Kitabı oku: «Fame usurpate»

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Vittorio Imbriani

Fame usurpate


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066071226

Indice

QUALCHE SPIEGAZIONE

AVVERTENZA

IL NOSTRO QUINTO GRAN POETA

A TOMMASO GAR

I.

II

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

POSCRITTA

UN CAPOLAVORO SBAGLIATO

I. — Impressione e Giudizio.

II. — Imparzialità Italiana.

III. — Digressione.

IV. — Importanza storica e concetto filosofico.

V. — Tre esempli.

VI. — Ulteriori conseguenze.

VII. — Fausto è l'uomo.

VIII. — Triplice contenuto.

IX. — L'epopea del Fausto.

X. — Seconda Digressione.

XI. — Una ballata di Vittorio Hugo ed il prologo in cielo.

XII. — L'antica Leggenda di Fausto.

XIII. — Modo in cui il Goethe poetava.

XIV. — Genesi del Fausto e la Dedica.

XV. — La novella del Fausto ed una romanza di Federico Schiller .

XVI. — Incertezze.

XVII. — Disocchiatezza e la scena della maliarda.

XVIII. — Intervento diabolico.

XIX. — I caratteri de' protagonisti.

XX. — Conclusione.

UN PRETESO POETA

POSCRITTA

TRADUTTORE, TRADITORE

POSCRITTA

DANIELE MANIN

II.

III.

È GALANTUOMO IL CAIROLI?

APPENDICE

————

QUALCHE SPIEGAZIONE

Indice

Affidatomi il grato compito di curar la ristampa di questo volume, ho cercato di riprodurre fedelmente la edizione eseguita sotto gli occhi dell'autore pei tipi di A. Trani, — Napoli, 1877; ed ormai resa irreperibile. Solo, mi son permesso mutare, dove si vedeva chiaro, trattarsi di mende tipografiche. Nel resto, ho spinto la fedeltà, fino allo scrupolo, specie per la punteggiatura, la quale, — quantunque un po' diversa da quella adoperata dall'Imbriani, negli ultimi anni, — pure, giova a spiegarci, come, dopo maturo esame, a poco a poco, era venuto formandosi il suo metodo ortografico.

Certo, io non potevo far diversamente... Ma l'autore, — che non si stancava mai d'adoperar la lima, — vi avrebbe trovato da modificare e da correggere, come, del resto, ce ne fa fede una copia del libro, che egli andava preparando per la futura edizione, nelle prime pagine con ritocchi e mutamenti, di tutt'i quali ho tenuto conto.

Ai quattro studî si sono aggiunti due altri, l'uno sul Manin e l'altro sul Cairoli, secondo era divisamento dell'istesso Imbriani, tanto da esserne in trattative con qualche editore; trattative non conchiuse per ragioni, che, qui, è inutile specificare. In fine, ho raccolto, in appendice, tre o quattro altre cosette, che, altrimenti, sarebbero andate smarrite; e che, (se non m'inganno) giovano alcun poco a meglio chiarire il suo pensiero.

E godo commemorare il secondo anniversario, (che ricorre oggi) della morte immatura del povero Imbriani, con la pubblicazione di un'opera, la quale maggiormente giovò a farlo conoscere che è tanta parte di lui. Anzi, fo voti, che questo sia l'inizio d'una serie di ristampe de' tanti suoi lavori, perchè ritengo, non potersi meglio onorare la memoria, se non divulgandone gli scritti, in cui rivive la sua simpatica ed originale personalità, e contribuire, in tal guisa, a fargli rendere giustizia dalla coscienza nazionale.

Capodanno, M.DCCC.LXXXVIII.

Gaetano Amalfi.

————

[pg!1]

AVVERTENZA

Indice

Ripubblico, ritoccati, ma senza alterazioni sostanziali, quattro studî critici, scritti parecchi anni fa. Vennero stampati dapprima in giornali o riviste; e conservano sempre la macchia originale, essendo conditi di capestrerie, che dovevano, secondo me, renderli tollerabili al palato de' lettori di Appendici, Se non erro però, sotto all'intingolo più o men pruriginoso, v'è cibo sano e nutriente.

Ho intitolato il volume Fame Usurpate. Un birrichino d'un pretazzuolo schiericato, mi fece un casa del diavolo addosso, perchè avevo adoperato, in non so che versucciacci, Fame, plurale di Fama. M'ero servito di quel vocabolo pensatamente e confortato anche da esempli numerosi del Petrarca e del Boccaccio. Quindi, invece di recitarne il mea culpa, colgo con piacere l'occasione di ripeter la parola sopra un frontespizio, per mostrare in qual conto tenga le riprensioni delle birbe, degli sciocchi e degl'ignoranti, che s'imponeano a parlar di lingua, senz'aver neppur letto i migliori nostri scrittori.

[pg!2] Non c'è cosa, ch'io aborra quanto le riputazioni scroccate d'ogni genere; quanto le virtù posticce, gli eroi (façon Sapri) finti ed i falsi dei. Nulla di più dannoso per un popolo de' culti irrazionali, di ogni venerazione inconsistente. Ho cercato sempre di purgarne l'animo mio; ed ho sempre consigliato altrui di tenersene immune, di resistere agli andazzi, di non venerare od amar checchessia, se non a ragion veduta. Da sedici anni, in questa Italia, che mi riesce tanto diversa dal mio desiderio, veggo invece l'impostura e la ciarlataneria riscuoter plauso e trionfare; farabutti e dappochi incensarsi a vicenda; le fabbriche di grandi uomini artificiali ingombrare il mercato politico e letterario, e cattedre e parlamento, di prodotti di scarto. Non inchinandomi ad alcun vitello, nè di carne nè d'oro; non comperando io lodi bugiarde con encomî menzogneri; dicendo sempre quel, che io stimo vero; mi son procacciato nemici e malevoli senza fine, molti dolori e non ho fatto gli affari miei. Ma non me ne duole; ch'io so d'aver fatto il dover mio, ch'è meglio.

Potrà darsi, che la pubblicazione di questo volumetto stuzzichi un vespaio. Che m'importa? Ad un Italiano, amante della patria e devoto alla dinastia, che può importare di persecuzioncelle letterarie in questo momento? Qual pettegolezzo o briga o dissapore privato può aggiungere all'amarezza, ch'io provo, vedendo il potere in mani abjette e malfide, scorgendo i pericoli, che corrono la Monarchia [pg!3] e l'Unità, prevedendo l'avvenire, che ci minaccia?

. . . . La cruda e iniqua

Ragion di parte vinse

Valor, senno e virtù; sì che in segreto

Ne geme Italia, rossa di vergogna1.

Uomini peggiori e più scadenti no, che non è possibile l'immaginarne, ma uomini ugualmente malvagi ed insipienti, son forse giunti qualche rara volta altrove al potere: però sempre in tempo di rivoluzione, ne' parossismi della massima perturbazion morale, quando la canaglia prevaleva e sopraffaceva armata mano. Che il santuario dello Stato potesse venir profanato in tempi ordinarî e per le vie legali da tanta dappocaggine ed iniquità; che, per un voto delle Camere, ratificato dagli elettori, dovessimo subire questo obbrobrio di Ministero; mi spaventa e sgomenta. Qual è dunque mai lo stato morale e sociale dell'Italia, se qui è possibile e si tollera pazientemente quel, che altrove non si ammetterebbe neppure come ipotesi?

Per la patria e la dinastia, inseparabili nel cuor mio, nulla posso: non posso nè lavar la macchia, nè rimuovere il pericolo. Ma stimando, che chiunque, comunque, ancorchè per un solo istante abbia potuto acquetarsi ed anche solo mentalmente [pg!4] consentire ad un tanto vitupero e scempio, debba arrossirne; voglio almeno, a tutela della fama mia, dichiarare, pure innanzi a questo volumetto, ch'io non ho nulla di comune con la banda de' sedicenti progressisti.

Roma, 7 Gennaio 1877.

Imbriani.

[pg!5]

IL NOSTRO QUINTO GRAN POETA

Indice

(ALEARDO ALEARDI)

M.DCCC.LXIV.

[pg!7]

A TOMMASO GAR

Indice

— «Mesi fa, Ella, per ispronarmi, a scrivere, sulle poesie d'Aleardo Aleardi, mi fu cortese dell'ultima edizione fiorentina, impressa da Gaspare Barbèra, nel MDCCCLXIV. Veramente, percorse, io le aveva, già, non tutte, altra volta, e quando la fama dell'autore era bambina, accogliendone un'impressione, ma senza badare a formarmene un criterio proprio. Non mi pareva roba da badarci più che tanto. Stavolta,... La lo sa, La lo sa, son fanatico per l'incisione: baratterei tutta l'incolore scuola pittorica lombarda, per un'acquaforte del Rembrandt! Oh s'immagini, dunque! Quel ritrattaccio dell'Aleardi impomatato e stregghiato, che sta rimpetto al frontespizio, come drago sul sogliare d'orti incantati. All'adocchiarlo, raccapricciai; ed il volume ruzzolò, per le terre.» —

— «Sicchè, non ha letto?» —

— «Anzi! Raccattai l'opera; la spolverai; tagliai, con la stecca, i fogli; e, poi, mi dissi: Coraggio! Avanti, marsc'! E lessi, rilessi, studiai, postillai, da cima a fondo, il cosiddetto e sedicente poeta civile. Ma...». —

— «Ma che?». —

[pg!8] — «Ferma un'opinione in capo, esito a porla in carta! L'impegno assunto, duolmi, oltre ogni dire, per un giusto riguardo. Maledettissimi riguardi! Inceppano, precludono qualunque libero moto, al malcapitato estetico. Sono mostri, che non lasciano altrui passar per la sua via. Stai, per isnocciolare quattro verità, forse, dure, ma che stimi utili e che ti costan fatica, quando ti si para davanti una considerazione, uno scrupolo di convenienza; ed o t'imbavaglia o ti sforza a balbettare qualche scempiaggine menzognera e lusinghiera. Non se la pigli, con l'amico, che ommise d'avvertirla, quand'Ella, ierdassera, sedette a carteggiare, con quel baro: caspita! egli tacque, per onesti riguardi. E, sempre, per qualche buon riguardo, che mogli e drude c'infinocchiano; e che i ministri.... ne sballan tante. Qual meraviglia, quindi, se, per convenienza, per delicatezza, un critico anch'esso s'inducesse a mentire od almanco ad ammutolire?». —

— «Pure, abbiamo dietro le spalle i tempi, quando si pagava in busse od a pugnalate le giuste riprensioni. Ma comprendo! Il quieto vivere è desiderabile; e, talvolta, si teme, che gli scrittori biasimati.....». —

[pg!9] — «No, giuraddio! Temere? Un corno. Temere chi? La mi farebbe attaccar moccoli e ceri! O ch'io mi spiego male o ch'Ella m'ha franteso. Potrà darsi, che, altrove, allignino, tuttavia, scribacchini, a' quali imporre silenzio, con l'intimidazione; ma quì, tra noi, mi giova crederne spenta la razza. I riguardi ci s'impongono non dalla violenza, anzi dalla seduzione, ch'è vera forma di violenza, come sclama l'Emilia Gallotti, nel povero dramma lessinghiano. Sempronio ci pare un imbrattacarte: foss'egli efferato e potente, al pari del tiranno siracusano, glielo spiattelleremmo, sul muso, lì. Ma c'è, che, quantunque imbrattacarte, ha congiunti e congiunte, amici ed amiche, ammiratori ed ammiratrici; ed il critico meschinello (guarda combinazione!) sarà congiunto, ammiratore od amico od altro di alcuna od alcuno fra loro. C'è, che visceri d'uomo, ne abbiamo, ancor, noi, checchè blaterino gli scrittorelli tartassati. Abbiamo le debolezze della carne; ed, al postutto, non siamo angeli, come piagnucolava l'anima candida di Tartufo. Crocifiggeteci e non ritratteremo la menoma scioccheriuola, rivaleggiando coi fanatici (politici e religiosi), i quali si saranno, pur, talvolta, accorti delle assurdità, che perfidiavano nel confessare, per amor proprio malinteso. Ma non oseremmo affermare, che, a mezzogiorno, il sole sta, nel punto zenitale, ove dubitassimo di contristare persona cui ci leghi affetto; di attirarci, puta, occhiatacce bieche, da quel par d'occhi bruni, tanto gentili quando sorridono..... Ecco, io mi trovo, ad un simil bivio: o non dar parola al mio concetto d'Aleardo Aleardi; o calpestare riguardi e rispetti di non piccol momento». —

— «Che? Un par d'occhi bruni.... eh?» —

[pg!10] — «Pure?» —

— «Scrivo! certo, ch'Ella mi perdonerà. Le debbe esser noto a pruova, che, per l'onesto scrittore, quando ha la penna in mano, è giuocoforza scarabocchiare sotto la dettatura di quell'accattabrighe della coscienza. Il solo giornalista di qualche merito in Italia, Ruggiero Bonghi, dice (non so se sinceramente, ma, certo, congruamente): Io non vedo altro compenso dello scrivere, che giovare, dicendo il vero. Quando lo scrittore o non sa o non può vincere le difficoltà, che gli si oppongono a ciò, meglio tacere; e scegliere soggetti, ne' quali non debba mentire o dissimulare, a sè medesimo. Ma il galantuomo, la penna non può non recarsela in mano, quando ha qualcosa da bandire. Chi stima di posseder la verità e non si sbraccia per acquistarle fautori, aderenti, proseliti, partigiani, mi fa schifo. Al levita, capitato in mezzo ad un sinedrio di crisomoscolatri e che si sa provvisto di saldi muscoli abduttori ed adduttori, la sindèresi non concederebbe, mai, pace o tregua, s'egli non iconoclasteggiasse un tantino. Conoscendo quanto io La riverisca, Ella comprenderà, quanto mi affligga, il dover porre alla berlina un verseggiatore mediocre, ma protetto da Lei. E da un tale atto e dalla presente dedica, che ad uomo volgare parrebbe impertinenza, trarrà motivo, per confermarmi quella Sua stima, che tanto ambisco». —

[pg!11]

Angosce finse e simulò letizie

Con quell'accento che non vien dal core.

Aleardo Aleardi — Accanto a Roma.

I.

Indice

Discuto il poeta, non l'uomo. Osservazioni, epiteti, giudizî s'hanno a riferire, alla personalità dello scrittore Aleardo Aleardi, ente astratto; non allo Aleardi, uomo in carne ed ossa, che, da taluni, mi si afferma essere una cara persona. Se questo è, debbo rimpiangere di non aver avuto seco relazione di sorta, tranne una sola stretta di mano e momentanea. Potrà darsi, ch'io paja talvolta troppo acerbo, (com'ebbe a dire Alessandro Manzoni;) e mi spiacerebbe, se l'irruenza del dire scemasse credito alla cosa detta; prometto d'avere ogni riguardo, ogn'indulgenza possibile. Ma so scriver solo, fotografando i sentimenti miei: la rettorica mia consiste nell'esprimere quantunque io pensi, comunque il pensi. Ora, basta il barlume d'intelligenza, largito a' cretini, per comprendere, come un Italiano non possa ragionar di quanto, a parer suo, ammorba la nostra letteratura contemporanea, accademicamente, spassionatamente, in quella guisa, che discorrerebbe d'un cattivo andazzo antico, degli Arcadi o de' Frugoniani. Altro è il passato, altro il presente. Mentre ferve la mischia, io me n'infischio di mostrarmi garbato e cavalleresco. [pg!12] Che un pessimo verseggiatore, dugent'anni sono soddisfacesse, perfettamente, a' bisogni estetici della nazione, è fenomeno storico, che ci aveva la sua ragion d'essere; giudicarlo o discuterlo, non serve; bisogna rendersene conto. Al male odierno, invece, conviene ostare, rimediare, aprendo gli occhi agli illusi, mostrando alla gente di facile contentatura quel, che, pure, avrebbe il dritto di pretendere. Questa norma vale e per la politica e per le lettere. Nel combattere un error divulgato e radicato, sarò, quasi chirurgo, che intende a guarire una cancrena profonda e diffusa, adoperando, senza alcun ritegno, tutti i ferri del mestiere: chi l'ha per mal, si scinga. Si sbaglia, addirittura, ritenendo la calma contrassegno dell'aver ragione, e l'irruenza per indizio dell'aver torto: è faccenda di temperamento. Chi s'appassiona (già, si sa!) facilmente, trasmoda: ed io non nego di parlare, appassionatamente. Son certo, che l'Aleardi, lui, me ne saprà grado. Lo sdegnarsi di qualcosa parmi un renderle omaggio, prendendola sul serio. Una volta, trattenendosi il Goethe, in una cittaducola di bagni, nel passeggiar, per un viottolo, che conduceva, ad un mulino, incontrò non so qual principe: sopravvennero alcuni muli carichi di sacca di farina, e bisognò ricoverarsi in una casipola. I due intavolarono discussioni profonde sulle cose umane e divine. Ed essendosi mentovati I Masnadieri dello Schiller, quel principe sclamò: — «S'io fossi stato messer Domineddio, nell'accingermi a creare il mondo, prevedendo, che vi si sarebbero scritti I Masnadieri, io non l'avrei creato.» — Il giudizio era, passionalmente, esagerato: lo Schiller, però, avrebbe avuto torto di lagnarsene, perchè attribuiva tanta importanza, ad una sconciatura da collegiale. E, poi, distinguiamo: c'è passione e passione. C'è la passione, che rampolla da un interesse personale, esclusivo e, quindi, irrazionale, o illogico; e la passione monda, razionale, che mira al vantaggio universale. E di quale altro genere potrebb'essere l'affetto immenso, che ho riposto nella Letteratura Italiana, [pg!13] reputandola la incarnazione più sublime del bello poetico? Questo, a scanso d'equivoci.

II

Indice

Ire bollenti e fuggitive; santa

Ignoranza dell'odio e dell'oblio;....

Carità di perdoni; una serena

Purezza di pensier, mista a febbrile

Sperïenza di cupide carezze;

Ingenue fedi; desiderî audaci

E insazïati; avidità di arcane

Ebrezze; del martirio e de la tomba

Uno sprezzo magnanimo; un perenne

Vagheggiamento dell'eterna idea;

Ecco, Elisa, il poeta....

No, cara ed ignota Elisa, non creder, mica, da gonza, quanto scarabocchia l'Aleardi in una delle peggiori fra le sue Ore cattive. Dato e non concesso, che questa addizione impoetica di qualità sopraccariche d'epiteti, abbia, per prodotto, una persona, io, francamente, non saprei ravvisare, nelle poste, le membra disjecta d'un poeta, anzi, piuttosto, quelle d'un frate. Non i requisiti politici, fisici, morali o religiosi costituiscono il poeta; anzi la virtù di sentire ogni pensiero, in modo da trasformarlo in fantasma: tutto il resto è puro ammenicolo, quando non guasta. Che il viceconte Vittorio Hugo viva fra gli adulterî o che il conte Giacomo Leopardi muoja vergine; che il consigliere intimo Gian Lupo di Goethe strisci, nella corte d'un principato lillipuziano, o che Giorgio Byron aspetti, imperterrito, il naufragio imminente, sulle coste della Corsica; che Alessandro Manzoni sia capace di perdonar finanche a que' tedeschi, i quali fustigarono in pubblica piazza le sue milanesi, o che Dante Allaghieri sia uomo, da non perdonarla, neppure al suo Brunetto Latini; gua', sono accidenti! ci spiegano le peculiarità di que' valenti; bisogna conoscerli, per [pg!14] rendersene conto e del contenuto delle scritture; ma, con essi e senz'essi, e' si puole essere poeta. Un Byron impotente e leccazampe, un Allaghieri codardo e perdonevole, un Manzoni scettico e donnajuolo, un Goethe patriota e tribuneggiatore, un Leopardi ignorante e spensierato, un Hugo che non fosse banderuola politica, avrebber possedute le istessissime facoltà poetiche, la medesima immaginativa. Sia di creta, di bronzo o di oro la lampade, il valore della luce, che ne scaturisce, non cambia. Sia rosso o verde o bianco il vetro del cartoccio o della palla, non importa; importa, bensì, che l'intensità della luce valga ad illuminare e adombrare gli oggetti, nel microcosmo della stanza, per modo, che acquistino fisonomia. Ogni determinazione, che non è essenziale alla fantasia, non influisce sul valore poetico dello scrittore. Il sentimento del poeta, trasfuso nella cosa vagheggiata (impressione, riflessione, idea, fatto, eccetera,) ne trasfigura l'effettività in guisa, ch'essa implichi un cotal concetto dell'Universo, la cui special forma è indifferente, il cui pregio artistico dipende, da tutt'altre ragioni, che non è il merito intrinseco. E, nel mondo ideale, dove il caso, il fortuito sono sconosciuti, ogni parte implica il tutto, ogni individuo contiene la legge generica, più, ancora, che nel mondo effettivo. La rappresentazione d'un'onda può rendermi l'immensità de' mari. Gli adagi veneti m'insegnano, che do' done e un'oca fa un marcà e che tre femene e un pignato e 'l marcà ex fato. E, se una rondine non fa primavera nel proverbio, in quante poesie popolari è il contrario! Un uomo raffigura l'umanità; e nelle vicissitudini d'un amore si espongono le vicende dell'universo. In pittura, in iscultura, nella musica, è lo stesso.

Il poeta porta (o conscia od inconsciamente) un mondo, in sè: cioè, un sistema; cioè un concetto. Mondo, che, apparirà tanto più poeticamente perfetto, quanto più risponderà a tutte le peculiarità dell'animo suo, quanto più sarà subjettivo. Difatti, [pg!15] allora, esso poeta saprà infondere più vita e più caldo alle singole parti. Che s'egli, invece, non ha sentite e trovate, nel proprio petto, le leggi del suo mondo, questo mancherà di spontaneità e di originalità, potremo chiamarlo rettorico. Vi sorprende, neh, ch'io parli, così, avvezzi a sentir lodare gli antichi pel loro objettivismo poetico? Ma bisogna distinguere! Il concetto vuol essere subjettivo, specifico dell'artista; e la sua fantasia deve aver tanto vigore, da rappresentarglielo come piena e perfetta objettività.

Intendiamoci bene, però! Si tratta non d'un sistema o d'un concetto scientifico o filosofico, anzi di un concetto poetico. Poco monta, ch'e' sia falso, in sè, purchè bello; e, quando risponda, onninamente, al cuore del poeta, non potrà non rappresentarci un momento dello spirito dell'epoca; il modo di sentire sempre conforme a sè stesso (sibi constat) fa sì che egli in ogni immagine ti lascia sfolgorare dinanzi l'intero concetto, perchè ogni suo fantasma contiene l'universale. Quella unità, che la scienza dimostra, vien sentita dalla Poesia; e per questo Scienza e Poesia s'invadono a vicenda, come due larghe fiumane, che provengano da giogaje discostissime, ma scorrano vicine, e delle quali or l'una or l'altra straripando allaghi l'alveo della contigua. Di fatti: — «senza immaginazione non vi è nessuna specie di scienza; e chi non ha fantasia può a sua posta chiamarsi uno scienziato, ma in realtà non è che un'eco esterna, un pappagallo senza ragione; e noi, per non privarlo di un'illusione che gli procura un piacere, lo tratteremo a tutto pasto di naturalista, ma fra noi non possiamo dissimularci che egli non è che un copista, perchè non riconcepisce e non comprende la Natura. Comprendere è rifare il fatto, e ricreare il creato; fare o rifare, creare o ricreare, è sempre immaginare». — Dice il De Meis e dice benone; e quando mai no?

Or bene, qual'è l'idea logica del mondo poetico di Aleardo Aleardi? l'occhiale ch'egli adopera per [pg!16] guardare i fatti e le idee? il sentimento dominante sustrato del suo carattere poetico?

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Yaş sınırı:
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Litres'teki yayın tarihi:
16 ocak 2025
Hacim:
400 s. 1 illüstrasyon
ISBN:
4064066071226
Yayıncı:
Telif hakkı:
Bookwire
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