Kitabı oku: «Ora e per sempre», sayfa 9
Contro il buon senso, Emily corse verso il posto in cui aveva trovato la pila di scatole. Sapeva che c’erano un misto di foto di Daniel e di quelle di suo padre lì dentro, e quella in cima scoprì che era piena di album di foto di suo padre. Posò il piccolino in cima alla scatola e la prese in braccio.
“Emily,” la chiamò Daniel. “Che stai facendo? Dobbiamo uscire prima che cada tutto quanto!”
“Arrivo,” rispose. “Ma non voglio lasciarle qui.”
Cercò di trovare un modo per prendere un’altra scatola, impilandola sotto alla prima e incastrandole entrambe sotto al mento, ma era troppo pesante e ingombrante. Non era possibile portare in salvo tutte le scatole con le fotografie.
Daniel la raggiunse. Sistemò il cane adulto sul pavimento, poi le fece un guinzaglio con una corda. Poi afferrò altre due scatole di foto della famiglia di Emily. Adesso avevano tutte e tre le restanti scatole di foto di suo padre, ma nemmeno una di Daniel.
“E le tue?” urlò Emily.
“Le tue sono più importanti,” rispose Daniel stoicamente.
“Solo per me,” rispose Emily. “E…”
Prima che potesse finire la frase il granaio cigolò in modo terrificante.
“Muoviamoci,” disse Daniel. “Dobbiamo andare.”
Emily non ebbe la possibilità di protestare. Daniel stava già correndo verso l’uscita, le braccia cariche delle preziose foto di famiglia di Emily a costo delle sue. Il suo sacrificio la toccò profondamente e non poté fare a meno di chiedersi perché continuava a mettere le necessità di Emily davanti alle proprie.
Mentre uscivano dal granaio, la pioggia li sferzava più feroce che mai. Emily riusciva a malapena a muoversi tanto il vento era forte. Combatté contro di esso, facendosi strada lenta attraverso il prato.
Improvvisamente uno schianto potentissimo venne da dietro. Emily urlò spaventata e si guardò alle spalle per vedere che la grande quercia a lato della proprietà si era strappata da terra ed era caduta dentro al granaio. Se l’albero fosse caduto solo un minuto prima, ne sarebbero stati entrambi colpiti.
“Un po’ troppo vicina, eh,” gridò Daniel. “Faremo meglio a tornare dentro più velocemente che possiamo.”
Riuscirono ad attraversare il prato e ad arrivare alla porta sul retro. Quando Emily la aprì, il vento ne strappò i cardini e la scagliò nel giardino.
“Presto, in soggiorno,” disse Emily chiudendo la porta che separava la cucina dal soggiorno.
Gocciolava di pioggia e lasciava grosse scie d’acqua sulle assi del pavimento. Andarono in soggiorno e misero il cane e i cuccioli sul tappeto vicino al focolare.
“Puoi accendere il fuoco?” chiese Emily a Daniel. “Devono congelare.” Strofinò le mani tra loro per riattivare la circolazione. “Io congelo.”
Senza la minima lamentela, Daniel si mise subito al lavoro. Un momento dopo un fuoco brillante riscaldava la stanza.
Emily aiutò i cuccioli a trovare la madre. Uno a uno cominciarono a prendere il latte, rilassandosi nel nuovo ambiente. Ma uno dei cuccioli non si unì al gruppo.
“Credo che questo sia malato,” disse Emily preoccupata.
“È il più piccolo,” disse Daniel. “Probabilmente non ce la farà a passare la notte.”
Emily era sul punto di piangere al pensiero. “Che cosa ne faremo di loro?” disse.
“Gli ricostruirò il granaio.”
Emily rise per prenderlo in giro. “Non ti sei mai occupato di un animale, vero?”
“Come l’hai capito?” rispose Daniel allegro.
Improvvisamente, Emily notò che c’era del sangue sulla canotta di Daniel. Veniva da un profondo taglio che aveva sulla fronte.
“Daniel, sanguini!” urlò.
Daniel si toccò la fronte poi guardò il sangue sulle sue dita. “Credo che sia stato un ramo. Non è niente, solo una ferita superficiale.”
“Lascia che ci metta sopra qualcosa così non si infetta.”
Emily andò in cucina a cercare il kit di primo soccorso. A causa del vento che entrava attraverso la voragine che aveva lasciato la porta, era molto più difficile muoversi in cucina di quanto si aspettasse. Il vento soffiava forte nella stanza, gettando ogni cosa non fissata a terra tutto intorno. Emily cercò di non pensare al disastro né a quanto sarebbe costato riparare i danni.
Alla fine trovò il kit di primo soccorso e tornò in soggiorno.
La madre aveva smesso di piangere e tutti i cuccioli stavano mangiando, eccetto il più piccolo. Daniel lo teneva tra le mani, cercando di convincerlo a mangiare. Qualcosa nella vista di Daniel le rimestò il cuore. Daniel continuava sorprenderla – dalla sua abilità nel cucinare, al suo delicato gusto per la musica, alla sua bravura nel suonare la chitarra, e alla sua manualità con un martello fino a questo, alla delicata attenzione nei confronti di una creatura indifesa.
“Nessuna fortuna?” chiese Emily.
Scosse la testa. “Non si mette bene per il piccoletto.”
“Dovremmo dargli un nome,” disse Emily. “Non dovrebbe morire senza un nome.”
“Non sappiamo neanche se è un maschio o una femmina.”
“Allora dovremmo dargli un nome unisex.”
“Cioè tipo Alex?” disse Daniel corrucciandosi per la confusione.
Emily rise. “No, volevo dire più come Rain, come pioggia.”
Daniel si strinse nelle spalle. “Rain. Funziona.” Rimise Rain con gli altri cuccioli. Si stavano tutti arrampicando per essere vicini alla madre, e il piccolo continuava a essere spinto via. “E gli altri?”
“Be’,” disse Emily. “Che ne dici di Storm, Cloud, Wind e Thunder.”
Daniel fece un largo sorriso. “Molto appropriati. E la madre?”
“Perché non le scegli tu il nome?” disse Emily. Lei aveva già scelto il nome per tutti i cuccioli.
Daniel accarezzò la testa della madre. Lei fece un suono contento. “Che ne dici di Mogsy?”
Emily scoppiò a ridere. “Non è molto in tema!”
Daniel si limitò a scrollare le spalle. “La scelta è mia, no? Io scelgo Mogsy.”
Emily fece un sorrisetto. “Certo. Scelta tua. E Mogsy sia. Ora lascia che ti dia un’occhiata a quella ferita.”
Sedette sul divano, guidando la testa di Daniel verso di lei con dita delicate. Gli scostò i capelli dal sopracciglio e si mise a disinfettare il taglio che gli attraversava la fronte. Aveva avuto ragione a dire che non era profondo, ma sanguinava abbondantemente. Emily usò parecchi cerotti per tenere insieme la ferita.
“Se sei fortunato,” disse incollandone un altro, “avrai una cicatrice figa.”
Daniel fece un sorrisetto. “Fantastico. Alle ragazze piacciono le cicatrici, no?”
Emily rise. Incollò l’ultimo cerotto. Ma invece di ritirarsi, le sue dita indugiarono lì, contro la sua pelle. Gli scostò un ciuffo ribelle dagli occhi, poi tracciò con i polpastrelli il contorno del suo viso, giù fino alle labbra.
Gli occhi di Daniel bruciavano lentamente dentro ai suoi. Allungò le braccia e le prese la mano poi le baciò il palmo.
Allora la afferrò e la portò giù dal divano e se la strinse al grembo. I vestiti fradici si schiacciarono quando lui premette la bocca sulla sua. Le mani di Emily percorsero il suo corpo su e giù, sentendo ogni parte di lui. Il calore tra i due si accese quando si liberarono l’uno con l’altra dei vestiti bagnati, e poi affondarono uno contro l’altra, muovendosi con ritmo armonioso, le loro menti così consumate uno dall’altra da non notare più la tempesta che infuriava fuori.
CAPITOLO TREDICI
Emily si svegliò aggrovigliata tra le braccia di Daniel. Il sole splendeva violento, come se la tempesta non ci fosse stata. Ma Emily sapeva che c’era stata, e sapeva che i danni sarebbero stati costosi.
Si liberò dalla stretta da polipo di Daniel e scivolò in un sottile vestito di raso, poi scese di sotto per controllare i danni.
Nel soggiorno, Mogsy era andata chiaramente un po’ fuori di testa durante la tempesta. Un cuscino era tutto masticato, e l’imbottitura era sparpagliata per la stanza. La randagia si era anche infangata di brutto con i vestiti bagnati e pieni di fango smessi da lei e Daniel. Sorrise a se stessa al ricordo del modo in cui si erano spogliati uno con l’altra.
Be’, se una randagia infangato e un cuscino masticato sono le uniche cose rovinate allora mi è andata piuttosto bene, pensò.
La più grande sorpresa per Emily fu che Rain il piccoletto era sopravvissuto alla notte e stava succhiando il latte tutto felice. Ma ciò significava anche che adesso aveva un cane e cinque cuccioli di cui occuparsi. Non aveva idea di cosa ne avrebbe fatto, ma immaginava che se ne sarebbe occupata più tardi – dopo aver preparato un po’ di resti di pollo per Mogsy, che probabilmente aveva fame. E poi pensò alla casa.
Sentì Daniel muoversi di sopra mentre continuava a fare il giro. Quando attraversò la sala da pranzo in direzione dell’entrata alla sala da ballo, sentì i passi di Daniel picchiettare alle sua spalle.
“Va male?” chiese.
Sebbene non l’avesse detto espressamente, Emily sapeva che di tutte le stanze della casa la sala da ballo era la preferita di Daniel. Era la più grande, la più magica, e la stanza che li aveva avvicinati, che aveva scatenato tutta questa cosa. Senza la sala da ballo, la notte precedente magari non ci sarebbe mai stata. Pensare che le fosse accaduto qualcosa era terribile per entrambi.
Emily guardò dentro con esitazione. Daniel le stava appena dietro.
“Sembra a posto,” disse Emily. Ma poi notò qualcosa che splendeva sul pavimento e corse lì. I suoi sospetti furono confermati quando la raccolse e vide che era una scheggia della vetrata. “Oh no,” disse. “Non la finestra Tiffany. Ti prego, non la finestra Tiffany!”
Lei e Daniel rimossero insieme il compensato che copriva le antiche finestre. Mentre lo facevano, cadevano altre schegge che andavano a schiantarsi a terra.
“Non posso crederci,” pianse Emily, sapendo che sarebbe costato troppo rimpiazzarle, che il danno era proprio irreparabile.
“Conosco qualcuno che sarebbe in grado di aiutarci,” disse Daniel, cercando di tirarla su di morale.
“Gratis?” disse lei cupa, senza speranza.
Daniel si strinse nelle spalle. “Non si può mai sapere. Potrebbe farlo solo per passione.”
Emily sapeva che stava cercando di farla sentire meglio, ma era comunque sull’orlo delle lacrime. “È un lavoraccio,” disse.
“E la gente di qui è buona,” disse Daniel. La prese per le spalle. “Coraggio, non c’è niente che possiamo fare adesso, comunque. Lascia che ti prepari la colazione.”
La condusse in cucina cingendole le spalle, ma pure quella era in condizioni pessime. Daniel ed Emily raccolsero la roba che era volata dappertutto, poi Emily mise il caffè sul fuoco, grata che la caffettiera fosse sopravvissuta al fato che aveva scagliato il tostapane sul pavimento.
“Che ne dici dei waffle?” le chiese Daniel.
“Dico piuttosto bene dei waffles,” rispose Emily sedendo al tavolo. “Ma non ho le piastre per farli, giusto?”
“Be’, invece ce le hai,” rispose Daniel. Quando Emily lo guardò torva si mise a spiegare. “Serena le aveva prenotate alla rivendita dell’usato. Aveva detto che sarebbe tornata a pagare in un altro momento. Non avevo capito se stesse scherzando o no, ma non è mai tornata quindi credo che non le volesse sul serio.” Si avvicinò e posò una tazzina di caffè nero fumante davanti a Emily.
“Grazie,” disse Emily, un po’ intimidita dalla naturale intimità con cui Daniel le preparava la colazione.
Mentre sorseggiava il caffè e guardava Daniel cucinare, con la spatola in mano, si sentì rinata. Non era stata solo la casa a trasformarsi durante la notte; anche lei si era trasformata. Il ricordo del loro amore era confuso, ma riusciva a ricordare la sensazione di estasi che le si era sparsa nel corpo. Era stata quasi un’esperienza extracorporea. Si agitava sulla sedia al solo ripensarci.
Lasciando cucinare i waffles, Daniel sedette di fronte a lei e bevve un sorso di caffè.
“Non credo di averti ancora dato il buongiorno come si deve,” disse. Si allungò oltre al tavolo e le prese il viso tra le mani. Ma prima che avesse la possibilità di darle un bacio sulle labbra, un acuto e penetrante suono distrusse il momento.
Emily e Daniel si allontanarono improvvisamente.
“Che diavolo è?” esclamò Emily coprendosi le orecchie.
“È l’allarme antincendio!” urlò Daniel voltandosi indietro verso i fornelli, dove le piastre per i waffle eruttavano nuvole di fumo nero.
Emily balzò in piedi mentre delle scintille volavano nell’aria. Daniel fu svelto a passare all’azione, afferrando un canovaccio per soffocare le fiamme.
Il fumo si levava a ondate nella stanza, facendo tossire Daniel ed Emily.
“Credo che Serena non tornerà per le piastre dopotutto,” disse Emily.
*
Dopo colazione, si misero a sistemare la casa. Daniel salì sul tetto per dargli un’occhiata.
“Tutto bene?” chiese Emily speranzosa una volta che fu tornato giù dalla mansarda.
“Sembra a posto,” disse Daniel. “C’è qualche danno. Difficile da dire. Non sapremo quanto grave è finché non verrà colpito dalla prossima grossa tempesta. Poi, sfortunatamente, lo scopriremo a nostre spese.” Sospirò. “Finché non c’è un’altra tempesta a breve credo che te la caverai.”
“Incrociamo le dita,” disse Emily piano.
“Che c’è che non va?” chiese Daniel resosi conto del suo umore cupo.
“Trovo solo che sia un po’ deprimente,” disse Emily. “Andare in giro per la casa a calcolare cosa c’è di rotto o danneggiato. Perché non andiamo fuori, invece? Almeno splende il sole.”
Era una giornata bellissima. La tempesta sembrava aver spazzato via la primavera, lasciando il posto all’estate.
“Ho un’idea,” disse Daniel. “Non ti ho ancora mostrato il giardino di rose che ho piantato, vero?”
“No,” disse Emily. “Mi piacerebbe vederlo.”
“È da questa parte.”
La prese per mano e la condusse attraverso il prato e poi oltre una stradina che portava verso il sentiero per l’oceano. Mentre percorrevano la discesa di sassolini, Emily vide l’acqua. Il panorama era mozzafiato.
C’era un cespuglio di vegetazione davanti a loro che sembrava non portare a nulla se non a un appezzamento incolto. Ma Daniel la condusse oltre, poi spostò un grosso ramo.
“È un po’ nascosto. Attenta che non ti si impiglino i vestiti.”
Curiosa, Emily si abbassò per passare attraverso il passaggio che Daniel aveva creato. Quello che vide quando uscì sull’altro lato le fermò il fiato nei polmoni. Rose, di ogni colore concepibile, erano ovunque. Rosse, gialle, rosa, bianche, persino nere. Se entrare nella sala da ballo e vedere la luce filtrata dal vetro Tiffany era stato maestoso, questo era ancora meglio.
Emily fece una piroetta, sentendosi più viva e libera di quanto si sentisse da anni.
“È sopravvissuto alla tempesta,” disse Daniel emergendo dal fogliame dietro di lei. “Non ero sicuro che ce l’avrebbe fatta.”
Emily si voltò e gli gettò le braccia al collo, lasciando che i capelli scompigliati le cadessero sulla schiena. “È incredibile. Come mai me l’hai tenuto segreto?”
Daniel la strinse forte, respirando il suo profumo che si mischiava a quello pungente delle rose. “Non è che porto tutte le ragazze che frequento qui.”
Emily indietreggiò leggermente in modo da guardarlo negli occhi. “È questo che stiamo facendo? Ci frequentiamo?”
Daniel alzò un sopracciglio e fece un sorrisetto. “Dimmelo tu,” disse suggestivamente.
Emily si alzò sulla punta dei piedi e gli stampò un bacio delicato e dolce sulle labbra. “Questo risponde alla tua domanda?” chiese languida.
Si liberò dal suo abbraccio e si mise a osservare il giardino di rose con più attenzione. I colori erano favolosi.
“Da quanto è qui?” chiese sbalordita.
“Be’,” disse Daniel accucciandosi su una piccola radura, “L’ho piantato dopo essere tornato dal Tennessee. Giardinaggio e fotografia. Non ero particolarmente virile in gioventù,” aggiunse con una risata.
“Be’, ora sei un vero uomo,” rispose Emily con un largo sorriso. Andò dove Daniel sedeva languoroso disteso come un gatto, frammenti di luce solare e ombre gli chiazzavano la pelle. Si distese accanto a lui e appoggiò la testa nella piega del suo collo, sonnolenta, come se avesse potuto fare un sonnelino proprio lì. “Quando sei stato nel Tennessee?” chiese.
“Non è stato un buon momento della mia vita,” disse Daniel con un tono che tradiva che si sentiva molto a disagio a parlarne. Daniel era sempre stato molto riservato, parlava pochissimo di sé. Era più una persona che faceva, una persona pratica. Chiacchierare, soprattutto su argomenti carichi di emozioni, non era il suo forte. Ma Emily condivideva con lui la stessa cosa. Esprimere se stessa era qualcosa che dava problemi anche a lei. “Ero giovane,” continuò Daniel. “Vent’anni. Ero uno sciocco.”
“È accaduto qualcosa?” chiese Emily con delicatezza, attenta a non spaventarlo. Le sue mani erano sul suo petto, tratteggiavano su e giù il tessuto della camicia, tastando i muscoli che erano sotto.
Quando Daniel parlò, poté sentirlo attraverso l’orecchio che teneva posato sul suo petto, e la sua voce mandava vibrazioni che rimbombavano verso di lei.
“Ho fatto qualcosa di cui non vado fiero,” disse. “L’ho fatto per una buona ragione ma ciò non la rende una cosa giusta.”
“Che cosa hai fatto?” chiese Emily. Era sicura che qualunque cosa avesse detto non avrebbe potuto diminuire i sentimenti in sboccio che provava per lui.
“Nel Tennessee sono stato arrestato. Per aver aggredito un uomo. Avevo una ragazza. Ma lei aveva un marito.”
“Oh,” disse Emily, come se si stesse rendendo conto della piega che avrebbe preso la conversazione. “E immagino che l’uomo che hai aggredito fosse il marito?”
“Sì,” rispose Daniel. “Era un violento. La molestava, sai? L’aveva cacciato molto prima che la incontrassi ma il tizio continuava a tornare. La situazione cominciava a diventare pericolosa. La polizia non faceva nulla.”
“Cos’hai fatto?” chiese Emily.
“Be’, quando è ritornato per l’ennesima volta, minacciando di ucciderla, gli ho dato una lezione. Mi sono assicurato che non si ripresentasse più alla sua porta. L’ho picchiato. È finito all’ospedale.”
Emily trasalì al pensiero di Daniel che prendeva a pugni qualcuno così forte da mandarlo all’ospedale. Riusciva a malapena a mettere insieme tutte le versioni di Daniel che aveva nella testa: il sensibile e incompreso fotografo fuggito da casa, il giovane e sciocco criminale, e l’uomo che aveva piantato un giardino di rose multicolori. Ma anche la persona che era lei appena qualche mese fa quando era la fidanzata di Ben era completamente diversa dalla persona che era adesso. Nonostante il vecchio adagio dicesse che le persone non cambiano mai, la sua esperienza di vita era stata l’opposto: la gente cambiava sempre.
“Il fatto è,” disse Daniel, “che lei ha rotto con me dopo l’episodio. Ha detto che l’avevo spaventata. Lui ha fatto la vittima e lei è tornata da lui. Aveva un’influenza così forte su di lei che dopo tutto quanto è stato capace di manipolarla per farla tornare esattamente dove la voleva lui. Mi sono sentito proprio tradito.”
“Non dovresti sentirti tradito. Tornare con lui è stata una questione più di controllo da parte del marito che dell’amore di lei per te. Dovrei saperlo. Io…” Emily perse la voce. Non aveva mai parlato a nessuno di quello che stava per dire a Daniel. Neanche ad Amy. “Lo so come funziona,” disse alla fine. “Mi sono trovata in una relazione emozionalmente violenta, una volta.”
Daniel sembrava scioccato.
“Non mi piace parlarne,” aggiunse Emily. “Ero giovane anch’io, ancora una ragazzina, in effetti. Tutto è stato fantastico finché non sono partita per il college. Pensavo di essere innamorata di lui. Siamo stati insieme per più di un anno, che sembrava tantissimo all’epoca. Ma quando gli ho detto che volevo studiare fuori dallo stato, qualcosa in lui è cambiato. È diventato gelosissimo, sembrava convinto che l’avrei tradito non appena partita. Ho rotto con lui per il modo orribile in cui si stava comportando, ma ha minacciato di uccidersi se non l’avessi ripreso. Ecco come comincia, la manipolazione. Il controllo. Sono finita con lo stare con lui per la paura.”
“Ti ha impedito di andare al college che avevi scelto?”
“Sì,” disse. “Ho rinunciato a uno dei miei obiettivi a causa sua, anche se mi trattava di merda. E tu lo sai che quello che accade è folle ma fai tutti questi giochetti psicologici con te stessa, riscrivendo situazioni che nel tuo cuore sai essere sbagliate, ma dicendoti che è un segno di quanto sei amata. Per tutti da fuori sembra pazzia. Quando è finita, sembra pazzia anche a te. Ma finché sei lì, finché la vivi, trovi modi per giustificare tutto.”
“Che cosa gli è successo alla fine?”
“Be’, è abbastanza buffo, ma è stato lui a tradire me. Io ne fui devastata all’epoca ma non mi ci volle molto per capire quanto fosse in realtà una benedizione. Ho paura a pensare a cosa sarebbe potuto accadere se non lui non avesse posto fine alla storia. Sarei rimasta incastrata con lui per tutto il tempo che avrebbe voluto, e qualunque danno mi avesse già fatto si sarebbe incancrenito ancora di più.”
Tacquero entrambi. Daniel le carezzò i capelli.
“Vuoi venire alla scogliera con me?” disse lui all’improvviso.
“Certo,” disse Emily, un po’ sorpresa dalla proposta ma entusiasta allo stesso tempo. “Come ci arriviamo?”
“Prendiamo la moto.”
“La moto? La tua moto?” balbettò Emily.
Emily non era mai salita su una moto. Il pensiero la terrorizzava ed eccitava in egual misura.
Tornarono indietro fino al vialetto della rimessa. Daniel recuperò la moto dal garage, uno degli edifici esterni fortunatamente sopravvissuti alla tempesta. Mentre preparava la moto per il viaggio, Emily controllò Mogsy e i cuccioli. Rain era ancora aggrappato alla vita. Lo convinse ad attaccarsi al capezzolo della madre e accarezzò la testa della randagia. Mogsy alzò su di lei i suoi grandi occhi riconoscenti, poi le leccò la mano. Era quasi come se la ringraziasse di averla salvata dalla tempesta, e si scusasse per averla attaccata per il timore che Emily le stesse portando via i suoi cuccioli appena nati. Emily sentì un momento di comprensione tra loro, e per la prima volta da quando aveva salvato il cane, sentì di poterla forse tenere con sé. Forse prendersi cura di un’altra creatura vivente era esattamente ciò che era mancato nella sua vita.
“Vai benissimo,” disse a Mogsy. “Ora riposati un po’. Tornerò più tardi.”
Mogsy fece un lamento di soddisfazione, poi lasciò che la testa le sprofondasse sulle zampe anteriori.
Mentre chiudeva piano la porta del soggiorno, Emily sentì il rumore di un motore che si avviava e corse fuori. Daniel era lì sulla moto e le rivolgeva un largo sorriso. Emily saltò sul sedile posteriore e lo cinse con le braccia. Daniel diede gas e la moto partì ruggendo.
*
Il vento soffiava tra i capelli di Emily. Si sentiva libera e viva. Il sole era caldo sulla sua pelle. La scogliera era bellissima, e le dava una nuova prospettiva su Sunset Harbor che non aveva ancora mai visto. Lo adorava, essere lì, ad assaporare l’aria del mare, a sentire i profumi degli alberi in fiore e le onde che si infrangevano lontane.
“È incredibile!” urlò Emily, intontita dall’esaltazione.
Daniel la condusse lungo tutta la scogliera, poi si impennarono in discesa, correndo a una velocità che rovesciava lo stomaco di Emily.
Li condusse lungo tutta la costa, poi sterzò nel piccolo porto. Non appena la moto si fu fermata, la aiutò a scendere.
“Divertente?” le chiese, stringendole le dita.
“Esilarante,” rispose Emily con un largo sorriso. Poi si guardò intorno, nel porto. “Sai, non ero mai stata qui,” disse.
“Qui tengo la mia barca,” disse Daniel. “Andiamo.”
Lo seguì lungo il percorso del porto, oltrepassando il luogo in cui erano ormeggiati le barche a remi e i motoscafi. Proprio alla fine c’era una piccola barca arrugginita dall’aria desolata e abbandonata.
“Questa è tua?” chiese Emily.
Daniel annuì. “Non è granché a vedersi, lo so. Non riesco a sistemarla io e rimetterla in acqua.”
“Perché?” chiese Emily.
Daniel non parlò per lungo tempo. Alla fine disse solo, “In realtà non lo so.” Poi tornò a guardare lei. “Probabilmente dovremmo tornare verso casa. Posso ripararti la porta della cucina.”
Emily gli toccò delicatamente il braccia, tenendolo lì fermo sul posto. “Mi permetti di aiutarti? Con la barca? Posso usare un po’ dei miei risparmi.”
Daniel la guardò sinceramente scioccato – e commosso.
“Nessuno si era mai offerto di pagare qualcosa per me, prima,” disse.
Il pensiero la addolorò.
“Grazie,” le disse. “Significa molto per me. Ma non posso accettare.”
“Ma voglio farlo,” gli disse Emily. “Tu mi hai aiutata così tanto. Cioè, potresti riparare la barca adesso invece di venire a casa a riparare la mia porta! Per favore. Lascia che ti aiuti. Che cosa ti serve? Un motore nuovo? Devi ridipingerla? Potremmo far sì che sia il nostro nuovo progetto. Prima sistemiamo la casa e poi la barca?”
Daniel distolse lo sguardo, non incontrò i suoi occhi. Emily sapeva che aveva qualcosa che gli frullava nella testa. Lui si strinse nelle spalle e infilò le mani in tasca. Poi tornò a guardare la moto, come dicendo silenziosamente che era pronto ad andarsene, che aveva smesso di pensare alla barca e alle condizioni disperate in cui aveva permesso che si ritrovasse.
Alla fine parlò, esalò le parole in un’unica lunga e pesante espirazione.
“È che non so se basterà a sistemare noi stessi.”







