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Kitabı oku: «Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3», sayfa 6

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CAPITOLO XXXV

Descrizione della Mecca. – Sua posizione geografica. – Edificj. – Mercati pubblici. – Viveri. – Arti e Scienze – Commercio. – Povertà. – Decadenza.

La santa città della Mecca, capitale dell'Hedjaz, o dell'Arabia deserta degli antichi geografi, è il centro della religione Musulmana, a cagione del tempio che Abramo v'innalzò all'essere Supremo, oggetto dell'attenzione di tutti i fedeli credenti.

Un gran numero di osservazioni mi diedero la latitudine della Mecca al 21° 28′ 9″ N., e la longitudine 57° 54′ 45″ E. dell'osservatorio di Parigi. L'osservazione di molti azimut dà per la declinazione magnetica 9° 43′ 52″ O.

Trovasi alla Mecca un dignitario col titolo di Monjim Bascki, o capo degli Astronomi; ma non ha verun astronomo sotto di lui, ed egli stesso ignora perfettamente la posizione geografica della città, non avendo la più leggiera tintura di astronomia, riguardata da lui e da tutti gli abitanti siccome l'arte di far pronostici: pure vi è molto stimato.

La città della Mecca, in arabo Mekka, è posta in una valle, la di cui compensata larghezza è di circa centocinquanta tese sopra una linea tortuosa che va da N. E. a S. O. tra basse montagne: e per conseguenza secondando le sinuosità della valle ha una forma affatto irregolare, e le case fabbricate sul piano della valle, ed ancora sopra una parte del pendio delle montagne da ambo i lati, ne accrescono l'irregolarità. Si può avere un'idea di questa città figurandosi un ammasso di molte case aggruppate al N. del tempio, che prolungansi in forma di luna crescente dal N. E. al S. O. per il S. La città si sviluppa sopra una linea di novecento tese di lunghezza all'incirca, e di dugento sessanta sei di larghezza nel centro dall'E. all'O.

Le principali strade sono bastantemente regolari, e potrebbero quasi dirsi belle per le eleganti facciate delle case: sono coperte d'arena, ed assai comode. Avvezzo com'io era alle città dell'Affrica fui graziosamente sorpreso dalla vaghezza degli edificj della Mecca.

Io suppongo che la loro forma si avvicini al gusto indiano o persiano, che si era introdotto durante la residenza del Califfato a Bagdad. Le case hanno due ordini di finestre, come in Cipro, con molte griglie; ma vi si vedono altresì grandi finestre aperte come in Europa. Le più però sono coperte da una specie di persiana leggerissima di palma che difende dal sole senza togliere il passaggio dell'aria, piegandosi a piacere nella loro più alta parte, come le persiane usate in Europa.

Tutte le case solidamente costrutte di pietra, hanno tre o quattro piani, ed anche più, con facciate ornate di modonatura, zoccoli e pitture, lo che dà loro un grazioso aspetto. Difficilmente trovansi porte senza gli ornamenti e modonature con iscaglioni e banche ai due lati.

I tetti sono piani in forma di terrazza, e circondati d'un muro alto circa sette piedi; il quale muro è di tratto in tratto interrotto da un andamento di fori fatto con mattoni bianchi e rossi posti orizzontalmente e simmetricamente a secco onde lasciar passare l'aria, di modo che contribuiscono ad un tempo all'ornamento della facciata, ed a celare le donne che trovansi sulla terrazza.

Tutte le scale ch'io vidi sono strette, oscure, e con scalini troppo alti. Le camere sono ben proporzionate in larghezza, lunghezza ed altezza. Oltre le grandi hanno pure un secondo ordine di piccole finestre, e come in Alessandria una tavoletta all'intorno che serve per riporvi diversi oggetti.

La bellezza delle case prova l'antico splendore della Mecca, che gli abitanti procurano di conservare appariscenti, per allettare i pellegrini, formando gli affitti delle case la miglior parte delle loro entrate. Non sonovi in questa città formali mercati, non permettendolo l'irregolarità del terreno, e la ristrettezza dello spazio; perciò tengonsi lungo le strade principali, e può dirsi che la grande strada centrale sia un continuo mercato da cima a fondo della città. I venditori stanno entro le loro baracche formate di bastoni e di stuoje, ed alcuni non hanno che un grande parasole sostenuto da tre bastoni che si riuniscono al centro. I mercati abbondano di commestibili, e d'ogni sorte di oggetti grossolani; e la gente vi è sempre affollata, specialmente nell'epoca del pellegrinaggio. Vi sono allora vivandieri ambulanti, pasticcieri, calzolaj, sarti, e simili.

Quantunque abbondanti i viveri, ad eccezione delle carni, sono cari: un grosso castrato si paga circa sette franchi; i polli scarseggiano, e perciò anche le ova; e non v'è selvaggiume d'alcuna sorte. La farina viene dal basso Egitto, i legumi ed il riso dall'India, gli erbaggi da Taïf, di dove viene ancora formento e farina in poca quantità, e di qualità inferiore a quella d'Egitto. Il butirro che si conserva negli otri e ne' vasi è assai comune; ma dal calore reso liquido come l'olio.

Il prezzo delle derrate varia assaissimo a cagione della mancanza di sicurezza del commercio: eccone i prezzi che vi si facevano in tempo del mio soggiorno nel 1807.


I pesi e le misure sono le medesime che si usano in Egitto, ma così inesatte, che sarebbe inutile di cercarne la regola. Le monete correnti sono pure quelle dell'Egitto. La piastra spagnuola vale in commercio cinque piastre turche di cinquanta parà cadauna; ma a cambio non ne vale che quattro e mezzo. Vedonsi circolare alla Mecca le monete di tutti i paesi; onde trovansi cambiatori col loro banco ne' pubblici mercati sempre occupati con una piccola bilancia a pesare e cambiare valute. Le loro operazioni eseguisconsi per dir vero assai all'ingrosso, ma può facilmente credersi che i loro errori non siano giammai a proprio danno.

Trovansi pure ne' mercati tutti i prodotti naturali ed artificiali dell'India, e della Persia. Eravi presso alla casa in cui io alloggiavo una fila di botteghe esclusivamente destinate alla vendita delle cose aromatiche, delle quali io ne presi il catalogo e le descrizioni9.

Alla Mecca, siccome in tutta l'Arabia, non si fa pane propriamente detto, ossia ciò che comunemente s'intende sotto questo nome: bensì si fabbrica con farina diluita nell'acqua senza lievito, e talvolta con pochissimo lievito, una piccola quantità di focaccie, di tre o quattro linee di spessezza, e di otto o nove pollici di diametro. Vendonsi tali focaccie mal cotte, e molli come pasta; e queste sono chiamate pane, hhops.

L'acqua dolce che viene continuamente portata dalle vicine montagne di Mina sopra cammelli è assai buona; ma l'acqua de' pozzi come anco quella dello Zemzem, quantunque bevibile, è alquanto salmastra: pure il basso popolo non beve che di questa.

Ho esaminati con particolare attenzione alcuni pozzi, e li conobbi tutti della medesima profondità, e tutti contenenti un'acqua perfettamente eguale. Nelle strade più vicine al tempio vi sono pozzi, e non ne mancano pure nelle parti più rimote della città. Io ho potuto persuadermi mercè di un attento esame intorno alla profondità, qualità, temperatura e gusto dell'acqua, che essa deriva da una sola fonte, il di cui livello è a cinquantacinque piedi sotto al suolo, ed il di cui ammasso si forma col filtramento delle acque piovane.

Il suo gusto salmastro non può attribuirsi che alla decomposizione della selenite mista colla terra.

La carne che si mangia alla Mecca non è della miglior qualità; i montoni sono assai grandi ma tutti magri. Non si sa quasi cosa sia pesce benchè il mare trovisi a sole dodici leghe di distanza. Gli erbaggi che vi si portano da Taif e da altri luoghi vicini principalmente da Santa Fatima, sono cipolle, cocomeri, pastinache, cetriuoli, capperi, ed una specie d'insalata con foglie somiglianti alle gramignacee; la quale pianta ch'io non ho potuto vedere intera, vien detta corrat.

Nel tempo ch'io dimorai alla Mecca non vidi altri fiori, fuorchè uno andando ad Aàrafat. Aveva ordinato ad uno de' miei domestici di portarmele colla pianta, ma ne fu impedito da molti pellegrini, i quali gli rimostrarono essere peccato lo svellere, o troncare una pianta nel pellegrinaggio d'Aàrafat: e quindi io dovetti rinunciare al solo fiore, che scontrai in quel viaggio. Fannosi alla Mecca diverse bevande con uve secche, zucchero, mele, ed altre frutta. L'aceto non val nulla, e si fa, per quanto mi fu detto, coll'uva secca.

Non credo che in verun'altra città musulmana si trascurino le arti come alla Mecca, dove non si troverebbe un uomo capace di fare una serratura, o una chiave. Le porte vengono chiuse con grossolane chiavi di legno, le casse ed i bauli con serrature europee. Non mi fu quindi possibile di sostituire altre chiavi a quelle rubatemi a Mina. Le pantoffole, e le pappuzze vengono da Costantinopoli e dall'Egitto, perchè alla Mecca non si sanno fabbricare che sandali e scarpe cattivissime. Altra volta eranvi alcuni incisori in pietra, che ora sono affatto mancati, e più non si troverebbe un uomo capace d'incidere ragionevolmente una iscrizione.

Parrebbe che in un paese, non alieno dalle armi, dovrebbero almeno trovarsi alcuni mediocri armajuoli, pure si cercherebbe invano chi sapesse rifare il più piccolo pezzo di un fucile europeo. Codesti armajuoli non sanno fare che rozzi fucili a miccia, coltelli curvi e lancie o alabarde all'uso del paese. In qualunque luogo essi trovinsi, la loro officina è subito allestita; riducendosi a fare un buco in terra che serve di fucina, una o due pelli di capra che un operajo agita innanzi alla fucina, e tengono luogo di mantice, due o tre stuoje di foglie di palma, e quattro bastoni formano le pareti ed il tetto.

Non si manca di chi sappia ripulire il vassellame di rame, che peraltro viene dall'estero; e sonovi fabbricatori di alcune specie di vasi di latta, di cui valgonsi i pellegrini per trasportare l'acqua miracolosa del pozzo Zemzem. Vi trovai pure uno sgraziato incisore in rame.

Nè le scienze vi sono meglio coltivate delle arti: tutto il sapere degli abitanti si ristringe al leggere il Corano, a scrivere assai male, ad imparare fino dalla fanciullezza le preghiere e le cerimonie del santo pellegrinaggio alla casa di Dio, a Saffa, ed a Meroua, onde poter di buon'ora guadagnar denaro, facendo la guida ai pellegrini; sicchè si vedono fanciulli di sei in sett'anni portati in ispalla dai pellegrini, farne le funzioni. I pellegrini vanno replicando le parole, che questi recitano con acutissima voce, mentre dirigono il cammino dei pellegrini, e le cerimonie alle diverse stazioni.

Io desiderava di far acquisto di un Corano scritto alla Mecca; ma difficilmente se ne trovano, ed anche trovandone, sono così orribilmente scritti, e scorretti, che non possono valere ad alcun uso.

La Mecca non ha scuole regolari fuorchè di leggere e scrivere. Alcuni Talbi o dottori, per capriccio, per vanità, o per allettamento di guadagno, vanno a sedersi sotto i portici o gallerie dell'Haram, ove incominciano a leggere ad alta voce per chiamare gli uditori, che d'ordinario vanno gli uni dopo gli altri a porsi in cerchio intorno al precettore. Questo, come può meglio, spiega, legge, o predica; e se ne va e ritorna come gli aggrada. Tali sono i mezzi d'istruzione che trovansi nella santa città. Tutte le sere due o tre di cotal fatta di dottori recansi nelle gallerie del tempio, ma io non vidi che alcun di loro avesse giammai più di una dozzina d'ascoltanti.

Da ciò risulta che i Mecchesi sono ignorantissimi; al che contribuisce pure assai la posizione geografica della città. La Mecca posta nel centro di un deserto, non venne, come Palmira, dal commercio dell'oriente cogli occidentali portata a quell'alto grado di splendore di cui ci fanno testimonio le sue ruine, e che forse sarebbe anche di presente una ricchissima città se non si fosse scoperto il Capo di Buona Speranza. La Mecca trovasi lontana da ogni passaggio, nel centro dell'Arabia, circondata a levante dal golfo Persico, dal Mar Rosso all'occidente, dall'Oceano a mezzo giorno, e dal Mediterraneo dalla banda del nord: però il centro di questa penisola non può essere un centro di comunicazione coi paesi circonvicini, cui si può andare per mare. I suoi porti possono tutt'al più servire di scala ai bastimenti commercianti di Djedda e di Moca sul Mar Rosso, ed a quelli di Muscate presso all'imboccatura del golfo Persico. La Mecca non è dunque per la sua posizione destinata ad essere piazza di commercio; nè i suoi abitanti in mezzo ad un arido deserto possono occuparsi nè all'agricoltura, nè alla pastorizia. Quai mezzi rimangono però ai Mecchesi per sussistere? la forza delle armi per costringere gli altri popoli a dargli parte dei loro prodotti, o l'entusiasmo religioso per chiamare gli stranieri a portare il denaro nella loro città. Ai tempi de' Califfi questi due mezzi avevano procurate alla Mecca immense ricchezze, ma prima e dopo quest'epoca gloriosa non ebbe altro modo di provvedere alla sua sussistenza, che quello dell'entusiasmo religioso, che sgraziatamente va scemando di giorno in giorno, e rende affatto precaria la esistenza di questa città.

La Mecca fu sempre il centro dell'entusiasmo religioso di diversi popoli. L'origine dei pellegrinaggi, e la primitiva fondazione del suo tempio perdonsi nell'oscurità de' secoli, poichè sembrano anteriori ai tempi storici. Il profeta atterrò gl'idoli che profanavano la casa di Dio; il Corano approvò il pellegrinaggio, ed in tal maniera la divozione degli altri popoli fu in ogni tempo la base della sussistenza dei Mecchesi. Ma perchè questa sorgente non basta ai bisogni di tutti gli abitanti, la Mecca era assai povera avanti la venuta del Profeta, e dopo una breve epoca di gloria e di ricchezze acquistate colle armi, ricadde in quella povertà cui sembra condannata dalla sua posizione. Come si può dunque sperare che vi fioriscano le arti e le lettere? Lontana da tutte le comunicazioni commerciali, ignora tutto quanto accade nel mondo, le scoperte, le rivoluzioni, le azioni tutte dagli altri uomini; e la Mecca rimarrà costantemente nella più profonda ignoranza malgrado l'affluenza degli stranieri, che non vi rimangono che il tempo necessario assolutamente al soddisfacimento de' sacri doveri del pellegrinaggio, per alcuni affari commerciali, e per preparare quanto abbisogna per tornare ai loro paesi.

La Mecca è di sua natura così povera che senza la casa di Dio troverebbesi deserta nello spazio di due anni, o ridotta piccola borgata, poichè i suoi abitanti non hanno, generalmente parlando, altro mezzo di sussistenza nell'andante anno, che quanto possono raccogliere nell'epoca del pellegrinaggio. In tale circostanza la città prende un'apparenza di vita, il commercio si anima, e la metà degli abitanti si trasmuta in albergatori, in mercadanti, in facchini, in domestici, ec.; mentre l'altra metà interamente attaccata ai servigi del tempio, vive colle limosine, e coi regali de' pellegrini. Tali sono i mezzi di sussistenza dei Mecchesi; esistenza deplorabile che impresse sulle loro figure l'immagine dell'alta miseria che li circonda.

L'arabo è naturalmente magro; ma i Mecchesi, e più d'ogni altro gl'impiegati del tempio sono vere mummie ambulanti ricoperte di una pelle attaccata alle ossa. Confesso che rimasi stupefatto quando li vidi la prima volta. Sarò forse imputato d'esagerazione, ma protesto che non ho minimamente alterata la verità, e soggiungo essere impossibile formarsi, senza averli veduti, un'adequata idea d'una unione di uomini tanto magri e tanto scarnati quanto gl'impiegati d'ogni ordine, ed i servitori del tempio, tranne il capo dello Zemzem che è il solo uomo ben nutrito, oltre due o tre eunuchi negri meno magri degli altri. Sembra impossibile che questi scheletri o piuttosto ombre, possano sostenere le fatiche come fanno. Figurinsi due grandi occhi sepolti, un naso affilato, guancie incavate fino alle ossa, braccia e gambe veramente disseccate, le coste del petto, le vene, i nervi tutte le parti secche così rilevate, che prenderebbonsi per modelli perfettissimi d'anatomia: tale è il tristo aspetto di questi sciagurati, che l'occhio mal può comportare così orrido spettacolo. Ma i piaceri, di cui parteciperanno in cielo, non sono forse un largo compenso dei terreni patimenti? Pure malgrado questa speranza è impossibile di trovare gente più trista e melanconica dei Mecchesi. In tutto il tempo della mia dimora non ascoltai un solo istrumento musicale, o il canto d'un solo uomo: ho due o tre volte udito il canto di qualche femmina, e mi sono preso cura di farne memoria. Immersi in una continua malinconia, s'irritano all'istante per la più leggiera contrarietà. I pochissimi schiavi dei Mecchesi sono i più sventurati di quanti se ne trovino in tutti i paesi musulmani. Ho udito stando in casa un abitante battere uno schiavo per un quarto d'ora non con altro intervallo che quello che gli era necessario per riprendere maggior forza.

Dopo ciò non sarà meraviglia che la popolazione della Mecca vada sensibilmente diminuendo. Questa città che altra volta ebbe centomila abitanti non ne conta oggi più di sedici in diciotto mila. Sonovi esteriormente delle contrade affatto abbandonate che cadono in ruina: due terzi delle case della città sono vuote, e le abitate si vanno internamente guastando malgrado la loro solidità, perchè i proprietarj non si prendono cura che delle facciate per allettare i pellegrini; ed intorno a queste ancora non facendosi importanti riparazioni, non tarderanno a cadere. Una sola casa io ho veduto rifarsi di nuovo, ma con una estrema lentezza: e per poco che duri un tale stato di cose, la città in un secolo si vedrà ridotta alla decima parte di quello che è presentemente.

CAPITOLO XXXVI

Donne. – Fanciulli. – Lingua. – Costumi. – Armi. – Siccità. – Matrimonj, nascite, e funerali. – Clima. – Medicina. – Balsamo della Mecca. – Incisioni sul volto.

Le donne hanno più libertà alla Mecca, che in tutt'altra città musulmana. Forse nell'epoca del suo splendore l'immensa affluenza degli stranieri contribuì a pervertirle, e l'abituale miseria e tristezza degli abitanti fu cagione che rimasero quasi affatto abbandonate a se medesime. Certo è per lo meno che l'opulenza e la povertà sono due estremi ugualmente contrarj alla conservazione de' costumi. Qui le donne, come in Egitto, copronsi il viso con un pezzo di tela nella quale sono due fori corrispondenti agli occhi, e questi d'ordinario abbastanza grandi per lasciar discoperto metà del volto; e senza ciò la maggior parte non si cura altrimenti di coprirlo. Tutte le donne portano una specie di mantello, o gran drappo di tela sottile a strisce bianche e turchine, in lungo ed in largo come in Alessandria, che loro dà molta grazia; ma quando loro vedesi il viso, si dilegua ben tosto ogn'illusione, essendo generalmente brutte, e del color giallognolo che hanno gli uomini. Il loro volto e le mani affatto imbrattate di nero, di turchino, o di giallo, offrono uno schifoso aspetto, che forse l'abitudine farà avere in conto di bellezza. Ne vidi taluna che aveva un anello passato a traverso della cartilagine del naso, e pendente sulle labbra superiori.

Esse sono assai libere, per non dirle sfrontate, ove si abbia riguardo alla riservatezza musulmana. Vidi continuamente le donne delle case vicine al mio alloggio stare frequentemente alla finestra, ed alcune affatto scoperte. Una che abitava il piano superiore della mia casa, mi faceva infinite pulitezze e complimenti a viso scoperto, qualunque volta io saliva sulla terrazza per fare qualche osservazione astronomica; lo che mi fece sospettare che le donne potessero essere un ramo di speculazione pei poveri Mecchesi. Tutte quelle ch'io vidi erano assai graziose, ed avevano occhi assai belli, ma le loro guance prominenti, e l'abitudine di tingersi di colore verdognolo, le rende disaggradevoli, e le fa parere oppilate. Del resto parlano bene, e si esprimono con grazia, hanno il naso regolare, ma la bocca grande. S'imprimono sulla pelle indelebili segni, e si tingono il contorno degli occhi in nero, i denti in giallo, le labbra, le mani, i piedi in rosso di mattone, come fanno gli Egiziani, e colle stesse materie.

Il loro abito consiste in un pajo di pantaloni immensi che entrano nelle pantoffole o stivaletti gialli: quelli delle povere sono di tela di canape turchina, e quelli delle ricche di tela screziata dell'India. Hanno inoltre una camicia della più stravagante forma e grandezza. Figurisi un pezzo di tela larga sei piedi, e lunga cinque; questa è la metà della camicia, un altro simile quadrato forma l'altra metà: unisconsi questi due pezzi nella parte superiore, lasciando nel mezzo un'apertura per passarvi il capo; ai due angoli inferiori vien tolta una sezione di cerchio di circa sette pollici, e con tale operazione ciò che forma l'angolo anteriore diventa una curva rientrante, si cuciscono soltanto le due curve, e la camicia rimane aperta in tutta la parte inferiore ed ai due lati dall'alto al basso. Le camicie delle signore sono d'un leggiero tessuto di seta finissima di color violetto liscio o screziato, che si fabbrica in Egitto. Per vestire tali camicie ripiegano sulle spalle la stoffa sovrabbondante della eccedente larghezza, e le ristringono al corpo con una cintura. Al disopra di questa camicia le ricche portano un caftan di tela d'India. Non ho mai veduto loro in capo altro ornamento fuorchè un fazzoletto, ma esse portano cerchietti, anelli, braccialetti come le musulmane degli altri paesi alle mani, alle braccia, alle gambe, ai piedi.

Il commercio della Mecca si limita alle carovane in tempo del pellegrinaggio. Ho già fatto osservare che ogni anno va diminuendosi, onde è facile il calcolare il progressivo vistoso decadimento della santa città. Vi si ricevono da Djedda le mercanzie d'Europa, che fanno la strada dell'Egitto e del mar Rosso; e si hanno per la stessa via molti prodotti dell'India, e dell'Iemen, ed in ispecie il caffè: le carovane di Damasco, di Bassora, dell'Egitto, e dell'Iemen portano il rimanente, e fanno de' vicendevoli cambj.

La consumazione della Mecca diminuisce ogni giorno in ragione della diminuzione delle ricchezze. Generalmente parlando la fortuna degli abitanti quasi tutti Wehhabiti, Bedovini, ed Arabi miserabili si ristringe alla possessione d'un cammello, e di pochi altri bestiami. Vivono quasi nudi sotto tende o baracche, non avendo altri mobili che una scodella di legno, alcuni piccoli pajuoli, un vaso per riporre l'acqua, una tazza di terra, una stuoja che loro tien luogo di letto, due pietre per macinare il grano, uno o due otri per conservare l'acqua piovana: in così misero stato quale alimento offrir possono per un commercio attivo o passivo? A fronte di ciò vedonsi alcuni personaggi riccamente vestiti di tele delle Indie, e di scialli di Cachemire, o di Persia.

Le donne Bedovine dell'interno del paese, non escluse quelle del più alto grado, non hanno altro abito che una camicia grandissima di tela turchina, un velo nero colore di conclicot sul viso, un ampio mantello o velo nero di lana, anelli, braccialetti, ed altre simili cosucce.

Chiara cosa è dunque che una popolazione di così limitati bisogni non potrà mantenere un considerabile commercio, fin tanto almeno che non sia incivilita, cosa presso che impossibile in un paese di deserti, dalla natura condannato alla superstizione, all'ignoranza, alla miseria. Se per alcuni istanti potè sortire da così infelice stato di nullità, lo dovette a quell'impulso momentaneo dell'effervescenza, dello zelo religioso; il quale non potendo lungo tempo sostenersi, nel suo raffreddamento lascia rapidamente ricadere il paese nel naturale suo stato di barbarie e di povertà. Gli storici vantano la nobiltà della nazione Araba, che non piegò mai il capo sotto il giogo de' Greci o de' Romani: ma è questa una falsa conseguenza dedotta dagli avvenimenti. Se l'Arabia ebbe la fortuna di non soggiacere a dominio straniero, lo deve più assai alla natura del paese che al carattere degli abitanti. Qual'è quel capitano che volesse sacrificar gente e denaro per conquistare vasti deserti, e popoli che non possono formare stabili corpi politici, se non quando le opinioni religiose uniscono tutte quelle volontà, che verun altro legame unire non potrebbe a cagione dell'isolamento di ogni tribù, e della sterilità del suolo, che ricusa ogni coltivazione, e per conseguenza anche le relazioni sociali che ne derivano?

La Mecca e Medina sono bensì la culla della lingua Araba, ma per cagione dell'ignoranza generale questa lingua va degradando, e variandosi per fino nella pronuncia con tanto più di facilità, in quanto che viene scritta senza le vocali, e perchè è ricca di aspirazioni che ognuno modifica a suo capriccio, per mancanza di una prosodia nazionale, e di ogni altro mezzo tendente a conservarne e perpetuarne la primitiva tradizione: e perciò in vece di andarsi perfezionando, si corrompe ogni giorno per le viziose espressioni particolari alle diverse tribù, e commercio cogli stranieri.

L'abito dei Mecchesi è simile a quello degli Egiziani, composto cioè d'un benisch, ossia caftan esterno, staccato da un altro che si unisce al corpo con una cintura, d'una camicia, d'un pajo di pantaloni, e di pappuzze, o pantoffole; ma questo è l'abito degl'impiegati superiori, de' negozianti, degli impiegati del Tempio ec. Il basso popolo non ha che la camicia, ed un pajo mutande.

D'ordinario l'arabo Bedovino porta sopra l'abito un largo cappotto senza maniche con due fori per passarvi le braccia. Questi cappotti di lana sono per lo più a strisce alternative bianche e brune, ognuna della larghezza d'un piede all'incirca.

Gli abitanti della città portano berrette rosse col turbante, ma i Bedovini non hanno berretta, e copronsi la testa con un fazzoletto giallo sparso di strisce rosse e nere, diagonalmente piegato in forma di triangolo, e semplicemente gettato sopra il capo, di modo che le due punte degli angoli acuti cadono sulle spalle davanti, e l'altra sul dorso. I Bedovini alquanto ricchi portano su questo fazzoletto un pezzo di mussolina ravvolta in forma di turbante; ma i poveri che formano il grosso della nazione, vanno quasi affatto nudi.

Tranne gl'impiegati del tempio, ed un piccolo numero di negozianti, gli abitanti sono sempre armati. Le armi più usitate sono il gran coltello curvo, l'alabarda, la lancia, e la mazza; alcuni, ma non molti, hanno ancora il fucile.

I coltelli hanno una guaina di forma assai bizzarra: questa, oltre lo spazio occupato dal coltello, ha un prolungamento curvo in forma di mezzo cerchio, e terminato con una palletta, o con altro ornamento più o meno complicato. Questo coltello viene portato obliquamente innanzi al corpo, l'impugnatura volta a sinistra, la curvatura dall'altra banda, e la punta in alto; in modo che i movimenti del braccio destro trovansi assai incomodati da simile disposizione, che non si mantiene che per la forza dell'abitudine: tanto è vero che l'uomo in ogni stato ed in ogni luogo è soggetto ai capricci della moda.

Un bastone lungo quattro piedi e mezzo o cinque al più, armato di una punta di ferro, ed ordinariamente di un'altra piccola punta nell'estremità inferiore è ciò che chiamasi alabarda. La lama o la punta superiore sempre più lunga d'un piede non ha costantemente la stessa configurazione, essendo ora larga ora stretta, con ferro di lancia o di bajonetta ec. Molte di queste alabarde hanno il tronco seminato di piccoli chiodi e di anelli d'ottone dall'alto al basso.

La mazza consiste in un bastone di circa quindici linee di diametro, lungo due piedi, e terminato con un globo dello stesso legno di ventisei in trenta linee di spessezza. Alcuni portano le mazze di ferro.

Assai rari sono i fucili all'europea, e non si vedono quasi che fucili a miccia assai pesanti e rozzi affatto: pure trovansene alcuni pochissimi assai ben fatti, ed io ne vidi uno assai bello tutto intarsiato d'avorio, che si voleva vendere per cento venti franchi.

Alcuni arabi portano certe scuri lunghe circa due piedi, altri vanno armati di bastoni del diametro maggiore d un pollice, lunghi quattro piedi e mezzo, e coperti di ferro nella parte inferiore.

L'arma de' soldati a cavallo è una lancia lunga due piedi e mezzo, ornata di un mazzo di piume nere alla imboccatura del ferro; l'altra punta del bastone vien chiusa da una piccola punta, colla quale il cavaliere fissa la sua lancia in terra perpendicolarmente quando vuole scendere da cavallo.

Gli arabi dell'Iemen portano una spada, ed uno scudo; la spada ha la lama diritta e larga; e gli scudi o sono di metallo, o di legno durissimo, o di pelle d'Ippopotamo; e questi sono i più stimati: tutti sono ornati d'incisioni, ma non hanno che un piede di diametro.

Tale è l'aridità del paese che non si vede veruna pianta intorno alla città, nè sopra le vicine montagne. Ho già detto che gli erbaggi vengono da lontani paesi; e le quattro o cinque piante da me trovate fanno parte del mio erbolajo. Forse in altre stagioni dell'anno se ne troveranno di altre specie; ma non si pensi però di trovare alla Mecca niente che abbia l'apparenza di una prateria, meno poi di giardino: arena e pietre sono i soli oggetti di cui la natura fu liberale a quegli abitanti. Non vi si semina verun grano, che sarebbe opera affatto perduta, non essendovi neppure i prodotti spontanei di ogni suolo, benchè ingrato. In somma non si trovano che tre o quattro alberi nel luogo ov'era un tempo la casa di Aboutaleb zio del Profeta, e sei od otto altri sparsi qua e là in diversi luoghi. Questi alberi sono spinosi, e producono un piccolo frutto somigliante allo zenzuino, dagli arabi detto Nèbbek. Presso ad una casa che lo Sceriffo possiede fuor di città verso il nord, vedesi una specie di giardino con piantagioni di palme dattilifere, che viene innaffiato colle acque di un pozzo.

Persone del paese mi assicurarono che i matrimonj e le nascite non sono accompagnate da feste e da allegrezze come si costuma negli altri paesi musulmani: io non ho veduto a celebrarsene.

I funerali si fanno pure senza veruna cerimonia. Portasi il morto a' piedi della Kaaba, ove i fedeli che trovansi presenti fanno una breve preghiera pel morto dopo la preghiera canonica ordinaria; ed in seguito vien portato il cadavere fuori della città per essere sepolto in una fossa. Per tale funzione innanzi ad una delle porte del tempio sulla pubblica strada v'è una quantità di cataletti: la famiglia del defunto manda a cercarne uno, sul quale si pone il corpo vestito degli ordinarj suoi abiti senza verun ornamento. Dopo sepolto riportasi il cataletto al suo luogo.

9.È veramente cosa dispiacevole che questo curioso catalogo sia andato perduto. (N. dell'Edit.)
Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
28 mayıs 2017
Hacim:
201 s. 3 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain