Kitabı oku: «Gli ultimi giorni di Goldoni»
Valentino Carrera
Gli ultimi giorni di Goldoni

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066070236
Indice
NOTIZIA
INTERLOCUTORI
ATTO PRIMO
SCENA I.
SCENA II.
SCENA III.
SCENA IV.
SCENA V.
SCENA VI.
SCENA VII.
SCENA VIII.
SCENA IX.
SCENA X.
SCENA XI.
INTERMEZZO
SCENA I.
SCENA II.
SCENA III.
SCENA IV.
SCENA V.
SCENA VI.
SCENA VII.
SCENA VIII.
SCENA IX.
SCENA X.
ATTO SECONDO
SCENA I.
SCENA II.
SCENA III.
SCENA IV.
SCENA V.
SCENA VI.
SCENA VII.
SCENA VIII.
SCENA IX.
SCENA X.
COMMEDIA IN DUE ATTI ED UN INTERMEZZO
NOTIZIA
Indice
Dacchè l'autore, in una sua gita a Parigi per indagare qualche cosa sugli ultimi giorni del Goldoni e la sorte della vedova, aveva sentito la contessa D'Agoult ricordare d'avere più d'una volta nella sua adolescenza sentito a dire in casa, da testimoni del Terrore, che Carlo Goldoni era proprio morto «dans la plus affreuse des misères dans un galetas», un vivo desiderio lo aveva sempre tormentato, quello di vendicare, bene inteso coll'arte che gli era consentita, l'indegno abbandono in cui gli italiani avevano lasciato morire il più comico e spontaneo di tutti i commediografi, e di rendere nello stesso tempo omaggio alla memoria serena e pia della moglie Nicoletta Conio da Genova, e del nipote Antonio di Giovanni Goldoni.
Ma non gli si era mai offerto il destro di porre in atto il suo onesto desiderio, quando sul finire del 1880 venne in mente al ch. prof. E. D. Müller di suggerire a Cesare Rossi direttore della Compagnia drammatica della città di Torino, ed uno dei pochissimi attori che conservino la tradizione goldoniana, di commettergli una commedia che avesse per soggetto la morte del nostro maggior poeta comico.
L'impresa tornava onorevole quanto era ardua; ma l'autore non avrebbe forse accettato l'invito senza la speranza che il riverente antico affetto e la sempre maggiore ammirazione potessero inspirargli quanto chiedere non poteva all'ingegno; senza la lusinga non nuova, che la viva intelligenza di Cesare Rossi e lo zelo dei suoi compagni avrebbero sopperito alle troppe lacune con quelle infinite finezze e malizie dell'arte che si possono qualche volta accennare, ma non mai scrivere, e spargono tanto barbaglio di luce nella divina arte di far rivivere sulla scena un uomo ed un'epoca... La commedia, scritta di getto, venne letta, e il Rossi soddisfatto volle che il battesimo avesse luogo in quel teatro Goldoni di Venezia, così ricco di memorie goldoniane, dal primo monumento che si sia eretto al poeta dai suoi concittadini, al ricordo posto a quella insuperabile attrice in dialetto veneziano che fu Marianna Morolin, creatrice vera di parti e di scrittori e pure modesta, non veneziana e pure ammiratissima; dal numero di commedie dell'avvocato veneziano che videro per la prima volta la scena su quel palco, al pubblico intelligente, custode del buon gusto e della nostralità della commedia, uno dei pochissimi nemici di ogni altra ibrida forma.
L'autore della commedia, con quel soggetto, con quella rivendicazione, dinnanzi a quel pubblico, in quel teatro, era tutto uno spasimo d'ansietà e di paure. Ma Gli ultimi giorni di Goldoni erano messi su con mirabile cura e precisione di scene, di mobili e d'abiti; ma la parte di Goldoni era sostenuta, e con quali spalle, da Cesare Rossi insuperato finora nella trasmissione degli affetti; quella di Nicoletta da Teresa Bernieri; da Claudio Leigheb quella di Battistino; dal povero Arturo Diotti quella di Antonio, e Flavio Andò aveva voluto concorrere alla festa assumendo la parte dello Chénier, come Antonio Colombari quella di Balletti... Quale meraviglia se la sera del 30 marzo 1881 la commedia tornò gradita nella stessa Venezia, come poi nelle altre città, e con tanto accordo di indulgenza che arrivata a Torino fu ritenuta degna di raccogliere il premio drammatico che dava per l'ultima volta quel Comune? Erano in tanti a metterci il meglio del loro ingegno e della loro esperienza! E si trattava di Goldoni, di cui basta pronunziare il nome sempre più luminoso perchè tosto se ne irradii qualche cosa della sua amabile indulgenza, giocondità e cortesia.
INTERLOCUTORI
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| CARLO GOLDONI. | |
| NICOLETTA, sua moglie. | |
| ANTONIO, nipote di Carlo. | |
| GIUSEPPE CHÉNIER. | |
| BATTISTINO STUCK, | Comici italiani al servizio del Re di Francia, pensionati. |
| SUSANNA BERTINAZZI, | |
| MARIA FARINELLI, | |
| BALLETTI, | |
| GANDINI, | |
| MATTIUZZI, | |
| PIERINA, serva di casa Goldoni. | |
| ROSALIA FARINELLI, maestra di musica. | |
| M. G. RICCOBONI, già attrice e poi scrittrice | |
| RINALDI, professore di lingua italiana. | |
| EMILIA RINALDI, sua moglie. | |
| AGIRONI, farmacista. | |
| LEGENDRE. | |
| BOUCHARD. | |
| Un COMMISSARIO di polizia. | |
| Due agenti di polizia. | |
L'azione nel 1º atto e nell'intermezzo in casa di Goldoni, a Parigi, in via Richelieu, il 22 settembre 1792; nel 2º in una soffitta in via Mauconseil, il 6 febbraio 1793.
ATTO PRIMO
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In casa di Goldoni, via Richelieu, presso il Palazzo Reale. Sala arredata signorilmente secondo lo stile di Luigi XV; ma la mobilia dimostra di avere giusto i suoi trent'anni, per quanto conservata da una buona massaia. In fondo, ai due lati d'una porta che è la comune, due stipi, sopra uno dei quali c'è un busto di Molière fra due vasi di fiori, sull'altro un orologio a pendolo fra due candelieri: sulla scena, a destra dell'attore, un canapè fra due seggiole; a sinistra fra una seggiola ed un seggiolone, un tavolino sul quale ci sono dei libri, un campanello e l'occorrente per iscrivere. Tanto il canapè che il tavolino sono difesi da due paraventi, la cui intelaiatura è coperta d'antica stoffa di colore oscuro ed a disegno chinese. Cinque porte: la comune, come si è detto, nel mezzo in fondo, e quattro laterali; quella al proscenio a destra scorge alla camera da letto di Carlo ed Antonio, e quella a sinistra pure al proscenio alla stanza della signora Nicoletta e di Pierina. Delle altre due quella a destra scorge ad un salotto, e l'altra alla stanza di Battistino. Tra le due porte a sinistra, addossato alla parete e colla tastiera verso il fondo, un cembalo a mezza coda: alle pareti in fondo, sugli stipi, le specchiere dell'epoca; sul tavolino un tappeto, alle porte delle tende, e sull'impiantito una tela di colore oscuro ed unito. È giorno.
SCENA I.
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All'alzarsi del sipario suonano le nove al pendolo: ANTONIO, col cappello alla Franklin in capo ed una mazza in mano, entra in iscena con premura dalla destra; quindi a suo tempo BATTISTINO dal fondo, pure con cappello e mazza che depone sulle seggiole.
Ant. (entrando). — Lo zio fa la sua toeletta e non esce di camera per un'altra mezz'ora... se venisse subito Battistino! (va a guardare al fondo) Sono già le nove! Oh! eccolo, finalmente! (Battistino) Ebbene?
Batt. — Buone nuove. Abbi pazienza se non ho potuto fare più presto; ma in questa benedetta Parigi non s'arriva mai!
Ant. — Dunque verranno?
Batt. — Meno la signora Desgrandes che è un pochino indisposta dalla paura e rimane nella sua tana di Passy, tutti!
Ant. — Oh bravo il mio Battistino! E verrà anche l'Agironi da Clignancourt?
Batt. — Il professore Rinaldi che s'è incaricato ieri di fare il giro, m'ha detto che sì, e che sperava di portarci anche la signora Riccoboni.
Ant. — A meraviglia! E il desinare?
Batt. — Il trattore della Grotta Fiamminga lo manderà su bell'e fatto per la metà del prezzo domandato dal Caffè Conti.
Ant. — Benone! Ma gli invitati come verranno?
Batt. — Rinaldi s'è inteso con Mastro Martin che andrà a pigliarli tutti in casa della Riccoboni.
Ant. — Ma non ci sarà pericolo che la gente vedendo una carrozza...?
Batt. — No, perchè Martin è quello che serve Danton e le sue carrozze coperte di nappe scarlatte sono così note che non possono destare alcun sospetto.
Ant. — E i vecchi comici come verranno?
Batt. — A piedi, tutti assieme, anche per impedire che Balletti ne faccia qualcheduna delle sue...
Ant. — Benissimo: ora dàmmi quello che hai avanzato.
Batt. — Avanzato? Mi fosse bastato!
Ant. — E allora?
Batt. — Allora... per dare ai nostri buoni vecchi ancora un giorno di felicità, ho preso quell'anellino che volevo serbare a Pierina, e così ho provveduto ad ogni cosa.
Ant. (abbracciandolo). — Battistino, tu non sei un amico!...
Batt. — Grazie!
Ant. — ... Sei un fratello! Ma, mi raccomando, che ogni cosa riesca inaspettata, e non dire allo zio che sono stato dallo Chénier, l'unico che possa ancora salvarci dalla rovina!
Batt. — Sono impaziente di conoscere questo poeta in cui la bontà, bel caso! non è minore dell'ingegno.
Ant. — Verrà oggi istesso a vedere lo zio; ma i suoi doveri di deputato non gli permettono di trattenersi con noi come io avrei desiderato.
SCENA II.
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PIERINA, una servotta spigliata e disinvolta, dal fondo con una lettera: cuffietta in capo, abito a mezza gamba di color chiaro, calze bianche e scarpe. Detti.
Pier. — Una lettera per l'avvocato dal segretario dell'Ambasciatore di Venezia.
(consegna la lettera a Battistino e poi va ad assettare gli oggetti sugli stipi in fondo)
Batt. — Gliela darò io.
Ant. — Io scappo per tornare al più presto; ma se non facessi in tempo bada tu ad impedire che si parli allo zio della prigionia del Re, della morte della principessa di Lamballe e delle stragi alle prigioni!
Batt. — Figurati, sarebbe lo stesso che farlo ricadere ammalato! E sì che s'egli potesse reggere al racconto di ciò che s'è fatto per sei giorni e cinque notti nelle prigioni, sarebbe pure un gran bel motivo d'orgoglio per noi italiani poter dire che in mezzo a tanta ferocia dei pochi ed a tanta vigliaccheria dei molti, una sola figura risplende veramente sublime, ed è quella d'un'italiana, Luisa di Savoia, principessa di Lamballe!
Ant. — La sola in mezzo a tanti cortigiani del Re di Francia che abbia avuto il coraggio di lasciare il luogo dove era al sicuro per venire a dividere la terribile sorte dei suoi cari: una vera eroina, l'eroina della gentilezza e dell'amicizia... Ma a che serve ormai? Siamo intesi adunque. Addio. (esce dal fondo)
Batt. — E anche tu sei un eroe, l'eroe del rispetto e del sacrifizio; e dovevi nascere nei secoli più gloriosi dell'antichità, quando non si portava in capo il cappello all'americana... Avresti preso dei grandi raffreddori di capo come tuo zio, senza avere in tasca le sue pezzuole; ma non saresti obbligato a fare l'interprete per pochi soldi, e non avresti dovuto rinunziare, per assistere i tuoi buoni e gloriosi vecchi, all'amore, la sola cosa per cui Battistino spera ancora e vive!
Pier. — Finchè si rimane coll'avvocato non c'è da sperar nulla, e se non avete altri moccoli si resta al buio tutti e due!
Batt. — Pierina, vi siete alzata colle paturnie stamattina!
Pier. — C'è veramente di che stare allegri! La pigione è da pagare, credito non ce n'è più, e la sua brava pensione di quattro mila lire è bell'e sfumata per sempre!
Batt. — E volete andarvene?
Pier. — Anche troppo ci sono stata per quello che mi dànno.
Batt. — Ci sto io per nulla!
Pier. — Chi si contenta, gode.
Batt. — Via, Pierina! Come si fa a piantare della gente che vi ama come una figliuola, come una sorella, senza contar me che vi idolatro in tutti i gradi di parentela?
Pier. — Intanto l'altro mese mi avete trattenuta col dirmi che abbandonarli mentre l'avvocato era ammalato sarebbe stata una vera crudeltà...
Batt. — E ora vi dico che sarebbe una vera indegnità.
Pier. — Oh già voi non siete mai a corto di belle parole...
Batt. — Sono fiorentino, guà: magari a corto di quattrini; ma di parole, mai! Abbiamo in casa il deposito della lingua, non costa nulla e si spende!
Pier. — Alle corte, io mi sono bell'e trovato un altro padrone e un fior di padrone; deputato, e di quelli che hanno le mani in pasta...
Batt. — Allora poco pulite.
Pier. — E che è anche lui poeta comico tal quale l'avvocato.
Batt. — Tal quale, nientemeno!
Pier. — Ma sì! E ha un nome curioso... Collo..... Collo d'Erba...
Batt. — Cicuta.
Pier. — No... Collo d'Erba...
Batt. — Amara!
Pier. — Ma che amara!
Batt. — Collo d'erba, semplicemente, del diavolo; Collot d'Herbois via!... Un comicuccio ubriacone ed invidioso che si è fatto cuccare su tutti i teatri di Francia e di Navarra; uno sbruffariso che quando si sarà alzato ben bene sulla punta dei piedi non arriverà ai tacchi di Carlo Goldoni!
Pier. — Sarà, io non me ne intendo...
Batt. — Zitta, che di teatro, politica e medicina, tutti professori!
Pier. — Sia come si vuole: Carlo Goldoni non può più pagarmi la mesata ed io lo pianto.
Batt. — No, finchè ci resto io.
Pier. — Fin che sia morto, adunque, a fargli il galoppino! Che vergogna! un giovane come voi che sa fare di tutto...
Batt. — Meno quattrini.
Pier. — Un attore coi fiocchi...
Batt. (guardando gli orli delle falde del suo abito). — Soltanto colle frangie.
Pier. — Il figliuolo d'un bravo maestro di musica...
Batt. (traendo fuori le saccoccie vuote delle brache). — Si vede.
Pier. — E non vi vergognate di fare il servitore per nulla?
Batt. — Coll'avvocato, punto.
Pier. — E senza un soldo, senza una speranza, volete rimanere?
Batt. — Finchè vive, sì.
Pier. — E dite che mi volete bene, che volete sposarmi?
Batt. — Nulla di più vero!
Pier. — E allora bisogna dire che vi gira?
Batt. — Per girare, a questi lumi di luna, gli è un bel giramento... Ma poichè l'ho da dire, state a sentire perchè credo mio dovere restare. Io non sono solamente il più bel figliuolo — unico — del maestro Battistino Stuck — nella mia famiglia di padre in figlio non si è meno Battistini che Stucchi — e il nostro primogenito sarà tanto Stucco anche lui quanto Battistino — ma sono anche un discreto attore di quella Commedia italiana dell'arte che maestra di intreccio e di dialogo allo stesso Molière, ha divertito per tre secoli tutta Europa, facendola ridere di quelle belle risate che scaricano il fegato ed alleggeriscono la milza; perchè a tenere il pubblico allegro noi non si recitava soltanto, non si inventavano soltanto lì per lì le più matte stramberie, le più piccanti risposte; ma, se faceva bisogno, si cantava e si suonava e si ballava, e si facevano giochi di agilità e di destrezza, senz'aiuto di poeta e di rammentatore, mostrando così ognuno di noi quant'era capace e spiritoso.
Pier. — Oh! guarda; non lo sapeva!... Ma e il pubblico?
Batt. — Il pubblico d'allora? Era tutt'altra cosa. Quel pubblico là non andava al teatro che per divertirsi e per ridere, e per questo quando s'arrivava in Francia, in Baviera, in Austria, in Boemia e nei Paesi Bassi, ci veniva incontro a braccia aperte gridando: benvenuti i comici italiani, evviva! Sapeva il buon pubblico che con noi non c'era pericolo di doversi sorbire le commedie che colla scusa della letteratura non fanno nè ridere, nè piangere, e intanto ognuno s'ingegnava di capire e di parlare la nostra fiorita e sonante lingua d'Italia. Oh sicuro, che qualche volta il nostro gesto passava un po' il segno, lo scherzo, la misura; ma allora il mondo era più alla buona, chiamava più le cose col loro nome e capiva che se c'era il peccato non c'era quasi mai l'intenzione, la malizia. Ebbene, ora sono quasi cinquant'anni, è venuto fuori a Venezia uno scrittore italiano, s'intende, a dire: questa commedia a soggetto colle maschere che i soli italiani sanno fare, buttiamola giù, e rifacciamo anche noi la commedia scritta in cui il comico non è più quasi nulla e il poeta è quasi tutto.
Pier. — Non gli hanno mica dato retta a quel birbante?
Batt. — ... Sulle prime, no; ma poi dàlli e picchia, finì per vincere: lui alle stelle, e noi... alle stalle!
Pier. — Maledetto!
Batt. — Il resto del carlino ce l'ha dato prima l'Opera e ora la rivoluzione, la quale come sapete, sospetta i comici di simpatie reazionarie, manda questi all'armata, ficca quegli altri in prigione ed obbliga i pochi rimasti sulla scena a farsi brutto strumento di vendetta e di derisione.
Pier. — E voi?
Batt. — Io a quest'ultimo rovescio piglio il mio coraggio a quattro mani... e mi nascondo. Ma le provvigioni finiscono presto e bisogna pure uscir fuori per cercarne! Ohimè! Appena in istrada, allo svolto di via Richelieu qua sotto, sento dietro di me due o tre fischi, come se chiamassero un cane. Io, bestione, dimenticando la differenza che corre fra il fischiare un cane ed un comico, mi volto!
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