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Kitabı oku: «Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3», sayfa 8
CAPITOLO XXXVIII
Notizie intorno ai Wehhabiti. – Principj religiosi di questi popoli. – Loro imprese militari più notabili. – Armi. – Capitale. – Organizzazione. – Considerazioni.
Importantissima può un giorno diventare la Storia dei Wehhabiti per l'influenza che acquistasse questa nazione nell'equilibrio degli stati vicini, qualunque volta si risolva di addolcire l'austerità de' suoi principj religiosi; adottando un sistema più liberale. Ma se ostinansi a non declinare dall'austerità del loro riformatore, non è probabile che facciano gustare le severe dottrine ai popoli più inciviliti, e che possano stendere il loro dominio al di là dei deserti dell'Arabia: ed in tal caso la loro storia non potrebbe riuscire interessante al rimanente del mondo. Darò qui adunque le notizie che ho potuto raccogliere intorno a questi riformatori, e da loro medesimi e dagli abitanti de' paesi occupati dalle loro armate; aggiugnendovi le osservazioni fatte sul luogo dietro gli avvenimenti di cui fui testimonio e parte.
Scheih Niohamed-ibn-Abdoulwehhàb nacque nelle vicinanze di Medina; ma non mi fu dato di sapere nè l'epoca dell'anno, nè il nome preciso del luogo in cui nacque: per altro può fissarsi la sua nascita all'anno 1720 all'incirca. Fece i suoi studj a Medina, ove dimorò più anni. Dotato di non comuni talenti riconobbe ben tosto, che le troppo minute pratiche introdotte nel culto dai dottori, e certi principj superstiziosi, che più o meno scostavansi dalla semplicità del domma e della morale del Profeta, non ne erano che un arbitrario sopraccarico, ed abbisognavano di riforma, siccome cose attentatorie alla purità del Corano. Prese perciò la risoluzione di richiamare ii culto alla primitiva semplicità, purgandolo dalle particolari dottrine, e restringendolo nei limiti del letterale testo rivelato.
Vide però, che Medina e la Mecca troppo interessate a sostenere gli antichi riti, le usanze ed i pregiudizj che le facevano ricche, sarebbonsi opposte alle sue riforme; onde pensò di passare ne' paesi più orientali facendosi conoscere alle tribù degli Arabi Bedovini, che più indifferenti nelle cose del culto, o non abbastanza istruiti per sostenere o diffondere i loro riti particolari, ed altronde non avendo interesse a sostenerne alcuno, lasciavangli maggior libertà di disseminare e far abbracciare, senza incontrare alcun rischio il suo sistema.
In fatti Abdoulwehhab guadagnò al suo partito Ibn-Vaaoud, principe, o gran Schek di arabi stabiliti a Draaiya, città lontana diciassette giorni di viaggio al levante di Medina posta in mezzo ad un deserto. Da questo punto incomincia l'epoca della riforma d'Abdoulwehhàb l'anno 1747.
Abbiamo già osservato che questa riforma era ristretta al testo del Corano, che rigettava tutte le addizioni degli spositori, degl'Imani, e dei dottori della legge. In conseguenza il riformatore soppresse la differenza dei quattro riti ortodossi; sul qual punto non portò per altro l'estremo rigore, avendo io conosciuto alcuni Wehhabiti, che seguivano l'uno e l'altro di essi.
Ogni buon musulmano crede che dopo la morte e la sepoltura del Profeta, la di lui anima siasi ricongiunta al corpo, e salisse al paradiso montato sopra la giumenta dell'Angelo Gabriele detta el Barak, che ha testa e petto di bella donna. Vero è, che non è questo un articolo di fede, ma il musulmano che non lo credesse sarebbe risguardato qual empio, e come tale trattato. Abdoulwehhab dichiarò questo avvenimento assolutamente falso, e che la spoglia mortale del profeta era restata nel sepolcro come quella degli altri uomini.
Presso i Musulmani colui che si è acquistata opinione di virtù o di santità, viene dopo morte deposto in separato sepolcro più o meno ornato. Vi s'inalza una cappella ove gli abitanti vengono ad invocare la sua protezione presso a Dio, di cui è riguardato come amico. Se la riputazione del Santo si aggrandisce e cresce il numero dei divoti, se ne dilata la cappella, e si converte ben tosto in un tempio, che ha amministratori ed impiegati scelti per l'ordinario tra gli individui della sua famiglia; e per tal modo i parenti del santo sì fanno ben tosto più o meno ricchi in ragione della più o meno estesa riputazione del santo. Ma per una strana bizzarria accade spesse volte che si accordino gli onori della santità ad un pazzo o imbecille, riguardato qual favorito di Dio, perchè Dio gli negò il buon senso. Ne è cosa straordinaria il vedere onorato il sepolcro di un sultano o di un fellone che il popolo, senza saperne il perchè, dichiarò Santo.
Di già i musulmani istruiti sprezzavano in segreto tali superstizioni, comecchè per altro se ne mostrassero in pubblico rispettosi; ma Abdulwehhàb dichiarò apertamente che questa specie di culto reso ai santi è un gravissimo peccato agli occhi della divinità, i cui onori vengono divisi cogli uomini. In conseguenza di ciò i suoi segnaci distrussero i sepolcri, le cappelle, ed i templi innalzati in onor loro.
Posto questo principio Abdoulwehhàb proibì come grave peccato ogni atto di venerazione o di divozione verso la persona del Profeta: non già ch'egli non ne riconosca la missione, ma perchè sostiene che egli fu un uomo eguale agli altri, da cui si è servito Iddio per comunicare la divina parola ai mortali; e che terminata la sua missione, era rientrato nella ordinaria classe degli altri uomini. Per tale ragione il riformatore vietò ai suoi seguaci di visitare il sepolcro del Profeta a Medina; e parlando di lui, invece d'impiegare la formola adottata dagli altri musulmani: Nostro Signore Maometto, o nostro Signore il Profeta di Dio, dicono semplicemente Maometto.
I Cristiani hanno generalmente adottate idee false intorno ai Wehhabiti. Suppongono che costoro non siano musulmani, denominazione sotto la quale indicano esclusivamente i Turchi10, spesso confondendo i nomi di musulmano, e d'osmanli. Scrivendo io per tutti, devo far osservare, che osmanli, ossia successore d'Osman, è l'epiteto adottato dal Turchi in memoria del sultano di tal nome, che fu il principio della loro grandezza, che questo nome nulla ha di comune con quello di musulmano, che vuol dire uomo Islam, uomo dedicato a Dio: di modo che i Turchi potrebbero farsi Cristiani senza cessare d'essere Osmanli.
I Wehhabiti diconsi i musulmani per eccellenza; perciò quando parlano d'Islam, non comprendono sotto questo vocabolo che le persone della loro setta, che riguardano come la sola ortodossa. I Turchi e gli altri musulmani sono ai loro occhi scismatici Mauschrikiun, cioè, che danno compagni a Dio; ma non però li trattano da idolatri ed infedeli Coffar. In una parola l'Islam è la religione del Corano, cioè il riconoscimento di un Dio solo ed unico. Tale è la religione dei Wehhabiti, che in conseguenza sono veri musulmani, quali secondo il Corano lo furono Gesù Cristo, Abramo, Noè, Adamo, e tutti gli antichi profeti fino a Maometto, che essi risguardano come l'ultimo inviato di Dio, e non già come un semplice dottore, siccome credono i Cristiani, parlando della credenza de' Wehhabiti11, perchè in effetto se Maometto non è stato un inviato di Dio, il Corano non potrebb'essere la divina parola, ed allora i Wehhabiti sarebbero in contraddizioni con se medesimi.
I Wehhabiti non cambiano la professione di fede: non avvi altro Dio che Dio, Maometto è il profeta di Dio. I banditori pubblici dei Wehhabiti proclamano questa professione di fede nella sua integrità dall'alto delle torri della Mecca, che non atterrarono, come nel tempio già venuto in poter loro. E come non lo farebbero essi, dacchè il Corano proclama cento volte questa professione di fede per indispensabile alla salvezza dei Musulmani? I Wehhabiti hanno pure adottata la seguente professione. Non avvi altro Dio, che Dio solo; non sonovi compagni presso di lui; a lui appartengono la dominazione, la lode, la vita, e la morte; egli è potente sopra tutte le cose. Ma questa professione di fede particolare, che fu pure raccomandata dal Profeta, non toglie che la prima non sia proclamata giornalmente in tutte le preghiere canoniche.
Abdoulwehhab non si annunciò mai come Profeta, e non ebbe fra i suoi altro titolo che di dotto scheih riformatore, che ha voluto purgare il culto da tutte le aggiunte che gl'Imani, gl'interpreti, e i dottori vi avevano fatte, e ricondurlo alla primitiva semplicità del Corano. Ma perchè l'uomo è sempre uomo, vale a dire imperfetto ed inconseguente, Abdoulwehhab è anch'egli caduto in certe piccolezze affatto estranee al domma ed alla morale. Ne darò un breve saggio. I musulmani si radono il capo, e come vuole un'antica costumanza, si lasciano crescere una ciocca di cappelli: molti però non la portano; ma il maggior numero la conserva, senza darle a dir vero troppa importanza, e più per abitudine che per altro titolo. Tra questi avvi taluno d'opinione che nel giorno del giudizio universale il Profeta li prenderà per questa ciocca per portarli in paradiso. Questa usanza, pare, che non dovesse essere il soggetto d'una legge; pure Abdoulwehhab ne giudicò diversamente, e la ciocca fu proscritta.
I Musulmani hanno costume di tenersi una corona in mano, di cui, o per abitudine o per divagamento, ne passano i grani tra le dita, o si trovino in conversazione coi loro amici, o facciano soli qualche invocazione all'Essere supremo, o qualche brevissima preghiera ad ogni grano. Il riformatore Wehhabita ne proscrisse l'uso quasi segno superstizioso. Egli annoverò tra i gravi peccati l'uso del tabacco, della seta e dei metalli preziosi nelle vesti e nelle supellettili; ma poi non riguardò come peccaminosa l'azione di spogliare un uomo di un'altra religione o di un rito diverso. I Wehhabiti proibirono ai pellegrini le stazioni del Diebel-Nor o montagna della luce, e le altre stazioni della Mecca quali cose superstiziose; ad intanto essi fanno quella dell'Aàmara; vanno a Mina a gettare le pietruzze contro la casa del Diavolo: tale è l'uomo!
La riforma d'Abdoulwehhab tosto che fu ammessa da Ibn Saaoud fu pure abbracciata da tutte le tribù a lui sottoposte. Fu questi un pretesto per attaccare le vicine tribù, cui si offriva l'alternativa di adottare la riforma o di perire sotto il ferro del riformatore. Alla morte d'Ibn Saaoud il suo successore Abdelaaziz continuò a praticare questi energici infallibili mezzi: la più leggiera resistenza gli dava legittimo motivo di attaccare le ripugnanti tribù con una decisa superiorità; e da quell'istante le sostanze de' vinti diventavano proprietà de' Wehhabiti. Se il nemico non faceva resistenza, se la tribù abbracciava la riforma, si assoggettava all'imperio d'Abdelaaziz, principe dei fedeli, ed il suo partito acquistava nuove forze.
Già padrone della parte interiore dell'Arabia Abdelaaziz trovossi ben tosto in situazione di portare le sue viste sui paesi adjacenti. Incominciò dal fare un tentativo sopra Bagdad. Postosi nel 1801 alla testa d'un corpo di dromedarj, si gettò sopra Iman Hossèin, città non molto lontana da Bagdad, ov'era il sepolcro dell'Imano di tal nome, nipote del Profeta, in un magnifico tempio famoso per le ricchezze in esso profuse dalla Turchia e dalla Persia. Gli abitanti opposero quanta resistenza bastava per irritare l'assalitore, non quanta ne abbisognava per respingerlo; e furono tutti passati a fil di spada, uomini, vecchi, giovani e fanciulli d'ogni età. Mentre eseguivasi questa terribile strage, ammazzate, gridava dall'alto d'una torre un Dottore Wehhabita, scannate tutti gl'infedeli che danno compagni a Dio. Abdelaaziz s'impadronì dei tesori del tempio che fece distruggere, saccheggiò e bruciò la città, che fu convertita in un deserto.
Di ritorno da tale sanguinosa impresa Abdelaaziz volse gli occhi alla Mecca persuaso, che impadronendosi di quella città santa, centro dell'islamismo, acquisterebbe un nuovo titolo alla sovranità de' paesi musulmani che la circondano: ma temendo la vendetta del Pascià di Bagdad per la distruzione d'Iman Hossein, non osò allontanarsi dal suo territorio, e mandò suo figlio Saaoud con una numerosa armata contro la Mecca; il quale se ne rese padrone dopo breve resistenza del 1802. Il sultano Scheriffo Ghaleb ritirossi prima a Medina, che fece fortificare, poscia a Djedda, che pure rese capace di difendersi contro i Wehhabiti.
Saaoud attaccò tutte le moschee e cappelle consacrate alla memoria del Profeta e delle persone della sua famiglia, fece distruggere i sepolcri dei santi o degli eroi in venerazione, il palazzo dello Sceriffo, ed altri edificj, conservando solamente il tempio in tutta la sua integrità. Dalla Mecca si portò sopra Djedda, avendo in pari tempo staccato un corpo d'armata per sorprendere Medina. Queste due imprese contro città fortificate andarono a voto: e Saaoud fu costretto di ritirarsi a Draaïya cogli avanzi della sua armata, ridotta a piccolo numero non meno dalle battaglie, che dalla peste e dalla diserzione. Aveva lasciata una debole guarnigione alla Mecca per mantener viva in paese l'idea della sovranità di suo padre sulla santa città; ma non potè sostenervisi al ritorno del sultano Sceriffo Gheleb.
In novembre del 1803 Abdelaaziz fu assassinato da un uomo ch'erasi messo al suo servizio per meglio assicurare il colpo, e che ebbe abbastanza ardire e sangue freddo per meditare sì lungo tempo il suo piano.
Saaoud salì sul trono paterno, e pose particolar cura ad estendere e consolidare il suo dominio sulle coste del golfo Persico. Poco dopo trovò modo di rendere suo dipendente l'Iman di Muscate, e d'impadronirsi di Medina l'anno 1804. Del 1805 la carovana di Damasco non ottenne il passaggio che con enormi sacrificj; e Saaoud fece dire al Pascià Emir el Stagi, o principe de' pellegrini, che non voleva che questa carovana venisse colla scorta de' Turchi, nè che si portasse il ricco tappeto che il Gran Signore mandava ogni anno per coprire il sepolcro del Profeta; cosa risguardata da' Wehhabiti come un grave peccato. Voleva finalmente che la carovana fosse unicamente composta di veri pellegrini senza soldati, senz'armi, senza stendardi, senza musica e senza donne.
Malgrado questa dichiarazione l'anno passato la carovana di Damasco volle fare il consueto pellegrinaggio, senza strettamente uniformarsi agli ordini del vincitore; ma giunta alle porte di Medina fu costretta di ritirarsi in disordine inseguita dai Wehhabiti che occupavano la città ed i contorni. A questi si aggiungano gli avvenimenti ch'ebbero luogo quand'io era alla Mecca, in conseguenza dei quali Saaoud diventò assoluto padrone di tutta l'Arabia, ad eccezione di Moca e di poche altre città nell'Ieman, ossia Arabia felice; occupando tutto il deserto che trovasi tra Damasco, Bagdad e Bassora.
In questa vasta estensione di paese sonovi poche città; ma vi si contano non pertanto alcuni milioni d'abitanti che vivono nelle tende o baracche, sotto il dominio del Sultano Saaoud, cui essi ubbidiscono ciecamente, e pagano la decima delle loro gregge, e delle loro frutta. Questa decima è il tributo imposto dal Corano, e Saaoud non chiede verun'altra contribuzione; ma tutti i suoi sudditi sono forzati di seguirlo in campagna quand'egli li chiama, mantenendosi a proprie spese, come vien pure ordinato dalla religione: di modo che il Sovrano de' Wehhabiti ha sempre numerose armate che non gli costano veruna somma. Nelle sue spedizioni ogni cammello porta d'ordinario due uomini, coll'acqua ed i viveri necessarj per lui, e per gli uomini. Allorchè vuol gente scrive al capo delle tribù indicando il numero, il luogo, ed il giorno della riunione. Gli uomini si presentano nel giorno indicato coi viveri, armi e munizioni necessarie: tale è la forza delle idee religiose!
I Wehhabiti hanno le medesime armi dei Mecchesi. Traggono dall'Europa le canne da fucile ch'essi montano assai grossolanamente: fabbricano polvere e palle, ma con sì poc'arte, che la polvere è quasi tutta in grani grossi quanto un pisello, e le palle non sono altro che una pietra coperta da una sottile lamina di piombo. Acquistano questo metallo e lo zolfo alla Mecca, ed in altre città marittime della penisola d'Arabia; ed hanno in paese il salnitro.
L'abito de' Wehhabiti è affatto simile a quello degli altri arabi; soltanto ho notato che i figli di Saaoud portano lunghi capelli come segno distintivo della loro famiglia. Mi fu detto che questo sultano vive con molto lusso, ma io lo vidi affatto nudo come gli altri.
Draaïya capitale de' Wehhabiti è una grande città, trenta leghe all'E. da Medina, cento a S. S. O. da Bassora, e cento sessanta a S. E. da Gerusalemme. Le isole Bahareïnn, ove pescansi le perle nel golfo persico lontane cinquanta leghe da Draaïya sono soggette a Saaoud. Il fiume Aftan che passa lontano quattordici leghe dalla capitale sbocca in faccia a queste isole. Stando a quanto mi fu detto dai Wehhabiti questa città trovasi alle falde di altissime montagne, ed il suo territorio abbonda di grani d'ogni specie. Le case di Draaïya sono fatte di pietra.
I Wehhabiti non hanno ordini militari: e tutta la loro tattica consiste nel riunirsi sotto la direzione di un capo, e nel seguirne tutti i suoi movimenti senza conservare alcun rango: ma la loro disciplina è veramente spartana, e l'ubbidienza estrema; bastando il più piccolo segno del capo per ridurli al più rispettoso silenzio, o per sottoporli alle più dure fatiche.
Nè migliori sono i loro ordini civili. Ogni capo di Tribù risponde del pagamento delle decime, e della presentazione degli uomini per la guerra. Saaoud manda i Kadì alle città del suo dominio; ma non ha nè Kaïd, ossia governatori, nè Pascià, nè Visiri, nè altri impiegati. Il riformatore Abdoulwehhab non assunse mai verun titolo d'onore o carattere pubblico, fu sempre il capo della sua setta, e non pretese mai distinzioni personali. Dopo la sua morte, suo figlio che gli succedette, conservò lo stesso spirito di semplicità.
La persona più influente presso Saaoud è Abounocta, grande scheik di Ieman, che tiene molte truppe sotto gl'immediati suoi ordini. Mi accadde talora di chiedere ad alcuni Wehhabiti: appartenete voi a Saaoud: – Niente affatto; siamo d'Abounocta, mi rispondevano con cert'aria di fierezza che mostrava il loro orgoglio di appartenergli; lo che mi fa credere che dopo la morte di Saaoud potrebbe dividersi la setta de' Wehhabiti in due parti, e così farsi incapace di ulteriori progressi. Vedo pure un altro ostacolo d'ingrandimento nell'estremo rigore delle sue dottrine onde questa grande popolazione che poco produce e poco consuma, rimarrà in fondo ai suoi deserti, nella consueta nullità, non per altro celebre che pei suoi ladroneggi.
Ma forse il tempo gli farà conoscere che l'Arabia priva delle relazioni commerciali delle carovane e dei pellegrinaggi non può sussistere. Allora la necessità farà cadere l'intolleranza, ed il commercio cogli stranieri farà insensibilmente sentire ai Wehhabiti il vizio d'un'austerità quasi contro natura: a poco a poco lo zelo si raffredderà; le pratiche superstiziose che sempre sono l'appoggio, la consolazione e la speranza del debole, dell'ignorante, dell'infelice, riprenderanno il loro impero; e per tal modo la riforma dei Wehhabiti scomparirà prima d'aver potuto consolidare la sua influenza, e dopo avere versato il sangue di più migliaja di vittime del fanatismo religioso. Tale è la trista vicissitudine delle cose umane!
Altronde io credo che i Wehhabiti nel fondo de' proprj deserti saranno sempre invincibili, non già per la loro forza militare, ma per la natura del paese non abitabile da veruna altra nazione; e per la facilità ch'essi hanno di nascondersi ai loro nemici. Si potrà momentaneamente conquistare la Mecca, Medina e le altre città marittime12; ma semplici guarnigioni isolate in mezzo a spaventosi deserti potranno sostenersi lungamente? Quando si presenterà loro un potente nemico, i Wehhabiti si nasconderanno per piombargli addosso e sterminarlo, nell'istante che sarà forzato di dividersi per cercar viveri. Ecco i motivi che m'inducono a credere che non saranno facilmente sottomessi colla forza delle armi; e queste appunto sono le cagioni per le quali sempre si è salvata l'Arabia da ogni straniera dominazione.
