Kitabı oku: «La vita italiana nel Trecento», sayfa 22
Che il Petrarca, primo degli umanisti e studiosissimo dell'antichità romana, non potesse credere le molte favole ch'erano corse, e ancora correvano, intorno a parecchi dei grandi scrittori latini, è cosa che non parrà strana a nessuno. Richiesto una volta da re Roberto di Napoli che cosa ei pensasse della magìa di Virgilio, rispose risolutamente avere il tutto in conto di favola inetta e di sogno.
Io non dirò col Settembrini che dal Boccaccio abbia principio un'era nuova, il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo; nè col De Sanctis che dal Boccaccio abbia principio a dirittura un nuovo mondo; ma bene dirò che l'autor del Decamerone fu uno spirito disinvolto e spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della tradizione, poco rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non ai sogni della leggenda e alle ubbie del soprannaturale. In alcune parti egli vince, quanto a libertà di spirito, almeno negli anni suoi migliori, lo stesso Petrarca. Chiunque abbia letto il Decamerone può farne fede. L'inclinazione che il Petrarca ebbe naturalmente all'ascetismo egli non ebbe mai, nemmeno in vecchiezza, dopo che si fu ravveduto e pentito. Ebbe, gli è vero, alcune superstizioni, ma le più in sul tardi, quando già era molto mutato da quel di prima, e col vigor della mente gli si era scemata l'antica baldanza. Da giovane credette un po' ai sogni; ma quante più son le cose alle quali le sue novelle mostrano ch'ei non credette punto! Non credette alle virtù mirabili delle pietre preziose, di cui tanti, a cominciar dagli antichi, avevano scritto, e a cui non pochi dovevano credere ancora dopo di lui, tra gli altri Marsilio Ficino e Giambattista Porta; non credette alle malìe e agl'incanti; non ai fantasmi; perchè non si ride, così com'ei fa, delle cose cui si crede; e in materia d'amore, egli che ne fu intendentissimo, non ebbe fede alcuna nei filtri e nei brevi magici, ma solo nella gioventù, nella bellezza e nella grazia. E chi più di lui, e meglio di lui, derise i falsi santi, le false reliquie, i falsi miracoli, temi consueti di tante leggende? E chi lo agguagliò nel mettere in canzone le astinenze, le macerazioni e la santa vita di certi anacoreti? Veggasi l'uso che nella novella di Rinaldo d'Asti egli fa di una leggenda celebratissima, non meno divulgata in Italia che fuori, la leggenda di san Giuliano lo Spedaliere. E non è forse la novella di Ferondo, che vivo vivo fu messo in purgatorio, una satira delle visioni e dei viaggi nel mondo di là? e la novella di quel Tingoccio Mini, che si lasciò vedere, dopo morto, al compagno, una canzonatura delle apparizioni? e la novella di Maestro Simone che volle esser fatto della brigata che andava in corso, una salatissima parodia di tutti gli stregamenti, di tutti gl'incantesimi, di tutte le diavolerie? Ma dove forse il Boccaccio mostra più aperto il modo suo di sentire e di pensare rispetto alle leggende, si è nella novella di Nastagio degli Onesti, la quale essendo in origine, come tuttavia può vedersi nei racconti di Elinando e del Passavanti, una delle più fosche leggende ascetiche del medio evo, diventa sotto la penna dell'innamorato novellatore una storia molto profana, da cui si tragge questa curiosa e memorabile moralità, che chi si mostra duro e sconoscente in amore convien che paghi poi l'error suo, nel mondo di là, con atroci castighi.
E gli altri novellieri di quel secolo, venuti dopo il Boccaccio? Franco Sacchetti non ha neppure una leggenda mista alle sue novelle. Ser Giovanni Fiorentino ne reca alcune, perchè, pur di dar modo di cicalare a quella sua coppia scipita d'innamorati, e' toglie ciò che gli viene alle mani. Ser Giovanni Sercambi ne narra parecchie; alcune profane, quali son quelle degl'inganni fatti da donne a Virgilio e ad Aristotele; altre devote, come quelle del Re Superbo, e quella di un conte di Francia, che fece un patto col diavolo, e fu portato per aria all'Inferno. Ma non si capisce se egli, che è di tutti i novellieri italiani senza paragone il più laido, e ruba al Boccaccio la novella di Rinaldo d'Asti e l'altra di Ferondo, parli proprio sul serio, quando narra di un conte di Brustola, che, soccorso dalla Vergine, di cui era devoto, potè scampare dalle mani del diavolo, e riferisce un colloquio in versi che un ebreo di Roma, il quale poi si convertì, ebbe in una chiesa con una immagine della Madonna; giunti poi a certa novella ove racconta del modo tenuto da san Martino per punire un prete disonesto, e tutelare l'onor di un marito, ciò che sopratutto si capisce si è che il tempo delle pie leggende è passato per sempre.
E non delle pie soltanto è passato il tempo. L'umanesimo vien premendo e ributtando anche le profane, e più specialmente quelle che avevano argomento da persone, cose e fatti dell'antichità classica. L'antichità, che durante il medio evo era rimasta come velata agli occhi degli uomini, ora comincia a disvelarsi, a lasciarsi vedere qual fu veramente. Le favole nate da ammirativa ignoranza, o da terrore, a poco a poco dileguano. Gli eroi, i re, gl'imperatori, i poeti, i filosofi depongono le maschere e le bizzarre vesti della finzione, e racquistano a mano a mano l'antica figura. Le sacre mura di Roma scuoton da sè quella rigogliosa vegetazion di leggende ch'era loro cresciuta addosso. I Mirabilia non si perdono, ma si trasformano. La rinascente dottrina li penetra a grado a grado, e li purga di quelle favole secolari ond'eran pieni: ed ecco venir fuori a lungo andare certi Mirabilia nuovi, che con gli antichi non hanno quasi più nulla di comune. Verso il mezzo del secolo XIV (per quanto si può congetturare) uno scrittore della Curia Romana, e canonico di Santa Maria Rotonda, Giovanni Cavallino de' Cerroni, componeva in latino un libro intitolato Polyhistoria, il quale è, più che altro, un trattato d'antichità romane e, insieme, una descrizione di Roma. L'autore conosceva la Graphia, e senza dubbio anche i Mirabilia, ma di quelle favole non introduce nel suo libro se non pochissime, sebbene nol chiuda ad altre fantasticherie. Nasceva l'archeologia scientifica, e già non erano lontani Poggio Bracciolini e Flavio Biondo.
Tutto volto all'antichità, innamorato dell'arte antica e pieno ormai del suo spirito, l'umanesimo avversa ancora quell'epiche leggende, che, maturate nella oscurità e nella confusione dei tempi di mezzo, porgevano materia a indigesti romanzi in prosa e a popolareschi cantari, composti senz'arte e nudi d'ogni eleganza. Dante aveva giudicate bellissime le favole del ciclo di Artù; ma il Petrarca, che, quando volle fare un poema epico, andò a cercarne il soggetto nelle istorie di Roma antica, il Petrarca ne parla con manifesto disprezzo, non nato di sole ragioni morali, quando, descrivendo in uno de' suoi Trionfi la lunga processione de' prigionieri d'amore, fa che il misterioso amico che lo ammaestra prorompa in quelle parole:
Ecco quei che le carte empion di sogni,
Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,
Onde convien che 'l vulgo errante agogni.
E con manifesto disprezzo accenna ai rozzi cantari Franco Sacchetti, quando, narrata quella novella del fabbro che cantando, come si canta uno cantare, alcun pezzo del poema di Dante, ne tramestava e sconciava i versi, onde il poeta, per castigarlo, gli buttò sulla via tutti i ferri e gli arnesi che aveva in bottega, soggiunge: “Il fabbro gonfiato, non sapendo rispondere, raccoglie le cose e torna al suo lavorio; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancelotto, e lasciò stare il Dante.„ Ormai le vecchie leggende epiche avevano smarrito il vero e proprio carattere di leggende, e divenivano una materia tutta mobile e fantastica, senza radici nella credenza e nel sentimento, e preparata a trasformarsi in pura materia d'arte e, all'occorrenza, di beffa. Pochi anni ancora, e nascerà, qua in Firenze, Luigi Pulci.
Ecco principia nuovo secolo, appar nuovo dì, e le leggende tramontano. Tramontano le colorite leggende che avevano constellato il nostro cielo, e illuminate di fantastica luce, per lungo volger di tempi, le vie della vita, e penetrate le anime dei loro influssi, e scaldatele del loro calore. Tramontano, ma non si spengono. Come astri dilungatisi nelle profondità dello spazio, esse brillano ora in più recondite plaghe. Gli occhi delle moltitudini più non le scorgono; ma le scorgono i dotti; e figgendo in esse lo sguardo e la mente scrutano e intendono nel lume e nella natura loro non piccola parte della vita che fu, non piccola parte della grande e immortale anima della umanità.
GLI ARTISTI PISANI12
DI
DIEGO MARTELLI
Donne gentili, cavalieri cortesi,
Fra le grandi scoperte di questo secolo ne è stata fatta una che si attaglia meravigliosamente al caso mio. Questa scoperta consiste nel pensare, come dall'alto di una piramide, si vedono le cose in modo assolutamente diverso da quando, dalla base si guarda di sotto in su. Difatti, ora che io mi trovo appollaiato su questo pinnacolo, sento tutta la responsabilità dell'opera, alla quale mi sono accinto; opera che mi pareva possibile quando ero alla base della piramide summentovata. Ora mi accorgo della pochezza mia, specialmente riflettendo agli illustri uomini che mi hanno preceduto, ed agli illustri che dovranno venire dopo di me. Io mi paragono ad un povero cantastorie orecchiante, ad uno zufolatore qualunque, messo al confronto dei più egregi contrappuntisti, dei divini strumenti di Paganini e di Sivori; piaccia alla bontà vostra che questo zufolo rusticano, non debba far la fine delli zufoli di montagna.
Dovendo dire dei grandi artisti, che nei primordi del risorgimento italico illustrarono e Pisa patria loro, e l'Italia tutta, io credo che si debba tornare, per così dire, un passo addietro, e mettersi bene in mente la situazione artistica, nella quale si trovava la società quando essi sorsero, ed i fatti che li precedettero. Per questa ragione mi sono domandato, se quello che usiamo chiamare bizantinismo – parola che sta a rappresentare il disprezzo delle generazioni successive e più colte, per un'epoca di ignoranza e di barbarie – sia veramente un epiteto che torni a capello, e sia per conseguenza una storica verità.
Io francamente non lo credo. Quando un mondo intiero si rinnuova, è quasi una necessità psichica quella di dimenticare le vecchie pratiche, e le vecchie teorie. Mercè lo impulso di certe dottrine e di certi sentimenti dell'anima, nasce, fiorisce e si sviluppa una certa arte. Quando questa ha percorso il suo ciclo, quando, a tempi maturi e maturati, succedono albori e risorgimenti, generati da nuove idee, e più potenti di quelle antiche, necessariamente bisogna, per un certo tempo, dimenticare il vecchio, ricostruire una verginità dell'anima, e trovare forme inusitate che con le antiche non abbiano nulla che vedere. Se penso ai monumenti insigni della epoca bizantina, ai monumenti del quinto o sesto secolo, alla Santa Sofia di Costantinopoli, al San Vitale di Ravenna, al San Clemente di Roma, e cerco in quella età, così poco nota, così poco studiata, di raccorre tutti gli elementi che mi possono dare una idea della potenza intellettiva di quel tempo, io dalla meraviglia sono indotto a credere che il bizantinismo non significhi un'epoca di barbarie, ma piuttosto un'epoca di grandi e splendidi orizzonti, un'epoca eminentemente artistica.
Giorni sono io visitava la biblioteca Laurenziana, nella quale mi era guida amorosa l'amico e compagno Biagi, e trovavo là un codice, che porta la data del 586, ed è per giunta un codice siriaco. Ebbene, se voi vorrete fare, a comodo vostro, una passeggiata in quella insigne biblioteca, se voi vorrete gettare un occhio amoroso su codesto codice, vedrete in quelle miniature, nelle quali manca affatto la bella arte della linea pura pagana, che vi si trova una intensità di sentimento tale, da dovere assolutamente riconoscere che chi dipingeva quelle pagine era un artista, ed un artista potente.
Però non si può disconoscere il fatto storico che angosciava quell'epoca e che si sovrappone alle dispute ed alle sottigliezze dei bizantini, alle aspirazioni ed alla costituzione di tutto il mondo cristiano avvenire; e questo è il rovesciarsi che fecero i barbari incolti sulle nostre contrade, seminandovi la desolazione e la morte.
Ho segnato qui (negli appunti) un brevissimo cenno delle condizioni d'Italia nel 566, e negli anni successivi. Ebbene, nel 566 una orribile pestilenza affligge e diserta quasi la Italia intiera. L'esterminio fu tanto che in alcune città non si vedevano più uomini; solo vagavano cani erranti, in cerca di qualche rimasuglio di cibo. Le messi non furon raccolte, le vendemmie non furono fatte, per mancanza di braccia, e perfino gli animali delle stalle rurali erravano pei campi, perchè non avevano più padrone. Nel 568, come se questa peste fosse stata poca, calarono i Longobardi, e capite che da una peste come quella descritta ad una invasione di Longobardi poca differenza poteva esserci. Nel 569 la carestia infuria, nel 570 una epizoozia orribile attacca gli armenti, cagionando anche negli uomini malattie tremende, fra queste il vaiolo; nel 589 spaventevoli inondazioni funestano l'Italia. Il Tevere straripa, fa guasti di ogni natura; a Verona l'Adige dà di fuori allagando mezza città, dissolve ed impaluda quelle che prima erano fertili contrade, impaludamento aiutato dalla gelosia de' nuovi venuti, e dalla necessità di difesa dei Veneti, rifugiati nelle isole della laguna; e per giunta alla derrata, stormi di cavallette, curiose invasioni di topi, portano dovunque la desolazione a tale, che gli abitanti della etrusca Roselle sono costretti ad abbandonarla, sopraffatti dalla loro molestia. Comprendete che in queste angustie se il sentimento artistico, che pure è forte in alcuni monumenti di quell'epoca, non fosse stato potentissimo, se quella fosse stata un'epoca di vera, di assoluta decadenza, se non ci fosse stato uno spirito nuovo che animava le menti di quegl'infelici, allora si sarebbe proprio potuto dire “Finis Italiæe„ come disgraziatamente è stato detto, in tempi più moderni “Finis Poloniæ„.
Orbene, appena dopo la invasione barbarica si comincia a riorganizzare una forma qualunque di società e di governo, appena si cominciano a raccogliere, per quanto non abbondanti, le messi, dall'ottavo all'undecimo secolo quest'arte si affina, si evolve, si educa, prende forma più gentile e più bella, e abbiamo nel mille una vera efflorescenza artistica. Nel 1071 nasce il San Marco di Venezia, nel 1013 si costruisce per opera del vescovo Ildebrando di Firenze il nostro bel San Miniato al Monte, preceduto dal Duomo di Fiesole e dalla Badia d'Arezzo. Cento e cento sono i monumenti che sorgono e nei quali voi, che siete certamente di buon gusto, non potete negare che una importanza immensa, una immensa potenza rivela il sentimento artistico che li creava; basti nominare fra tutti, da un capo all'altro d'Italia, e il San Marco di Venezia, vero splendore della civiltà cristiana, e l'abbazia di Monreale, monumento insigne, emulo e rivale di quello.
Leggendo di questa celebre abbazia, di questo grande monumento, trovai notato ch'esso è costruito su di una base perfettamente decimale, cioè in modo tale che tutte le proporzioni della basilica sono rappresentate da una funzione di numeri decimali. Vedete che in quell'epoca, che pare così trascurata, non solo la pianta, ma l'alzato eziandio, corrispondono a leggi non esclusive di architettura, ma di numero e di prospettiva. Si credeva e si riteneva, in que' tempi, quello che veramente si deve credere, cioè che l'architettura non è un aggruppamento di masse più o meno con gusto accomodate, come da un tappezziere si accomoda una sala qualunque, ma è veramente una sapiente armonia, una armonia che non ha nulla di differente, nella sua essenza, dalle armonie che si sprigionano dalle sapienti composizioni de' grandi maestri musicali; si può dire che una grande cattedrale, costruita su codesti principii, eguaglia una splendida sinfonia di Beethoven.
L'architettura, dice Victor Hugo, è il vero linguaggio dei tempi che precedono la stampa, ed è per questo che io principalmente di architettura ho voluto cominciare a parlare. Ma se un'arte è potente è egli mai possibile che le altre giacciano nella abiezione della ignoranza? Una cosa è conseguenziale dell'altra, lo scibile si svolge multiforme ma parallelo. In una certa raccolta cromolitografata di monumenti delle province meridionali che si conserva nella biblioteca Marucelliana, fra le altre cose ho trovato un dipinto che appartiene all'undecimo secolo, e rappresenta precisamente Cristo, il quale salva l'adultera dal supplizio. La figura dell'adultera è concepita in un modo, che si potrebbe oggi dire assolutamente moderno. Questa donna guarda il Salvatore, tranquillamente seduto e riguardante lei, con l'aria di chi non si rende ben conto della situazione nella quale si trova. Si comprende in quell'atteggiamento tutta la storia della nuova evoluzione del pensiero. Quella donna conosceva la legge del suo paese, essa era rea confessa, quindi sapeva la morte che l'attendeva; la parola che l'ha salvata non è un vecchio cavillo di giurista o di scriba, è una parola nuova che ha paralizzato tutti quanti. Ai lati si vedono i farisei andarsene guardando torvi il Cristo, come se dicessero “Oggi ci hai assolutamente sconfitti, ma ci rivedremo a suo tempo„; essa invece guarda Gesù e lo guarda in modo, come dire “O che affare è questo?„ C'è un sentimento intimo in quella espressione. Ora questo sentimento di intimità, che è potente nell'arte nostra moderna, e costituisce forse l'unica gloria dell'attuale nostro risorgimento artistico, i bizantini lo hanno posseduto e lo hanno posseduto molti secoli prima di noi. Da questo voi vedete che il bello dell'arte bizantina non va cercato nella esatta proporzione, nella ritmicità dell'arte greca, o greco-romana, che deriva dal solo ed esclusivo sentimento della forma, mentre in questa deriva da un sentimento dell'anima. Noi dobbiamo concedere che essa è un'arte grande, la dobbiamo studiare, e credo di potervi star garante, o signori, che quanto più osserverete le cose di quel tempo vi troverete un gran diletto ed una grande fonte di delizie artistiche.
Leggendo più qua e più là, mi avvenne di trovare questo modo di definire la bellezza, modo esposto da un frate, che ha avuto fama ed ingiustamente di essere nemico delle arti. Questi è frate Girolamo Savonarola che passa quasi per un iconoclasta per i suoi celebri auto-da-fè; se il monaco ferrarese non sentiva l'arte nuovamente pagana, non per questo era meno artista nel suo concetto, e ve lo dice egli stesso con la sua propria bocca in una predica della quale vuo' leggervi un brano.
“Dimmi (sono sue parole) vorrei sapere cosa è bellezza; la bellezza non consiste solo nella formosità di una parte del corpo, ma è una qualità che risulta dalla proporzione e corrispondenza delli membri e delle altre parti del corpo. Non dirai che la tal donna è bella per avere uno bello naso o belle mani, ma quando ci sono tutte le proporzioni. Donde viene questa bellezza? Se vai investigando, troverai che è dall'anima.„
Voi vedete dunque, o signori, che questo mio sentimento era diviso da un grande uomo e grande pensatore già qualche secolo fa!
Passiamo ora a Pisa, giacchè a Pisa dobbiamo venire.
Questa città, o che abbia come alcuni vogliono origine pelasgica o come altri credono ellenica, è sempre fondata da colonie che discesero dalle pendici dei monti dell'Ellade, da remiganti che partiti, in cerca di fortuna, dalle foci dell'Alfeo giunsero alla imboccatura dell'Arno. Quindi fino da' suoi primordi si può assicurare esser questa città di razza forte e gentile. A tempo degli Etruschi, Pisa tenne posto onorato e grande; certamente i suoi navigli quando i Tirreni toscani dominavano, non solo il nostro mare, ma si spingevano fino alle coste della Spagna e dell'Affrica, con alterne vicende furono o alleati o nemici dei Fenici di Cartagine, e tennero alto il nome loro e della loro città. Colonia Giulia ai tempi di Augusto, fu prediletta da Nerone, che la insignì di grandi e cospicui mutamenti, finchè nel 542 fu schiacciata dopo aspra difesa dalle orde dei Visigoti. Pur tuttavia Pisa resiste, e fino dall'epoche più tenebrose del medio evo italico, noi la vediamo costituita come città celebre ed illustre. Nell'ottavo secolo il diacono Paolo legge di grammatica in Pavia e diventa tutore di Carlomagno, che seco lo porta alla sua reggia di Francia, dove è riconosciuto, dal monaco Alcuino, l'altissimo merito di costui. Alle crociate i Pisani presero sempre nobilissima parte, e papa Eugenio III di casa Paganelli, benedettino ed amico di san Bernardo, fu pure pisano. Nel 1017 papa Benedetto mandava legati a Pisa per eccitare i Pisani a cacciare i Saraceni dalla Sardegna; ed i consoli, insieme al vescovo Lamberto de' Lanfranchi, col consenso del popolo, deliberarono di partecipare alla impresa purchè fosse loro consegnato il vessillo di san Pietro. Nel 1114 li vediamo partire per la conquista delle Baleari, ed al Duomo pisano poco dopo mettevano una porta trasportata da Maiorca, trofeo glorioso della loro vittoria. Questa loro campagna fu cantata in esametri, abbastanza degni di questo nome, da un monaco di nome Lorenzo da Verna, nel 1188. Avendo i Pisani in quell'epoca molti e frequenti contatti con Costantinopoli, incaricarono Burgundio, uno de' loro maggiorenti, che mentre andava a ratificare una pace con quello imperatore, verso il 1135, portasse seco il codice delle Pandette che fu il primo codice di leggi romane ritornato in Italia. Esso dal greco lo tradusse in latino, come tradusse in latino le opere di Galeno, tantochè a questo benemerito fu posta sul sepolcro, ancora esistente nella chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno, una iscrizione enumerativa delle sue virtù nella quale, non a torto, è chiamato “Doctor doctorum„.
E nell'anno 1202 incipit liber Abbaci compositus a Leonardo filio Bonacci. Questo antico Abbaco, è nulla di meno che la introduzione del calcolo a cifre arabiche o indiche nelle matematiche, e nell'uso comune. Voi capite che, a quell'epoca, una scoperta di cotesto genere equivaleva senza forse alle future glorie del cittadino pisano Galileo Galilei. Finalmente, quando dalla bassa latinità dei tempi scaturisce il nuovo fiore della lingua nostra, nel 1295 troviamo in bellissimo italiano scritto un trattato di pace con Elmiro di Momino re di Tunisi, nel quale si assicurano franchigie e rispetto per terra e per mare ai cittadini della repubblica pisana. Ve ne leggo un piccolo brano perchè questo brano dà una esatta idea della vastità dei domini di Pisa. Ivi al capitolo,
“De l'isule de' Pisani.
“Lo quale dominus Parenti disse e ricordone lo confine delle terre loro le quali messe sono in questa pace e le quali sono in terra ferma et grande, cio este dallo Corbo infine a Civitavecchia et l'isule le quali sono in mare, ciò este tutta l'isula de Sardinia et castello di Castro et isula di Corsica et l'isula di Pianosa, d'Elba, et l'isula di Capraja e l'isula di Gorgona e l'isula del Giglio e l'isula di Monte Cristo.„
Pure in buon volgare è scritto un diploma di Arrigo re di Gerusalemme e di Cipro, che concede consolato ed esenzioni ai Pisani nel 1291.
Queste erano le condizioni di Pisa dal decimo al tredicesimo secolo, nel quale resistè con diciotto anni di guerre maledette contro la lega guelfa toscana, sussidiata dalla rivale sua Genova. Voi vedete che è già molto che una città che, dopo tutto, conta un numero di abitanti assai limitato che la maggior parte del suo territorio possiede in terreni di conquista, possa in un solo momento raccogliere tanta virtù, potenza e civiltà. Difatti, quando l'impresa di Palermo contro i Saraceni fu condotta a termine, fortunatamente, sorge il gran Duomo, la grande primaziale di Pisa.
Prima di questa già esistevano varie altre chiese più antiche ed aveva Pisa la sua cattedrale nel San Paolo a Ripa d'Arno. In questo noi troviamo il germe, il principio della futura costruzione del Duomo, come in un'altra piccola ed elegante chiesa di Diotisalvi, nella chiesa del Santo Sepolcro, troviamo il germe e l'origine del bel San Giovanni.
Buschetto, che fu l'autore del Duomo, si crede da alcuni che possa non esser pisano; però è molto controversa la cosa, perchè da un certo verso nel quale accenna a Dulichio, ma nel quale si allude anche alla ingegnosità di Ulisse, non si capisce bene se si voglia dare questa isola greca come patria a Buschetto, o se si voglia fare allusione alla sagacia con la quale seppe trovare gli ingegni, difficilissimi per quei tempi, con i quali potè erigere una mole sì vasta.
Il Duomo di Pisa, come tutte le chiese di quel tempo, è per la maggior parte costruito con materiale raccolto dovunque, da edifizi preesistenti. La leggenda vuole che i Pisani dalle loro conquiste portassero quelli immensi blocchi di granito e di marmo. Io propendo a credere, e posso dire, secondo anche il parere di un pisano molto amante delle patrie antichità, l'eruditissimo Pelosini, che questa arte nuova, che non avea più nulla che fare col vecchio, si servisse dei ruderi degli antichi monumenti come di materiale pei nuovi; però, se voi guardate quanta grazia, quanta sveltezza esiste nel modo di combinare quelle arcate, su colonne di diversa grandezza, di accomodare a quelle capitelli di diverso tipo, troverete che se l'architettura non è più la classica, la vecchia architettura pagana, pur tuttavia è certamente una razza greca o derivante dall'Ellade, quella alla quale era dato inalzare, col sentimento rinnuovato e cristiano, un monumento di squisita eleganza come il Duomo di Pisa.
Accanto al Duomo sorse, pochi anni dopo, il San Giovanni, opera di Diotisalvi. A metà della costruzione mancarono i danari; i Pisani non vollero però che il lavoro rimanesse a mezzo, e si quotarono, con una quotazione volontaria, di un soldo d'oro a famiglia. Questo avvenimento ci giova per avere una idea della potenza della popolazione di Pisa, poichè ci resulta che trentaquattromila famiglie danno un minimum di centocinquantamila abitanti nella città. Voi vedete che per una città medioevale, centocinquantamila abitanti, raccolti in trentaquattromila famiglie che volontariamente potevano spendere un soldo d'oro, il numero non è piccolo, e vi dimostra che Pisa era uno dei più grandi empori del Mediterraneo d'allora.
Grande ammiraglio della flotta pisana, non solo, ma anche di tutta la flotta della terza crociata, era lo arcivescovo Ubaldo de' Lanfranchi; nè sembri strano che l'arcivescovo comandasse codesta spedizione, poichè siamo appunto nell'epoca la quale coincide con quel risveglio della latinità, che ebbe pei primi rappresentanti i vescovi, a quel momento della nostra storia che Giuseppe Ferrari chiama rivoluzione dei vescovi, la quale precede la rivoluzione dei consoli. Ebbene, questo fiero arcivescovo, giunto alle coste della Palestina e sbarcato, seguitò gli eserciti di terra comandati, come sapete, da Barbarossa, da Riccardo Cuor di Leone, e da Filippo Augusto re di Francia, e sul Calvario pose la sua tenda. In quel luogo santo per la memoria del Redentore, ebbe una artistica e religiosa idea, pensò che le sue navi eran da tanto che avrebbero potuto trasportare in patria quanta di questa santa terra fosse stata necessaria, perchè i Pisani potessero riposare in quella il sonno della morte custoditi come da una preziosa reliquia.
Alla idea tenne dietro e pronta l'esecuzione; furon caricati i navigli onerari della flotta pisana; nè poco potenti dovevano essere se si accinsero a tanta impresa; e la terra che fu bagnata dal sangue del Giusto fu trasportata nel Camposanto di Pisa.
Reliquia così grande e così singolare doveva essere per certo custodita con molta cura; ed infatti ad un grande artista capitò la fortuna di eseguire la bella commissione, e la santa reliquia ebbe pure la fortuna di trovare un artista degno di lei; per cui nacque l'occasione di uno dei più bei monumenti che mai si potessero immaginare. Infatti se, conosciutene le origini, pensate al Camposanto di Pisa, opera di Giovanni di Niccola Pisano, voi probabilmente sarete con me nel convenire che quel Camposanto ha veramente la forma di un cofano. Ricordatevi dei cofani preziosi lavorati nel tredicesimo secolo, rammentatevi la forma oblunga e semplice del Camposanto pisano, la intonazione di quelle mura rivestite di verrucano, simile all'avorio ingiallito, e troverete che veramente all'esterno esso è tutto semplicità, è come una cassetta nella quale è stato posto questo grande gioiello. All'interno invece il monumento si sviluppa in vaghissimi loggiati; la gemma che si voleva custodire, che si voleva onorare come santo ricordo, non doveva avere esteriorità, era cosa intima, era dell'anima; perchè il sacrato costituito dal rettangolo della terra portata dalla Palestina sta esposto al sole ed ivi fioriscono le primavere, nè ha tettoia come l'hanno i loggiati che lo inghirlandano. In codesto esempio di architettura, come nella loggia dell'Orsanmichele di Firenze, vediamo già gli archi tondi, combinati con parecchie curve che formano l'ogiva; caratteristica specialissima dell'architettura pisana, ed anche in parte dell'architettura fiorentina; la quale non ha mai il sesto acuto gotico schietto ma sempre addolcito e modificato.
Questi i principali architetti ed i più illustri; insieme ad essi Bonanno, autore del campanile, che lavora insieme con Guglielmo d'Innspruck, frate domenicano.
Io non ho tempo nè voglia di farvi dettagli minuti su ciò che vi ho descritto; si possono citare dei passi di uno scrittore, le opere d'arte bisogna vederle.
Accanto a questi artefici delle grandi masse e delle grandi linee, riesciti perfetti, ci sono gli artisti del pennello e dello scalpello e quindi i grandi nomi di Giunta da Pisa, di Niccola Pisano, di Giovanni suo figlio, di Andrea da Pontedera, di Nino di Tommaso figlio di Andrea. Questi sono, ed è naturale, i più conosciuti. Però per quanto si sappia e si creda che il Giunta, amico com'era di frate Elia edificatore del San Francesco di Assisi, certamente vi dipingesse, ciononostante per la gelosia de' Fiorentini, che volle a Pisa togliere ogni gloria in un certo tempo, si contestano a lui molte di quelle pitture attribuendole a Cimabue. Allora la cosa poteva andare, ma oggi che vivaddio ci sentiamo tutti Italiani, non ci importa se l'architettura o la pittura prime risorsero o a Pisa, o a Siena, o ad Arezzo, o a Firenze; rinacquero certamente e risorsero in Italia e ci basta.