Sadece Litres'te okuyun

Kitap dosya olarak indirilemez ancak uygulamamız üzerinden veya online olarak web sitemizden okunabilir.

Kitabı oku: «Conferenze tenute a Firenze nel 1896», sayfa 14

Various
Yazı tipi:

Se non che, appunto per questa composizione della classe media, essa non avea nè rapidi slanci, nè grandi audacie: qualche volta, anche quando parlava di riforme, era presa dagli scrupoli curialeschi, e vi si dimostrava meno adatta di quei principi contro cui lottava in segreto o in palese.

Composta degli elementi più vari, la classe media italiana della fine del secolo passato vivea meno del traffico, che della curia e della Chiesa: strano impasto di cadetti, di ecclesiastici scontenti e di avvocati dai facili entusiasmi, non poteva concepire le rudi affermazioni del terzo stato di Francia.

La rivoluzione napoletana del 1799, che è la più bella pagina della storia di Napoli, poichè si vide – da gran tempo forse per la prima volta – che gl'italiani non aveano disappresa l'arte di saper morire, la stessa rivoluzione napoletana ebbe un singolare carattere: poichè, lungi dall'essere l'affermazione esplicita del terzo stato, essa risultava come fatta in gran parte di quegli interessi che il principe avea offesi.

Fra i novantanove martiri, dal 29 giugno 1799 all'11 settembre del 1800 (schiera grandiosa che si apre con l'ammiraglio Caracciolo e si chiude con Luisa Molines Sanfelice), tre ceti prevalgono su tutti gli altri: i nobili, gli ecclesiastici e i curiali. Mentre nelle province sono i fittuari e i censuatari che si ribellano nel desiderio della loro affermazione economica, nelle città, dove la lotta ferve più intensa, sono coloro i cui interessi erano stati più offesi, i quali si coalizzano con coloro che desiderano prevalere.

Dei 99 giustiziati di Napoli, 14 erano nobili, 15 ecclesiastici e ben 20 appartenevano alla classe curiale. Carlo III e più Ferdinando IV, per opera del suo intelligente ministro, aveano colpito al cuore la nobiltà e infrenata la potenza della Chiesa. E come leggi più stabili eran venute e più larghi ordinamenti, la classe curiale era quella che più ne soffriva, come ne soffrivano nobili ed ecclesiastici. L'anno stesso che scoppiava la rivoluzione di Francia, Ferdinando IV avea fondato, per bizzarria e per desiderio di cose nuove, la colonia semicomunistica di San Leucio, e prima della rivoluzione non avea manifestata e non avea forse nessuna di quelle infami violenze, che contraddistinsero, dopo la rivoluzione, la sua feroce timidità e tramandarono il nome suo infamato.

Quando il terzo stato si vuole affermare esso non è, almeno nel Mezzogiorno, rappresentato che da una frazione, quella che più abusa della ideologia giuridica. E gli altri due stati superiori tendono a far causa comune con esso, almeno nelle frazioni più scontentate dalla violenza riformatrice dei principi.

Fra i 14 giustiziati di Napoli appartenenti a classi aristocratiche erano rappresentate le più grandi famiglie: Gennaro Serra, principe di Aliano; Ettore Carafa, conte di Ruvo; Filippo de Marini, marchese di Genzano; Giuseppe Riario Sforza, marchese di Corleto; Francesco Federici, marchese di Petrastornina; Ferdinando Pignatelli, principe di Strongoli; e Mario Pignatelli e altri, che aveano nobiltà di censi e di nome. Alcuni di essi erano a dirittura fanciulli: non avevano che ventun anno appena De Marini e Riario Sforza; venticinque ne avea Gennaro Serra; ventisei Mario Pignatelli.

Ben 15 erano ecclesiastici e fra essi ve n'erano di vita illuminata e di mente alta, come il padre De Meo dei Crociferi; don Francesco Conforti, don Vincenzo Troisi, don Giuseppe Guardati e don Eusebio Scotti, professori all'università e Severo Caputo e Ignazio Falconieri e Michele Granata e Nicola Pacifico e tanti altri ecclesiastici, anch'essi insegnanti e di vita esemplare.

Ma il maggior numero era di avvocati e appartenenti alla classe curiale, fra cui notevoli Francesco Mario Pagano e Nicolò Carlomagno e Vincenzo Russo, che avea a ventinove anni già scritto quei Pensieri politici, ricchi di errori e di acume, e Giorgio Pigliacelli e altri, cui le vittorie forensi aprivano via larga e sicura.

Fu questa varia composizione, che tolse al movimento la sua unità. In Francia il terzo Stato, cominciò col proclamare la propria esistenza, poi appena potè abolì la feudalità e soppresse tutti i vincoli che gl'impedivano di svilupparsi. La rivoluzione napoletana non osò e non volle.

La rivoluzione napoletana non poteva osare. E il sistema feudale fu abolito nel regno di Napoli da un principe venuto di Francia da conquistatore, da Giuseppe Bonaparte nel 1806. Caso veramente singolare, che rivela come il malcontento ecclesiastico e aristocratico contro la violenza riformatrice dei principi, abbia determinato l'unione degli elementi più diversi in un'avversione comune: non certo per uno scopo comune.

Ciò che la rivoluzione di Francia portò all'Italia fu un contributo di idee nuove non solamente, ma sopra tutto quella violenza giacobina, che anche nei suoi eccessi e nei suoi errori, dovea infondere vita nuova a un paese ove ciò che mancava era appunto l'energia. Si era troppo attaccati alla tradizione, troppo devoti al passato. Si credeva che il meglio che si potesse fare fosse di tornare all'antico.

Il caso del senato di Lucca, che sedeva a permanenza anche la notte, per decidere se si dovesse o pur no pensionare un sergente, rappresenta molto più di quel che non si creda la vita d'Italia di quel tempo.

Or lo spettacolo di un paese che rompe di un tratto con ogni tradizione del passato fu come una trasfusione di energia.

Verri avea qualche anno prima della rivoluzione dubitato che ufficiali non nobili potessero essere uomini di valore e di onore. Ecco invece la rivoluzione francese mostrare violentemente che, quando un uomo ha coscienza della sua forza, più viene dal basso e più mira in alto. I più grandi generali della rivoluzione e dell'impero sono figliuoli di contadini e di operai, nati fra gli umili e vissuti, si può dire, nella più completa oscurità fino al giorno del trionfo e della gloria. Kleber, Augereau, Soul erano nati da contadini e l'ultimo era semplice soldato; Jourdan faceva il merciaio; Hoche veniva dagli strati più umili; Massèna, figliuolo di un mercante di vino, faceva il mozzo prima della rivoluzione; Marceau era sergente; Lannes era apprendista tintore; Bernardotte era sergente maggiore; Murat era figliuolo di albergatore e seminarista; Gouvion Saint-Cyr insegnava disegno; Lefebvre, figliuolo di mugnaio, era sergente; Ney era clerc de notaire… Tutti o quasi i grandi generali della rivoluzione venivano dal basso, dagli strati inferiori. L'aristocrazia francese non avea prodotti in tanti secoli di dominazione che un Condé; la democrazia rivoluzionaria diede almeno venti generali vincitori.

Tutto ciò veniva a uccidere lo spirito di tradizione e dovea, in un paese come l'Italia, rovesciare di un tratto le basi della vecchia società. Questo popolo d'Italia, che non sentiva ancora nè bisogno di unità, nè dignità di nazione, dovea cominciare a risentirli sotto la tirannide democratica.

Era parso per secoli che prudenza di legislatori e arte di sapienti fossero non già di guardare avanti, ma di ritornare all'antico. La rivoluzione scuoteva tutto ciò. Noi ridiamo, vedendo che, nelle leggi francesi emanate in Italia, si sia agito con tanta leggerezza, da confondere i fiumi coi monti e da prendere i monti per città. Ma quella stessa frettolosità e quella stessa violenza trasformatrice agirono come una trasfusione di sangue.

Quegli eserciti rivoluzionari, i quali predicando eguaglianza e libertà scendevano a spogliarci, mentre con le loro dottrine mettevano il lievito nella vecchia civiltà italica, con le loro azioni contribuivano a inasprire gli animi e a ridestare la sopita coscienza nazionale.

Gl'italiani, vedendo principi abbattuti da un giorno all'altro e sovrani da un giorno all'altro creati, cominciavano ad aprire gli occhi e ad acquistar fede in sè stessi e a credere che la servitù non fosse eterna. Quei francesi, i quali pur derubando il paese lo covrivano di strade e lo disseminavano di scuole, ridestavano le dormienti energie e accendevano la fede nell'avvenire.

L'Italia non avea forse mai avuto vere guerre religiose e la vicinanza estrema del papato avea uccise quelle idealità per cui rivi di sangue venivano fuori d'Italia versati. L'arte di saper morire, più difficile di quella di saper vivere, non era che di qualche solitario pensatore e di qualche solitario apostolo.

Invece la rivoluzione dà, forse per la prima volta, il vero disprezzo della vita. La cultura e la intelligenza, che parevan privilegio di curiali servili e di timidi maestri, ingrossano le liste dei giustiziati e servono a creare una schiera di martiri e a far spuntare dalla terra insanguinata il rosso fiore della vendetta. I Borboni giunsero a Napoli riformatori e audaci e la rivoluzione in alcuna parte precorsero. Ma i moti del 1799 diedero ad essi, timidi e quindi crudeli, il bisogno della repressione violenta. Fu da questa repressione violenta che l'amore della libertà e la tradizione del martirio nacquero e prosperarono.

L'esempio di Francia dava assai spesso ai martiri nostri non solo la indifferenza della morte, ma anche quella tragica grandezza, che si trova solo nelle grandi crisi dei popoli. Quei nobili, quei sacerdoti, quei curiali di Napoli che salivano il patibolo, aveano tutti dinanzi agli occhi l'esempio dei martiri francesi e morivano come essi e parlavano allo stesso modo, il medesimo linguaggio, ricco di iperboli e di grandezza.

La lugubre lista, che comincia – secondo le parole del Fortunato – con una vendetta privata di Nelson, il quale fa impiccare sulla gloriosa Minerva l'ammiraglio Caracciolo, e finisce con una vendetta personale di Ferdinando IV, che fa impiccare Luisa Molines Sanfelice, non ha forse nè un traditore, nè un vile.

Quella Eleonora Fonseca Pimentel, che fu forse la prima donna che in Napoli abbia fatto un giornale, la quale prima di avviarsi al patibolo, prende serenamente il caffè e dice presaga e grande: forsan et haec olim meminisse juvabit; quel duca di Galugnano, che non vuole difese, e, al momento di morire, incita il tardo carnefice, dicendo che non ha tempo da perdere; quel conte di Ruvo, che svillaneggiato dal giudice, rompe in ingiurie e muore come un eroe antico, volendo giacer supino per vedere il ferro che i vili temono; quel generale Gabriele Manthoné, che invece di difendersi, si gloria di ciò che ha fatto per la repubblica; quel giovinetto marchese di Genzano, il quale muore con tanta nobile serenità, che la plebaglia regalista, per una sola volta almeno, non osa gridare viva il re; quel Felice Mastrangelo, il quale si vanta anche sul patibolo di morire libero; quel Mario Pagano, che, avvocato insigne, crede inutile ogni difesa, perchè la vita, sotto la tirannide, gli sarebbe odiosa; tutta quella schiera gloriosa dà per la prima volta, in terra d'Italia, l'esempio del martirio, serenamente atteso e nobilmente affrontato.

Sono i 99 giustiziati del 1799, la cui storia, raccolta amorosamente da Francesco Lomonaco, scritta con sobrietà antica da Vincenzo Coco, idealizzata da Pietro Colletta, determinano più che ogni altra cosa la rovina di casa Borbone a Napoli e sono, per tutta l'Italia, come il lievito sanguinoso della riscossa futura.

La stessa impresa napoleonica, che passa come un nembo procelloso e schianta le vecchie tradizioni, non fa che destare la coscienza nazionale in quelle genti che l'avean forse perduta.

La storia d'Italia dal 1789 al 1814, la trasformazione sociale che in questo periodo venne a compiersi, non sono argomento di una conferenza. Troppe cose mutarono, troppe istituzioni nuove sorsero e troppe sparirono. La vita di quei venticinque anni fu più intensa di quella di qualche secolo. Le classi sociali non erano in Italia così nettamente divise come in Francia, perchè la trasformazione era già avvenuta: fu per questo che i moti italiani non ebbero l'irrompere vertiginoso della rivoluzione di Francia. Qualche volta i sovrani contro cui s'insorgeva aveano socialmente idee più larghe e più riformatrici di coloro che insorgevano, e gl'interessi offesi che si ribellavano contro di essi rappresentavano appunto quegli interessi contro cui il terzo stato lottava.

La società nostra, così com'è, è sorta in quel periodo di tempo, quando la proprietà individuale si affermò in tutta la sua potenza e la forma antica decadde.

Non vi fu nella trasformazione qualche cosa che la classe vincitrice volle con soverchio egoismo ottenere? L'abolizione di tutti quei diritti, che garentivano il minimo di esistenza alle masse e attutivano gli urti più dolorosi fu veramente un benefizio? Lo spirito individualistico e atomico, che s'infiltrò nelle classi dirigenti e che parve distruggere ogni opera collettiva, fu veramente un bene? Noi non oseremmo dire e non vorremmo.

Ogni reazione tende per sua natura a eccedere. E noi invochiamo oggi, più nuove e più larghe, molte di quelle forme che abbiamo disfatte e invochiamo quella solidarietà, che il giacobinismo individualista volle sradicare. L'immenso fiume della umanità anche questa volta rimonta, e noi, che non ne sappiamo le origini lontane e che non ne vediamo nè forse ne vedremo giammai la più lontana foce, siamo trascinati dalla corrente, per vie che, buone o false, sono sempre necessarie.

IL REGNO D'ETRURIA

CONFERENZA
DI
E. Melchior de Vogüé
Questa conferenza fu tenuta in francese; essa fu tradotta in italiano da Guido Biagi

Signore e Signori,

Alla Società di pubbliche letture, chiamandomi a Firenze, piacque concedermi di parlarvi della vostra storia nella mia lingua nativa. Mi scuserò con essa e con voi; e quasi avrei intenzione di scusarmi con coteste nobili figure di Luca Giordano, avvezze ad ascoltare l'idioma che Paul Louis Courier, ellenista di gusto così squisito e sicuro, affermava “la più bella delle lingue viventi„. Ma un forestiero mal volentieri si arrischia a balbettare la purissima lingua italiana a un'eletta di ascoltatori toscani.

Eppure, a Firenze io non mi sento del tutto straniero; e ci torno per pagare un tributo a quei luoghi che furono i primi educatori del mio intelletto. Consentite che io mi lasci vincere dai personali ricordi: perchè dinanzi a ognuna di queste pietre eleganti, così sature di bellezza e di storica maestà, io ritrovo le impressioni lontane che la vita non potè cancellare.

Uscito di collegio, m'avevano condannato a studiar legge in una delle nostre città di provincia: scappai, piantai lì le Pandette e le Istituzioni, e spiccato il primo volo di viaggiatore venni a posarmi in Firenze, dove passai sei mesi nello studio dei vostri monumenti, delle vostre arti e della storia vostra. Cotesta iniziazione fu per me una vera ebbrezza: scopersi il mondo della bellezza all'aurora della vita; e qui cominciai a scrivere, ma fortunatamente per i miei contemporanei e per me, ho perduto i miei scritti fiorentini: erano una tragedia in versi sul conte Ugolino che divorava i figliuoli per conservar loro il padre. Avendola perduta, ho qualche volta l'illusione di credere che fosse stupenda.

L'amore alla storia, alla storia viva, drammatica, scritta su tutte le vostre mura, s'impadronì di me a Firenze, e mi distolse da quella poesia da collegio. Già fin d'allora, leggendo Dino Compagni e i vostri altri antichi cronisti, mi trovai dinanzi ad uno dei problemi insolubili che s'impongono allo spirito umano: come si spiega l'eterna contradizione che esiste fra le cupezze, le follie, le crudeltà di cui parlano i libri, e le cose sorridenti, meditative, pacifiche che qui parlano agli occhi? Ecco un luogo d'elezione, dove la natura e gli uomini hanno cooperato per creare di nuovo quell'armonico capolavoro che dopo Atene non s'era più visto. Fra le linee di questi orizzonti felici, che così bene si accordano, sembra che l'uomo si sia strappato di dentro la ragione e la grazia. Firenze si mostra nel cielo dell'intelligenza e dell'arte, sotto la sua luce dorata, come la vediamo in questa stagione dell'anno, fra la nebbia rosea e bianca dei mandorli e dei peschi che fanno una cintura di fiori alle sue cupole, a' suoi campanili; è il giardino in cui tutti i fiori del genio umano sbocciarono, con un'esatta disciplina d'eleganza prestabilita, di saviezza tranquilla, e come in virtù d'una fraterna premeditazione della terra e dell'uomo per avverare finalmente il gran sogno di tutti noi, cioè una vita perfettamente bella nel riposo d'una perfetta felicità.

Ma non è che un miraggio! Consultate la storia: qui, come ad Atene, essa ci mostra nel giardino incantato e perpetuamente devastato, una sanguinosa arena in cui gli uomini si lacerano fra loro, un campo di battaglia in cui le nazioni si accapigliarono furiose nel corso dei secoli, con le loro concupiscenze, accese dalle tentazioni di questa perfetta bellezza.

Oggi, come quando leggevo Dino Compagni, ho spogliato alcune pagine della storia fiorentina, ma di tempi a noi più vicini; e ci ho ritrovato quel doloroso problema, ci ho ritrovato l'uomo che si accanisce a recare il turbamento e il disordine ne' luoghi in cui sembrava splendere una divina potenza pacificatrice. Vi parlerò liberissimamente di coteste cose passate, di quel confuso marame d'istinti, d'interessi e di idee che, al principio del nostro secolo, l'onda rivoluzionaria francese rovesciò sulle terre d'Italia. E mi ricorderò che qui, con tante altre lezioni, mi fu data la norma per giudicare della storia. È nella Galleria degli Ufizi una tavola d'un ignoto quattrocentista: una Madonna col Bambino, pittura di pregio mediocre, opera incerta di alcun povero scolaro di Giotto. Pure, ho sempre sul mio scrittoio la fotografia di quel quadro. Sotto cotesta Vergine, che fu certamente affissa in qualche pretorio d'un palazzo di giustizia, una mano indica allo spettatore ed al giudice l'iscrizione in grandi lettere gotiche: “Odi l'altra parte.

Odi l'altra parte! la Madonna degli Ufizi ci porge così la prima regola dei nostri giudizi nella vita, nella storia, in quella scienza embrionale ed oscura, che noi chiamiamo, mentre è ancora in fieri, politica, e che un giorno sarà storia pur essa.

La vostra Società di letture ebbe la felice ispirazione di assegnare al corso di ciascun anno un periodo di storia. Vi hanno già parlato in addietro del Medio Evo e del Rinascimento; vi narreranno in questa serie la vita italiana durante le tempeste della Rivoluzione e dell'Impero. In questo ciclo ho scelto un episodio minuscolo, la breve esistenza del Regno d'Etruria. Ma prima di raccontarvelo, permettetemi di fare alcune riflessioni sulla legge misteriosa che trascina i nostri due paesi entro una medesima orbita.

Anche se differiscono i tempi, il fondo dell'uomo rimane invariabilmente il medesimo. Di questo permanenti rassomiglianze è facile persuadersi paragonando i sanguinosi conflitti nei quali le nostre razze si accapigliarono, così nel Rinascimento come durante la Rivoluzione. Più ci medito e più scopro un'identità fondamentale fra il movimento che rovesciò in Italia le milizie di Carlo VIII, di Luigi XI, e di Francesco I e quello che vi ricondusse le soldatesche del Championnet, dello Schérer, del Bonaparte. La stessa operazione di segreta alchimia si riproduce nello stesso crogiuolo. È un parto laborioso, che si compie, secondo l'eterna e dura legge della riproduzione, in mezzo al sangue e agli spasimi.

È nota a voi tutti una teorica che, se non il cuore, appaga l'intelligenza: quella dello Schopenhauer sull'amore. Secondo lo spietato filosofo, due esseri che si amano cedono all'inganno della natura; inconscienti e ingannati, non fanno che obbedire alla volontà d'un terzo essere, il quale si serve di loro per conseguire i suoi fini, e arrivare alla vita. La spiegazione dello Schopenhauer, se è vera, potrebbe adattarsi egualmente a ciò che è il rovescio dell'amore, all'odio: vale per la guerra delle razze come per la guerra dei sessi. Quando due nazioni si scannano, con l'illusione di soddisfare a cupidigie individuali e immediate, esse preparano inconsciamente una nuova forma di civiltà che vuol nascere dal loro conflitto. Questa legge si manifesta in tutte le epoche della storia; e segnatamente nei violenti contatti fra i popoli al di là e al di qua delle Alpi. Mentre gli uomini bagnan di sangue e si contendono le feconde valli fra le Alpi e l'Adriatico, una divinità serena ed ironica contempla le loro lotte, dalla vetta di quelle Alpi dove le nuvole la nascondono agli sguardi dei mortali: impassibile e indifferente alla diversità di razza, di patria e d'interessi, essa rappresenta il genio della storia. Non dice come il Bonaparte a' suoi soldati: “In coteste fertili pianure troverete il pane e le scarpe che vi mancano!„ Ma grida: “Andate, operate, poveri esecutori de' miei disegni: ho bisogno della vostra ignoranza e delle vostre atrocità per conseguire i miei fini; andate e in coteste pianure risvegliate lo spirito della vita, la scintilla che vi ripose l'antica Roma: ne ho bisogno per illuminare l'immagine de' tempi avvenire, che nascerà e prenderà forma e figura sulle rovine da voi lasciate.„ E alla sua voce il miracolo si compie. I soldatacci brutali ed entusiasti, cupidi ed ubriachi, che si sparsero per l'Italia dietro Gastone di Foix e il La Trémouille, ricondussero in Francia, nel riflusso d'una controinvasione, Leonardo, Benvenuto, il Primaticcio, parecchi letterati, e dotti ed ellenisti: il Rinascimento sbocciò, lo spirito de' tempi moderni aleggiò sul carnaio ove caddero gli estremi lottatori dell'età feudale. Parimente, quando i volontari della Rivoluzione piombarono in Italia, spinti dagli stessi principii, attirati dallo stesso miraggio, essi non s'accorsero che preparavano la formazione d'una novella Europa, e che, vagheggiando il loro sogno, aiutavano l'effettuazione dell'antico sogno italiano, cioè la resurrezione d'una patria comune.

Il mio amico Alberto Sorel ha messo in evidenza l'idea madre, ormai accettata da tutti gli storici, che deve regolare i nostri giudizi quanto all'opera della Rivoluzione e dell'Impero oltre le frontiere francesi. Gli uomini del 1789 e i loro violenti continuatori avevano un ideale nobile, generoso, ma chimerico quanto mai; i primi volevano largire al mondo e gli altri imporgli per forza cotesto ideale di libertà, d'uguaglianza, d'emancipazione umana nella fusione di tutti i popoli fratelli. Ma la sementa che i soldati della Rivoluzione e dell'Impero portarono nei loro zaini cambiò natura – per dir così – nelle terre straniere dove fu sparsa: l'idea di libertà astratta vi germogliò e fruttificò sotto altra forma, con l'idea dell'indipendenza nazionale, e con il risveglio dello spirito particolare a ciascun gruppo etnico; e così la Rivoluzione che credeva di unificare l'Europa preparò, in fatto, la ricostituzione delle nazionalità che dalla voce di quella furon richiamate alla coscienza dell'esser loro. Gli ultimi avanzi dell'Epopea, testimoni di cotesto infrenabile movimento delle nazionalità, non poterono riaversi dallo stupore: rimasero come la gallina che si avvede di aver covato le uova d'un'anatra. Quindi malintesi infiniti: e quel che il Sorel comprende oggi così chiaramente, non fu mai capito da uno storico come il Thiers.

Nell'ora dei primi contatti tra la Francia rivoluzionaria e l'Italia, quest'Italia degli antichi governi aveva sentito aleggiare uno spirito precursore: le sorde speranze, affiochite da secoli, ritrovavano la voce. Il Muratori insegnava di nuovo agl'Italiani le loro origini: Pietro Verri e l'Alfieri con il fuoco della poesia tenevano accesa la fucina dove si preparavano le sorti della patria italiana; e quando il Vico con i suoi occhi veggenti perlustrava la storia, ne' grandi orizzonti dove chiamava a raccolta l'umanità, altro non vedeva che l'Italia rigenerata. Nel 1789 il conte Napione parlava già come un precursore del Cavour: e anche fuori della penisola, si presentiva cotesta futura possibilità. La grande Caterina scriveva col suo spirito perspicace: “L'Italia attende e spera.„ E cotesta intuizione politica coincideva col primo risveglio del Romanticismo, uscito dall'anima di Gian Giacomo Rousseau: e la terra della bellezza classica doveva per prima profittare di questo nuovo modo di considerare il mondo. Già lo Chénier esclamava in una delle sue elegie:

 
Belle encore, l'Italie attire l'univers.
 

Mossi dal fascino della fata misteriosa, venivano a lei i viaggiatori, pieni d'una sacra ebbrezza che i loro precursori non conoscevano ancora. Paragonate i sentimenti dello Chateaubriand, di madama di Staël, del Lamartine, simili al Goethe che faceva datar dalla sua venuta in Italia la sua seconda nascita, paragonateli alla curiosità puramente classica del presidente De Brosses e degli altri viaggiatori del XVII e del XVIII secolo. Un mondo s'è rivelato: non soltanto ai poeti, ai maestri delle intelligenze, ma ai semplici, ai soldati trascinati dalle guerre. Lo Championnet si reca in pellegrinaggio alla tomba di Virgilio. Udite questo passo del d'Hauteroche, giovane ufficiale della Rivoluzione: “Avevo diciott'anni, le spalline di sottotenente nuove fiammanti, un gran pennacchio bianco, il più grande che avessi potuto trovare… Partii per Lione. Mia madre pianse, la mia sorellina pianse; io, io per me ridevo e piangevo insieme, ero tanto contento di partire per l'Italia!„ Un altro, il chirurgo aiutante-maggiore Lamare, diciottenne anch'esso, previene la chiamata e parte per Napoli “con un bisturì nell'astuccio, un microscopio nel sacco, e, con in tasca l'Eneide.„

Questi pellegrini armati ebber da prima liete accoglienze nel paese che tanto li attraeva. Tranne nel Piemonte, fedele e devoto alla vecchia Casa di Savoja, c'era poca affezione per le dinastie nomadi che i Francesi spodestavano. I patriotti italiani videro di buon occhio questo aiuto rivoluzionario, che li liberava dai loro padroni stranieri e che per essi trasformavasi in un'aurora dell'indipendenza e della libertà italiana. Il Monti, Ugo Foscolo, composero odi alla gloria di “Bonaparte liberatore„. Ma il disinganno fu rapido. I filosofici liberatori, divenuti alla lor volta padroni stranieri nei paesi che avean liberato, si fecero ben presto odiare dai sudditi. Le tentazioni e le necessità della conquista alterarono l'idea originale della Rivoluzione: in Bonaparte conquistatore, e già prima di lui nello Schérer e nel Championnet, l'Italia disingannata malediceva di nuovo i successori, gl'imitatori di Carlo VIII e di Luigi XI.

Le memorie del generale Thiébault, pubblicate recentemente, mostrano per qual naturale cammino la guerra difensiva diventò guerra di conquista e per quale logica metamorfosi l'entusiasmo dei liberatori si cambiò in spirito d'invasione e di rapina e quello dei liberati in odio contro i nuovi oppressori. Si rabbrividisce a leggere le scene di carneficina e di devastazione che l'inconsciente Thiébault descrive allegramente, quando racconta l'occupazione di Napoli e delle Calabrie. Ma più ancora di questi sanguinosi eccessi, la rapacità dei vincitori esasperò gl'Italiani. Li spogliavano dei tesori d'arte, nei quali la coscienza nazionale vedeva con ragione i veri emblemi della patria smembrata, le più salde garanzie del diritto che essa aveva a pretendere un destino pari all'altezza del suo genio. Paul-Louis Courier testimone dell'esodo di questi dèi lari, già lo rimpiangeva nelle sue eloquenti lamentazioni: “Tutto quel che apparteneva ai Certosini, a Villa Albani, ai Farnese, agli Onesti, al Museo Clementino, al Campidoglio, è portato via, saccheggiato, perduto o venduto. Gl'Inglesi ne hanno avuto una gran parte, e alcuni commissari francesi, sospettati di aver fatto cotesti traffici, son qui arrestati; ma la cosa non avrà seguito. Una squadra di soldati, entrati nella Biblioteca Vaticana, ha fra le altre rarità distrutto il famoso Terenzio del Bembo, per prender le poche dorature onde il manoscritto era ornato. La Venere di Villa Borghese è stata ferita in una mano da qualche discendente di Diomede, e l'Ermafrodito, immane nefas!, ha un piede rotto.„40

In Toscana, come a Roma e a Napoli, il triennio, gli anni di guerra civile e straniera corsi tra il 1798 e il 1801, fu un'êra dolorosa di disordini, di esazioni, di miseria per il popolo. Francesi, Napoletani, Austro-Russi e insorti paesani opprimevano ugualmente i poveri abitanti estenuati. Mai fu meglio appropriato il grido del poeta:

 
Ahi, serva Italia di dolore ostello,
Nave senza nocchiero in gran tempesta!
 

Le vittorie del Primo Console, nell'anno 1800, restituirono l'ordine se non l'indipendenza e la libertà. L'anno dipoi la Toscana riaveva un regolare assetto sotto il nome di Regno d'Etruria. Questa la prima, in ordine di tempo, delle sovranità effimere che Napoleone doveva far sorgere su tutta la superficie d'Europa, per mettervi e rimettervi come altrettante sentinelle i principi della sua famiglia. Sembra che il futuro distributore di tante corone abbia voluto farsi la mano, per questo grandioso palléggio, a Firenze. Per tale rispetto, l'esperienza etrusca merita d'esser dallo storico presa in considerazione; ed oggi ci è ben nota, mercè dei lavori eruditi di Pierfilippo Covoni, e del libro compilato sui documenti dei nostri archivi diplomatici da Paul Marmottan.

Il granduca Ferdinando III fin dal marzo 1799 aveva abbandonato Firenze, per ordine del generale Gauthier comandante il corpo francese d'occupazione. Ma il principe lorenese non fu definitivamente spodestato che dopo la conclusione del trattato di Lunéville, per il quale i diritti di lui furono trasmessi ai Borboni di Parma. Il trattato, quanto all'assetto dell'Italia, ebbe compimento con una convenzione conclusa ad Aranjuez, il 21 marzo 1801, fra Luciano Bonaparte e il principe della Pace. Ai termini del concordato, l'antico granducato di Toscana, eretto in Regno d'Etruria, passava al giovane infante Luigi di Parma, cugino e genero del Re di Spagna. Una stipulazione espressa determinava che il nuovo re e la sua sposa traverserebbero Parigi prima d'entrare nei loro Stati. L'immaginazione del primo console erasi infiammata all'idea di mostrare alla Francia repubblicana il primo re creato da lui, e di accompagnare sulla Piazza della Rivoluzione, con un corteggio di regicidi e con un cerimoniale abolito, un nipote di Luigi XIV, un discendente di Luigi XVI.

40.Lettres de Rome, 1799.
Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
01 kasım 2017
Hacim:
410 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain