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Kitabı oku: «La vita Italiana nel Rinascimento. Conferenze tenute a Firenze nel 1892», sayfa 18

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LA PITTURA DEL 400 A FIRENZE

DI
DIEGO MARTELLI

Donne gentili, onorandi signori,

Nell'anno passato mi presentavo a voi con somma trepidazione; giacchè un pubblico fiorentino e specialmente un pubblico come il vostro, è uno dei più imponenti giudici avanti ai quali si possa presentare colui che ha in animo di perpetrare una conferenza. Pur tuttavia uno stimolo forte mi ha mantenuto saldo al mio posto. La vecchierella che portava i suoi 76 anni come un giocondo fardello di serene rimembranze, mi stava allora vicina; quella povera donna era mia madre, quella vecchierella racchiudeva in un corpo esile e sottile, lo posso dire con orgoglio, l'anima d'un eroe. Quindi nessuna debolezza mi era permessa, io doveva fare la mia conferenza e la feci, la vostra gentilezza l'accolse, ed eterna ne rimase in me la gratitudine. Quest'anno con vento fresco da poppa avrebbe dovuto volare verso i suoi ponenti gagliarda la navicella dell'ingegno mio; ma fu colta dalla bufera: quella povera vecchia non è più qui, e voi non avete che gli avanzi d'un triste naufragio davanti agli occhi. Questo mi raccomandi alla vostra benevolenza. Io mi sento stretto dappresso dalla immagine d'una quantità di cari estinti e l'arte pure ne perse di recente, e dei grandi, voglio dire del nostro Barabino e del nostro Cassioli, e fra i colleghi della società, delle letture, io più non veggo in questa sala quell'attento Dogliotti, il quale veniva qui con l'animo ingenuo d'un giovane discepolo. Quell'uomo così grande, così buono, che aveva tutte le fidanze di un fanciullo, voi lo sapete, sta nella storia italiana col core d'un Baiardo.

Ciò posto, cercherò alla meglio di svolgervi l'argomento che mi sono proposto, accennando ai principali pittori del 400 fiorentino. È da avvertire però che tra le peripezie che incolsero gravi alla società delle letture nell'anno passato, vi fu anche quella della malattia del nostro egregio amico Enrico Panzacchi.

Così voi sentiste parlare dell'arte pisana, di quei grandi scultori, pittori ed architetti da me; de' primordi dell'arte veneta splendidamente da Pompeo Molmenti; ma fu passato sopra al nome di Giotto, il quale veramente appartiene al secolo XIV e non al secolo XV di cui dobbiamo ora parlare. E io comincierò la mia conferenza rammentandovi qualche cosa delle opere e del grande nome di lui; questo mio rammentare sarà come bandiera che si inchina riverente passando davanti ad uno dei santi padri dell'arte italiana.

I
Giotto

Nel 1265 nasceva Dante; a pochi anni di distanza nasceva il pastore di Bondone, Giotto. Il Guerrazzi, commentando alcuni dei lavori di Giotto, con quella sua splendida ed immaginosa facondia, dice che le nostre preghiere, le preghiere degli umani, quando salgono dalla terra al cielo vanno su faticosamente e tremanti, in modo che arrivano all'empireo stanche e rovinate dal lungo cammino; là sono raccolte dagli angeli della misericordia che le presentano al Signore. Egli quando le vuole esaudite abbassa il ciglio alla terra e guarda una madre; e con quello sguardo, dice il Guerrazzi, infonde tale una virtù nell'alvo materno che cotesto felice portato ritraendo in sè parte grandissima della divinità esce a suo tempo al mondo per conforto ed onore della specie umana.

In questo modo e per questa causa nacquero Dante e Giotto. E infatti Giotto, che fu di Dante amicissimo, col quale certamente s'incontrò mentre l'uno peregrinava per le sue sventure, e l'altro peregrinava chiamato dai grandi a decorare sontuosi edifici, fu di conforto all'esule che potè rivedere l'amico pittore e parlare con lui di cose divine d'arte e di patria. Giotto, non occorre dirvelo, ha lavorato immensamente come pittore, ed ha decorato monumenti a Napoli, ha lavorato nella chiesa di Assisi, ed un gioiello ha pure lasciato nell'alta Italia, nella cappella degli Scrovegni.

Io credo che si possa dire di Giotto, che come Dante, dagli sparsi conati del volgare italiano, seppe col suo potente ingegno formulare quella cantica divina che resta come il primo, più grande e impareggiabile monumento del nostro idioma; così, tenuto conto dei tempi e delle circostanze, Giotto dalla eredità dei Bizantini, dall'eredità dei primi pittori italiani, portò l'arte a una tale perfezione che veramente si può dire ch'egli determinasse il principio del vero, del grande risorgimento italiano. Fu colto ed arguto, perchè è impossibile che un uomo di ingegno non senta il bisogno di estendere le proprie cognizioni all'infuori della tecnica del mestiere che esercita; e fino dai tempi di lui noi vediamo caratteristica principale dell'artista la universalità dell'opera sua, inquantochè se Giotto fu pittore eminente, se principalmente nella pittura si esercitò il sapere suo, pur tuttavia il campanile che ammirate nella piazza del Duomo, dice quanto egli fosse un architetto valente. Ora essere un architetto valente per me vuol dire essere artista per eccellenza, imperocchè se nella fatica della specializzazione, tutte le arti hanno dovuto dividersi e suddividersi in modo che oggi si abbiano non più, come un tempo, artisti, sempre universali, i quali principalmente erano pittori, o principalmente architetti, o principalmente scultori, pur tuttavia l'arte resta sempre una cosa unica e sola, e per conseguenza ha il carattere della universalità.

Ora questo carattere di universalità sopra tutte lo ha l'architettura che è l'arte madre, l'arte che si serve dei colori dei vari materiali per ottenere i suoi effetti; e di che splendida tavolozza si giovi ce lo dice il Duomo di Firenze; essa è l'arte essenzialmente delle linee, l'arte essenzialmente delle proporzioni e del chiaroscuro. Dunque se nella pittura di Giotto si possono con poco piacere vedere gli errori che la tecnica, non ancora perfezionata, metteva nell'opera sua, nelle sue architetture perfette allora, perfette ora e perfette fino a quando resteranno in piedi, voi avete l'espressione completa, assoluta d'un ingegno che non ha rivali nel mondo. La provvisione del magistrato fiorentino che lo nomina suo architetto e lo propone alla fabbrica di Santa Maria del Fiore parla così “che in tutto l'universo, si dice, che non vi sia nessuno il quale a sufficienza sia edotto delle cose dell'arte da superare Giotto da Bondone, e per questa ragione vien creato maestro di Santa Maria del Fiore e delle fortificazioni della città…

Voi vedete che non solamente Giotto era un egregio pittore, un egregio architetto, ma era anche, per le cognizioni del tempo, un ottimo architetto di castrametazione, cioè di architettura militare. Visitando a Padova la cappella degli Scrovegni ho avuto la fortuna di vedere uno dei più preziosi ricordi dell'arte sua pittorica, e in cotesto luogo, dove nella parte inferiore di questa cappella, da un lato sono dipinte a chiaroscuro le sette virtù, e dal lato opposto i sette vizi che a quelle si contrappongono, m'è parso vedere quanto, fino da quel tempo e similmente a Dante, Giotto sentisse della pura, della vera arte classica antica. La Speranza effigiata in profilo con delle ali non troppo robuste che vola verso il cielo protendendo le mani ad una corona che gli viene porta da un angioletto, ha tutto l'andamento d'un bassorilievo etrusco, di quelle figure di angioli, che pur gli Etruschi conoscevano, e che mettevano sui loro sarcofagi. La figura della Prudenza colla bocca sbarrata da una specie di lucchetto, con la mano sopra una spada che poggia con la punta in terra, vestita d'un ampio paludamento, con le pieghe mosse a modo di quelle che coprono le statue delle Vestali romane, mi ha richiamato all'idea, che come Dante aveva riconosciuto in Virgilio il maestro suo ed era risalito all'antichità classica per produrre il più classico monumento dell'età moderna, così Giotto avesse dai pochi avanzi che allora si avevano della santa antichità pagana tratto argomento a migliorare l'arte sua, per quanto cristiana, mistica e modernissima.

Giotto ebbe vita molto fortunata, imperocchè torno a ripetere quanto avvertii nell'anno passato, che le discordie intestine, laceranti in Italia le varie repubbliche, a tale che Firenze bandiva dalle proprie mura Dante Alighieri, non influivano gran cosa sull'arte. L'artista era festeggiato per tutto, e quindi, sia nell'arte della letteratura, sia nelle arti plastiche si formava quel gusto, quella parentela italiana, la quale faceva che Italia, ad onta delle sue immense e deplorabili divisioni, pur tuttavia si formasse un gusto, ed una persona propria; persona tanto grande, tanto splendida di bellezza e di gloria, che ad onta dei vizî e delle sventure mai non doveva perire e ci doveva condurre come oggi siamo, a coacervare le sparse membra, e poter dire: l'Italia è una nazione ed un popolo intiero!

II
L'Angelico

Salutata così la gran figura di Giotto entro più specialmente a parlare dei pittori del 400. Parlare di tutti è assolutamente impossibile, scegliere i più grandi mi pare anch'essa ardua fatica ed impossibile cosa. È tanto magnifica quella epoca, che perdersi nella quisquilia di mettere quei giganti a rango di altezza è cosa troppo difficile e nella quale mi dichiaro incompetente. Io prenderò a parlare, perchè il tempo incalza e l'ora fugge, di quelli che più mi sembrano caratteristici dell'epoca loro, di quelli che forse maggiormente corrispondono al mio sentimento individuale.

Fra questi primeggia un altro Mugellese, Guido da Vicchio, il quale nel 1407 veniva accolto novizio nell'ordine dei Domenicani e nel convento di San Domenico di Fiesole. Figlio di Pietro da Vicchio questo fraticello, che nell'ordine prese il nome di Giovanni, ebbe poi ad essere chiamato l'Angelico, perchè veramente sembrò ai suoi contemporanei, ed anche ai presenti lo sembra, che l'opera sua fosse opera d'Angelo o di ispirato da celestiali apparizioni. Dei suoi maestri, di come egli entrasse nella carriera della pittura poco o niente si sa; se non che è certo che in quell'epoca nei conventi dei Domenicani vi era una scuola speciale di miniatura per abbellire ed alluminare i salteri ed i codici che servivano per le orazioni della Chiesa. A me sembra che non occorra cercare di più; a coloro i quali ancora si domandano dove e come l'Angelico imparasse a dipingere la gran pittura, io rispondo, che se in quel convento si studiava tanto e così bene da illustrare, come si illustravano, salteri con delle miniature che sotto tutti i rapporti sono quadri e valgono per quadri, è lì che egli ha appreso i rudimenti dell'arte, ed è col suo solo ingegno che li ha sviluppati fino al punto di fare i magnifici freschi che decorano il Vaticano ed il convento di San Marco; e ciò per quella gran ragione che l'arte in quei tempi veniva quasi di getto, da tutte le parti si entrava nell'arte, perchè essa era considerata una cosa sola, e non esistevano quelle per me fatali divisioni, le quali la spezzettano in mille modi, per fare dei mestieranti sempre, degli artisti mai.

Nel 1409 l'Angelico dovette lasciare, insieme coi suoi compagni, il convento di Fiesole, imperocchè per alcune scissure avvenute tra i religiosi, furon costretti da una ordinanza del Pontefice a sloggiare. Visse nove anni lontano da Firenze, su quel di Foligno principalmente, e fu in quell'epoca che probabilmente lavorò al convento dei Domenicani di Cortona, la quale Cortona conserva ancora molte ed insigni opere di lui. Nel 1418 lo ritroviamo nell'Umbria, e questo giova a sapersi, perchè anche in queste peregrinazioni forzate dell'Angelico si cominciano a stabilire dei rapporti di conoscenza e di buon vicinato fra gli artisti toscani e gli artisti dell'Umbria, propagandosi sempre più quelle certe parentele artistiche, quelle inoculazioni per contatto delle varie maniere, le quali poi dovevano dare origine con la scuola umbra alle glorie del Perugino e alle future apoteosi del Raffaello. Ritroveremo più tardi a lavorare in quei paesi con l'Angelico il Benozzo Gozzoli venuto con lui da Firenze come suo scolaro, e lo troveremo insieme a Gentile da Fabiano.

Nel 1418 i frati furono restituiti nel convento di San Domenico di Fiesole e nel 1443 l'arte dei lanaiuoli dette all'Angelico la commissione dello stupendo tabernacolo che oggi si conserva nella Galleria degli Uffizi. Il contratto è stipulato in questa guisa: Fu stabilito “che fosse dipinto di dentro e di fuori con colori di oro ed argento, variati e migliori e più fini che si trovano, con ogni sua arte ed industria„, ed il prezzo fu fissato in fiorini 190 d'oro. Io ho ricorso alla gentilezza del dotto economista professor De-Johannis per avere una idea del ragguaglio della moneta d'allora con quella presente per capire se vera è la leggenda che i pittori di quel tempo vissuti con semplicissimi costumi ricevessero per così dire la mercede del bracciante. Invece ho avuto dal mio dotto e carissimo amico questa risposta. Il fiorino di Firenze, la cui prima coniazione rimonta al 1252, e che era d'oro purissimo, a 24 carati, pesava una dramma, cioè 3 grammi e 2100: il rapporto di valore tra l'oro e l'argento fra il 1450 ed il 1500 era come di uno a dieci: con approssimazione si calcola che nella stessa epoca l'argento avesse una potenza di acquisto circa di dieci volte maggiore dell'attuale. Per esempio il frumento si comprava con 10 drammi l'ettolitro ossia occorrevano 100 grammi, ossia 20 lire per la proporzione tra l'argento e l'oro. Ora si avrebbe in conclusione che i 190 fiorini d'oro, coi quali fu pagato all'Angelico quel tabernacolo equivarrebbero a lire 17 226. Ora siccome nel contratto si dice ancora che sarà poi pagato quel meno che alla carità del frate fosse parso opportuno, e questo s'intende che è relativo alle spese maggiori o minori che avesse dovuto sopportare per quei colori fini che si raccomandavano, per quell'oro che si doveva mettere nel fondo e che era una forte doratura, non essendo l'arte dei battiloro tanto perfezionata da formar quel velo che si mette adesso, pur tuttavia voi vedete che 17 226 lire pagate da una corporazione di artieri sono una bella moneta. Se io mi sono trattenuto sul prezzo di questa opera, sulla determinazione sua in rapporto alle mercedi attuali, ho voluto farlo perchè anche il prezzo sta a designare, come lo dice la parola, il valore d'un'opera. Se un'opera si paga cara, vuol dire che si stima assai, e ciò dimostra che a quei tempi si stimava assai l'arte, e si pagava al prezzo del suo vero valore. Dico questo per eccitamento e per esempio affinchè non serva di scusa il dire che Andrea del Sarto un giorno, preso dalla fame e dalla disperazione, per un sacco di grano fece la bellissima Madonna della SS. Annunziata.

Nel 1436 i frati di Fiesole scesero in Firenze aventi seco l'Angelico, e a Priore del convento il celebre vescovo sant'Antonino. Papa Eugenio IV trovavasi allora in Firenze pel concilio colla Chiesa greca: a Firenze era ospitato l'Imperatore greco: a Firenze Cosimo il Vecchio era signore. Voi non avete bisogno che vi dica di quanto splendore fosse ricca la nostra città in quel momento. Quando l'Angelico è venuto e ha dato mano alle pitture del Cenobio di San Marco, già Brunellesco voltava le vôlte della cupola sua, mentre Donatello era in piena fioritura, la cappella Brancacci si copriva con le pitture di Masaccio, insomma era una esuberanza, una primavera dell'arte; come questa primavera dell'arte corrispondesse alla fioritura letteraria, già ve lo diceva con eloquentissima e dotta parola Guido Mazzoni nella sua conferenza sull'Umanesimo, e poi altri ve lo dirà ancor meglio di me. In mezzo a tutto questo lavorio di menti, di scalpelli, di pennelli, di maestri di pietra, di decoratori d'ogni sorta, d'ogni risma, l'Angelico rimaneva fisso nella sua celeste visione. Egli amava l'arte con tutta l'intensità propria dei grandi ingegni, ma non la disgiungeva un momento dal concetto religioso. A parer mio l'Angelico è l'ultimo dei veri mistici, è veramente il pittore che chiude il periodo del Rinascimento pittorico artistico, religioso, iniziato da Giotto.

La pittura dell'Angelico, se si considera in relazione ad altre pitture contemporanee, è una pittura quasi un po' in ritardo, ma è una pittura certamente insuperabile nella evidenza del sentimento.

Io non so se derivi dalla costruzione della sua retina, come direbbe un materialista, o dalla serenità delle sue celesti visioni, ma il fatto si è che mentre l'Angelico, pel modo come dipinge, pare che sia precisamente un miniatore, anche nelle più vaste e più ampie pareti, si appalesa sempre per un colorista di prima forza.

Se vi presentate in una galleria qualunque con lo scopo di vedere o riscontrare un particolare in un quadro dell'Angelico e non sapete precisamente dove questo quadro sia collocato, e gettate un occhio sulle pareti della Pinacoteca, l'Angelico vi si appalesa con una nota così chiara, così brillante, così argentina, che appena entrati filate diritto sull'opera che riconoscete a distanza. Poter avere continuamente dei toni delicatissimi, fare assolutamente dell'aria aperta, non forzare mai i neri, è la sua caratteristica principale. Voi potete riscontrare quante volte vi piace quello ch'io dico guardando la Crocifissione, che è nella galleria dell'Accademia, quadro tutto verità, nel quale sono indietri meravigliosi, cielo luminosissimo senza uno scuro forzato. Ci sono però dei neri apparentemente assoluti, perchè dove mette un domenicano vestito di bianco e nero sembra che quel nero sia un nero assoluto; ma invece quel nero non fa mai toppa, mai buco, e chi conosce un poco la tecnica dell'arte sa benissimo quanta e quale sia la difficoltà di collocar bene un bianco in ombra e un nero al sole, un nero che non faccia toppa, che rimanga al suo piano in mezzo ad una gamma di colori chiari; è una difficoltà di primo ordine per un colorista, e l'Angelico nella sua semplicità la supera perfettamente.

Non bisogna dunque fermarsi solamente a contemplare nell'Angelico il pittore delle sante ispirazioni; non bisogna fermarsi solamente a contemplare nell'Angelico il pittore delle ingegnose trovate, delle dotte composizioni; ma bisogna anche tener conto che fra i coloristi fiorentini l'Angelico è un vero maestro.

L'Angelico, diventato celebre nel 1447, andò a Roma e là forse sentì la grandezza dell'ambiente che lo circondava, perchè le sue composizioni si sviluppano in una maniera più grandiosa e più magistrale che per l'avanti.

Egli fu scritturato da Enrico dei Monaldeschi per andare a lavorare ad Orvieto, ed abbiamo dal contratto fatto in cotesta circostanza, la notizia che Benozzo Gozzoli era con lui, come sappiamo che Gentile da Fabriano, stato poi maestro a Giovanni Bellini, il gran Veneziano, era pure in comunicazione di lavori e d'opere con l'Angelico. Vi richiamo a queste brevi e piccole circostanze per dimostrare come l'arte di Firenze ebbe contatti coll'arte dell'Umbria, come Gentile da Fabriano comunicò coll'arte veneziana, e mi permetto di riportarvi sempre col pensiero a questa catena che circonda l'Italia e la avvince a quegli effetti dei quali oggi noi fortunatamente godiamo il frutto.

L'Angelico che nelle sue composizioni è grandemente ascetico, è anche sottilmente sarcastico e realista nei piccoli quadretti: si vede questo nei gradini dei quadri, che illustrano con varii episodii le vite dei santi superiormente rappresentati. Citerò un gradino che si conserva nella galleria degli Uffizi rappresentante la visita di santa Elisabetta alla Madonna. La Madonna è uscita dalla casa per abbracciare l'amica che le viene incontro, mentre la serva sta dietro la porta origliando per sentire quello che dicono le padrone.

Questo viziarello domestico che si perpetua nella storia del mondo e durerà per un pezzo, era rimarcato dal giocondo fraticello, il quale si permetteva di esprimerlo con la graziosa figurina della serva che ascolta.

Egualmente è comica in un altro quadretto la meraviglia d'un converso il quale uscito dalla cella di san Domenico, sente il Santo, che ha lasciato solo, che parla con altri. Questo è l'episodio della vita del Santo, nel quale san Pietro e san Paolo gli appariscono nella cella e gli danno il bordone del pellegrino e il volume degli Evangeli. La meraviglia del frate è assolutamente comica, rimanendo pur decentissima; con questo si dimostra il buonumore e la serenità d'animo dell'Angelico, e l'attitudine che aveva di osservare nella natura e sul vero anche il lato comico delle cose con una piccola punta di realismo e di verismo non disdicevole in questo gran pittore delle visioni celesti.

Accanto all'Angelico, come vi ho già accennato, abbiamo, fra gli altri, Masolino da Panicale e Masaccio. La cappella Brancacci del Carmine è contemporanea, o presso a poco, alle opere dell'Angelico del San Marco e del Vaticano. Di Masolino da Panicale poco si sa. Certo egli è un grande e robusto pittore, il quale si avanza sicuro dell'arte già ricca di tutti i progressi che la tecnica, la prospettiva han portato nell'arte stessa.

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12+
Litres'teki yayın tarihi:
28 ekim 2017
Hacim:
390 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
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