Kitabı oku: «Lo Spirito Del Fuoco», sayfa 22
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La porta in legno si spalancò improvvisamente svegliando Jack di soprassalto.
Non era passato molto da quando, esausto, la stanchezza lo aveva fatto addormentare quasi obbligatoriamente.
I due maestri invece avevano deciso, senza neanche confrontarsi, di rimanere svegli in caso il sogno di iniziazione fosse ricomparso.
Il piccolo folletto, insonne anche lui, aveva monitorato, posizionatosi nella tasca interna del mantello, l'intera situazione basandosi sulla frequenza cardiaca del ragazzo.
Ormai, non potevano più permettersi la minima leggerezza.
Due bestioni dall'aria minacciosa si piantarono davanti alla porta invitandoli a uscire.
«Dormito male, ragazzi?», li schernì Gabriel indicando all'amico le orribili e deformi facce delle due creature.
Il più vicino, adirato, strinse i pugni nervosamente.
«Stai bene, amico? La mamma non ti ha fatto la colazione questa mattina?», continuò l'urano strafottente.
«Idiota!» sussurrò rassegnato Santos passandosi la sua lunga e affusolata mano sulle tempie.
Il cartno strinse ancor più forte i pugni a tal punto che dai palmi ne uscì del sangue.
Non ci pensò più.
Nei suoi tre occhi, l'istinto omicida. Scattò in avanti pronto a finirlo.
La pelle blu dell'urano si illuminò in un battibaleno avvolta da leggere e scoppiettanti scariche elettriche.
Santos ebbe solo il tempo di voltarsi che qualcosa bloccò il tutto.
L'abnorme guardia, pugni serrati, si immobilizzò a pochi centimetri dal suo bersaglio lasciandolo così stranamente stupito.
«Ha paura il ragazzo!», scoppiò Gabriel voltandosi verso l'amico alle sue spalle.
Il bestione si divincolò di scatto, bava alla bocca.
«Comprensibile!», continuò l'urano beffardo, ignaro di quel che stava accadendo.
Jack, indietreggiato al fondo della sala, ebbe un brivido lungo la schiena e, ancor prima di carpirne il significato, i suoi confusi presentimenti si materializzarono.
Dal nulla e nel poco spazio della cella, Zacaria apparve avvolto da uno sbuffo violaceo.
Gabriel, colto alla sprovvista, indietreggiò senza accorgersene.
Stupito quanto tutti i presenti, Santos si frappose fra lo stregone e il suo protetto, cercando di renderlo un movimento naturale.
L'ultimo che doveva dubitare qualcosa era proprio l'infame braccio destro di Mang.
«Stupida bestia!», insultò la guardia indignato Zacaria, senza degnarla di uno sguardo.
La seconda guardia si appiattì terrorizzata contro la parete dello stretto corridoio.
Il suo collega sarebbe morto sicuramente, non doveva fiatare o far altro nella speranza di non far la stessa fine.
L'aria si appesantì all'istante.
Immobilizzato interamente, il cartno finì contro la gelida roccia a pochi centimetri, contorcendosi su se stesso in posizioni innaturali sotto la potente magia.
«Cosa vuoi, fattucchiere?», esordì incurante Gabriel gonfiando il petto.
Santos sgranò gli occhi nel vedere l'amico comportarsi in quel modo spinto dall'orgoglio.
«Da te nulla, inutile urano!».
Così dicendo, con un lieve gesto della mano, lo scaraventò sulla parete poco distante dal cartno.
Santos, perso il controllo, scattò nel tentativo di soccorrerlo ma, in un battito di ciglia, rovinò al suolo ancor prima di accorgersene.
«Stupidi parassiti, non siete ancora morti solo perché il mio signore nutre una certa… chiamiamola simpatia nei vostri confronti».
Continuò Zacaria schifato, pulendosi delicatamente la sfarzosa tunica blu zaffiro dalla polvere di quel sudicio luogo.
«Bastardo!», si dimenò Gabriel invano, bloccato contro la fredda roccia.
Lo stregone ghignò soddisfatto nell'assistere per l'ennesima volta alla sua superiorità.
Poi, i suoi gelidi e sottili occhi corvini puntarono Zeno, come un leone con una gazzella.
«E tu, piccolo elfo, non ti scagli contro di me per salvare i tuoi amici?», lo incitò avvicinandosi minaccioso senza ricevere alcuna risposta.
«Come immaginavo», sputò a terra.
«Ah dimenticavo… questa mattina parteciperete agli scontri e son convinto che la fortuna non vi sarà nuovamente benevola», terminò dileguandosi nel nulla soddisfatto.
Il cartno, schiacciato contro la parete, cadde a terra privo di sensi libero dalla magia.
«Sporco bastardo!», inveì l'urano sbattendo i pugni contro il muro.
«Zeno, tutto bene?», lo soccorse istantaneamente Santos.
Nei suoi occhi una preoccupazione febbrile.
«Sì, tranquillo…» si limitò il giovane ancora scosso.
«Solo un verme può trattare così i suoi soldati», Gabriel si era voltato verso l'uscita vedendo così l'ingente quantità di sangue sgorgare dalle cavità oculari e nasali della guardia distesa al suolo. Il terzo occhio, quello più grande posto al centro della fronte, imploso in un susseguirsi di lembi di pelle raggrinziti.
L'abnorme cartno, ormai deceduto, per quanto viscido e crudele, trasmise ai tre uno strano senso di compassione.
Avevano a che fare con un vero e proprio diavolo, o almeno quello era il nome al quale Jack aveva associato il crudele stregone.
Per i due maestri, ci vollero comunque alcuni secondi per riprendere del tutto il controllo sul loro corpo.
L’altra guardia, ancora fuori dalla cella, intimò ai tre di uscire alzando la lunga e affilata spada al cielo, nel tentativo di risultare comunque minacciosa.
Nei suoi tre occhi però, il terrore.
Così si era da sempre fatto rispettare e temere Zacaria, massacrando e torturando chiunque non gli andasse a genio.
Jack, impaurito e provato per l’ennesima morte alla quale aveva assistito negli ultimi giorni, si alzò per uscire rassegnato dando un ultimo sguardo al corpo inerme e insanguinato del cartno. Un pensiero lo bloccò improvvisamente. Si voltò verso il fondo della cella, dove sulla parete c’era ormai la sagoma della sua esile schiena disegnata nello spesso strato di muschio. Si levò il mantello e, guardando dritto negli occhi il maestro, lo lasciò cadere al suolo con delicatezza. In risposta, l’astro mosse il capo approvandone l’idea.
Non poteva permettersi di mettere a rischio nuovamente la vita del piccolo folletto. I colpi subiti nel suo primo scontro erano stati sufficienti.
In quell’occasione, Boris aveva resistito come un vero eroe sotto i colpi incessanti della creatura, ma ne era uscito molto provato. Se gli fosse successo qualcosa, Zeno non se lo sarebbe mai perdonato. Anche Gabriel capì il gesto nobile del ragazzo e, dandogli una leggera pacca sulla spalla, lo seguì fuori dalla cella pronto allo scontro.
Dalla sua, Boris s'imbufalì.
Voleva scendere in campo, anche se nascosto, per sostenere e aiutare il giovane terrestre.
Di certo non voleva starsene con le mani in mano e tanto meno non assistere allo scontro.
«Lasciarmi in panchina!», sbuffò una volta rimasto solo uscendo dal mantello.
«Io, il re delle terre dell'Ovest in panchina», continuò iniziando il suo consueto avanti e indietro.
Adirato e ferito nel sentirsi messo in disparte, scattò verso l'uscio solo per poi fermarvisi davanti.
In quell'istante un pensiero lo bloccò.
Capì il motivo per il quale il giovane e i due maestri avevano preso quella decisione.
Certo, sul campo di battaglia, bloccato nella tasca del mantello come avrebbe potuto difendersi senza farsi scoprire? Quello, già un valido motivo che lo tranquillizzò. In più, aveva un compito di vitale importanza, mantenere l'incantesimo sul volto di Zeno.
Subendo colpi, sarebbe stato molto più difficile se non impossibile assicurarne gli effetti e i lineamenti da umano sarebbero così tornati segnandone la morte.
Rimanere nella cella era alla fine la scelta migliore sotto ogni punto di vista.
Si guardò intorno e dopo un lungo sospiro, si appollaiò su una piccola roccia. Decisamente preoccupato ma concentrato più che mai sull’incantesimo, sperò che tutto finisse al più presto.
I corridoi erano rumorosi quella mattina. Diverse urla provenivano dai piccoli cunicoli che si diramavano lungo tutta la montagna. L’intero accampamento era in movimento. Gruppi di guardie correvano a destra e a sinistra impegnati a radunare tutti gli schiavi presenti. Già da lontano, si sentiva il boato della folla che, a sentirne il fragore, doveva essere numerosa e impaziente di assistere agli scontri.
Santos tremò dal nervoso.
Non poteva permettere nuovamente che il suo protetto rischiasse la vita e d'istinto scattò senza accorgersene colpendo, con un potente calcio, la schiena della guardia davanti a lui.
I due compagni alle sue spalle rimasero spiazzati e senza parole. Il cartno cadde un paio di metri lontano da loro privo di sensi, lasciandogli così la via libera.
«Scappiamo!», si limitò l’astro svoltando in un cunicolo poco distante.
Jack, rimasto di stucco, sgranò gli occhi.
Confuso e invaso dall'adrenalina, si bloccò.
«Dobbiamo andare a prendere Boris, non possiamo lasciarlo qui», si rifiutò voltandosi in direzione della cella.
«Per lui non sarà un problema sgattaiolare fuori questa notte, ragazzo, ora dobbiamo pensare solo a uscire da questo posto nauseabondo il più in fretta possibile». Gli afferrò il braccio Gabriel.
«Muovetevi!» ordinò Santos tornato indietro, sbucando solo con il capo dal piccolo cunicolo nel quale si era tuffato pochi secondi prima.
L’astro non fece in tempo neanche a rigirarsi che una forza soprannaturale lo scaraventò ferocemente contro il muro alle sue spalle.
Gabriel bloccò nuovamente Zeno passandogli il braccio sul petto.
«Dove andate così di fretta miei cari ospiti?». Sibilò Zacaria manifestandosi improvvisamente davanti a loro.
«Infame bastardo!», perse il controllo Gabriel gettandosi contro il mago.
Ma tutto fu inutile. In una frazione di secondo, come accaduto diversi minuti prima nell'angusta cella, anche l’urano si ritrovò con la schiena contro la parete, nuovamente immobilizzato.
«Il mio signore tiene particolarmente alla vostra partecipazione quest'oggi e credo proprio che assentarvi ingiustificatamente lo porterebbe su tutte le furie.», continuò beffardo lo stregone fissando i due poveri malcapitati.
«Nuovamente il vostro piccolo codardo non viene in vostro aiuto», ironizzò puntando i sottili e funesti occhi in quelli del ragazzo.
Jack si pietrificò, non per via della magia, ma della paura. Lo sguardo diabolico del mago era secondo solo a quello della creatura dagli occhi gialli del sogno atroce fatto quella notte.
«Sarete scortati all’arena e…», s'interruppe dando sfogo a un infimo ghigno.
«Spero per la vostra incolumità che a nessuno venga più in mente di fare l’eroe. Perché finirebbe in un solo e unico modo». Terminò Zacaria facendo contorcere dal dolore entrambi i maestri.
«Basta!» urlò Jack con le lacrime agli occhi.
«Faremo tutto quello che volete, ma lasciali stare» supplicò stringendosi le mani fra gli ondulati e ormai sudici capelli.
Il mago, soddisfatto nel vederlo così disperato, si limitò nello sciogliere la magia che teneva i due compagni attaccati alla parete e disgustato per quella scena patetica, si smaterializzò lasciandoli soli. Gabriel e Santos non ebbero il tempo di rialzarsi che un gruppo di sette cartni si presentò davanti a loro armato fino ai denti.
I tre si rimisero nuovamente in marcia accompagnati dalle lame delle sciabole delle guardie, impazienti di poterle usare ma consapevoli che anche solo un graffio ingiustificato ai tre schiavi avrebbe mandato su tutte le furie il loro signore. Dopo alcuni minuti, arrivarono alla fine del corridoio che portava alla sala sotto l’arena. I due maestri, ancora visibilmente provati dalla terribile magia di Zacaria, cercarono di mascherare il più possibile i dolori da essa provocata. Le panchine, ai lati della stanza dall’alto soffitto, questa volta le trovarono occupate. Molti degli schiavi presenti il giorno prima nella sala degli allenamenti erano lì, seduti e in attesa di essere portati sul campo di battaglia dalle guardie.
Jack si soffermò per un attimo a osservarli.
Nani, elfi, individui completamente uguali agli esseri umani, strane creature dalle pelli più strane e addirittura qualche cartno ridotto in schiavitù.
Tutti lì, ammassati e rassegnati in un comune e funebre silenzio, quasi quella routine li accompagnasse da sempre. Il giovane passò in rassegna tutte le panchine della stanza, senza però trovare il ragazzo indigeno che aveva conosciuto il giorno precedente. Sperò, ricordando la sua triste storia, che Abù non partecipasse agli scontri quella mattina.
L’enorme guardia addetta al controllo della piattaforma batté con forza il proprio lungo e possente bastone sul pavimento, richiamando così l’attenzione di tutti i presenti.
«Ora a gruppi di sei salirete nell’arena, non provate a fare scherzi perché sarete uccisi all’istante!». Terminò il grosso cartno indicando con la propria arma il punto nel quale disporsi in fila. Santos, ricordando le parole del mago, si accorse dell’agitazione con la quale stava combattendo anche quell’insignificante quanto mostruosa creatura. Tutti quel giorno erano in ansia, tutti non volevano sbagliare. L’astro capì quanto fosse importante per Mang quell’evento in chiave economica e, pensando a quante volte il signore di Ishcor aveva parlato al Consiglio degli astri offrendo anche il proprio aiuto in varie occasioni, scosse il capo deluso e rammaricato. Quel minuto elfo era riuscito a ingannare tutti con la sua falsità e la sua astuzia.
Se solo il Gran Consiglio degli astri avesse potuto vedere con i propri occhi tutto quello, per il figlio di Son Mang sarebbe stata la fine.
La guardia si avvicinò a un ingranaggio composto da corde, carrucole e assi di legno, per sciogliere un nodo spesso e malconcio. Improvvisamente il soffitto si aprì e la piattaforma in legno, che questa volta si trovava in alto, cominciò lenta a scendere scricchiolando rumorosamente. Giunta al suolo, la guardia intimò ai primi sei schiavi di salirci per poi, soddisfatta, rimandarla su con il carico pronto per il grande scontro.
Nella mente del giovane terrestre, le parole dell’indigeno sull’evento continuavano a ripetersi. La paura aumentava secondo dopo secondo.
Per quanto all’apparenza Santos sembrasse calmo, la verità era ben diversa.
Con lo stomaco contorto terribilmente e un profondo senso di colpa, l'astro si voltò verso il suo protetto.
Impotente a causa delle forze irrisorie lasciategli dal collare magico, né lui, né tanto meno l'amico dalla pelle blu avrebbero potuto affrontare Zacaria e tutte le guardie presenti.
Logorato dalla frustrazione, sperò con tutte le sue forze di riuscire a sopravvivere e a far sopravvivere i suoi due compagni all'infame e letale giornata. Fatto ciò, la fuga sarebbe diventata la massima priorità.
Gabriel, come l’astro, era in ansia e nella sua testa continuava a ripetersi, ormai da diversi minuti, le stesse parole.
«Ti proteggerò io, qualsiasi cosa accada. Non aver paura…».
Il destino dell’intera costellazione dipendeva dal piccolo e fragile terrestre e, per quanto titanica, la loro missione era quella di proteggerlo fino alla fine. Entrambi avrebbero donato la vita per salvare Zeno, il salvatore. Ma quella era l’ultima delle ipotesi.
La carrucola rumoreggiò nuovamente e la piattaforma cominciò la sua lenta e scricchiolante discesa attirando così l'attenzione di tutti i presenti.
L’enorme guardia ordinò al giovane di salire insieme a un gruppo di schiavi lerci e puzzolenti. I due maestri fecero per salire anch’essi, ma furono subito incalzati dalle lame delle altre guardie presenti.
Solo sei alla volta potevano salire e il giovane era l’ultimo di quel gruppo.
La piattaforma si mosse.
Jack sentì un forte vuoto sotto i suoi piedi.
La struttura ondeggiò da una parte all'altra dando la concreta impressione di poter cedere da un momento all'altro.
Ad aiutarlo nella salita, di certo non ci pensarono le sue vertigini, che in quell'istante gli fecero girare fortemente la testa.
«Guarda dove vai!», lo rimproverò un piccolo e tozzo nano stempiato e dai pochi capelli castani interamente unti. Coperto da logori stracci dall’inconoscibile colore originale, il mezzo uomo si scansò infastidito sbuffando nervosamente.
Anche per lui, come per tutti, quello era un giorno infernale.
Jack si sentì in colpa e in imbarazzo per il suo precario equilibrio e, cercando maggiore stabilità in un lungo e profondo respiro, piantò saldamente i piedi sulle scricchiolanti tavole di legno. Anche se solo a una trentina di metri d'altezza, le immense fatiche, fisiche e mentali, provate negli ultimi giorni stavano accentuando ogni minima cosa, rendendogli il tutto ancor più insuperabile.
Guardandosi le mani pensò, in balia delle vertigini, di non essere lui il vero salvatore e che tutti si fossero clamorosamente sbagliati. Un ragazzino come lui, pelle e ossa, fragile e con mille paure non poteva essere il prescelto per un compito vitale come quello.
Era proprio per il suo piccolo fisico che si era iscritto ad arti marziali quando era ancora alle scuole elementari. Stufo di essere sempre preso di mira dai più grandi, o più semplicemente dai più grossi della sua età, aveva deciso, trovando comunque l’opposizione della madre, di frequentare le lezioni di Jeet Kune Do.
Grazie al suo fisico agile e slanciato non aveva incontrato molte difficoltà ad apprendere l’arte, arrivando così anche a disputare alcune gare agonistiche.
Ora però non si trovava su un ring contro avversari della sua stazza, ma al contrario contro energumeni e bestie dalle forme più strane.
E se quel che pensava fosse stato vero, la sua vita sarebbe finita inutilmente in quell'arena, su un mondo sconosciuto. Il tutto, per un errore di valutazione o per una stupida e infondata predizione di chissà quale sacerdotessa.
La piattaforma si arrestò bruscamente a pochi metri dal soffitto, facendo così barcollare l'intero gruppo. Jack, nel centro, si sentì schiacciare da ogni lato.
Il fetore di sudore misto ad altri nauseabondi odori, e il contatto con le pelli unte degli altri guerrieri, per poco non lo costrinse in un forte conato.
Sopra le loro teste, due grosse assi in legno si aprirono, prendendo direzioni opposte e permettendo così alla struttura di procedere nuovamente raggiungendo l'arena.
I forti raggi del sole accecarono il giovane che, con una mano sugli occhi, si sentì completamente frastornato dall’immenso boato proveniente dagli spalti.
Non ebbe il tempo di capire nulla che grosse mani lo spinsero con decisione fuori dalla pedana, facendolo capitolare a terra.
«Muoviti, sacco di merda!», quello, il benvenuto.
Appena gli occhi si abituarono alla luce, Jack vide, seduto su una panchina in fondo al portico, Abù immerso nei suoi pensieri.
Nel vedere una faccia amica, si rallegrò sentendosi però poi subito uno stupido egoista.
Avrebbe preferito star da solo che incontrare anche l'amico dalle trecce colorate quella mattina. Ricordandosi però le sue parole del giorno prima, era comunque quasi scontata la sua presenza.
Alle sue spalle, la piattaforma sparì nella roccia accompagnata dai fastidiosissimi scricchiolii degli ingranaggi.
Intorno a lui decine di schiavi dalle facce più terrificanti si stavano riscaldando, alcuni rassegnati e altri, pochi, con un sorriso stampato sulle labbra, quasi come fossero felici degli imminenti incontri.
Quelli, per lui atteggiamenti suicidi e incomprensibili.
Spaesato, decise di raggiungere l’indigeno che, al contrario degli altri schiavi, non pensava minimamente a riscaldarsi in vista dell’inizio dell’evento. Dopo essersi fatto strada tra bicipiti scolpiti, pettorali sudati, barbe e lunghi e sudici capelli, il giovane raggiunse la panchina sulla quale era seduto, con lo sguardo perso nel vuoto, l'amico dalla pelle scura.
«Non dovresti essere qui», gli strinse la mano Abù, alzandosi per salutarlo.
«Già…», si limitò Jack non sapendo cosa rispondere a quella frase.
Percependo l'aria tesa, si sedette anche lui senza più aprir bocca, conscio che, in quella circostanza, le parole non avevano più alcun senso.
Abù, quasi si fosse già dimenticato del terrestre, si riposizionò sulla panchina scavata nella roccia per poi perdersi nel nulla.
Il terreno tremò leggermente e la piattaforma in legno riapparve. Un altro gruppo di schiavi si unì alla marmaglia che si era creata sotto i portici. In lontananza, il giovane intravide diverse guardie intervenire per sedare una rissa tra due grossi e muscolosi schiavi.
Tutto intorno a lui era in movimento, a parte Abù. Non c’era uno schiavo fermo, chi nel riscaldarsi, chi nel parlare o nel gesticolare. Le guardie invece si vedevano schizzare da una parte all’altra goffamente, cercando di smistare gli schiavi e mantenere l’ordine. La rissa appena sedata era solo una delle tante che erano appena scoppiate in punti diversi dell’enorme portico che circondava l’intera arena.
Jack, nervoso, si guardò a destra e a sinistra.
«Devi calmarti se vuoi affrontare al meglio gli scontri», gli sorrise Abù con leggerezza.
Il terrestre si voltò verso di lui e, dopo essersi fissati per alcuni secondi, l'indigeno gli poggiò la mano sulla spalla cercando di tirarlo su di morale.
Improvvisamente sembrò essere tornato il ragazzo conosciuto il giorno prima, con il sorriso stampato sulle carnose labbra e l'energia sprizzante da tutti i pori.
Jack annuì, cercando con tutte le sue forze di tranquillizzarsi. Con alcuni lunghi respiri sembrò riuscirci, convincendosi che agitarsi non gli sarebbe di certo servito a migliorare le cose.
Poco distante da loro, la piattaforma continuò ripetutamente per una dozzina di volte a fare su e giù, riempiendo così i portici quasi al limite.
Con tutta quella marmaglia, per Jack divenne impossibile vedere la struttura, senza così potersi accorgere dell’arrivo dei suoi due maestri. Cercando di mantenere sempre la sottile calma che si era imposto, il giovane si mise in piedi sulla panchina, nella speranza di individuarli il prima possibile.
Da quell’altezza, si rese realmente conto di quante teste fossero presenti.
Distese di corpi dalle svariate misure, muscolosi e non, raggrumati in un tappeto vivente esteso a perdita d’occhio.
Ma quanti erano? Quante vite possedeva quell'infimo elfo?
Un leggero formicolio lo fece sobbalzare all'improvviso, facendolo così voltare di scatto in una buffa movenza del bacino.
«Una piccola carica prima di cominciare».
Scherzò Gabriel appena sbucato dall'ammasso di carne che era diventato ormai il portico.
Alle sue spalle Santos, sollevato nell'aver trovato finalmente il suo protetto.
Quel goffo e istintivo gesto del terrestre fece scoppiare il maestro dalla pelle blu in una forte risata, seguito a ruota dall'indigeno che aveva assistito a tutta la scena.
Ci misero poco quelle semplici e vere risate a coinvolgere anche Jack e Santos. Quasi fossero da tutt'altra parte, per pochi secondi, riuscirono a godersi quell'istante.
Per quanto utili a rompere la tensione, le risate si affievolirono velocemente. A riportarli alla realtà, l'immane fracasso proveniente dagli spalti e dal portico ormai nel subbuglio più totale.
Negli occhi dalle sfumature verdi e gialle dell'astro, la speranza che il giovane riuscisse a sopravvivere.
L’arena era stata adornata per l’occasione. Striscioni colorati dividevano in quattro grossi spicchi gli spalti. A nord le decorazioni blu avevano trasformato quella zona in un caotico mare agitato dalle migliaia di spettatori eccitati come non era mai successo. Verso sud, si accendevano di un rosso brillante, creando così l’effetto di un grosso falò, mentre a est si affievolivano raggiungendo un beige dalle diverse sfumature. Infine, la sezione ovest, dove nel centro erano presenti gli spalti reali, presentava splendide decorazioni di un verde raggiante. Quell’insieme di colori rendeva l’arena scavata nella dura roccia un luogo avvolto da una strana aura, diversa dalla solita cruda e sanguinosa ma quasi competitiva, come se le centinaia di schiavi riuniti si dovessero semplicemente confrontare in una competizione puramente sportiva. Purtroppo così non era e quell’illusoria positività nascondeva un piano ben escogitato che avrebbe portato, nelle casse del signore di Ishcor, così tanto denaro da arricchire una città intera dal primo all'ultimo abitante.
Dal fondo del portico, anche se in piedi sulla panchina, Jack non riuscì a vedere nulla di tutto ciò.
Tra braccia alzate, spalle muscolose e teste dai lunghi e disordinati capelli, gli fu praticamente impossibile vedere il campo di battaglia e tanto meno gli spalti. A diminuire ulteriormente la visibilità, ci pensarono anche gli innumerevoli archi che circondavano l’intero perimetro del campo separandolo così dai lunghi portici sottostanti gli spalti. Anche se piccole, le numerose colonne che li sostenevano, grazie alle loro finiture tozze e squadrate, chiusero l’insieme di ostacoli impedendo così al giovane di vedere l’arena in tutto il suo macabro e illusorio splendore. Un solo spicchio gli fu concesso osservare dalla sua posizione, quello dalle decorazioni blu come il mare, opposto alla zona nella quale ormai da molteplici minuti era costretto a stare.
«Non essere impaziente, tra poco la vedrai», scherzò ancora Gabriel strizzandogli l’occhio.
Jack annuì con il capo, lanciando un’ultima occhiata.
La folla urlava, eccitata più che mai, impegnata a sventolare le bandierine colorate. Era giunta l’ora. Gli spettatori stavano già aspettando da troppo tempo e oramai, tutti gli schiavi avevano raggiunto i rispettivi portici situati sotto le quattro zone nelle quali era divisa l’arena.
Xeng Mang fece un cenno al suo braccio destro che subito si alzò. Elettrizzato, lo stregone sprigionò una leggera quanto innaturale onda d’aria verso gli spalti con un deciso movimento del braccio facendo così cessare ogni minima forma di rumore. Tutto tacque e ogni singolo sguardo ricadde su Zacaria.
«Quest’oggi assisterete a uno spettacolo senza precedenti, a un evento più unico che raro che il mio signore ha organizzato per voi in modo da regalarvi un’esperienza indimenticabile. Tra poco sarete invasi dall’adrenalina e dallo stupore grazie alla varietà che vi proporremo. Ma per ora non voglio aggiungere nient’altro, lasciando a voi il gusto e il piacere di scoprire passo dopo passo l’evolversi di questo strabiliante evento organizzato dal grande Xeng Mang!». La voce del mago riecheggiò per tutta l’arena creando negli spettatori sensazioni di stupore, eccitazione e curiosità. Terminate le parole e risedutosi, in alto, al centro del campo di battaglia, scoppiarono diversi fuochi colorati dando ufficialmente inizio all’evento.
Dopo aver assistito a bocca aperta allo spettacolo pirotecnico durato qualche minuto, la folla scoppiò in un boato assordante, impaziente di assistere al primo incontro.
Dalla grossa piattaforma in legno apparvero numerose guardie corazzate e armate fino ai denti, creando scompiglio. Gli schiavi si scostarono lasciando loro libero il passaggio. Sulle spalle, enormi catenacci di ferro rumoreggiavano a ogni passo.
Jack, come tutti gli altri, rimase in silenzio a fissare le guardie, le quali, dopo aver attraversato l’intero portico, scomparvero dietro a una grossa e massiccia porta in legno.
«Tutto questo non mi piace affatto» sentenziò Santos stropicciandosi nervosamente il viso con le mani.
«Questo cosa?», volle sapere il terrestre.
«C’è qualcosa che ancora non conosciamo. Dobbiamo essere pronti a tutto. Quell’infame elfo e il suo mago ci hanno già dimostrato di non avere scrupoli». Terminò serio.
«Qualsiasi cosa ci aspetti là fuori, noi la sconfiggeremo!», esordì Gabriel sicuro.
Abù si limitò in un semplice quanto tirato sorriso di rassegnazione, condividendo a pieno le parole dell’astro.
Altri cinque cartni, spade alla mano, iniziarono a smistare gli schiavi, seguiti a vista da un altro gruppo di guardie, pronte a intervenire in caso di rivolta.
«Voi sarete i primi» disse uno dei cartni indicando una trentina di schiavi.
«Posizionatevi vicino al cancelletto e aspettate nuovi ordini», terminò la guardia con il classico tono burbero della sua razza.
Il gruppo di schiavi si mosse storcendo il naso per il tono con il quale era stato loro imposto l’ordine. Ma nessuno reagì, tutti portavano molteplici cicatrici sul corpo e sul viso e Santos pensò che alcune di quelle raccontavano sicuramente la storia di diverse ribellioni verso quelle squallide creature che li sorvegliavano.
Due grossi cartni, posizionati ai lati del piccolo cancello, aspettavano sotto le urla eccitate della folla per far entrare gli schiavi. Xeng Mang diede il via con un semplice cenno del capo.
Il cancello si aprì e Jack vide entrare, uno dopo l’altro, i guerrieri nell’arena. I poveri malcapitati entrarono sconsolati, assaliti dalle grida del pubblico. La gente urlò eccitata, ma dopo un paio di minuti, tutto si affievolì. Oltre a quel gruppo di schiavi, non era entrato nessun altro, provocando così delusione tra la folla. Anche i guerrieri, spaesati, iniziarono a guardarsi negli occhi per poi allontanarsi l’uno dall’altro, timorosi che chiunque tra loro fosse il nemico da affrontare. Improvvisamente però, la terra sotto i loro piedi tremò. Dall’altra parte dell’arena, il terreno ricoperto di sabbia umana si aprì in una gigantesca botola. Una ripida rampa svanì nel buio. Tutti, spettatori e guerrieri, rimasero in silenzio e a bocca aperta.
Il terreno tremò nuovamente.
Seguito dai due maestri e dall’indigeno e spinto dalla curiosità, Jack si fece strada tra gli altri schiavi posizionandosi sotto uno degli archi che circondava l'intero perimetro.
Finalmente, il tutto divenne ben visibile.
Sulla destra, circondati da un plotone di guardie, intravide i due infami artefici di quella barbarie seduti nella zona a loro riservata. Entrambi impegnati a osservare, con un lieve sorrisino stampato sulle labbra, l’evolversi della situazione.
Delle urla di dolore riecheggiarono dalla botola e, dopo un paio di secondi, il corpo di una delle guardie corazzate che poco prima erano passate nel portico schizzò in aria dall’apertura nel terreno per poi ricadere al suolo smembrato e sanguinante.
La folla urlò eccitata.
«Non mi piace!» replicò l'astro nervosamente.
Jack, imbambolato, tremò visibilmente senza però distogliere lo sguardo.
Un verso disumano esplose nel buio coprendo il rumore della folla che subito si ammutolì nuovamente.
Un’enorme figura iniziò lenta la salita.