo disumano lo costrinse a tapparsi le orecchie.
Tutto iniziò a sgretolarsi, dalle colline agli alberi.
La tempesta si quietò e del forte vento e dei suoi vortici si persero le tracce in pochi istanti.
Perché ancora non era morto?
Cosa stava aspettando il fato a prendersi la sua giovane vita?
Lo voleva anche lui e in fretta.
Basta sofferenze, paure e atrocità.
La morte avrebbe messo fine a ogni cosa, regalandogli così quella pace che tanto bramava.
Nulla era rimasto dell'aspro ambiente.
Solo lui, in compagnia delle urla terrificanti.
Degli occhi gialli ormai solo più puntini in lontananza.
In quel precipitare senza fine, un nodo gli bloccò la gola.
Che quella fosse la sua morte?
Un continuo franare nell'oblio?
Ma i gialli occhi svanirono, le urla cessarono e tutto si dissolse in un istante.
Spalancò gli occhi senza fiato.
Davanti a lui, immobili, le sagome dei due maestri.
Aggrappato al suo collo, Boris scoppiò di gioia.
«Gia… Gia… Gialli…» farfugliò il ragazzo tremante.
Con il cuore in pezzi, Santos si passò le mani fra i lunghi capelli corvini.
Per Gabriel, ancora tutto confuso.
Che cos'era successo?
«Come ti senti?» domandò l'astro in preda al panico.
La voce ci mise qualche istante a tornare e, dopo alcuni secondi di silenzio, il giovane rispose.
«Bene!», era confuso, terribilmente confuso. Nella sua mente, le immagini ancora nitide dell'accaduto.
Agitato tanto quanto l'astro, Boris evocò subito le quattro sfere illuminando così leggermente la fredda e umida cella.
«È passato, sei di nuovo con noi», lo consolò il folletto forzando un sorriso.
«Racconta!» gli ordinò Santos con decisione dopo avergli esaminato da vicino gli occhi in cerca di anomalie.
Jack trasalì.
Il suo maestro sapeva? Com'era possibile?
Eppure non tanto se voleva sentire il suo racconto.
La situazione, decisamente confusa e delicata.
Zeno sospirò.
In fin dei conti era giusto informare i suoi compagni, anche se il motivo di così tanto interesse ancora non gli era chiaro.
«Un sentiero tortuoso pieno di alberi. Il vento, la pioggia e il fango. Una collina da salire. Un qualcosa che mi spingeva ad arrivare in cima».
Nel vederlo così scosso, Gabriel provò a decifrare quelle parole apparentemente senza senso. A fianco a lui, Santos immobile e attento più che mai a quella sintesi.
«La tempesta mi colpiva ripetutamente graffiandomi», nel dirlo, il giovane si passò la mano sul viso e di colpo si bloccò.
«Com'è possibile?» urlò disperato.
«Calmati, calmati e vai avanti!»
«Come posso calmarmi? Perché ho il viso pieno di graffi?»
Jack, com'era plausibile, stava nuovamente perdendo il controllo.
Come avrebbe potuto il suo maestro spiegargli l'accaduto in quelle condizioni?
Boris farfugliò alla veloce e, in men che non si dica, le ferite sul volto del giovane svanirono senza lasciar alcuna traccia.
«Ora calmati, ragazzo!», lo rassicurò il folletto invitandolo a toccarsi nuovamente il viso.
Con stupore e sollievo, Jack notò l'istantanea guarigione e ancora turbato proseguì.
«Nere nubi, prigioniero nel fango, occhi gialli…», si arrestò il giovane tremante.
«Non avere paura, è tutto finito, non temere!», lo rincuorò Santos poggiandogli entrambe le mani sulle spalle calorosamente.
«Vieni da me, da noi. Mi volevano prendere. Il terremoto, bloccato nella roccia. Le nubi vicine, la lancia. Mi voleva!», si bloccò per alcuni secondi e poi riprese.
«Un formicolio, urla disumane, il buio, la calma e il risveglio», terminò Jack ancora traumatizzato.
Nel sentirlo, i suoi compagni tremarono. Non era riuscito a formulare un discorso, mettendo una dopo l'altra le parole.
Quelle informazioni però, per quanto disordinate, furono più che sufficienti all’astro per avere la conferma di quel che era accaduto.
Gabriel, ancora più confuso, continuò a non pronunciarsi, percependo comunque la gravità della situazione.
«È tutto finito, ragazzo», gli sorrise Boris riuscendo a malapena a nascondere la sua preoccupazione.
«Parlami di questa lancia, com'era fatta?», Santos lo fissò con gli occhi spalancati portandosi nuovamente i capelli indietro con entrambe le mani.
In ogni suo gesto, ansia e paura.
Nel vederlo in quello stato, Gabriel si preoccupò seriamente. Non era da lui perdere il controllo della situazione.
In questa circostanza, Jack non riuscì a trovare la forza e la rassicurazione dal suo maestro.
Da quando tutto era iniziato, l'astro era diventato il suo punto di riferimento. Forte, deciso e calmo in ogni situazione. Vederlo in quelle condizioni lo spaventò ancor di più.
«Jack, com'era fatta!» ripeté il maestro alzando la voce.
Boris lo guardò sbigottito.
«Lunga, con il manico argentato e la punta violacea» rispose il ragazzo tutto d'un fiato sentendosi quasi minacciato.
Stava riuscendo a calmarsi, ma il comportamento dell'astro non lo aiutava di certo.
Perché era così agitato?
Cosa sapeva di così grave?
Deglutì.
«Ti ha colpito?», continuò Santos con gli occhi ormai fuori dalle orbite.
«Stava per farlo, poi tutto ha iniziato a crollare e svanire».
L'astro si lasciò andare in un forte e vistoso sospiro di sollievo e, senza accorgersene, abbracciò il giovane come mai aveva fatto prima.
La paura, l'ansia e le frustrazioni si affievolirono in entrambi in quel sano e spontaneo gesto d'affetto.
Boris sorrise, stava per esaurire anche lui nel vedere l'amico protettore della natura in quello stato.
Non avendo capito nulla di quel che era accaduto, Gabriel alzò gli occhi al cielo conscio comunque del pericolo scampato.
«Dimmi cos'è successo…» domandò Jack spostandosi indietro per guardarlo negli occhi.
Santos tentennò un istante ma, consapevole che anche il giovane doveva sapere, sospirò pronto a dargli ogni spiegazione.
«Questa notte, come già accaduto quella mattina a Sentils, Marmorn e il Trokor hanno cercato nuovamente di avvicinarsi a te.», si fermò improvvisamente cercando di chiamare a sé le giuste parole.
«Ti vogliono e sanno che l'unico modo per averti è avvolgerti nelle tenebre». Non era facile dover dire quelle cose a un ragazzo che già stava attraversando tutto quello, ma non c'erano altre soluzioni, doveva sapere.
«Solo così potranno poi usare il potere racchiuso nel tuo cuore per i loro sporchi piani di vendetta e conquista».
Gabriel, in assoluto silenzio, ascoltò stupefatto.
«Sogni d'iniziazione, così si chiamano».
Sospirò nuovamente l’astro, calibrando le parole.
«Appartengono all'antica magia nera e in tempi passati furono utilizzati da Marmorn in persona per reclutare i suoi servitori.
Infidi e oscuri portarono molti dall'animo buono a servirlo come fedeli adepti. È una stregoneria potente che modifica le radici dell'animo di ogni individuo».
Nella mente di Gabriel, finalmente, si stava delineando una spiegazione.
«Ti fanno assaporare il dolore, te lo fanno vivere fino all'estremo, rendendoti così vulnerabile. Nel punto di massima debolezza, innestano dentro il tuo cuore il seme del male e in un batter d'occhio, quel che eri svanisce».
Jack non si mosse di un centimetro e, immobile, continuò ad ascoltare mentre dentro di lui tutto tremava.
«Stiamo parlando di magia così antica da essere ormai sconosciuta. Sappiamo però una cosa molto importante. Per quanto forte e infima, la si può combattere».
Boris lo fissava ormai da diversi minuti, rapito come i suoi due compagni dalle sue parole. Macabra e al contempo misteriosa, quasi affascinante. Eppure realtà, dura e cruda realtà da combattere a ogni costo.
«Fortunatamente la lancia non ti ha colpito e in tempo siamo riusciti a bloccarlo. Purtroppo per il primo sono arrivato tardi, ma non devi preoccuparti, non permetteremo più a quelle orribili creature di entrare nei tuoi sogni e di farti del male». Terminò Santos cercando comunque di confortarlo con uno sguardo deciso e sicuro.
«Devi essere forte, ragazzo, il più forte possibile e non parlo di muscoli. La tua mente dovrà rimanere sempre solida e mai vacillare. L'odio e la vendetta sanno come instaurarsi in ognuno di noi. Se non combatterai lascerai loro la strada spianata!», s'intromise il folletto risoluto.
Non era da lui fare il tenero e il discorso appena concluso ne era la prova.
Jack, turbato nel profondo, si ammutolì per alcuni minuti. Quelle informazioni lo avevano scosso seriamente.
Poi, nel silenzio più totale, si alzò di scatto.
«Non permetterò più a quegli infami bastardi di impadronirsi della mia mente, non ho paura, li combatterò!», esordì con determinazione stringendo i pugni.
L'astro rimase di stucco nel sentire quelle parole.
Guardando quel giovane terrestre dal corpo così esile quanto pieno di coraggio si commosse e per la prima volta da quando tutto era iniziato, vide in Zeno il salvatore che era in lui.
«Ti proteggerò a ogni costo, puoi starne certo. Diventerai il guerriero che sei destinato a essere!» esordì Gabriel in un tono fin troppo serio anche per lui.
Nel sentirlo, Jack accennò un sorriso di commozione e, al suo fianco, Boris spalancò la bocca incredulo per poi rilassarne i piccoli muscoli, facendo così svanire la sua consueta smorfia boriosa.
Nel frattempo, in un'altra cella a diversi corridoi di distanza, altri occhi non erano riusciti a prender sonno.
Abù, nell'oscurità della sua minuscola e gelida prigione, non riusciva a trovare pace ormai da ore. Quella notte, aveva deciso di non mentire più a se stesso e, come un fiume in piena, molteplici sensazioni lo avevano invaso in un turbinio di malessere. Aveva paura, non riusciva più a nasconderselo.
La nostalgia della sua terra e dei suoi cari gli attanagliava lo stomaco.
Maledì più e più volte, pugni al muro, il giorno in cui, spinto da una sensazione ignota, aveva lasciato il suo villaggio.
Per cosa poi? Per finire burattino di un carnefice senza scrupoli? Quello era il destino che la vita aveva in serbo per lui? Perché?
Erano mesi che combatteva senza tregua, incontro dopo incontro e allenamento su allenamento. Tutto questo, proprio per non dar modo alle sue malinconie di avvolgerlo maledettamente come in quel momento.
Aveva finito però le energie.
La forza del suo cuore ormai vacillava e la determinazione di poter riassaporare la libertà, un lontano ricordo.
Rientrato nella sua cella quella sera, tutto fuoriuscì in un'esplosione vulcanica di tristezza e paura.
Mai come in quel momento la morte gli sembrò vicina.
Tutto a un tratto, la mente lo staccò dalla realtà.
Intorno a lui, fitta e rigogliosa, la vegetazione del suo pianeta natio.
Appollaiato e mimetizzato su un grosso ramo pronto a colpire.
Sotto di lui, a una trentina di metri, suo fratello impegnato a cercalo.
Aveva nascosto bene le sue tracce.
Con un balzo degno di un maestoso felino si lanciò giù, in picchiata, verso la sua preda.
Pochi metri ancora e avrebbe sconfitto il maggiore dei suoi fratelli.
La discesa fu rapida.
Pochi centimetri alla vittoria.
Sulle sue labbra, un secco sorriso soddisfatto.
Poi, in un battito di ciglia, il nero totale e un forte dolore alla schiena.
All'ultimo secondo il suo bersaglio, con un'inverosimile torsione del corpo, aveva schivato l'attacco gettandolo come un sacco di patate su un mucchio di rami secchi caduti dagli imponenti alberi circostanti.
«Aggraziato come un orso», lo schernì il fratello, aiutandolo a tirarsi su.
Tra le sue trecce colorate, i resti di un vecchio nido di chissà quale volatile.
Sputò qualche foglia amareggiato.
«Arriverà quel giorno, stai tranquillo!», scherzò Metèl, alzando le spalle ironicamente.
I due si guardarono per un istante e, spinti dal legame fraterno, si abbandonarono in una spensierata risata avviandosi verso il villaggio.
Quel ricordo gli scaldò a tal punto il cuore che una sola e singola lacrima gli rigò il viso.
Gli avevano insegnato fin da piccolo a controllare le emozioni. Un vero guerriero non è schiavo dei suoi sentimenti, ma li doma e sfrutta a proprio vantaggio.
Fissò l'oscurità con gli insegnamenti del padre scanditi nella mente e, a meno di un'ora dal sorgere del sole, riuscì a trovare quella flebile stabilità per poter chiudere gli occhi in un leggero e tumultuoso sonno.