Kitabı oku: «Ora e per sempre», sayfa 8

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CAPITOLO UNDICI

Il mattino successivo Emily non ebbe neanche il tempo di togliersi il pigiama che sentì suonare il campanello. Correndo giù dalle scale pensò alla notte precedente. Aveva dormito malissimo, piangendo fino ad addormentarsi. Ora aveva la testa pesante ed era piuttosto imbarazzata per aver sottoposto Daniel a quello sfogo emozionale, per averlo trascinato giù con lei. E poi c’era il bacio che non c’era mai stato. Non era neanche sicura che sarebbe riuscita a guardarlo negli occhi.

Arrivò alla porta e la aprì.

“Sei in anticipo,” disse sorridendo, cercando di comportarsi normalmente.

“Sì,” disse Daniel spostando il peso da un piede all’altro. Le mani sprofondate nelle tasche. “Pensavo che magari potremmo fare colazione.”

“Certo,” disse lei, facendogli segno di entrare in casa.

“No, intendo dire… fuori?” Cominciò a strofinarsi il retro del collo con disagio.

Emily strizzò gli occhi mentre cercava di interpretare cosa le stesse dicendo. Poi capì e un piccolo sorriso cominciò a diffondersele sulle labbra. “Vuoi dire come per un appuntamento?”

“Be’, sì,” disse Daniel tutto imbarazzato.

Emily fece un sorrisetto. Pensava che Daniel fosse incredibilmente carino lì in piedi sulla soglia così tutto schivo. “Non me lo stai chiedendo solo perché ti dispiace per la lettera?” chiese.

L’espressione di Daniel diventò di orrore. “No! Assolutamente no. Te lo chiedo perché mi piaci e…” Sospirò, le parole che gli scemavano in gola.

“Stavo solo scherzando,” disse Emily. “Mi piacerebbe molto uscire con te.”

Daniel sorrise e annuì, ma continuò a stare lì in imbarazzo.

“Volevi dire proprio adesso?” chiese Emily, sorpresa.

“O più tardi?” disse frettolosamente. “Possiamo uscire a pranzo se preferisci. O venerdì sera? Preferiresti venerdì sera?” Daniel sembrava smontarsi.

“Daniel,” disse Emily ridendo, cercando di salvare la situazione, “adesso va bene. Non sono mai uscita per un appuntamento a colazione. È carino.”

“Ho sbagliato tutto, vero?” disse Daniel.

Emily scosse la testa. “No,” lo rassicurò. “Vai bene. Ma devi darmi il tempo di truccarmi. Spazzolarmi i capelli.”

“Sei fantastica così come sei,” disse Daniel, e poi arrossì immediatamente.

“Sarò anche una donna emancipata,” replicò Emily, “ma non vorrei indossare il pigiama per un appuntamento.” Sorrise timidamente. “Non ci metterò molto.”

Poi si voltò e salì veloce le scale con una nuova elasticità nel passo.

*

La plastica del sedile le si incollava ai polpacci. Emily non la smetteva di muoversi, le mani le correvano giù al tessuto della gonna, e le venne in mente un momento di molti mesi prima quando sedeva davanti a Ben in un ristorante alla moda di New York desiderando che le chiedesse di sposarlo. Solo che adesso sedeva di fronte a Daniel nel ristorantino più nuovo di Sunset Harbor, un posto che si chiamava Da Joe, seduti in silenzio e in imbarazzo mentre Joe lasciava la loro colazione sulla tavola.

“Allora,” disse Emily, sorridendo per ringraziare Joe prima di rivolgere lo sguardo di nuovo a Daniel. “Eccoci qui.”

“Già,” disse Daniel, guardando nella sua tazza. “Di cosa vuoi parlare?”

Emily rise. “Abbiamo bisogno di un argomento di conversazione?”

Daniel sembrò confondersi all’improvviso. “Non volevo dire che dovremmo precisarlo. Voglio dire che dovremmo solo, sai, parlare. Chiacchierare. Di cose.”

“Vuoi dire di qualcosa che non sia la casa?” disse Emily con un piccolo sorriso.

Daniel annuì. “Esatto.”

“Be’,” cominciò Emily, “e se mi dicessi da quanto tempo suoni la chitarra?”

“Da molto,” disse Daniel. “Da quando ero bambino. Direi undici anni, mi pare.”

Emily si era abituata allo stile di comunicazione di Daniel, al modo in cui diceva il minimo numero di parole per comunicare il maggiore quantitativo di informazioni. Di solito andava bene quando entrambi stavano guardando un muro mentre lo dipingevano o se si stavano chiedendo di passarsi altri chiodi. Ma quando erano seduti uno di fronte all’altra in un ristorante, d’altra parte, rendeva le cose un po’ difficili. Era chiaro a Emily adesso perché Daniel avesse scelto il ristorante nuovo ed economico di Sunset Harbor per il loro appuntamento. Era il posto meno formale del mondo. Non poteva immaginare Daniel in giacca e cravatta in un ristorante elegante come quelli in cui la portava Ben.

Proprio allora arrivò Joe. “La colazione va bene?” chiese.

“Perfetta,” rispose Emily, sorridendo cortese.

“Altro caffè?” aggiunse Joe.

“Per me no, grazie,” disse Emily.

“Neanche per me,” rispose Daniel.

Ma invece di capire le cose e lasciarli soli, Joe rimase esattamente dov’era, con la caffettiera in mano.

“È un appuntamento, ragazzi?” chiese.

Daniel sembrava volesse essere inghiottito dalla terra. Emily non riuscì a fare a meno di reprimere una risatina.

“Appuntamento di lavoro, in realtà,” disse, sembrando del tutto sincera.

“Oh, bene, vi lascio allora,” replicò Joe prima di andarsene con la sua caffettiera a importunare un altro tavolo di clienti.

“Hai l’aria di uno che se ne vuole andare da qui,” disse Emily riportando l’attenzione a Daniel.

“Non a causa tua,” disse Daniel, mortificato.

“Relax,” rise Emily. “Ti prendo solo in giro. Anch’io sento un po’ di claustrofobia qui dentro.” Guardò oltre la spalla. Joe si stava attardando lì accanto. “Facciamo due passi?”

Sorrise. “Certo. C’è un festival oggi giù al porto. È un po’ kitsch.”

“Mi piace il kitsch,” disse Emily, percependo la sua esitazione.

“Bene. Be’, caliamo le barche in acqua. C’è ogni anno. La gente ha trasformato la cosa in una specie di celebrazione. Non so, forse te la ricordi, da quando venivi in vacanza?”

“A dire il vero, no,” disse Emily. “Mi piacerebbe dare un’occhiata.”

Daniel sembrava timido. “Ho una barca laggiù,” disse. “Non la uso da molto. Probabilmente ormai è arrugginita. Scommetto che nemmeno il motore funziona.”

“Perché non la usi più?” chiese Emily.

Daniel evitò i suoi occhi. “Questa è un’altra storia per un altro giorno,” fu tutto quello che disse.

Emily sentì di aver toccato un nervo scoperto. Il loro imbarazzante appuntamento era in qualche modo diventato ancora più imbarazzante.

“Andiamo al festival,” disse.

“Davvero?” chiese Daniel. “Non dobbiamo andarci solo per causa mia.”

“Voglio andare,” replicò Emily. E diceva il vero. Nonostante i lunghi silenzi e le occhiate di sghembo, le piaceva la compagnia di Daniel e non voleva che l’appuntamento finisse.

“Coraggio,” disse sbattendo allegramente un po’ di banconote sulla tavola. “Ehi, Joe, ti abbiamo lasciato dei soldi, spero sia tutto okay,” urlò all’uomo più vecchio prima di afferrare la giacca dallo schienale della sedia e alzarsi.

“Emily, guarda, non fa niente,” disse Daniel. “Non devi per forza venire a un noioso festival con me.”

“Voglio venirci,” Emily lo rassicurò. “Davvero.”

Si avviò verso l’uscita, lasciando a Daniel l’unica scelta di seguirla.

Non appena furono fuori in strada Emily poté vedere le bandierine e i palloni a elio presso il porto, lontano. Il sole era alto, ma c’era un sottile strato di nuvole che rendeva l’aria fresca. Molte persone stavano scendendo lungo la strada in direzione del porto ed Emily realizzò che la calata delle barche in acqua era davvero una cosa importante lì. Lei e Daniel seguivano la folla verso il porto. Una banda in marcia suonava musica vivace mentre camminava. In fila lungo i lati delle strade c’erano delle bancarelle che vendevano zucchero filato e caramelle.

“Vuoi che ti prenda qualcosa?” disse Daniel ridendo. “È una cosa che si fa agli appuntamenti, no?”

“Mi farebbe molto piacere,” disse Emily.

Ridacchiò a voce alta mentre Daniel serpeggiava tra la folla fino alla macchina dello zucchero filato che era circondata da bambini, comprava un enorme cono di zucchero filato blu brillante per lei e glielo portava attento attraverso la moltitudine di gente. Glielo porse con un gesto plateale.

“Che gusto è?” chiese Emily ridendo, guardando il colore fosforescente. “Non sapevo che si potesse prendere il gusto blu brillante.”

“Credo che sia uva,” disse Daniel.

“Uva brillante,” aggiunse Emily.

Tolse un po’ di zucchero. Erano passati circa trent’anni dall’ultima volta che aveva mangiato una di queste cose e quando si mise un fiocco in bocca scoprì che era molto più dolce di quanto avesse potuto immaginare.

“Ah, mal di denti istantaneo!” esclamò. “Tocca a te.”

Daniel prese una manciata di fiocchi blu brillante e la portò alla bocca. Immediatamente fece una faccia disgustata.

“Oddio. La gente dà da mangiare questa roba ai figli?” disse.

“Hai la bocca blu!” urlò Emily.

“Anche tu,” ribatté Daniel.

Emily rise e avvolse il braccio attorno al suo mentre passeggiavano lenti fino al bordo dell’acqua, con i passi che seguivano il ritmo della musica della banda in marcia. Guardando le barche che venivano calate una dopo l’altra nell’acqua, Emily riposava la testa sulla spalla di Daniel. Riusciva a sentire la festa della gente del paese, e la fece riflettere su quanto questo posto aveva cominciato a piacerle. Ovunque posasse lo sguardo vedeva facce sorridenti, bambini che correvano spensierati e soddisfatti. Un tempo era stata proprio come loro, prima che gli eventi oscuri della sua vita l’avessero cambiata per sempre.

“Scusami, è una cosa stupida,” disse Daniel. “Non avrei dovuto portarti qui. Possiamo andare se vuoi.”

“Che cosa ti fa pensare che me ne voglia andare?” replicò Emily.

“Sembri triste,” disse Daniel infilando le mani in tasca.

“Non sono triste,” replicò Emily con malinconia. “Sto solo pensando alla mia vita. Al mio passato.” La voce le si fece più bassa. “E a mio padre.”

Daniel annuì e riportò lo sguardo sull’acqua. “Hai trovato quello che stavi cercando qui? Le tue domande hanno avuto una risposta?”

“Non so neanche a quali domande volessi dare una risposta quando sono venuta qui,” rispose Emily senza guardarlo. “Ma è come se la lettera mi avesse risposto.”

Ci fu un lungo silenzio prima che Daniel parlasse di nuovo. “Vuol dire che te ne andrai, allora?”

Aveva un’espressione seria. Per la prima volta Emily pensò di leggere qualcosa nei suoi occhi. Un desiderio. Un desiderio di lei? “Non ho mai pianificato di rimanere,” disse con calma.

Daniel distolse lo sguardo. “Lo so. Ma pensavo che potessi aver cambiato idea.”

“Non è quello,” rispose Emily. “Dipende se me lo posso permettere. È già tre mesi che vivo di risparmi. E se Trevor Mann insiste spenderò il resto per le spese legali e per le tasse non pagate.”

“Non lascerò che accada,” disse Daniel.

Lei fece una pausa, studiò il suo viso. “Perché ti importa tanto?”

“Perché nemmeno io ho il diritto legale di stare lì,” disse Daniel guardandola con un’espressione sorpresa, come se non potesse credere che non ci avesse pensato. “Se te ne vai tu, me ne vado io.”

“Oh,” rispose Emily, sgonfia. Non le era venuto in mente che perdere la terra avrebbe voluto dire sconvolgere non solo lei, che anche Daniel se ne sarebbe dovuto andare. Aveva sperato che si occupasse della casa per lei, ma forse aveva capito male la situazione. Si chiedeva se Daniel avesse un altro posto dove andare.

Improvvisamente, Emily vide il sindaco in mezzo alla folla. Gli occhi le si fecero larghi e maliziosi. Si voltò dalla parte opposta rispetto a Daniel e indietreggiò fin dentro la folla.

“Emily, dove vai?” disse, esasperato, guardandola allontanarsi.

“Vieni!” urlò invitandolo a seguirla.

Emily serpeggiò tra i gruppi di gente mentre il sindaco entrava nel negozio di alimentari. La campanella sopra la porta tintinnò quando Emily entrò dopo di lui, e lo fece di nuovo quando Daniel la seguì. Il sindaco si voltò e li guardò entrambi.

“Salve!” disse allegramente mentre il sindaco si voltava per guardarsi alle spalle. “Si ricorda di me? Emily Mitchell. Emily Jane.”

“Oh sì, sì,” rispose il sindaco. “Ti stai divertendo al festival?”

“Sì,” rispose Emily. “Sono contenta di essere venuta a vederlo.”

Il sindaco le sorrise in un modo che sembrava suggerire che avesse fretta e volesse occuparsi delle sue cose. Ma Emily non aveva intenzione di muoversi.

“Volevo parlarle,” disse. “Mi chiedevo se potrebbe aiutarmi.”

“Con cosa, mia cara?” rispose il sindaco, non guardandola, superandola per prendere una confezione di farina dallo scaffale.

Emily gli si posizionò di fronte. “Trevor Mann.”

Il sindaco rimase in silenzio. “Oh?” disse, con lo sguardo che saettò a Karen dietro al banco e poi di nuovo a Emily. “Che cosa combina adesso?”

“Vuole la mia terra. Ha detto che c’è una scappatoia legale con la proprietà e che ho bisogno di un certificato di residenza.”

“Be’,” disse il sindaco, sembrando agitato. “Lo sai che dipende dalla gente di qui. Sono loro che contano. Sono loro a votare su queste cose e non è che tu ti stia facendo tanti amici.”

Il primo istinto di Emily fu di rifiutare la sua affermazione, ma capì che aveva ragione. Oltre a Daniel, l’unica persona a Sunset Harbor che era gentile con lei era Rico, e non riusciva a tenere a mente il suo nome da una settimana all’altra. Trevor, Karen, il sindaco, nessuno di loro aveva ragione di essere gentile con lei.

“Non posso cavarmela in quanto figlia di Roy Mitchell?” disse con un sorriso imbarazzato.

Il sindaco rise. “Credo che quel ponte tu l’abbia già bruciato, no? Ora, se non ti spiace, ho delle compere da portare a termine.”

“Certo,” disse Emily spostandosi e lasciando passare il sindaco. “Karen,” aggiunse, annuendo cordialmente alla donna dietro la cassa. Poi afferrò il braccio di Daniel e lo condusse fuori dal negozio.

“Che cos’è quella roba?” le sibilò all’orecchio mentre uscivano dal negozio, con la campanella che li congedava.

Gli lasciò andare il braccio. “Daniel, non voglio andarmene. Mi sono innamorata. Della città,” si affrettò ad aggiungere quando vide il lampo di panico nei suoi occhi. “Sai quando mi hai chiesto se avevo trovato le risposte che cercavo? Be’, sai cosa, non le ho trovate. La lettera di mio padre non ha risposto proprio a niente. C’è ancora così tanto in quella casa che devo scoprire.”

“Okay…” disse Daniel buttando fuori la parola come se non capisse del tutto come si stavano mettendo le cose. “Ma i soldi? E Trevor Mann? Pensavo che avessi detto che non dipendeva da te scegliere se restare o meno.”

Emily fece un largo sorriso e alzò le sopracciglia. “Credo di avere un’idea.”

CAPITOLO DODICI

Il giorno dopo Emily si svegliò presto e andò dritta in paese con un piano per far sì di piacere alla gente di Sunset Harbor. L’impeto, certo, era stato il desiderio che votassero per il suo permesso; eppure mentre partiva, realizzò di voler farseli amici a prescindere. Il permesso era importante, ma che lo ottenesse o meno, ciò che era più importante per lei era riaggiustare le cose. Aveva alla fine capito quanto fredda e scostante era stata con tutti lì, e si sentiva orribile. Lei non era così. Che votassero per lei o meno, o che diventassero suoi amici o meno, sentiva di dover fare ammenda. Era ora di lasciarsi la Emily di New York City alle spalle e di diventare la persona amichevole di piccola città che era stata nella sua gioventù..

Doveva cominciare tutto, realizzò, con Karen del negozio. Si precipitò lì e arrivò proprio quando Karen stava aprendo per cominciare la giornata.

“Oh,” disse Karen quando vide che Emily si avvicinava. “Puoi darmi cinque minuti per avviare la cassa?” Il suo tono non era ostile, ma Karen era il tipo di persona iper-amichevole con tutti, quindi il tiepido saluto era un chiaro segnale dell’antipatia verso Emily.

“A dire il vero, non sono qui per comprare,” disse Emily. “Volevo parlarti.”

Karen rimase zitta, con la mano che teneva la chiave ancora nella serratura. “Di cosa?”

Aprì la porta ed Emily la seguì dentro. Karen si mise subito ad aprire le tendine, e sfrecciava su e giù ad accendere luci, insegne e cassa.

“Be’,” disse Emily seguendola, sentendosi come se dovesse faticare per ottenere il perdono, “Volevo scusarmi per te. Credo che abbiamo cominciato con il piede sbagliato.”

“Il piede sbagliato è durato tre mesi,” rispose Karen allacciandosi veloce un grembiule verde del negozio attorno alla cintola.

“Lo so,” rispose Emily. “Sono stata un po’ scostante la prima volta che sono venuta qui perché ero appena uscita da una relazione e avevo lasciato il lavoro ed ero un po’ giù. Ma adesso le cose vanno benissimo e so che tu sei una parte importante di questa comunità quindi possiamo ricominciare da capo?”

Karen girò intorno al bancone e diede un’occhiata a Emily. Poi alla fine disse, “Posso provarci.”

“Fantastico,” disse Emily luminosa. “Allora questo è per te.”

Karen strinse gli occhi mentre guardava la piccola busta che Emily le tendeva. La prese sospettosa. “Cos’è?”

“Un invito. Darò una cena alla casa. Pensavo che la gente del paese potrebbe essere interessata a vedere come l’ho sistemata. Cucinerò, preparerò dei cocktail. Sarà divertente.”

Karen sembrava confusa, ma prese comunque l’invito.

“Non è necessario che mi confermi subito la tua presenza,” disse Emily. “Ciao!”

Corse fuori dal negozio e puntò alla meta successiva. Mentre camminava, capì quanto era finita col piacerle quella città. Era davvero bella, con la sua architettura carina, i cesti di fiori e le strade alberate. Le bandierine era ancora issate dal festival, facendo pensare che fosse in corso una continua celebrazione.

La fermata successiva di Emily era la pompa di benzina. L’aveva evitata finora, raccontandosi che fosse perché non aveva avuto bisogno di guidare tanto da quando era arrivata lì, ma in realtà non aveva voluto incontrare l’uomo che le aveva dato un passaggio quando era arrivata per la prima volta a Sunset Harbor. Era stata più maleducata con lui che con chiunque altro, ma se stava cercando di sistemare le cose con la gente di Sunset Harbor, lui doveva essere nella sua lista degli invitati. Dato che lui era l’unico benzinaio della città, lo conoscevano proprio tutti. Se riusciva a ottenere una buona parola da lui, forse gli altri avrebbero fatto la stessa cosa.

“Salve,” disse con esitazione aprendo la porta e sbirciando dentro. “Lei è Birk, vero?”

“Ah,” disse l’uomo. “Ecco la misteriosa straniera che è apparsa nella tormenta per non essere mai più vista.”

“Sono io,” disse Emily notando che sembrava indossare esattamente lo stesso paio di jeans sporchi di olio della prima volta in cui si erano incontrati. “Sono stata qui tutto il tempo, a dire il vero.”

“Davvero?” disse Birk. “Pensavo che si fosse trasferita mesi fa. Ha trascorso tutto l’inverno in quella vecchia casa piena di spifferi?”

“Sì,” disse Emily. “Solo che non è più piena di spifferi. L’ho sistemata.” C’era un senso di orgoglio nel suo tono.

“Be’, che io sia dannato,” disse l’uomo. “Solo,” aggiunse, “magari avrebbe dovuto aspettare prima di fare grande lavori. Lo sa che c’è una tempesta in arrivo per stasera? La peggiore nel Maine in cent’anni.”

“Oh no,” disse Emily. Non aveva pensato a nulla che potesse rovinarle l’ottimismo, ma il destino sembrava sempre metterle i bastoni tra le ruote per farla tornare alla realtà. “Volevo scusarmi per essere stata maleducata quando ci siamo conosciuti. Non credo di averla neanche ringraziata come si deve per avermi tirata fuori da quella brutta situazione. Ero ancora in modalità New York, anche se non è una scusa. Spero che possa perdonarmi.”

“Non lo dica neanche,” disse Birk. “Non l’ho fatto per essere ringraziato, l’ho fatto perché aveva bisogno di aiuto.”

“Lo so,” rispose Emily. “Ma la prego di accettare i miei ringraziamenti lo stesso.”

Birk annuì. Sembrava un uomo orgoglioso, uno che non accettava la gratitudine facilmente. “Allora sta pianificando di rimanere ancora a lungo?”

“Altri tre mesi se riesco a permetterlo,” disse Emily. “Anche se Trevor Mann del consiglio urbanistico sta facendo di tutto per farmi sfrattare in modo da prendersi la mia terra.”

Al sentire il suo nome, Birk fece ruotare gli occhi. “Ah, non si preoccupi di Trevor Mann. Si candida a sindaco ogni anno da trent’anni e nessuno vota mai per lui. Che resti tra me e lei, credo che abbia il complesso di Napoleone.”

Emily rise. “Grazie, mi fa sentire molto meglio.” Rovistò nella borsa e tirò fuori uno degli inviti alla festa. “Birk, darò una cena alla casa per la gente del paese. Non so, a lei e a sua moglie andrebbe di venire?” Gli allungò la busta.

Birk guardò la busta, un po’ confuso. Emily si chiese quando fosse stata l’ultima volta che era stato invitato a una cena, o se mai gli fosse capitato.

“Be’, molto gentile da parte sua,” disse Birk prendendo la lettera e infilandola nella capiente tasca dei jeans. “Credo che potrei venire. Ci piacciono le feste, qui. Avrà visto le bandierine.”

“Le ho viste,” rispose Emily. “Sono andata al porto a vedere la festa delle barche. È stata fantastica.”

“È venuta?” disse Birk sembrando ancor più confuso di prima.

“Già,” disse Emily con un sorriso. “Ehi, mi chiedo se potrebbe farmi un favore. Devo correre a casa se voglio preparare la casa per la tempesta di stasera, ma ho ancora un sacco di inviti da consegnare. Li consegnerebbe lei ai destinatari quando passano per fare benzina?”

Non la faceva sentire bene chiedere un favore così enorme a Birk, ma la tempesta imminente stava facendo deragliare il suo piano di distribuzione degli inviti. Non c’era proprio tempo di darli a uno a uno a ogni persona che voleva partecipasse alla festa. Ma se non arrivava a casa e preparava la casa per la tempesta, non ci sarebbe stato nessun posto in cui tenere la festa per la gente del paese, comunque!

Birk scoppiò in una grossa risata di pancia. Se non riceveva inviti a cena da anni, certamente non aveva mai preso parte alla loro organizzazione prima! “Be’, posso vedere?” Chi è nella lista?” Emily gli porse le buste e lui le sfogliò. “Dottoressa Patel, sì passerà dopo il turno. Cynthia della libreria, Charles e Barbara Bradshaw, sì, sì, tutte queste persone passeranno prima o poi.” Alzò lo sguardo e sorrise. “Posso occuparmene io.”

“Grazie mille, Birk,” disse Emily. “Le sono debitrice. Ci vediamo in giro?”

Birk la salutò con la mano mentre lei si voltava per andarsene poi rise piano sotto i baffi come faceva sempre, guardando i delicati inviti alla festa che gli aveva affidato. “Oh, Emily. Perché non ne mette uno sulla bacheca cittadina? La maggior parte della gente ci dà un’occhiata ogni giorno. Avrà più ospiti così, dato che qui c’è solo una ristretta selezione. Presumendo che voglia più ospiti.”

“Certo!” esclamò Emily. “Voglio avere l’occasione di conoscere più gente possibile. Sento di non essermi integrata per niente con voi, e voglio davvero conoscervi tutti. Farmi degli amici, qui.”

Birk sembrò commosso, anche se stava facendo del suo meglio per nascondere l’emozione. “Be’, sistemare quella vecchia casa è sicuramente la strada giusta. Tutti qui vorrebbero vederla ristrutturata.”

“Okay. Allora metterò un volantino sulla bacheca se pensa che aiuterà. Grazie, Birk.” Emily era grata che la stesse aiutando. Proprio come quando le aveva dato un passaggio quella notte nella tormenta di neve tutti quei mesi prima, era disposto a disturbarsi per aiutare qualcun altro. Sorrise a se stessa, non vedendo l’ora di conoscerlo meglio.

“Non faccia la newyorkese, mi sente?” aggiunse Birk mentre usciva dalla porta.

“Non lo farò!” rispose Emily prima di chiudere la porta.

Corse alla bacheca e afferrò una penna e un pezzo di carta, poi a fianco agli altri annunci scrisse il suo per la festa e ve lo appuntò. Pregò solo che chiunque fosse venuto avrebbe avuto la cortesia di rispondere all’invito in modo da sapere almeno per quante persone cucinare e potersi organizzare.

Una volta appeso l’invito, saltò in macchina e si diresse a casa ad avvertire Daniel dell’imminente tempesta e di preparare la casa per il suo arrivo.

Lo trovò nella sala da ballo. Cominciava ad avere un aspetto fantastico. Le finestre Tiffany facevano lampeggiare i colori contro i muri, resi ancor più belli, se era possibile, dal lampadario di cristallo che avevano pulito e appeso. Entrare nella sala da ballo sembrava mettere piede in un mare blu, in un mondo da sogno.

“Ho appena sentito in paese che è in arrivo una brutta tempesta,” disse Emily a Daniel.

Lui smise di fare quello che stava facendo. “Quanto brutta?”

“Cosa vuoi dire con quanto brutta?” disse Emily, esasperata.

“Voglio dire, tanto brutta che sarà meglio prepararsi al peggio?”

“Credo di sì,” disse lei.

“Okay. Dovremmo sprangare le finestre.”

A Emily sembrava strano rimettere il compensato sulle finestre quando tre mesi prima avevano lavorato insieme per toglierlo. Era cambiato così tanto da allora tra di loro. Lavorare alla casa insieme li aveva legati. Il loro amore per il posto li aveva avvicinati. Quello, e il dolore che entrambi provavano per la scomparsa del padre di Emily.

Una volta che la casa fu pronta, e le prime grosse gocce di pioggia cominciarono a chiazzare la terra, Emily notò che Daniel continuava a sbirciare fuori da una fessura del compensato.

“Non stai pensando di tornare alla rimessa, vero?” chiese. “Perché questa casa è molto più solida. Deve essere già sopravvissuta a una o due brutte tempeste nella sua vita. Non come la tua fragile rimessina per carrozze.”

“La mia rimessa non è fragile,” contestò Daniel con un sorrisetto.

Proprio allora il cielo si aprì e uno strato di pioggia si mise a rombare sulla casa. Il rumore era fenomenale, come delle legnate.

“Uao,” disse Emily alzando le sopracciglia. “Non ho mai sentito niente del genere prima.”

Le percussioni della pioggia furono accompagnate da un’improvvisa raffica di vento ululante. Daniel sbirciò fuori dalla fessura di nuovo ed Emily improvvisamente capì che stava guardando verso il granaio.

“Sei preoccupato per la camera oscura, vero?” gli chiese.

“Sì,” rispose Daniel con un sospiro. “È buffo. Non entro lì da anni ma il pensiero che venga distrutta dalla tempesta mi rattrista.”

Improvvisamente, Emily ricordò il randagio che aveva incontrato quando era stata lì. “Oddio!” urlò.

Daniel la guardò, allarmato. “Che c’è?”

“C’è un cane, un randagio che vive nel granaio. Non possiamo lasciarlo fuori con la tempesta! E se il granaio gli crolla sulla testa?” Emily si stava facendo prendere dal panico al solo pensarci.

“Va tutto bene,” disse Daniel. “Vado a prenderlo. Tu resta qui.”

“No,” disse Emily dandogli uno strattone al braccio. “Non dovresti uscire.”

“Allora vuoi lasciare il cane fuori?”

Emily era indecisa. Non voleva che Daniel si mettesse in pericolo, ma allo stesso tempo non poteva lasciare il cane indifeso fuori con la tempesta.

“Andiamo a prendere il cane,” rispose Emily. “Ma vengo anch’io.”

Emily trovò degli impermeabili e degli stivali ed entrambi li indossarono. Quando Emily aprì la porta sul retro un fulmine esplose in cielo. Lei sussultò di fronte alla sua forza, poi sentì il fragoroso rombo del tuono nell’aria.

“Credo che sia proprio sopra di noi,” disse a Daniel, alle sue spalle, la voce soffocata dal ruggito della tempesta.

“Allora abbiamo scelto il momento giusto per andarle incontro!” arrivò la sua sarcastica risposta.

I due arrancarono attraverso il prato, trasformando con il loro calpestio l’erba ordinatamente curata in fango. Emily sapeva quanto ci tenesse Daniel al prato e sapeva che doveva ucciderlo sapere di danneggiarlo con ognuno dei suoi passi.

Mentre la pioggia le pungeva il viso, Emily venne colpita da un ricordo che ebbe su di lei un impatto molto più forte dei venti che le soffiavano intorno. Si ricordò di quando era una bambina, fuori con Charlotte durante una tempesta. Il padre le aveva avvertite di non allontanarsi troppo da casa, ma Emily aveva convinto la sorellina ad andare un po’ più in là. Poi era arrivata la tempesta e loro si erano perse. Erano entrambe spaventate a morte, urlavano, piangevano quando il vento batteva sui loro piccoli corpi. Si erano avvinghiate l’una contro l’altra, le mani giunte, ma la pioggia le aveva rese scivolose e a un certo punto aveva perso la presa di Charlotte.

Emily gelò sul posto quando il ricordo le attraversò l’occhio della mente. Si sentiva come se fosse lì, riviveva quel momento in cui era stata una bambina terrorizzata di sette anni, che ricordava l’espressione tremenda sul viso del padre quando gli aveva detto che Charlotte non c’era, che l’aveva persa nella tempesta.

“Emily!” urlò Daniel, la voce quasi del tutto ingoiata dal vento. “Muoviti!”

Rivolse di nuovo l’attenzione al presente e seguì Daniel.

Alla fine riuscirono ad arrivare al granaio, sentendosi come se avessero arrancato attraverso un’immensa palude selvaggia per arrivarci. Il tetto era già saltato per via della forza del vento ed Emily non sperava tanto che il resto fosse resistito.

Mostrò a Daniel il buco e ci passarono attraverso insieme. La pioggia continuava a sferzarli attraverso il vuoto lasciato dal tetto ed Emily si guardò in giro e vide che il granaio si stava riempiendo d’acqua.

“Dove hai trovato il cane?” chiese Daniel a Emily. Nonostante l’impermeabile sembrava bagnato fino all’osso, e i capelli gli si erano appiccicati al viso in ciuffi.

“Laggiù,” disse facendo un cenno in direzione dell’angolo scuro del granaio dove aveva visto il muso del cane quando l’aveva lasciato.

Ma quando arrivarono al posto dove Emily pensava dovesse essere il cane, ebbero entrambi una sorpresa.

“Oddio,” gridò Emily. “Cuccioli!”

Gli occhi di Daniel si spalancarono d’incredulità quando vide i cuccioli rosa e senza pelo che si contorcevano. Erano appena nati, forse avevano anche meno di un giorno di vita.

“Che cosa ne faremo di questi?” disse Daniel con gli occhi tondi come delle lune.

“Li mettiamo in tasca?” rispose Emily.

C’erano in tutto cinque cuccioli. Li misero uno in ogni tasca e poi Emily cullò il piccolo tra le mani. Daniel vide la madre, che scattava verso di loro per aver disturbato i cuccioli.

Le pareti del granaio tremavano mentre se ne tornavano nel buco con i cuccioli che gli si agitavano nelle tasche.

Mentre attraversavano il granaio, Emily poté vedere i danni che la pioggia stava arrecando a tutto lì dentro, e capì che sicuramente sarebbe andato tutto distrutto – le scatole con gli album di foto di suo padre, le fotografie del giovane Daniel, la datata attrezzatura che forse avrebbe avuto un valore per un collezionista. Il pensiero le spezzò il cuore. Nonostante avesse portato già una scatola in casa, ce n’erano altre tre piene di album di foto di suo padre all’interno del granaio. Non poteva sopportare di perdere tutte quelle preziose memorie.

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