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Kitabı oku: «Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3», sayfa 7
Ardente è il clima della Mecca non solo in ragione della sua latitudine geografica, ma particolarmente per la sua posizione topografica in mezzo a nude montagne. Il maggior caldo da me osservato fu di 23 gradi e mezzo di Reaumur il 5 febbrajo verso il cader del sole, ed il minimo di 16 gradi il giorno 16 dello stesso mese alle sette ore del mattino.
Avrei desiderato di raccomodare il mio igrometro, ma non me lo permise la difficoltà di trovare un capello: forse la cosa sembrerà inverosimile, ma non è perciò meno vera. Gli uomini hanno il capo raso affatto, ed i peli della barba non sono buoni: le donne poi per una specie di superstizione non darebbero un capello per qualunque cosa, temendo che si possa far servire a sortilegj e maleficj contro di loro. Per tal motivo quando si stanno pettinando hanno la più gran cura di seppellire segretamente i capelli che loro cadono di capo; e lo stesso caso sogliono fare allorchè si tagliano le unghie. Nè tutti gli uomini sono esenti da così fatte superstizioni: i Wehhabiti per altro pensano affatto diversamente, perchè all'epoca del loro pellegrinaggio li vidi farsi radere sulle strade, le quali rimasero in modo coperte delle spoglie delle loro teste, che sarebbersene potuti riempire dei matterassi: ma tutti questi capelli erano corti, non essendo più lunghi di un pollice.
Non avendo potuto aggiustare il mio igrometro mi trovai privo di uno de' mezzi d'osservazione; ma posso non pertanto dire, che durante la mia dimora alla Mecca l'aria fu costantemente secca; il vento dominante era di S. O. Il cielo fu alternativamente sereno o coperto, come ne' paesi temperati; ma non osservai verun cambiamento subitaneo di temperatura, e d'umidità, quali provai a Djedda. Pare che il clima sia sano, non osservandosi molte malattie, nè malattie croniche, ma nemmeno vi si trovano persone molto vecchie. Pochi sono ancora i ciechi, e niuno affetto dall'oftalmia egiziana. Dal poco che io ne ho detto è facile l'argomentare l'eccessivo calore dell'estate, poichè in tempo d'inverno colle finestre aperte appena si può di notte soffrire sul corpo una leggiera coperta di letto, ed il butirro anco in questa stagione è sempre liquido come l'acqua. Sotto il dardeggiare d'un sole ardente, due gradi al di dentro della zona torrida, nel fondo d'una valle di arena, chiusa da montagne ignude, senza un ruscello, senz'alberi, senza vegetazione, tutto concorre ad accrescerne il calore estremo. Senza dubbio l'Onnipossente si degnò di collocarvi la sua casa per consolazione di quegli abitanti, che senza ciò avrebbero affatto abbandonata così ingrata terra.
Alla Mecca come negli altri paesi musulmani non sonovi medici propriamente detti: pure io ne vidi due che ardivano intitolarsi medici, uno de' quali avrebbe dovuto incominciare dal curar se medesimo: questi empirici solevano impiegare quasi sempre nella cura delle malattie preghiere, e pratiche superstiziose. Dopo ciò è inutile il soggiugnere che non si trovano farmacisti, o altri venditori di droghe medicinali. Quando un abitante si ammala, un barbiere gli cava sangue, e gli fa bevere molt'acqua di zenzero; poi gli si dà dell'acqua miracolosa dello Zemzem in bevanda, e per fare i bagni; gli si fanno mangiare garofani, cannella, ed altri aromi, e l'ammalato secondo che è la volontà di Dio o muore o guarisce. Avendo portata la mia piccola spezieria, curava io stesso i miei domestici ammalati. Il mio padrone di casa si trovò preso da una febbre intermittente: dopo averlo preparato, gli feci prendere un vomitivo, che produsse il suo effetto; ma all'indomani invece di trovarlo sollevato, lo trovai più alterato che mai. Non sapendo quale ragione trovare di così straordinaria crisi, seppi la sera per accidente andando al tempio, che la notte era stato portato al pozzo di Zemzem, ch'era stato bagnato coll'acqua fredda, e fattagliene bere quanta poteva. Tornato a casa riconvenni seriamente i domestici che avevano tenuto mano a questa clandestina operazione, e ricominciai la cura del mio hhazindar, che guarì nel tempo ordinario.
Il famoso balsamo della Mecca è tutt'altro che un prodotto di questa città; che anzi è qui raro assai, e non può trovarsene che quando i Bedovini delle altre regioni dell'Arabia ne portano per accidente. Un uomo, che per essere mecchese, era abbastanza istrutto, mi disse, che questo balsamo proviene specialmente dal territorio di Medina, che colà dicesi Bèlsan, e che i suoi compatriotti non conoscono neppure l'albero che lo produce, il quale chiamasi Gilead.
Osservai in tutta l'Arabia la singolare usanza di farsi tre incisioni perpendicolari al lungo di ogni guancia, lo che fa parere la maggior parte degli uomini marcati da sei cicatrici. Interpellai più persone intorno ai motivi di tale costumanza: alcuni mi risposero, per farsi cavar sangue, altri ch'era una marca colla quale dichiaravansi schiavi della casa di Dio; ma in fondo è la sola moda che impone queste scarificazioni riguardate come una bellezza uguale alle pitture turchine nere e rosse, di cui le donne copronsi il volto. È pure la moda che fa loro portare anelli al naso, e coltelli curvi che rendono incomodi i moti delle loro braccia: ecco cosa è l'uomo.
CAPITOLO XXXVII
Cavalli. – Asini. – Cammelli. – Altri animali. – Tappeti. – Corone. – Montagne. – Fortezze. – Case dello Sceriffo. – Sultano Sceriffo. – Situazione politica della Mecca. – Mutazione di dominio. – Beled-el-Haram, ossia Terra Santa dell'Islam. – Montagne dell'Hediaz.
Prima di terminare la descrizione della Mecca non devo ommettere di parlare de' cavalli Arabi tanto famosi in tutto il mondo. Ma che potrò io dirne? A pena se ne troverebbero cento nella guardia del sultano Sceriffo, e sei al più presso i particolari della capitale dell'Arabia. Sono così rari presso i Bedovini, che il sultano Saaoud alla testa di cinquantamila Wehhabiti non ha più di dugento in trecento cavalli, e questi pure dell'Iemen.
E quelli che io ho veduti sono brutti, piccoli e grossolani, tranne una mezza dozzina di mediocri, e due o tre assai belli. Generalmente parlando sono fortissimi, assai veloci al corso, e capaci di soffrire lungo tempo la fame e la sete. Tali sono i vantaggi de' cavalli Arabi. Generalmente sono d'un colore grigio leardo; hanno la testa assai bella, la coda sottile, l'occhio scintillante, l'orecchio fino.
I cavalieri trattano i loro cavalli barbaramente, servendosi come a Marocco di morsi durissimi, che fanno loro insanguinare la bocca.
Ad eccezione di alcuni soldati dello Sceriffo, che hanno selle e speroni, tutti gli altri arabi montano colle sole paniottine senza staffe, e su questa specie di scranna corrono colla rapidità del lampo. Tutti i Wehhabiti, e lo stesso figlio del sultano Saaoud cavalcano in tal maniera.
Di tanta scarsezza di cavalli conviene darne colpa alla sterilità dei deserti, ove il solo cammello può vivere e viaggiare comodamente. I cavalli non hanno, come il cammello, che un poco d'erba secca; non dandosi loro che rarissime volte orzo o avena.
Ma la patria di questo nobile compagno dell'uomo non è la Mecca: i migliori cavalli arabi trovansi nell'Iemen e ne' contorni della Siria, e di colà vengono condotti a Costantinopoli: ma io ne parlerò più opportunamente altrove.
Quantunque piccoli, eccellenti sono gli asini della Mecca; non però migliori di quelli d'Egitto. Il cammello è la sola bestia da soma del deserto; un dono della Provvidenza agli abitanti ed a viaggiatori di questo cocente clima. Che sarebbe mai l'Arabo senza il cammello? Quali umane forze avrebbero bastato per unire più di ottantamila uomini alle falde del monte Aarafat nel giorno del pellegrinaggio, senza il soccorso di questi preziosi animali? Lasciamo il cavallo, l'asino e le altre bestie da soma ai paesi ove l'abbondanza delle acque somministrano buoni pascoli; ma per le due Arabie, dette dagli antichi geografi, Petrea e Deserta, e pel Sahhara, o gran deserto d'Affrica, Dio creò il cammello, vero tesoro per gli abitanti di tali contrade. Trovansi, è vero, alcuni asini che vanno frequentemente dalla Mecca a Djedda in dodici ore; trovansi d'ordinario nelle grandi carovane pochi cavalli e pochi asini; ma questi non sono nulla, assolutamente nulla in paragone dell'immensa quantità di cammelli che circolano nel deserto.
Questi animali sono assai ben trattati dai loro padroni, ma sono condannati a travagliare fino all'ultimo respiro; essi muojono sotto la soma, e le strade sono coperte delle loro ossa. Io non trovai veruna sensibile diversità tra i cammelli dell'Arabia e quelli d'occidente. Per alimentare questo prezioso animale, i cavalli e gli asini, si vendono in tutti i mercati piccoli fasci di erba secca.
Vidi alla Mecca una specie di vacche senza corni, con una gobba sul dorso: mi fu detto che queste bestie vengono dai paesi più orientali, e servono per montura e per carico; viaggiano con molta celerità e danno molto latte.
Trovansi in città pochi cani, e que' pochi che s'incontrano rassomigliano assai ai cani da pastore. Alla Mecca come in ogni altro paese musulmano, questi animali sono erranti, liberi e senza padrone. I gatti sono della specie medesima di quelli d'Europa, ma alquanto più piccoli.
Trovansi montoni di coda grossa assai alti meno però di quelli delle altre contrade meridionali. Vidi pure nel paese una specie di capre assai gentili di conveniente grandezza, che hanno corna lunghe più di ventiquattro pollici, e piccole vacche e buoi con brevi corna come quelli di Marocco.
Gl'insetti vi sono rari assai, e pochissimi ne potei raccogliere. Vidi un giorno uno scorpione nel grande cortile del tempio che camminava colla coda rivolta sul dorso: fu ucciso coi sassi, e quando, ferito, stese la coda, parvemi che avesse più di sei pollici di lunghezza.
Non ho mai altrove trovati topi così arditi come alla Mecca. Tenendo io il mio letto in terra, tutte le notti mi saltavano addosso, ed io guardavo la cosa con indifferenza perchè qualche colpo bastava a metterli in fuga: ma una notte che aveva applicato del balsamo di ginepro ad un mio domestico, benchè mi fossi ben pulite le mani con un drappo, l'odore chiamò i sorci intorno a me, che sul più bello del sonno mi diedero due forti morsicature alla mano destra, e mi risvegliarono sbigottito. Temendo d'essere stato morsicato da qualche animale velenoso vi applicai subito dell'alcali volatile: ma conobbi ben tosto ch'erano stati i sorci. Feci allora, ma inutilmente, sospendere il mio letto, perchè trovavano modo di entrarvi ancora, saltandovi dai mobili più vicini. Sono questi perfettamente uguali ai sorci domestici d'Europa.
Sonovi molte mosche comuni, pochissime delle più grosse. Le pulci e le cimici non eranvi frequenti, ma non si poteva andare al tempio senza imbrattarsi d'altri schifosi insetti.
Una cosa da me riguardata come un avanzo dell'antica opulenza della Mecca sono i ricchi tappeti e cuscini che trovansi nelle case. Siccome questi due oggetti erano i più comuni regali dei pellegrini, si andarono accumulando ogni anno nella città in maniera, che anche nelle più povere case vedonsi dei vecchi ricchissimi tappeti.
I Wehhabiti proscrivendo l'uso delle corone come cosa superstiziosa, privarono gli abitanti della Mecca d'un vivissimo ramo di commercio; ma non pertanto si continua a farne segretamente per i pellegrini con varj legni dell'India, e dell'Ieman, e con odoroso legno di sandalo.
Le montagne della Mecca sono tutte di schisto quarzoso con poche parti di roccia cornea. In questo paese quasi tutto è quarzo; la sabbia non è che una decomposizione di quarzo, e la roccia cornea, il feldspato, il mica, ec. non sono che parti accidentali. Gli strati sono obliqui sotto diversi angoli d'inclinazione, ed ordinariamente dai trenta ai quarantacinque gradi, alzandosi verso l'est.
La Mecca è una città aperta, senza mura di alcuna sorte, ed è signoreggiata dalla fortezza posta sulla montagna detta Diebél-Djiád, che riguardasi dagli abitanti come imprendibile, benchè presenti una strana mescolanza di mura e di torri; e penso che sia stata fabbricata a differenti epoche, senza alcun piano regolare. Qualunque sia, è la fortezza principale dello Sceriffo, che ne ha due altre più antiche, fatte in figura di parallelogramo, con una torre ad ogni angolo, le quali trovansi sopra due delle montagne che chiudono la valle, una al nord e l'altra al sud.
Lo Sceriffo aveva un palazzo presso al tempio ai piedi della maggior fortezza e della montagna di Djebel-Djiad, che fu ruinato dai Wehhabiti, ed adesso lo Sceriffo abita in tre grandi case unite vicine alla montagna Djebel-Hindi. Innanzi a questa abitazione fece porre una batteria di quattro cannoni di bronzo. Lo Sceriffo possiede pure la casa ch'egli abitava prima di salire sul trono, una casa di campagna poco distante dalla città con un giardino di palme, una casa a Mina, un'altra ad Aàrafat, ed una a Djedda, ove suole portarsi frequentemente. Aveva pure un palazzo a Taït, che fu distrutto dai Wehhabiti. Tutte queste case, sono come altrettante fortezze circondate da mura e da torri.
L'attuale Sceriffo chiamasi Scherit Ghabel, ed è figlio dello Sceriffo Msàat suo predecessore. Sono di già molti anni che la sua famiglia possiede la sovranità di Beled el Haràm, e di Hedi-az; ma anche alla Mecca, come a Marocco si costuma d'ordinario di disputarsi il trono colle armi. L'attuale Sceriffo è un uomo di spirito, fino, politico e coraggioso; ma per mancanza d'istruzione trovasi abbandonato a tutte le passioni, per soddisfare alle quali, non avvi alcuna specie di vessazione, che non eserciti sopra gli abitanti, e sopra gli stranieri: e tale è la sua inclinazione alla rapina, che nemmeno risparmia i suoi più fedeli servitori quando crede di poter loro scroccare qualche somma. Nella breve dimora ch'io feci ne' suoi Stati lo vidi fare una soverchieria che costò più di centomila franchi ad un negoziante di Djedda, uno de' suoi favoriti. Arbitrarie affatto sono le imposte messe sul commercio, o sugli abitanti; e vanno ogni giorno crescendo perchè egli è fecondo di nuovi ritrovati per accrescere le sue entrate. In una parola il popolo è ridotto a tale estremità, che in tutta la terra santa non mi sono abbattuto in una sola persona che mi parlasse vantaggiosamente dello Sceriffo, tranne il negoziante, di cui ho parlato.
Oltre le tasse arbitrarie, con cui opprime il commercio, rende difficile ogni speculazione ai negozianti, prendendo egli stesso una parte attivissima nel commercio co' suoi vascelli. Non può caricarsi, o scaricarsi verun bastimento particolare, se prima non lo sono quelli dello Sceriffo: e siccome questi ultimi sono i più grandi, di miglior costruzione, e montati dei migliori equipaggi, assorbiscono la maggior parte del commercio del Mar Rosso con pregiudizio dei negozianti, che trovansi ridotti nella più dura schiavitù.
Riguardansi gl'Inglesi come i migliori amici dello Sceriffo pel diretto interesse che gli lasciano godere nel commercio delle Indie. Non perciò li risparmia egli quando crede di potere con suo utile far loro qualche soperchieria. L'anno passato un grosso bastimento inglese carico di riso, venne a Djedda: il capitano ch'era sbarcato trovando il prezzo di questa derrata troppo basso, risolvè di portarsi altrove: ma lo Sceriffo pretese il pagamento di tutti i diritti come se avesse sbarcato il carico sul luogo. Dopo alcune calde discussioni il capitano non trovò altro modo per sottrarsi alla rapacità dello Sceriffo, che quello di forzare l'uscita del porto.
Da poco tempo essendo morto a Djedda il capitano di un grosso bastimento delle isole Maldive, lo Sceriffo s'impadronì all'istante della nave e del carico, sotto pretesto che il capitano essendo morto nel suo territorio, era a lui devoluto tutto quanto gli apparteneva. Poco dopo lo Sceriffo in società coi commercianti di Djedda mandò questo stesso bastimento nell'India accompagnato da un altro di sua proprietà: e l'uno e l'altro con ricchissimo carico: ma i Francesi se ne impadronirono, e ne rilasciano un solo dopo averne levato tutto il carico. La notizia di questa presa fece molta sensazione allo Sceriffo, che me ne parlò al mio arrivo alla Mecca, ed avrebbe voluto ch'io ne scrivessi ai miei conoscenti d'Europa: ma io lo consigliai a scriverne direttamente al governo Francese: ma perchè ciò accadde nell'istante in cui i Wehhabiti minacciavano di occupare difinitivamente la Mecca, lo Sceriffo temeva che discoprendosi ch'egli fosse in relazione coi cristiani, non si attribuisse questo passo a qualche mira politica, e ne fosse severamente punito. Insisteva perciò che io ne scrivessi, fidandosi interamente di me, com'egli diceva, e delle mie relazioni; ma ad ogni modo lo ridussi a scriver egli medesimo. Mandò pure due lettere al governatore dell'Isola di Francia, che gli Arabi dicono Diezira Mauris, pregandolo di rimandargli i due bastimenti: ma il silenzio del governatore palesa il poco caso fatto di queste lettere.
Malgrado i suoi difetti, e la quasi totale nullità cui vanno riducendolo i Wehhabiti, lo Sceriffo conserva ancora molta influenza nei porti dell'Arabia, ed a Cosseïr per le relazioni ch'egli ha coi Mamelucchi e gli abitanti dell'alto Egitto; come pure a Saonàken ed a Messoua, ch'egli possiede sulle coste dell'Abissinia in nome del sultano di Turchia. Osservai pure, non senza sorpresa, che questo principe non aveva i pregiudizj della sua nazione.
All'epoca del mio arrivo la posizione politica della Mecca, era affatto singolare. Il sultano Sceriffo ne era il sovrano naturale ed immediato, ma non si lasciava di riconoscere la supremazia del sultano di Costantinopoli che veniva ricordato nella preghiera del venerdì, quando il sultano Saaoud, che occupa il paese coi Wehhabiti, proibì il venerdì avanti Pasqua di nominare il sultano di Costantinopoli.
La Porta Ottomana mandava pure un Pascià alla Mecca, e dei Kadì per esercitarvi il potere giudiziario alla Mecca, a Djedda, ed a Medina, ma non pertanto tutta l'autorità politica ed amministrativa restava nelle mani dello Sceriffo, che governava il paese come Sultano indipendente per mezzo de' suoi schiavi negri detti Ouisir, mentre gl'impiegati della Porta accontentavansi di vivere splendidamente a carico dello Sceriffo.
Intanto il Sultano Saaoud, la di cui autorità non era fondata che sulla forza, facevasi ubbidire, senza per altro aver prese le redini del governo: ma egli non esigeva contribuzioni, e faceva credere di rispettare i diritti dello Sceriffo. Questi godeva degli attributi di sovrano indipendente, disponendo della vita e dei beni de' suoi sudditi, facendo a suo capriccio e pace e guerra. Teneva perciò in armi tremila uomini Turchi, Negri, o Mogrebini; ma questi non bastavano per opporsi agli avanzamenti dei Wehhabiti, ed era forzato di deferire alle loro voglie, di accomodarsi alle loro leggi, di lasciarli portare la guerra ove volevano; contento di conservare le sue fortezze in istato di difesa. Da questo conflitto di poteri trovavasi compromessa la proprietà, la libertà individuale, e l'amministrazione della giustizia, e gli abitanti più omai non sapevano a chi ubbidire.
Tale era la situazione di questo paese quando il 26 febbrajo del 1807 per ordine del Sultano Saaoud si pubblicò in tutte le piazze, e luoghi pubblici, che all'indomani dopo mezzogiorno tutti i pellegrini, e soldati turchi o mogrebini dello Sceriffo sortirebbero dalla Mecca, e fuori dell'Arabia, come pure il Pascià turco di Djedda, ed i nuovi ed antichi Kadi della Mecca, di Medina, e degli altri luoghi; talchè non doveva rimanere verun Turco in paese. Lo Sceriffo fu disarmato, ridotta a nulla la sua autorità, ed il potere giudiziario passò in mano de' Wehhabiti.
La notte del 26 al 27 febbrajo tutti i soldati turchi si ritirarono a Djedda. Una piccola carovana di Tripoli, che trovavasi alla Mecca, levò il suo campo a mezzogiorno, e partì con sì poca precauzione, che temevasi per la sua sicurezza.
Erano rimasti il Pascià, i Kadi, i pellegrini turchi: e non sapevasi ancora a quale partito sarebbersi appigliati. Tutto era disordine, confusione, mala fede. Nella seguente notte due cento cinquanta soldati negri al servizio dello Sceriffo si arrolarono fra le truppe di Saaoud. Tutti gli altri partirono il 28 febbrajo; ed il Sultano Saaoud dopo avere installati i suoi Kadì, e lasciati 35000 franchi per gl'impiegati del tempio, ed i poveri della città, si avviò colle sue truppe sopra Medina. Ed in tal modo terminò senza spargimento di sangue questa politica rivoluzione.
Il Beled-el-Haram, o terra santa dell'Islam, di cui la Mecca è la capitale, giace tra il mar Rosso ed una linea irregolare che parte da Araborg ventuna leghe circa lontano da Djedda; descrive una curva dal nord-est al sud, passando per Ièlemlem, due giornate di viaggio al nord-est della Mecca: di là per Karna distante circa ventuna leghe dalla capitale, ed otto leghe quasi all'ovest di Taif, che rimane fuori della terra santa. Di qui ripiegando quasi all'ovest-sud-ovest passa per Dzataerk, e mette capo a Mehherma sulla costa, al porto detto Almarsa-Ibrahim posta al sud-est di Djedda nella distanza verosimile di trentadue miglia. Quindi la terra Santa ha presso a poco 57 leghe di lunghezza dal nord-ovest al sud-est, e 28 di larghezza dal nord est al sud ovest.
Questo spazio è compreso nella parte dell'Arabia conosciuto sotto il nome di El Hediaz o terra del pellegrinaggio, i di cui confini non sono abbastanza conosciuti per poterli esattamente descrivere. Medina e Taïf fanno bensì parte dell'Hedjaz, ma non del Beled-el-Haram. In tutta la descritta provincia non trovasi verun fiume, e non avvi che l'acqua di alcune povere sorgenti, e la salmastra di alcuni pozzi assai profondi. La terra santa è dunque un vero deserto. Per conservare l'acqua della pioggia si fecero delle cisterne alla Mecca ed a Djedda, ma non altrove; onde non si vede quasi verun giardino in così vasta superficie. I campi sono di sabbia o di cattiva terra affatto abbandonata; e non seminandosi grani in terra santa, si mangiano i grani e le farine che s'introducono dall'alto Egitto, dall'Ieman, da Taïf e dall'India. Il Beled-el-Haram è coperto di montagne tutte schistose e di porfido, ma non sonovi grandi cordegliere. Le più alte montagne del paese sono a Medina, ed a Taïf, città posta fuori della terra santa sopra un terreno abbondante di acqua, e coperto di giardini, e di piante fruttifere. Le sole città considerabili della terra Santa sono la Mecca e Djedda, le altre non sono che piccole borgate o villaggi. Quando un pellegrino, da qualunque parte egli venga, giugne al confine del Beled-el-Haram, ossia terra Santa, incomincia a santificarsi col Iaharmo, prende l'Ihram, o sacro abito di pellegrino.
Il sultano Sceriffo, benchè signore naturale del paese, non percepisce contribuzioni che alla Mecca ed a Djedda, il restante del paese paga la decima al Sultano Saaoud: e mi fu detto che gli abitanti di Medina non pagano veruna imposta.
Le alte montagne dell'Hediaz formano una linea obliqua, o un angolo colle coste d'Arabia sopra il mar Rosso. Dietro quanto ho potuto osservare, queste partono da Taïf, che trovasi trenta leghe circa lontana dalla costa, formano il confine del Beled-el-Haram, e passano a Mohhar presso all'arcipelago delle isole Hamara; e l'isola di Diebel-Hassen sembrami appendice di queste montagne.
