Kitabı oku: «Il tenente dei Lancieri», sayfa 3
Maddalena a un tratto ebbe un impeto di collera; gli afferrò il ciuffo dei capelli arruffati, lo scossa violentemente, poi lo spinse fuori dall’uscio.
– Va via!… non mettermi al punto di commettere uno sproposito.
E colla voce soffocata, tremando anch’essa, ma di rabbia, chiamò un facchino e lo mandò alla posta colla lettera per il signor Rosasco.
In un momento, la gran notizia si sparse per tutto il fondaco: la signora Maddalena voleva scacciare di casa Giacomino, voleva imbarcarlo.
Era lo stesso signor Daniele che andava in giro a raccontarlo a tutti, e colla speranza di acquistare maggior coraggio sentendosi dar ragione.
– Sì – concludeva – prima che mio figlio mi sia strappato dalle braccia per essere imbarcato, devo esserci anch’io: non ho forse diritto di non volere? Non dovevo oppormi?
Tutti gli rispondevano di sì e il signor Daniele si era messo a gridare, a smaniare, a predicare anche lui, come faceva sua moglie; ma quando la vedeva in distanza tirava di lungo e si perdeva nel fondaco, non bastandogli il cuore di affrontarla una seconda volta.
La sera, a cena, Giacomino non comparve: era rimasto tutto il giorno chiuso in camera sua, aveva pianto, si era sfogato, e adesso aspettava la notte, quando tutti fossero addormentali, anche il babbo, per scappare solo, colla notizia del suo imbarco, da madamigella Fanny.
Chissà? Se riuscisse a commuoverla? a toccarle il cuore colle sue disgrazie? Chissà?.. Almeno un bacio?… Saperlotte!
A cena la signora Trebeschi non vide altro che musi lunghi: la rivolta era muta, ma generale.
– Come ha saputo farsi amare quello scavezzacollo! – pensava. Maddalena trinciando il lesso.
E forse, per un moto istintivo del suo cuore di madre, quella sera fu insolitamente larga nelle porzioni. E parlava e voleva far parlare gli altri, e cercava, con tutti i pretesti, d’intavolare la conversazione.
Anche quella sera, naturalmente, non faceva se non lodare sè stessa e criticare gli altri, ma ci metteva minore acredine, e quasi una certa bonarietà. Pareva che cercasse un complimento, una parola affettuosa.
– Io ho sempre avuto cuore, ricordatelo, ma il cuore, – diceva il mio povero padre – il cuore non deve mai far perdere la testa. E se io mi sono sempre mantenuta quella che sono, non è che non abbia avuto cuore come le altre, è perché ho avuto più testa delle altre.
E versava da bere al marito, che lasciava il bicchiere pieno sulla tavola, e offriva ancora del lesso ai figliuoli, che non ne volevano più e respingevano il piatto.
Vedendo che non riusciva con gli altri, si provò a far complimenti alla Cammilla:
– Adesso hai imparato: la minestra la sai far bene.
Ma anche la Cammilla rimaneva impassibile, nè smetteva di tenerle il broncio. Allora essa cominciò ad aggrottar le ciglia, e a, far gli occhi torvi.
– Che la stupida ragazza avesse del tenero per quel bel mobile? Badasse bene ai casi suoi, perché era sempre lì come un uccel sulla frasca. In quattro e quattr’otto la si poteva rimandare a Melegnano.
Il signor Daniele aveva desiderato prender con sè la nipotina, per aiutare, sollevandoli di una bocca, i suoi parenti poveri, e la signora Maddalena vi aveva acconsentito, dopo avere un po’ storto la bocca, ma con una condizione, anzi con due: primo, la Cammilla non doveva mangiare il pane a tradimento: secondo, non voleva dir di sì, definitivamente, senza qualche giorno di prova.
La Cammilla, quando era venuta a Milano, era una bimba di nove anni; adesso ne aveva diciotto, ed era sempre in prova. Di giorno, nel fondaco, teneva il carteggio e le prime note: la sera poi, in casa e in cucina, puliva, rattoppava, faceva le calze a tutti i Trebeschi; e di più, in quel continuo via vai delle serve e delle cuoche, sempre in prova e per prova, doveva lei, bene spesso, durante gli interregni, metter la pentola al fuoco per la colazione e pel pranzo.
V
La risposta dell’armatore non si fece aspettare; l’Arcobaleno partiva diretto a Porman e da Porman per Filadelfia il 1. di novembre, e perciò il signor Rosasco avvertiva la signora Maddalena che il suo pivetto doveva trovarsi a Genova per la fine del mese…
– Quindici giorni, quindici giorni soltanto!… – sospirava il povero signor Daniele.
– Quindici giorni e poi… poi, forse non vederlo mai più! – gemeva in cuor suo la signorina Cammilla cogli occhi gonfi e il dolor di capo.
Giacomino invece si dava buon tempo.
– Ancora un paio di settimane e poi… divertirmi e godermela più che a Milano!
Passato il bruciore della prima impressione, aveva risoluto di farsi animo, inghiottendo il boccone amaro, anzi mostrando d’infischiarsene, e c’era riuscito.
Ma in quanto alla, genitrice… – ah! ah! – le preparava una magnifica sorpresa per quando l’Arcobaleno sarebbe stato in alto mare verso l’Equatore: un mucchio di debiti da pagare; e intanto si divertiva a tormentarla, a punzecchiarla.
La genitrice – adesso la chiamava sempre così – cercava di sfuggirlo?.. E lui si dava un gran da fare par cacciarsele sempre fra i piedi; e quando la incontrava nel fondaco, la salutava nel modo che alla signora Maddalena faceva più dispetto: strisciando i piedi, battendo i tacchi. E su, in casa, quando si trovavano insieme all’ora della colazione e del pranzo. Giacomino, con una compitezza affettata, esagerata, correva ad aprirle l’uscio, ad offrirle la seggiola, a metterle lo scaldino sotto ai piedi.
Talvolta mamma e figliuolo si fissavano in viso: lei pallida, accigliata; lui, col sorriso impertinente sotto i baffettini tirati in su: pareva che stesse per iscoppiare il fulmine: il signor Daniele tremava, tremava la signorina Cammilla; Temistocle e Gian Maria non battevano palpabra: ma poi la signora Maddalena voltava la testa con una mossaccia dispettosa, e invece di pigliarsela con quello sfacciato, si sfogava contro la Banca Generale in liquidazione e il Credito Provinciale tentennante.
E strillava:
Queste sono le vere burrasche! le tremende burrasche!… Altro che aver paura di un po’ di mal di mare! – e affaccendata mandava il signor Daniele in traccia di notizie e di informazioni alla Borsa, alle Banche, dagli agenti di cambio, lo faceva correre di qua e di là, a portar ordini, contr’ordini, minacce, strapazzate.
Il pover’uomo correva e sudava: ma dappertutto, appena, sbrigata l’incombenza avuta, buttava fuori, con un sospirone, la gran notizia della prossima partenza del figliuolo, del suo imbarco, chissà per dove, chissà fin quando! e chiedeva consiglio e conforto con un balbettamento affannoso che pareva un gemito:
– Che cosa devo fare? Che cosa si può fare? Ma io non voglio! Io non lo lascio andar via!
– Che cosa doveva fare?… – Opporsi a sua moglie, dire un bel no! – Non era lui il padrone?
Il signor Daniele approvava, col capo… e tornava a correre e a gemere da un’altra parte.
– Che cosa devo fare? Che cosa si può fare?… aveva domandato una volta anche a madamigella Fanny, e con un tremito più vivo e un accento più fervoroso: – Io non voglio lasciarlo andar via!.. Io non lo lascio andar via. Che cosa si può fare?
– On divorce! – gli aveva consigliato la cavallerizza, schioccando la frusta.
– ChE cosa?
– Divorzio! – gli aveva urlato nelle orecchi monsieur Richard.
Al povero signor Daniele non rimaneva più che la Cammilla.
– Che, cosa devo fare?… Che cosa si può fare?… – mormorava anche a lei, ma sottovoce, per non essere udito dagli altri. E lì colla Cammilla poteva sfogarsi; tutt’e due pensavano, studiavano se c’era verso d’impedire la partenza di Giacomino, e finivano con piangere insieme brontolando: – No, no, no! non deve andar via!… non deve andar via!....
Giacomo, ciarliero, espansivo con tutti, evitava tanto il babbo, quanto la Cammilla, ma per diversa cagione.
Il babbo che lo seguiva, stralunato, balbettando colla voce piena di lacrime: – Ma io non voglio!… io non ti lascio partire!.. – lo commoveva troppo, e Giacomino voleva esser troppo forte, e sempre allegro. Quanto poi alla Cammilla, quel naso di famiglia, sempre rosso e gonfio per amor suo, lo infastidiva e lo indispettiva.
Nel suo cuore non c’era più posto che per il bel nasino della Fanny.
– Che c’entrava la Cammilla? Era forse sua sorella?… E le voltava lo spalle.
Giacomo era innamorato di Fanny e Fanny di Giacomo. I due giovani se l’erano detto ed anche provato.
La grande notizia dell’imbarco del giovane Trebeschi sull’Arcobaleno aveva fatto colpo anche al Circo Stanislao.
La Fanny, fin dalla prima sera al Biffi, quando aveva ammirato quella bocca fresca, intatta del giovanotto, non aveva aspettato altro che di trovarsi a quattrocchi con lui, per mangiarsela di baci. Così, appena, Giacomino le ebbe detto, sospirando: – che partiva per sempre e che non ne provava nessun rammarico fuorché per lei – subito, la bella ragazza, gli aveva buttato le braccia al collo, dicendogli, fra i baci, all’orecchio:
– Prends bien garde, mio caro, que le général non si accorga di niente!
– Saperlotte! – aveva risposto Giacomino, rassicurando la ragazza.
Infatti, poco dopo, quando udirono picchiare leggermente all’uscio, – erano nel camerino, al Dal Verme, – Giacomo, prontissimo, si era già allontanato, mentre Fanny si passava il piumino della cipria sulle guance, esclamando con una risata squillante:
– Venez donc, mon général.
Piccolomini di Coccorito, entrò, e si fermò in mezzo al camerino, fieramente, colla pancetta traballante sulle gambette ercoline: non salutò nemmeno madamigella Fanny; squadrò il giovinotto che aveva già notato qua e là, ma che vedeva lì per la prima volta.
– Monsieur Trebeschi, un amico di mio fratello – disse tosto e con gran disinvoltura l’intrepida amazzone, presentando Giacomo al generale, senza voltarsi nemmeno, mentre col cappello a cilindro sugli occhi e col frustino sotto il braccio, calzava, con grande sforzo, i guanti gialli, lunghi, scamosciati.
Il generale continuava a, fissare il giovinotto, e, quasi annusasse odor di polvere, gli si rizzavano i peli dei grossi baffoni, tinti di nero, il ciuffetto irto in mazzo al cranio pelato.
Giacomo, dal canto suo sosteneva imperterrito quello sguardo.
– Trebeschi? – domandò finalmente il generale, gonfiando le gote e soffiando ad ogni parola.
– Trebeschi?… Ufficiale?… In cavalleria?
Madamigella Fanny rispose di no, sorridendo, perché tutti pigliavano quel bel ragazzo per un ufficiale… E così anche il Piccolomini che pur doveva intendersene. Poi si affrettò a soggiungere che l’amico di suo fratello partiva quanto prima per la Spagna, per l’America, per l’Australia.
Il generale si rasserenò, e senza badar più a quel borghese, si accostò saltellante alla Fanny, e si mise ad aiutarla a calzarsi i guanti, gonfiando le guance e soffiando più forte che mai.
Giacomo salutò, con un altro inchino, e se ne andò serio, impettito. Ma appena fuori fece anche lui un salterello, fregandosi le mani e strizzando l’occhio.
– Ah! ah! la faceva in barba a un generale!
E il giovanotto in quei giorni fu pienamente felice; ma la felicità non gli fece perdere la bussola; tutt’altro. Invece di essere geloso, si divertiva a chiamare Fanny la sua bella generalessa, e così tutti, compreso il Piccolomini, restavano contenti più di prima.
Il solo che, colla crescente felicità di Giacomino, si andasse rannuvolando era monsieur Richard, inquietissimo per l’avvenire.
– Sempre così – borbottava – a Milano, come a Parigi, come a Pietroburgo!
E minacciava sempre, quando l’altro non poteva sentire, di voler somministrare schiaffoni a destra e a sinistra, e faceva gli occhiacci alla Fanny, che gli rispondeva appena con un’alzata di spalle.
E il buon fratello, nella sua sperimentata antiveggenza, pur troppo, era profeta. Era mancata la prudenza non a Giacomino, ma alla Fanny, e proprio nel momento supremo, cioè quando al povero generale Piccolomini, che aveva già speso un occhio, per la stella del Circo Stanislao, e credeva ormai di essere arrivato in fondo, era capitato a domicilio un altro fascio di conti da pagare: il riassumendo della fine di stagione. L’avarizia stimolata dalla maraviglia e dal dispetto non scemò l’amore del generale, ma ne acuì la gelosia. Gonfiandosi e soffiando, cominciò a impressionarsi, a impermalirsi, a guardare, ad osservare.
– E quel Trebeschi? Quel giovanotto borghese?
Il Piccolomini non lo aveva più trovato lì, nel camerino, e non lo aveva mai incontrato in casa di mademoiselle Richard, ma spesso gli capitava tra i piedi nei paraggi del Dal Verme, e gli dava sempre nell’occhio appunto per quella sua aria di ufficialetto in borghese… e per la fretta di sgattaiolare inosservato.
– Ohi! ohi!… Attenti!
Per scoprir terreno, cominciò a parlare: e a sparlare del signor Trebeschi – di quel giovane di bottega che si dava un atteggiamento marziale – cominciò a scherzare sul conto suo, a ridere alle sue spalle e notò che ci stava a scherzare e a ridere anche la Fanny, ma esageratamente, con un’esaltazione nervosa; e notò di più che monsieur Richard, parlando del Trebeschi, pareva che avesse un nodo in gola, benché si sforzasse di non darlo a divedere..
– Ohi! ohi! Cospetto di bacco!… Ma quando ci va? Dove si vedono? Come si trovano?
Rimase molto perplesso; poi prese un partito. Regalando venti lire, in due volte, alla portinaia, seppe tutto ciò che gli premeva di sapere.
Povero Giacomino! Con tutto il suo giudizio, con tutta la sua prudenza, con tutta la sua furberia, era proprio andato a finire in bocca al lupo.
Visite a Fanny, in casa, non ne faceva, non praticava più in teatro, di giorno, all’ora della prova. E poi nemmeno la sera. Dacchè si erano accorti che il generale sospettava di qualche cosa, Giacomino non aveva più cenato coi Richard nè messo piede al Dal Verme.
In teatro correva la voce che il giovane Trebeschi si fosse già imbarcato a Genova sull’Arcobaleno.
Tutto spirava pace, perfino la fronte del Richard cominciava a spianarsi… quando una notte, molto tardi, mentre Giacomino, con tutte le possibili cautele, stava per aprire lo sportello della casa dove era alloggiata la cara Fanny, si sentì battere sulla spalla: si voltò di colpo, e – Saperlotte! – si trovò a faccia a faccia col generale.
Il giovanotto, pronto, si mise in posizione e rimase serio, mentre l’altro dava in una risataccia insolente.
Prendete – esclamò dopo un momento il generale. – Vi aspettavo per regalarvi un’altra chiave, la mia, nel caso che perdeste la vostra.
E così dicendo pose, una lunga chiave arrugginita nella mano che il povero malcapitato gli stendeva macchinalmente. Poi gonfiò le labbra, soffiò, soggiunse soltanto un: – Buona notte: a lei e a tutta la compagnia – e così se ne andò, traballando sulle gambette a roncolo.
Giacomino, rimasto lì, immobile e muto con quelle due chiavi in mano, seguì il generale collo sguardo finché lo potè scorgere: sospirò, ma non si mosse. Riflettè a lungo, sul da farsi, e si persuase che, nel caso suo, due chiavi erano troppe.
Allora invece di aprire e di salire, mise le due chiavi in tasca, tornò indietro, tornò a casa sua, si cacciò in letto, e spense subito il lume per addormentarsi più presto. Ma penò molto a prender sonno. Il caso era grave.
Al mattino avrebbe dovuto andare da Fanny a raccontarle la scena col generale: che bella improvvisata!
Furbo, per altro, quel Piccolomini! Ma che avrebbe risposto Fanny? E il Richard? Apriti, cielo!
Giacomo sapeva che fratello e sorella erano pieni di debiti: debiti col conduttore del teatro, debiti coi fornitori, debiti con tutti. E nel calduccio del letto, dietro la sfilata dei creditori del Circo Stanislao, vedeva anche venire quella de’ suoi: il cameriere del caffè del teatro, col quale, in tante colazioni, in tanti cognac, in tante bottiglie di Marsala in ghiaccio bevute alle prove con tutta la Compagnia equestre, aveva un conto che non finiva mai. L’orefice, che, conoscendo la solvibilità e l’onorabilità della famiglia Trebeschi, gli aveva venduto sulla parola un anello di brillanti. E il sarto. A la Ville de Paris?… E il camiciaio alla Città di Vienna?…
– Che caldo! Auf! che caldo!…
Giacomo smaniava, si voltava, si rivoltava nel letto, ma ad ogni giravolta c’era un debito, un creditore nuovo, una nuova puntura. Finalmente gli venne un’idea; una bella idea. Se invece di indugiarsi ancora gli ultimi quattro o cinque giorni, fosse partito per Genova la mattina dopo?… Se invece di aspettare l’Arcobaleno, si fosse imbarcato subito? Il generale credeva di avergliela fatta, ma lui, ancora più furbo e più svelto, avrebbe preso il largo in alto mare!…
Giacomo rise a questa idea; e col rider si rimise in calma. Allora, dimenticate le due chiavi, si addormentò, e dormì profondamente fino alla mattina molto tardi, quando venne a svegliarlo suo padre, il signor Daniele in persona, tutto sossopra, ansante, piangente, ridente.
– Non parti più! Non vai via più! Sono stato io!… Lo dirai alla signorina Fanny!.. Lo dirai a monsieur Richard!… Sono stato io! Io e la Cammilla!
– Che cosa? – domandò l’altro, mettendosi a sedere sul letto, fregandosi gli occhi, ancora trasognato. – Che cosa c’è?
– È arrivata la lettera del signor Rosasco! Il colpo è andato benone!
– Che colpo? che colpo? – E Giacomo fissava in viso il babbo, e nel buio della sua testa intronata, col dubbio di non poter più partire, ricomparivano ad una ad una le immagini della Fanny e dei creditori, del Richard e del generale. – Che colpo?
– Il colera. Abbiamo inventato che a bordo c’è il colera! Non puoi più imbarcarti. Non parti più, resti a Milano. Sono stato io; io e la Cammilla. Ma non dir niente alla mamma. Guai! guai! guai!
E ad ogni «guai!» la faccia, del pover’uomo si rifaceva torva e spaurita; il naso storto pareva che gli tramasse dalla commozione.
Giacomo cominciava a capire, e si arrabbiava, gridando che voleva saper tutto, e cercando di sciogliersi dal signor Daniele, che non rifiniva dall’abbracciarlo e dall’accarezzarlo, mentre ripeteva:
– Non dir niente alla mamma; non dir niente alla mamma!… Io non potevo lasciarti andar via… Io non volevo lasciarli andar via!
VI
– Pazienza il babbo – brontolava Giacomo alzandosi e vestendosi. – Lo ha fatto a fin di bene. Ma la Cammilla come c’entra?… Con quel naso?… e lo vuol ficcar dappertutto!
Mentre, chinato sulla catinella, si lavava rumorosamente, buttando l’acqua in mezzo alla camera e spruzzandone le pareti, sentì aprir l’uscio.
Si voltò colla faccia insaponata: era Gian Maria.
– Che vuoi?
L’altro, con un sorrisetto significativo, gli diede una letterina che avevano portato allora dal teatro Dal Verme.
Gian Maria e Temistocle, per incarico del fratello, stavano alle vedette, per badare in quei giorni che certe lettere o bigliettini non capitassero fra le unghie materne.
Giacomo, mentre si asciugava le mani, guardava fisso la lettera con occhio torvo:
– Dammela.
Erano due righe soltanto:
«Venez vite: prestissimo.
«Fanny».
Gian Maria, che possedeva pure e teneva nascosto in un cassettone della, sua camera un ritratto di mademoiselle Fanny a cavallo di Gladiator, contemplava a bocca aperta il fratello ed il bigliettino.
Giacomo se ne accorse, e se la pigliò con lui:
– Marche!
Gian Maria, abituato dal fratello alla militare, se la battè senza fiatare, e Giacomo tornò a leggere:
«Venez vite: prestissimo.
«Fanny».
– Saperlotte!… – esclamò, pensando che il generale, certo, senza perder tempo, doveva aver dato e preso un congedo definitivo.
Infatti quella mattina, alle sette, prima di recarsi in quartiere dove aveva una ispezione, il Piccolomini aveva già mandato il grosso incartamento dei conti da pagare alla signorina Richard, scrivendo sopra una seconda fascia:
«Pel signor Trebeschi.
«proprie mani.»
Nella sua breve carriera, da maggiore a generale, il Piccolomini di Coccorito si era trovato parecchie volte in simili contingenze, e però ci aveva fatto la mano.
Alla lettura, del bigliettino di Fanny, il giovane Trebeschi era diventato pallido; pure non indietreggiò: coraggio e avanti. Ma, lungo la strada, mentre si recava dai Richard, pensava, con desiderio, al porto di Genova; lo vedeva inondato di sole, mentre Milano era piena di nebbia, e quasi si arrabbiava anche contro sua madre, così furba di solito, e questa volta «tanto oca, da non capire il trucco.».
Quando Giacomino entrò in camera della Fanny, la ragazza, ancora in sottanino e colle spalle nude, si stava vestendo; e intanto riscaldava il caffè, ravviava la sua roba, assestava la sua camera, tutte cose che la mattina faceva a comodo, un po’ l’una, un po’ l’altra, fra l’andirivieni della gente da teatro, fumando un monte di sigarette e leticando col fratello.
Il Richard dormiva fuori, coi cavalli, ma la mattina veniva a casa, per buttarsi qualche altra ora sul letto, e poi lavarsi e far colazione.
Appena essa vide entrare Giacomino, l’amico del cuore, e mentre passava dallo specchio, dinanzi al quale si pettinava, al caminetto dove scaldava il caffè, rovesciava un sacco d’improperi, nel suo linguaggio internazionale, sul capo dell’antico protettore.
– C’est une canaille, un filou!.. – cominciò anche il fratello a gridare dall’altra camera, e monsieur Crispì, un pappagallo bianco, grosso, con una cresta gialla, che s’arrampicava su tutti i mobili, rosicchiandoli e insudiciandoli, nel sentir gridare a quel modo, cominciò a gridare più forte, come un’anima dannata:
– Amourreux! Pauvre Amourreux! Cafè! Cafè! Cafè!
Fanny giurava di vendicarsi di quel miserabile troupier; aveva dei molti buoni amici, dappertuto in Italia, ed anche a Roma, molto in alto.
– A Roma, come a Parigi! Come a Pietroburgo! Come a Berlino! – urlava il fratello.
Giacomo, colle orecchie intronate, si chinò per sedersi sopra una poltroncina che la ragazza gli aveva spinta dinanzi col piede; ma di colpo si rialzò; la poltroncina, sgangherata, cascava da una parte; e lui andò a mettersi sul letto non ancora rifatto, ma un brontolìo ringhioso, di sotto alle coperte, lo fece allontanare: era il vecchio bulldogh dei Richard che mordeva e che l’aveva con lui particolarmente.
– Falstaff! couche!
Giacomo restò in piedi, girando su e giù, a testa bassa.. Aspettava la stoccata, cioè che entrassero nell’argomento dei quattrini; se la sentiva arrivare; e infatti, appena monsieur Crispì e Falstaff si furono acquietati, fratello e sorella, la sorella di qua, lavandosi i denti, il fratello di là, mutandosi la camicia, rivolsero la loro collera non più sul generale, ma su quell’altro miserabile; imbroglione, ladro… dell’impresario.
Non potevano partire, avevano tutto sotto sequestro; avevano un contratto d’oro a Borgo San Donnino: per otto sere, mille lire per sera. E poi due mesi al gran teatro di Terni, assicurati.
E recando queste buone notizie, il fratello della Fanny si presentò sull’uscio dell’altra stanza, ancora in maniche di camicia, stringendosi attorno alla vita una larga cintura di pelle.
Monsieur Crispì, che rosicchiava la cornice della credenza, vedendo il Richard, col quale non andava, d’accordo, si fermò, lo fissò, gonfiò le penne, drizzò tutta la cresta, e ciao: una chiazza, bianca sul pavimento.
Giacomino tenne duro; la verità è quasi sempre la via più spiccia par levarsi d’imbroglio; e Giacomo disse la verità.
Neppur lui aveva un soldo, ed era pieno di debiti, e con questo di peggio, saperlotte! che non poteva svignarsela. Doveva restare a Milano un altro mese.
Fanny sorrise; il Richard strinse la mano a Giacomo, battendogli amichevolmente sulla spalla:
– Avez-vous besoin d’argent? Forse anche mille franchi, ma cinquecento sicuramente; penso io.
Che cosa voleva, dire? Giacomino non capiva.
– Io faccio una… cortesia a voi: voi fate una cortesia a me. Compris? No? Adesso vi spiego l’affare; sedete.
Giacomo restò in piedi, sempre guardando, con tanto d’occhi, monsieur Richard.
L’affare era semplicissimo. Un forte capitalista, il signor Facchinetti, era contentissimo di scontargli una cambiale per due, tremila franchi: in un altro momento anche cinque! anche dieci! Tutto quello che voleva.
Il Richard, sorridente, riempiva la pipa colle sigarette che il generale aveva regalate a Fanny, e nel parlare faceva lunghe pause, perché il buon amico Trebeschi capisse tutto, ben chiaro.
– Io gli ho detto: Signor Facchinetti, la mia firma vi basta? – La vostra firma? Crénon! Per me, basta la vostra, parola. Ma devo scontare anch’io alla Banca: oltre alla vostra, datemene un’altra, qualunque sia, per formalità; è la vostra che conta. – Très-bien! Accettate quella, del signor Trebeschi? – Trebeschi?… Mai sentito nominare: lo conoscete voi? E allora basta. Affar fatto. – E Richard, a questo punto, si mise a ridere come un matto.
Perché rideva in quel modo?… Perché? L’amico Trebeschi non capiva?
– Perchè la firma, Giacomo Trebeschi» è una firma semplicamente… decorativa: non siete ancora maggiorenne! Voi perciò non correte alcun rischio. E non mi dovete ringraziare. Il signor Facchinetti mi dà tremila franchi? Mille sono per voi. Me ne dà duemilacinqueceinto? Crénon! Cinquecento sono per voi.
– La cambiale è a tre mesi? – interruppe Giacomino.
– Oh no; non ho voluto io per risparmiare l’interesse: anche troppo quindici giorni. Appena a Borgo San Donnino, mando uno chèque al Facchinetti, e ritiro la cambiale.
– E le mie cinquecento lire? – replicò Giacomo, perplesso.
– Très-bien! Voi me le manderete; a Terni, quand vous voudrez – rispose il cavallerizzo con un’alzata di spalle. – Io non sono un affamato.
Intanto che il Richard parlava, la Fanny, alzata una gamba sopra una seggiola, si abbottonava lentamente con un allacciascarpe di avorio gli stivaletti lunghissimi, e monsieur Crispì, arrampicandosi col becco sui piatti della tavola, rimasti lì sudici e ammonticchiati fin dal giorno innanzi, borbottava colla voce nel gozzo: Saccorrotto, saccorrotto, parola che aveva udita per la prima volta a Milano, e che stava studiando in quei giorni.
– I mille franchi… diremo cinquecento, per essere sicuri – ripeteva il Richard, con flemmatica prosopopea – me li manderete a Terni quand vous voudrez. Non ci pensate.
No; Giacomino non ci pensava: ma quelle cinquecento lire – anche lui non diceva mille per esser proprio sicuro – a mano a mano gli rischiaravano l’orizzonte, e mentre la Fanny gli sorrideva, abbottonandosi l’altro stivaletto e monsieur Crispì continuava a ciangottare nel gozzo: Saccorrotto, saccorrotto, egli mentalmente distribuiva quel denaro fra i creditori più seccanti.
Centosessanta al cameriere del caffè del teatro; duecentocinquanta all’orefice, quello dell’anello di brillanti; il resto per un acconto alla Ville de Paris…
– E dunque?… – gli domandò, dopo un momento, il cavallerizzo.
– Che cosa?
– Accettate?
– Se è per farvi piacere, qua la mano!
E non essendo affatto un minchione, Giacomino assunse, alla sua volta, una cert’aria d’importanza e di protezione.
– Si firma, quando? Stasera?
– Subito: vado e torno. Attendez!
Ma l’amico Richard non era ancora fuor dell’uscio che già la Fanny s’era buttata fra le braccia di Giacomo, e gonfiando le gote, o soffiando per rifare il generale: Meglio così, sai – esclamò. – Non ne potevo più! quel miserabile troupier m’era diventato antipatico, odioso!
– Saccorrotto, saccorrotto – borbottava sempre il pappagallo, accoccolato sulla spalliera di una seggiola.
Venendo via dai Richard, Giacomino continuò a far conti per tutta la strada.
– Centoventicinque lire al cameriere, duecento all’orefice, cento alla Ville de Paris… Così me ne restano anche per la Città di Vienna… – Ma nel fare e rifare la somma, diminuiva questo, diminuiva quello… tanto che sulla porta di casa aveva conchiuso: cento lire al cameriere e centocinquanta all’orefice, che avevano minacciato di scrivere a sua madre, e il resto tenerselo per divertirsi in quei giorni e par fare un’improvvisata alla Fanny quando sarebbe stata a Borgo San Donnino.
– Hoplà, là! – Il ragazzo si stropicciò le mani, ed entrò nel fondaco fischiettando la Stella confidente sul tempo di Gladiator… ma alla porta, zitto: si fermò. V’era la genitrice…
– Intendiamoci – gli disse la signora Maddalena a bruciapelo. – Non crederete di averla spuntata.
– No, mamma.
– Partirete lo stesso, quanto prima.
– Sì, mamma.
– E intanto si lavora. Imparate da me, e dopo pranzo, subito a letto, come me. Vita nuova, avete capito? Vita nuova.
Ciò detto, la signora Maddalena entrò nello scrittoio sbattendo l’uscio così violentemente che il piccolo casotto traballò tutto.
– Psst!
– Psst!
– Giacomino.
Temistocle, Gian Maria, il babbo, lo chiamavano di qua, di là, mezzo nascosti fra i barili d’olio e le botti di aringhe. Volevano sapere che cosa gli avesse detto la mamma; se la mamma aveva sospetti e se proprio aveva creduto alla storiella del colera.
– Sì! Sì! Se l’è bevuta!… Niente paura.
Poi, avvicinandosi al babbo, Giacomino lo fissò, sorrise furbescamente, e gli sussurrò all’orecchio:
– Mon père, tanti saluti!
Il signor Daniele diventò rosso; e cento domande che avrebbe voluto fargli gli rimasero tutte nella strozza.
– Non voglio scherzi – gli disse poi, col tono severo della genitrice. – Vergognatevi.
Anche la Cammilla, girando con femminile strategia in quell’oscuro labirinto del fondaco, s’era fatta incontro al cugino, per averne una parola buona. Ma con lei – niente! – L’aspetto della Cammilla, così dimessa, e anche un po’ trasandata per il gran da fare di quei giorni, faceva troppo vivo contrasto coll’immagine ardita, florida, elegante della cavallerizza, che gli appariva più seducente che mai, nell’atto di sorridere abbottonandosi gli stivaletti.
Giacomo, con una mossaccia sgarbata, voltò le spalle alla ragazza.
Doveva capirla!… Non la voleva tra i piedi! La Cammilla, mortificata, non fiatò: un nodo le serrò la gola… e inconsciamente, rivolse lo sguardo nel fondo buio, dove il lampadino acceso dondolava sempre dinanzi alla Santa Casa di Loreto. Ma non pianse, non pregò; e invece, dopo un istante, parve rasserenarsi, quasi che si trasfondesse nel suo animo la fermezza ostinata e la sicura fiducia del suo amore.
Intanto… quella cattiva se ne andava e Giacomino rimaneva.