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Kitabı oku: «Conferenze tenute a Firenze nel 1896», sayfa 10

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LA REPUBBLICA PARTENOPEA

CONFERENZA
DI
Guido Pompilj

Signore e Signori,

La rivoluzione francese, attraverso dieci anni di ruinose vicende, alternanti tra efferata anarchia e gloriosi eroismi, andò a finire, come tutte le rivoluzioni, che mai potranno essere istituzioni permanenti, in balia di un dittatore vittorioso e imperioso.

Ma la nuova bandiera, sempre grondante sangue, o che facesse il giro del patibolo, o che dal Manzanare al Reno volasse trionfale per la terra, o che precedesse fatidica Carnot o che seguisse vindice Napoleone, ai popoli (perocchè ai re, e non a loro, secondo la sentenza di Danton, annunziava la guerra) doveva, con aperto contrasto, simboleggiare la libertà, la fraternità, l'eguaglianza.

Questi erano i principî della filosofia o, come nel gergo di allora chiamavasi, della filantropia, predicata poi autentica genitrice di un commovimento sopra ogni altro di qualunque tempo procelloso e memorabile. Moto che, impetuosamente scoppiando, parve inopinato e impreparato, mentre era lentamente cresciuto e rimasto latente per tutto un secolo, che Carlyle chiamò paralitico, ma fu il secolo delle idee e della gestazione della democrazia. Moto che non poteva essere così subitaneo e accidentale se, cominciato allora, non è ancora finito; se non solo nelle istituzioni e nel pensiero se ne ritrovano tuttavia le reliquie non incenerite e la scintilla non spenta, ma si agitano altresì intorno ad esso giudizi e sentimenti così pugnacemente contrari, come, non i figli della rivoluzione, ma fossimo quasi i suoi contemporanei; e se celebrandone cento anni dopo, tra un misto di orgoglio e di rimpianto, di riconoscenza e di ribrezzo, di baldanza e di sconforto, il gran parentale, sentiamo la verità della superba profezia di Barère, a cui sul campo di Valmy faceva eco il sommo Goethe, che da quel giorno ricominciava la storia del mondo.

“En fait d'histoire il vaut mieux continuer que recommencer„, dice Taine, ma questa volta ciò che si andava disfacendo in un corrompimento senile era tutto un organismo civile e politico, il quale non poteva più reggersi senza correggersi, doveva o trasformarsi dalle viscere o sprofondare.

E sebbene alcuni scrittori timidi e pacifici, fra gli altri il nostro Manzoni, sostengano che quel rivolgimento, mosso e alimentato da uno spirito riformatore, avrebbe non solo potuto, ma dovuto, non tralignare in rivoluzionario per incarnare veramente la pienezza del suo ideale, pure non può disconoscersi la profonda avvertenza dell'acutissimo Tocqueville, che, intrecciato com'era quell'organismo con quasi tutte le leggi politiche e religiose di Europa, abbarbicati come erano ad esso, quale edera serpeggiante a tronco annoso e tarlato, con infinite ramificazioni, pensieri, sentimenti, costumi, interessi, solo un colpo violento e reciso poteva schiantarlo ed abbatterlo.

Era una febbre di crescenza, era un fato della storia, a cui non manca certo lo spirito inventivo, che ha le sue vie e le sue mire arcane non soggette ai riposati calcoli sulla lavagna, e come è giustiziera e ultrice infallibile, così è mirabile e inesausta creatrice.

Quando si raccolsero gli Stati Generali il giorno per sempre memorabile del 5 maggio 1789, a cui doveva fare amaro riscontro un altro 5 maggio, nessuno forse di quei mille deputati dei tre ordini voleva la rivoluzione; nessuno dei Cahiers (che, come disse Mounier, chiedevano distruggere gli abusi e non rovesciare un trono) l'invocava; nessuno la presagiva almeno così vicina e terribile. Chi avesse in quei giorni annunziato il Terrore o predetto Napoleone, sarebbe passato per un burlone o un mentecatto.

Ma la rivoluzione era nell'aria, e il turbine scoppiò in fulmini e tuoni e pioggia di sangue, mettendo a soqquadro l'Europa, conquassando una società secolare. Ammonimento a chi non sa preparare a tempo i parafulmini! a chi vaneggia che simili procelle mandino sempre innanzi araldi visibili per dar agio agli ignavi di aprir gli occhi o di mettersi in salvo! Il centenario della rivoluzione era bene di celebrarlo, ma piuttosto che a panegirici sperticati o sterili invettive, a paragoni parlanti e a fruttuose meditazioni.

Non si tratta di architettare demolizioni simmetriche e di sana pianta; ma di capire e sentire, per dir così, i tempi; meditare coi pensatori e palpitare col popolo; accompagnare, affrontando e regolando le trasformazioni, il cammino lacrimoso e pur luminoso del genere umano.

Ma perchè la rivoluzione era nell'aria e perchè divampò da ogni parte?

Essa fu il mare ove andarono a confondersi, come rivi e torrenti, tutte le rivoluzioni passate; e le cause che la suscitarono furono quelle che, più o meno, sogliono istigarle tutte: cioè il dissidio fra le dottrine, gl'istituti, i privilegi, i costumi, avanzi di un'epoca volta alla sera, e il pensiero nuovo, i bisogni, le aspirazioni, i conati, preludio a un'altra che albeggia. E in pari tempo il conflitto dei particolari interessi tenacemente difesi da ciascuna classe, che non sa chiedere il temperamento armonico negli angustiosi trapassi allo spirito di sacrifizio; che non sa gittare a tempo una parte del carico per ritrovare il salutare equilibrio, e salvarsi, all'ingrossar dei marosi, col senso storico per bussola e l'amore umano per vela.

Ma forse nessuna filosofia, come questa della rivoluzione, fu talmente fertile e anche, spesso, talmente vacua e fallace.

Raramente a indagar le cause di un avvenimento fu messo tanto ingegno reso cieco da tanta passione, o tanto studio armato di sì forte pazienza e avvalorato da sì erudita e sottile critica.

Dai contemporanei ambasciatori veneti e Vincenzo Coco, passando per Thiers, Carlyle, Michelet, Quinet, Manzoni, a Gervinus, Sorel, Sybel e Taine, c'è da scegliere e da stordirsi.

Ma, perciò appunto, oramai chi sappia spogliarsi, o anche meglio non siasi mai vestito, di passioni che sono la ruggine di ogni sincerità, e molto più di quella della storia, ha guide bastevolmente sicure per penetrare l'oracolo di questa.

Una massima intanto possiamo stabilire, conforme in tutto al principio, che ogni evento storico, specialmente se è di quelli destinati a rimescolare il mondo moderno, è cosa infinitamente complessa, e tale da non ammettere che se ne alambicchi colla storta qualche causa ideologicamente una e semplice: la massima, cioè, che fu errore, dimenticando molti altri moventi politici, attribuire quasi intieramente a Rousseau e agli enciclopedisti il merito o la colpa tanto della comparsa della rivoluzione in Francia quanto della sua diffusione e azione al di fuori.

Filosofia, scienza, letteratura, sono certo un gran fomite di rinnovamento, e gli scrittori che divinano insieme ed eccitano gl'impulsi popolari, che Manzoni chiamava le anime della folla, sono mirabile strumento di apostolato. Ma i rivolgimenti hanno sempre in fondo natura sociale e politica, appunto perchè sono fatti dal popolo, che non è spinto se non dai bisogni e dai sentimenti. Le idee, come non pagano dazio, così, per essere troppo alte, a guisa delle stelle, e troppo fredde a guisa del sole d'inverno, non abbagliano e non infiammano.

La rivoluzione ebbe il suo focolare spontaneo in Francia, perchè, nazione composta da secoli a bronzea unità di stato che ne avea fatto la grandezza e la preponderanza, i nodi politici dovevano ivi prima che altrove arrivare al pettine; perchè l'indole della sua gente la fa proclive alle novità e irrompente ai partiti estremi; e perchè la sua lingua universale era il naturale strumento a quella specie di civiltà comune che s'era andata formando, a quella comune patria intellettuale, come l'ha chiamata il Tocqueville, che aveva abolito tutti i vetusti confini, facendo talora nemici i concittadini e fratelli gli stranieri; una patria fatta apposta per collocarvi a dimora l'uomo di natura rievocato da Gian Giacomo Rousseau, l'uomo astratto che nessuno ha mai conosciuto e a cui poi, per una delle tante contradizioni che sono l'ironica vendetta delle cose, doveva darsi per antonomasia il nome di cittadino.

Ma i germi sotterranei della rivoluzione, tanto nel campo filosofico quanto nel campo politico, andavansi maturando, più o meno vivamente e rapidamente, in ogni parte d'Europa, onde mentre quel novello accomunamento degli spiriti creava in Germania con Lessing, Schiller e Goethe la nuova letteratura, apriva alla Russia la finestra sull'occidente, risvegliava in Italia il pensiero speculativo e virile affratellando i popoli in una maniera di pensare europea, secondo la dissero Pietro Verri e Madame De Staël; i principi e i ministri, molti dei quali allora dimostrarono una avvedutezza profetica, qualche volta inascoltata, come accadde al Bogino in Piemonte, entravano con nobile gara nella via delle riforme.

Al che contribuiva un diffuso istinto di aspirazioni sociali, un moto sentimentale che integrava l'intellettuale, quando vent'anni prima di Robespierre tout le monde aimait tout le monde, perocchè mai risveglio più terribile fu precorso da sonno più dolce e sogni più soavi. E anche questo derivava dalla scuola di Rousseau che alla fede nella potenza della ragione dell'uomo accoppiava quella nella bontà della sua natura; onde alle svenevolezze della nuova Eloisa facevano eco i madrigali e l'egloghe del Trianon, e in una società di cortigiani e di favorite, di cipria e di minuetti, veniva di moda l'idillio, e la filosofia, come dissi, si struggeva in filantropia.

Ma la storia che su questa terra, chiamata da Dante non è nè l'una cosa nè l'altra, a tale arcadia politica dava, col suo fato ironico, per epilogo proprio il Terrore, quando l'idillio di Andrea Chenier era troncato a mezzo dalla scure che, recidendo una testa, insanguinava un alloro.

 
L'aiuola che ci fa tanto feroci,
 

La filosofia non basta a cambiare le condizioni sociali che, con tutta quella comunanza intellettuale, rimanevano differenti; come i cittadini veri e non nominali (non quelli variopinti che il tedesco Anacarsi Clootz, oratore del genere umano, menò al cospetto dell'assemblea) rimasero cittadini, e ciascuno della loro patria e del loro clima, coll'indole della propria razza, colle tradizioni della propria storia, colle necessità del proprio governo. Onde diversi furono così gli stimoli e i fini dei rivolgimenti dei vari popoli, come gli affetti e i propositi suscitati in essi dal grande incendio francese.

Diversi furono in America, dove pure la dichiarazione dei diritti dell'uomo precorse di 13 anni il giuramento della Pallacorda. Diversi furono in Inghilterra, tuttochè fosse la patria non solo della famosa filosofia volgarizzata in Francia di seconda mano, ma eziandio di quel governo libero e rappresentativo che s'invocava ad esempio; e dalla quale pertanto sarebbe parso ragionevole, a stregua di filosofia, attendere aiuto e favore, mentre invece da Pitt a Burke, da Nelson a Wellington ivi si trovarono i più arrabbiati nemici, coloro che dettero l'alto là, e riuscirono a fiaccare una forza che per un momento era parsa indomabile. Diversi infine furono, come noi dobbiamo vedere, a Napoli nel '99, sebbene di laggiù Tanucci desse la mano a Necker, Galiani a Voltaire, Filangeri e Giannone a Montesquieu e a D'Alembert.

Ma se non poteva farsi a meno di accennare in iscorcio le ragioni della distinzione tra quello che fu la rivoluzione in Francia, e quello che poteva essere nei varî luoghi dove, non già scoppiò, ma venne portata, certo è che intanto di fuori uscì, e, rotte le dighe, effetti universali ne ebbe, dovuti appunto e alla parentela delle dottrine, e alla analogia qua e là delle condizioni civili, morali e politiche, e forse più di tutto ai suoi stessi nemici.

Perocchè la sua azione europea, e specialmente italiana, fu determinata, più che dalle speranze e le simpatie degli oppressi, dai timori e dalle viltà degli oppressori, i quali, collo sfidarla, la cambiarono di guerra civile in guerra nazionale, e, in luogo di abbassarla, l'ingrandirono. E, assai più che i libri e i bandi altisonanti, strumento per essa di apostolato, come compresero i Girondini, erano le armi, che, sempre per una delle notate contradizioni, mentre dicevansi imbrandite per quella civiltà cosmopolita, furono rese invitte e onnipotenti dall'amor passionato della patria e dal sentimento della sua salvezza e grandezza; furono sacrate alle più prodigiose vittorie dalle più stolte e folli provocazioni.

Finchè, quando le parti della salvezza e della provocazione vennero invertite, s'invertì anche il successo. Ma intanto i popoli dei due campi avversi avevano una cosa nuova imparato: a combattere, non per i re, ma per le patrie. E questo, il sentimento nazionale di un solo riscatto e d'una incoercibile indipendenza, fu forse il più prezioso e più incontroverso retaggio della rivoluzione, al quale non sarebbe bastata, come all'eguaglianza civile e alla libertà politica, la evoluzione pacifica e riformatrice.

L'Italia perciò non ha da lamentare, ma da benedire quei tempi fortunosi. L'Italia che sapea le tempeste fin dalle sue gloriose repubbliche, che dava nel rinascimento al mondo la cultura moderna, che avea nelle tradizioni domestiche la signoria universale dell'Impero e della Chiesa, ma, per non essersi mai potuta comporre a salda unità, era stata costretta

 
A servir sempre o vincitrice o vinta.
 

Ludibrio a ogni voglia rea degli stranieri, bersaglio alle ambizioni dei loro potentati, arena perpetua ai conflitti dei loro eserciti, teatro agli abusi e alla corruzione più sfacciata dei loro proconsoli, mercato aperto alle più svergognate cupidigie dei loro diplomatici, se c'era contrada che avesse sovra tutte patito le oppressioni e le angherie di ogni fatta, sofferto della burbanza e della tracotanza dei privilegiati, preda lacerata, spogliata, conculcata, mentre più che qualunque altra doveva sentir fremere, pur soffocata e dormente in fondo all'anima, l'ansia e l'agonia della libertà, questa certo era la patria di Dandolo, di Ferruccio, di Micca.

E la sua debolezza e divisione da un lato, le sue condizioni politiche e sociali dall'altro, facevano sì che sovr'essa principalmente si riversasse il nembo di Francia, e in essa trovasse il terreno più propizio quel seme celeste e fecondo che vi cadde, mescolato alla grandine fosca e sterminatrice.

E, poichè in questi geniali e gentili ritrovi, geniali e gentili come tutto ciò che è fiorentino, dovevasi quest'anno dare una corsa alla vita italiana nel secolo XVIII, che sarà in eterno chiamato il gran secolo della rivoluzione, mi parve che sarebbe mancata qualche cosa, se non si fosse toccato affatto dell'eco e del contraccolpo che ebbe in Italia, di quei sollevamenti che ne uscirono e furono, come a dire, il proemio delle tante rivoluzioni che finalmente, attraverso una iliade di sciagure e un poema di olocausti e di ardimenti, ci hanno ridato una patria.

Anche da noi ribollì tutto, e quasi da per tutto, i popoli, per molti dei quali la repubblica era o un vanto avito, o un rimpianto mesto, o un'invidia acerba, poterono levarsi il gusto di vederla risorta, ribattezzata alla francese, per qualche giorno.

Le repubblichette di allora, effimere, ebbero la vita fuggevole di chi non nasce vitale; durarono tutte pochi mesi, mesi peraltro pieni di eventi e di passioni, di scelleraggini abbominande e di virtù sublimi, memorie sacre che ancora parlano all'animo dei cittadini.

E a narrarne qualcuna il più chiaramente e compiutamente possibile, anche a costo di abusare della pazienza di un così eletto uditorio al quale chiedo indulgenza, tutto portava a prescegliere quella che ebbe i casi più infelici e più rei, che, unica, dette prova di virtù civile e di morale grandezza, quella sprigionata laggiù a piè di un vulcano, nel paradiso dove fiorisce l'arancio, e dove allora, inaffiata dal sangue dei generosi, germogliò una palma immortale.

Episodio insieme lugubre e radioso, dove la storia s'intreccia al romanzo, il dramma epico sospira nella tragedia piena di lacrime e insieme di ammaestramenti solenni e di conforto virile a noi, che, in un'ora infausta e triste, sentiamo più che mai il bisogno di richiedere al vaticinio cruento dei padri nostri, alla lezione dei loro errori e all'esempio delle loro sventure, qualche anelito di concordia e di sacrifizio, qualche palpito di carità della patria, qualche raggio del morente ideale.

Se, per le idee e la conquista intellettuale, la rivoluzione poteva dirsi, al pari che in Francia, nata negli animi di lunga mano anche in Italia; per i fatti, da noi non prese piede se non nel terzo periodo. Quando, cioè, scaturito dalle lotte interne, ultimo e triste portato, il trionfo dei giacobini, salito sul palco il re, proclamata dalla convenzione la repubblica, questa, mentre colla diplomazia e ogni maniera di propaganda cercava di adescare popoli e governi, colle armi provocate prima a difesa, e cogli eserciti resi invincibili dal genio allora sorgente di Bonaparte, andava incarnando la missione quasi ideale attribuitasi con un solenne decreto, che alla sua volta era provocazione e sfida a tutti i governi, dove ingiungevasi ai generali francesi di proteggere i popoli che insorgessero e i cittadini che per la causa repubblicana patissero; la missione, dicevo, che sarebbe stata magnanima se non avesse covato nessun pensiero egemonico, sublime se in tutto sincera, ma in ogni modo storicamente impossibile, di comporre una sola famiglia umana sotto l'egida della libertà.

Belli propositi generati dalla filosofia del secolo, da quello spirito di democrazia cosmopolita per il quale Bourget crede che l'Europa morrà, e destinati a seminare molte illusioni. Ma forse allora, negli albori, la rivoluzione illudeva sè medesima, mentre poco di poi, trascinata, al pari dei monarchi, dalla sete di dominio e di conquista, dall'amor patrio e dallo stesso fanatismo, doveva cercare qualche utile materiale, qualche accrescimento di potenza dai suoi trionfi, che finirono ad imporre una nuova dominazione, non sempre più giusta nè meno spogliatrice. Onde Alfieri che aveva detto di voler per la libertà spiemontizzarsi e disvassallarsi, salutava il giorno della restaurazione in Toscana come il giorno della purificazione.

La rivoluzione non poteva essere subito compresa, misurata nella sua importanza; se tutti dovevano esserne stupiti o sgomenti, per l'inopinata audacia e violenza, pochi erano tali in alto e in basso da impensierirsene e da sperarne sul serio. In fondo, non ci si credeva. Non si credeva dai re che non potesse venir domata o sopita in casa sua, molto meno che dovesse entrare a forza in casa loro; non si sperava dai popoli di scuotere il giogo, o si temeva di cambiarlo e non altro.

Era l'alterius spectare labores dalla riva tranquilla; era uno spettacolo nuovo e gigantesco da seguire da lontano con curiosità mista, sia pure, a voti trepidi o ansie inquiete, ma da non considerarsi se non un elemento di più nei calcoli, nei disegni, e nei consigli della diplomazia europea, a cui se ne accrescevano le cupidigie, le contese, e le insidie reciproche. A scuoter l'abbandono venne il fatto più atroce e più colpevole di quella storia epicamente miseranda, il supplizio di Luigi XVI e lo scatenarsi della belva umana, che pure ai confini sapeva ruggire la sfida leonina di un popolo che si leva alla conquista dell'avvenire.

Mai forse come in quei giorni la reazione potè addurre tanto a propria scusa il significato del proprio nome divenuto più tardi giustamente esecrato e obbrobrioso, quando le vendette cieche e furibonde, le persecuzioni spietate, il delirio di stragi, la sete di sangue innocente, mostrarono che quella belva è anche più feroce e più insana quando trovasi ai piedi o sopra di un trono.

Fino allora perfino le due sovrane che, dalla neve perpetua alla perpetua primavera, fra tanta diversità d'intelletto e di facoltà mostrarono tanta somiglianza di passioni, e finirono ad annegare le altre libidini in quella del sangue, Caterina II di Russia e Maria Carolina di Napoli liberaleggiavano, bruciavano incenso alla gaia filosofia del secolo, e stettero a un pelo di entrare in quella setta dei franchi muratori che in quel torno aveva fini alti e nobili di virtù, di fratellanza e di emancipazione.

Fino allora si seguitava a scherzare col fuoco, come ci aveva scherzato Luigi XVI inviando perfino agli antipodi i propri ufficiali a propugnare la ribellione dei sudditi americani contro al proprio re, e imparare i benefizi e le lotte gloriose della libertà. Seguitavano i principi nello zelo delle riforme, pericoloso dacchè non pensavano a riformare sè stessi; generoso solo in apparenza, dacchè il più delle volte non disinteressato e leale. Quelle riforme, come fu bene avvertito dal Balbo e da altri, erano in gran parte egoistiche, liberali solo dell'altrui, perchè consistevano nel prendere e non nel dare, nell'abolire quei privilegi che sminuivano l'onnipotente accentramento regio, mantenendo, se non accrescendo, gli altri.

Dalla convenzione e dal terrore, da Hoche e Bonaparte in poi, non si pensò più ad altro. Salvo la repubblica di San Marino che poteva rimanere, e rimase, indifferente, ben sapendo i cardinali Alberoni non nascere ogni giorno, l'Europa fu tutta divisa in due campi: o colla rivoluzione o contro di essa; e attorno ad essa si consumarono tutto le energie indomite, tutti gli istinti generosi, tutte le passioni selvagge, tutto lo sforzo di vita del secolo morente.

All'imperatore Giuseppe II che, durante il dilatarsi della rivoluzione, guardava da un'altra parte, seguitando a imbastire con Caterina II un audace disegno di smembramento della Turchia, era succeduto Leopoldo, fratello insieme dell'infelice Maria Antonietta e di Maria Carolina, passato a Vienna dalla Toscana, dove aveva fatto scuola immortale di benefico esempio a qualunque principato assoluto, e dove, per le larghe riforme compiute in ogni ramo della pubblica cosa, salvo che trascurò, e fu errore, la milizia stanziale, la sua memoria ancora dura cinta di ammirazione e di gratitudine.

Egli, anche sul trono imperiale, non cambiò natura, tanto che la sorella di Napoli, già fremente contro le nuovità, diceva di lui a scherno che, se non fosse imperatore, sarebbe Barnave.

Ma, perchè la filosofia è una cosa e la politica un'altra, pur destreggiandosi a evitare la guerra che gli riuscì di lasciare solo in eredità a suo figlio, dovette mettersi contro alla fiumana straripante, e strinse colla Prussia il primo nucleo di lega antifrancese col famoso patto di Pilnitz, dove si consumò lo smembramento della Polonia, l'Italia del Nord, e il cui testo alla sua morte, per prova che in lui la sottigliezza politica non aveva smorzato la immedicabile scostumatezza, gran malattia di famiglia (che forse non fu del tutto estranea ai casi di Francia, e in ogni modo ebbe tanta parte nelle traversie di Napoli), fu ritrovato in un cassetto fra rose secche e lettere d'amore.

La lega di Pilnitz, a poco a poco fece valanga; e, vedendo oramai coalizzarsi contro di sè tutte le monarchie, nelle quali alla noncuranza era sottentrato l'odio e lo spavento, la Francia, a cui, come all'antica Roma, era divenuta necessaria la guerra, dovè risolversi a mutarla di difensiva in offensiva e conquistatrice.

E la conquista fu rapida e tremenda; e, come al solito per fato antico, ebbe per primo campo l'Italia, e fu opera di un predestinato italiano.

Tutto ciò che ha fatto il giro del mondo, ha preso le mosse dall'Italia. E oltre che questa era l'agone naturale della lite secolare coll'Austria a cui aveano dato mano i più grandi ingegni che vanti la Francia: Richelieu, Mazzarino, Condé, Turenna, Villars; e le sue coste e le sue isole erano il nido naturale dell'egemonia del Mediterraneo, pegno di una contesa eterna che si perde alla memoria nella notte del passato e si dilegua alla previsione in quella dell'avvenire; oltre che quivi si colpivano, se non al cuore, nelle membra forse più valide e gelose, le potenze rivali che, o per dominio diretto, o per patto di famiglia, o per vincolo di protezione, tenevano soggetti la maggior parte degli stati italiani; oltre che, abbandonato oramai dalla repubblica il disegno di democratizzazione universale possibile solo in un momento d'entusiasmo, ed entrata oramai in lei l'avidità della conquista, non v'era più bella e più grassa preda, onde dagli agenti segreti di Robespierre e dai rappresentanti diplomatici fioccavano le proposte per quella che, con abile eufemismo, chiamavano la liberazione dell'Italia; oltre tuttociò, dico, il fomite più vivo di avversione dei governi e di favore nei popoli era qua. Di qua, da Torino e da Napoli, senza contare il Papa, era partita la prima e più provocante opposizione.

Lo stato della coscienza politica nazionale, le condizioni dei popoli e dei governi italiani durante la rivoluzione, esaminò e ritrasse in una serie di studi dotti e magistrali un vostro valoroso concittadino, Augusto Franchetti. E possono compendiarsi così: che gli uni e gli altri mancavano delle due grandi virtù, sapienza civile e valore soldatesco; erano fiacchi, insufficienti. E nei popoli era un dissidio tra la mente dei pensatori, i cui voti s'ispiravano alla filosofia ardita e dolce del secolo XVIII, e il sentimento delle moltitudini e delle plebi avvilite e inselvatichite dalla lunga oppressione, snervate dalla pace torbida, incallite oramai e rassegnate supinamente al giogo e agli abusi. Sicchè, per concorde testimonianza, i governi della penisola non avevano da temere una rivoluzione spontanea e popolare come in Francia, e la rivoluzione se la portarono in casa essi per l'inettezza dei capi, per la mancanza di un barlume di amor patrio e di unione nazionale, per le loro insidie e cupidigie, per gli sperperi e l'inettitudine dei ministri e dei capitani, pei pessimi ordinamenti militari.

Onde nessuno degli stati italiani osò dichiarar la guerra esso per primo. Lo stesso Piemonte dovè temporeggiare e tergiversare. Venezia, già emula e arbitra dei più potenti e regina dei mari, immemore della passata grandezza, fatta molle e imbelle e maestra all'Europa di perpetuo carnevale, oramai ombra di sè medesima, ondeggiò fra la neutralità armata e la neutralità disarmata, prostrandosi in una politica infelice, di cui doveva raccogliere l'infelice guiderdone a Campoformio. Toscana, Genova, Lucca, Modena, Parma, pure inchinevoli a rimaner neutrali, dovevano, per la loro impotenza, subire gli ordini alteri e minacciosi dell'Inghilterra. E il Papa, più debole di tutti e più di tutti naturalmente ostile all'andazzo francese, era incapace a frenare quegli ammutinamenti di plebe fanatica e sobillata, dove perì Hugon (di cognome e non Ugo di nome) De Basseville, debitore presso noi di celebrità a quel Vincenzo Monti, che si presumè più tardi, con diverso umore e metro, che a quei tempi cambiò più spesso della camicia, di aggiungere fama anche a Napoleone, non accorgendosi e non curando di sminuirla e offuscarla a sè medesimo.

Solo Napoli, entrato oramai con foga nella politica contraria ai suoi interessi, i quali avrebbe potuto invece, approfittando con lealtà degli avvenimenti, migliorare, e alla sua quiete, che avrebbe potuto mantenere non turbata, dichiarò per primo a cuor leggero e spavaldamente la guerra. E contro ai francesi inviò quel famigerato esercito o armento capitanato dall'austriaco Mack, che lo destinava, mi si passi lo scherzo, a tutti gli smacchi, e, spulezzato via da Championnet, dietro al re che, senz'essere Achille, era piè veloce e fuggiva come vento, attrasse la conquista anche nel mezzogiorno.

E coll'entrata di Championnet a Napoli, che il re aveva codardamente abbandonata in faccia alla invasione straniera da lui con temeraria follia provocata, fuggendo di nuovo in furia sui vascelli di Nelson, carichi degli ori, dei gioielli, dei capolavori dei musei, di 73 milioni di ducati munti al suo popolo, si aprì laggiù un'êra delle più incredibili e commoventi vicende, da far sentire, più che forse altre mai, quanto sia erroneo l'andare a cercare emozioni e avventure nei romanzi, quando tutte sono comprese nel romanzo per eccellenza che è la storia.

Tanto vero che Alessandro Dumas nel 1860, venuto a Napoli al seguito di Garibaldi, fece di quella storia, credendo di colorirla, un cattivo romanzo. Ma i nomi di Re Nasone, di Carolina, di Acton, di Lord Hamilton, di Emma Liona, di Nelson, di Speciale, di Guidobaldi, di Fra Diavolo, di Pronio, di Rodio, di Sciarpa, di Mammone, del cardinale Ruffo, del prete Toscani, di Mario Pagano, di Domenico Cirillo, di Manthoné, dell'ammiraglio Caracciolo, del conte di Ruvo, di Eleonora Fonseca-Pimentel, della duchessa San Felice, sono rimasti nella storia, e molti anche nella leggenda popolare, come ricordo di un'epoca straordinariamente avventurosa e sventurata, con un'impronta di grandezza mostruosa o misteriosa nel male e nel bene.

Un'êra che, sebbene consolata anche da esempi di aurea lealtà e di virtù antica, è piena peraltro di tradimenti nefandi, di dolori e supplizi ineffabili, che avranno sedici anni dopo il ferale epilogo giù al Pizzo, nel cuore venale e vipereo di Barbarà e Trentacapilli, nel cuore generoso e ambizioso di Gioachino Murat, rotto, sul fior degli anni, dal piombo borbonico.

Questo, o un altro di quei portentosi generali napoleonici, che cavalcavano superbi e impavidi al fuoco alla testa della vittoria, Michelet chiamò con frase michelangiolesca: Un grand drapeau vivant.

Come si potrebbe invertire la frase per quel re Ferdinando fuggiasco di professione, che scappa sempre, scappa da Roma, scappa e riscapperà da Napoli, sfumerà da per tutto dove fischiano le palle e sventola una fulminata bandiera?

Fosse stato almeno soldato, poichè re di fatto non era lui, ma sua moglie, cui Napoleone, ripetendo un detto di Mirabeau a proposito della sorella Maria Antonietta, chiamò l'unico uomo della corte di Napoli. Invero tra le due figlie di Maria Teresa, come tra i due loro mariti, correvano parecchie somiglianze, e tanto l'imperiosa inframmettenza delle une quanto la debolezza frolla degli altri ebbero non ultima parte nei casi funesti che contristarono i rispettivi regni.

Bensì tra le somiglianze v'erano molte differenze a vantaggio della coppia francese, se non altro quella che dà l'aureola sacra della sventura. E mentre Maria Antonietta scontò le colpe sul patibolo, l'altra, vera e principal causa degli errori e dei pericoli dello Stato, della infelicità della sua casa e del suo popolo, attraverso le fughe fatte a tempo e più caute di quella di Varennes, attraverso gli spergiuri sfrontati e le persecuzioni tiberiane, seppe morir vecchia presso Vienna sopra una poltrona dove la trovarono spenta, colla bocca contorta e gli occhi sbarrati, come se per la prima volta leggessero nel libro del rimorso. E Ferdinando, dal gran dolore che ne provò, poco più di un mese dopo si sposava la principessa di Partanna, che gli aveva consolato l'asilo della Conca d'oro.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
01 kasım 2017
Hacim:
410 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain