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Kitabı oku: «Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3», sayfa 9

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CAPITOLO XXXIX

Ritorno d'Ali Bey a Djedda. – Sua posizione geografica. – Notizie. – Tragitto all'Iemboa.

Il 2 di marzo del 1807 dopo aver fatti i sette giri alla casa di Dio, e recitate le particolari preghiere di congedo innanzi ai quattro angoli del Kaaba, al pozzo Zemzem, alle pietre d'Ismaele, ed al Makam-Ibrahim, sortii dal tempio per la porta Beb-l'oudaa: lo che è di felice augurio, perchè il Profeta sortiva di là quando aveva terminato il suo pellegrinaggio: indi abbandonai la Mecca alle cinque e mezzo della sera per tornare a Djedda.

Appena fuori di città gli arabi che mi accompagnavano contendevano tra di loro con tanto calore che non potei mettermi in cammino avanti le sette ore della sera. L'atmosfera era coperta in modo che a fronte della luna eravamo in una perfetta oscurità. Alle quattro e mezzo del mattino si fece alto ad un dovar detto el-Hàdda. Molti pellegrini che tornavano alle loro case coprivano la strada coi loro cammelli ed equipaggi.

Alle tre ore dopo mezzogiorno, quantunque ammalato, partii colla carovana tenendoci nella direzione d'O., e poco dopo il levar del sole si entrò in Djedda. Dalle più accurate osservazioni fatte al presente, e combinate con quelle della mia precedente dimora, trovai la longitudine Est di Djedda = 45° 54′ 30″, e la latitudine nord 31° 52′ 42″.

In questo paese circondato da deserti di sabbia, i giorni piovosi sono rari assai, fuorchè nell'equinozio di autunno, epoca in cui le pioggie sono abbastanza forti per riempire le cisterne. I venti che dominano sul Mar Rosso soffiano quasi sempre dal settentrione, fuorchè nei mesi d'agosto, di settembre, e di ottobre che passano al quarto del mezzodì.

I soldati turchi di Djedda congedati come quelli della Mecca, lasciavano la terra santa, e non rimanevano a Djedda che i cannonieri. Vidi imbarcarsi con bandiere spiegate, e tamburi battenti dugento soldati che lo scheriffo mandava sulla costa d'Affrica per riscuotere le contribuzioni; possedendo egli sulla costa d'Affrica l'isola di Saouàken, che i geografi chiamano Suakem, come pure Messoua sulla costa dell'Abissinia, ed alcune altre isole a nome del Sultano di Turchia.

Per ordine di Saaoud, erasi soppresso a Djedda come alla Mecca, nella preghiera del venerdì che si fa alla moschea, il nome del Sultano di Costantinopoli. Il Kadi Wehhabita era venuto a Djedda per amministrarvi la giustizia in nome di Saaoud in tempo che il governatore Negro, schiavo dello Sceriffo, continuava a governare la città in nome del suo padrone. Questa mescolanza di autorità non lascerà di produrre il cattivo effetto che forse ne spera il Sultano Saaoud.

Oltre i Mudden, che dall'alto delle torri delle moschee chiamano il popolo alla preghiera, i Wehhabiti hanno stabilito a Djedda una seconda specie di banditori, che potrebbero dirsi esecutori per costringere i fedeli a recarsi al tempio. Alle ore indicate vanno per le strade gridando: Andiamo alla preghiera; alla preghiera: essi spingono tutti gli abitanti per obbligarli d'andare alla moschea, ed obbligando gli artigiani ed i mercanti ad abbandonare le loro botteghe, e i loro magazzini, perchè vengano ad assistere alla pubblica preghiera cinque volte al giorno com'è prescritto dalla legge. Prima che spunti l'aurora gridano pure e fanno un orribile fracasso per le strade, per costringere tutto il mondo ad alzarsi, ed a venire al tempio. Quanto non è ardente il loro zelo! L'abito di questi esecutori è assai semplice non avendo che un pajo di piccole mutande bianche, ed una coperta ripiegata sulla spalla, ed un enorme bastone in mano. Seppi che alla Mecca erasi di già cominciato a far uso di questi eccitatori per isforzare il popolo a recarsi alla moschea; ma si usa maggiore moderazione a Djedda perchè si limitano al gridare, al rimbrottare, ed allo spingere tutti quelli che incontrano: almeno ciò è quanto mi accadde di osservare dalle mie finestre che guardavano sulla gran piazza.

Durante il mio soggiorno a Djedda vi diede fondo un grosso bastimento procedente da Bengala con bandiera rossa musulmana armata di venti pezzi di cannone, carico di riso. Il commercio riceve tutti gli anni quattro o cinque bastimenti di questa specie che portano oltre il riso altri prodotti dell'India.

Tragitto all'Iemboa

Il sabato 21 marzo, giorno dell'equinozio, m'imbarcai dopo il cader del sole sopra una specie di battello detto Sarabok. Dopo un'ora e mezzo di ravvolgimenti tra i banchi e gli scogli della rada, arrivai al bastimento che doveva condurmi a Suez: era un daos come quello sul quale ero venuto.

A quattr'ore e mezzo del mattino del giorno 23 si levò l'ancora, e fu il bastimento rimurchiato a traverso di una infinità di scogli che chiudono la bocca del porto. A mezzo giorno rinfrescò il vento d'O., e si gettò l'ancora ad un'ora e mezzo in una cattiva rada, detta Delmaa, ove trovavansi all'ancora cinque altri daos che tenevano la medesima strada. Il mare era grosso, ed il nostro bastimento era gagliardamente agitato dalle onde.

Il martedì 24 si mise alla vela alle quattro ore del mattino, e benchè il vento non fosse troppo favorevole, il bastimento marciava assai bene. Alle due dopo mezzogiorno si diede fondo otto miglia lontano del villaggio d'Omelmusk. L'ancoraggio era eccellente, e vi restammo tutto il giorno per ricevervi il sopraccarico di trecento quintali di caffè, che si erano esportati da Djedda senza pagare la gabella. Tra il bastimento e la gran terra eravi un'isola bassa, e molto estesa. Il capitano discese nella scialuppa colle sue reti, e riportò molto pesce. Il tempo si mantenne costantemente cupo, e dopo mezzogiorno il vento rinforzò, ed il mare in alto era agitatissimo, mentre al nostro ancoraggio era affatto tranquillo.

Mercoledì 25

Malgrado il vento del nord che contrariava la nostra direzione, si mise alla vela; il mare era grosso, ed il vento violentissimo. Il nostro bastimento soffriva assai per causa del suo eccessivo carico. Si ruppe l'antenna di un'altra nave, e noi fummo costretti di ritornare all'ancoraggio d'Omelmusk. Colà ci raggiunsero avanti sera altri bastimenti sortiti da Djedda, cosicchè formavamo una squadra di dieci daos senza contare altri più piccioli bastimenti.

Venerdì 27

Alle quattro e mezzo del mattino si spiegarono le vele con vento contrario, ed alle due dopo mezzogiorno entrammo nel porto di Araborg. Mi feci portare a terra, e raccolsi alcune conchiglie e piante marine. Araborg è provveduto di pochi giardini, e mi furono portati alcuni cocomeri e cetriuoli.

Sabato 28

Si fece vela alle dieci ore, e poco dopo, mancato il vento, la nave dovette farsi rimurchiare dalle scialuppe, come tutti gli altri daos. Alle quattr'ore della sera ci ancorammo presso ad Elsthat.

Domenica 29

Viaggiammo lentamente al N. O. facendoci rimurchiare per mancanza di vento sempre alla distanza di tre miglia, o poco più dalla costa in mezzo ad infiniti scogli a fior d'acqua. Dopo mezzogiorno il vento rinfrescò, e passato il tropico, si diede fondo in faccia ad Algiar alle quattr'ore.

A mezzogiorno avemmo lo spettacolo straordinario d'un combattimento di pesci. Il mare tranquillo presentava nello spazio di cento in cento venti piedi di diametro un subitaneo bollimento, accompagnato da molta schiuma e da un grande romore. Ciò durava un mezzo minuto, poi il mare tornava tranquillo, ma un minuto dopo ricominciava la stessa scena. Al di fuori intorno al cerchio osservasi durante questo bollimento un gran numero di punti, lo che indicava le parziali zuffe, corpo a corpo, che stendevansi e notabile distanza dal campo di battaglia. Il bastimento rasentò il cerchio nell'istante dell'attacco, sgraziatamente nel punto del mezzogiorno, mentre io stavo osservando il passaggio del sole. Posto al bivio tra i due oggetti diedi la preferenza all'astronomia, e perdetti l'occasione di osservare il genio guerriero delle genti acquatiche. I miei compagni di viaggio mi dissero che avevano veduto combattere un'immensa quantità di pesci della lunghezza d'un piede all'incirca.

Mentre durava ancora la battaglia si vide accorrere da tutte le parti anche lontanissime una infinità d'uccelli di mare affatto bianchi che andavano svolazzando sopra il campo di battaglia quasi a fior d'acqua, sperando, senza dubbio, di predare i pesci uccisi, e forse i piccoli ancora vivi. La pugna era in tale stato quando noi eravamo già troppo lontani per conoscerne l'esito.

Lunedì 30 marzo

Si levò l'ancora a mezza notte, ma durando tuttavia la calma i daos erano di tratto in tratto rimurchiati dalle scialuppe. Alle dieci ore si levò un vento di mezzogiorno, che ci portò ben tosto alla città di Iemboa ove sbarcammo felicemente ad un'ora e tre quarti.

Desiderava di andare a Medina a visitare il sepolcro del Profeta, malgrado l'assoluta proibizione dei Wehhabiti. La cosa era rischiosa assai; ma non pertanto trovai molti pellegrini Turchi, ed alcuni Arabi Mogrebini disposti ad esporsi meco ai pericoli del viaggio.

Siccome il mio capitano aveva la sua famiglia a l'Iemboa, ove tutta la flottiglia doveva rimanere alcuni giorni, convenni con lui che sarei di ritorno il giorno otto d'aprile. Feci tosto cercare i dromedarj onde viaggiare più speditamente; ma a dispetto delle mie diligenze non mi fu possibile di partire avanti la sera del successivo giorno. Non presi meco che un piccolo baule con alcuni istromenti astronomici; facendomi accompagnare soltanto da tre domestici.

CAPITOLO XL

Viaggio alla volta di Medina. – Djideïda. – Viene arrestato dai Wehhabiti. – Dispiaceri che gliene derivano. – Viene rimandato con una carovana d'impiegati del tempio di Medina. – L'Iemboa.

Uscii da Iemboa il martedì 31 marzo alle cinque della sera, montato sopra un dromedario, e seguito da tre domestici, da alcuni pellegrini Turchi e Mogrebini, e da circa cinquanta dromedarj.

Si camminava all'E. un quarto S. E. lungo una pianura arenosa, sterile ad intervalli, ed offrendo qua e là alcune traccie di vegetazione: d'ordinario i dromedarj fanno più di una lega per ora; e noi li facevamo di quando in quando trottare; ma io non era abbastanza robusto per sostenere la violenza del loro moto: onde a mezza notte trovandomi estremamente abbattuto sia per lo scuotimento dell'animale, che per l'incomodità della sella tutta di legno e senza staffe, fui obbligato di andare più lentamente. Alle quattr'ore del mattino camminava all'est ¼ est in mezzo a piccole montagne, le quali andavano serrandosi di mano in mano che andavamo avanti. Si fece alto alle sei in una valle che io supposi lontana 15 in 16 leghe da Iemboa.

Le montagne da cui eravamo circondati sono tutte di schisti diversi, e non presentano la più debole traccia di vegetazione; ma nella valle benchè senz'acqua raccolsi alcune bellissime pianticelle, e tra queste una rarissima specie di Solanum con fiori assai grandi. Io mi trovava sempre indisposto, ed ebbi avanti l'aurora violenti eccitamenti al vomito.

Il mercoledì primo aprile, ripresi il cammino all'est per una valle di singolare figura. Le montagne poste a mezzodì sono tutte di arena sciolta e bianchissime, quelle a settentrione compongonsi di roccie di porfido, cornee, e schistose.

La valle non ha più di cento tese di larghezza. Vedendo montagne di sabbia alte come quelle di pietra, non poteva a meno di non meravigliarmi della forza che ammucchiò, e che tiene accumulata tanta sabbia mobile, senza che i venti ne portino mai un solo atomo sulle opposte montagne di settentrione; le quali contengono una bella collezione di porfidi di pasta e colori diversi. Nelle rupi cornee vedonsi belle gradazioni di verde, alcune delle quali sono veramente singolari.

Da questa valle passai verso sera tra gruppi di nere montagne vulcaniche, che presentavano pittoresche vedute di rottami e di precipizj. Di là si cominciò a salire questa linea di montagne fino alle dieci della sera, quando si prese a scendere per l'opposta china tutta ingombra d'arbusti spinosi che ci riuscivano incomodissimi. Finalmente alle cinque del mattino oppresso dalle fatiche e dal disagio giunsi a Djideïda. I miei domestici mi levarono dal dromedario, e mi posero sopra il mio materasso in mezzo alla piazza.

Esemplare veramente è l'esattezza dei condottieri dei dromedarj: ad ogni ora canonica fermavano la carovana, e gridavano Iova salàh, Iova salàh: cioè: andiamo a pregare, andiamo a pregare. Allora ognuno smontava, facendo le sue abluzioni colla sabbia, e dopo avere recitata la preghiera in comune, si rimontava per continuare il viaggio.

Una sera che camminava alla testa della carovana sentendo farsi del rumore al di dietro di me, volsi il capo, e vidi uno dei condottieri de' dromedarj che con un grosso bastone in mano minacciava il mio maestro di casa e voleva obbligarlo a retrocedere. Accorsi subito per informarmi dell'affare. L'Arabo trasportato da un santo zelo, rispondeva sempre Ah, Sidi Ali Bey; che peccatore è mai questo! – che ha egli fatto? – È un orribile peccatore. Gli chiesi di nuovo: ma che ha fatto? – Egli non deve andar più avanti; egli non anderà a Medina; no, non lo permetterò mai. Il mio domestico era affatto sbalordito. Io replicai: ditemi dunque qual è il suo delitto? – Sì Sedi Ali, egli fuma tabacco, questo grande scellerato; egli non anderà a Medina: io non lo permetterò mai. A stento ottenni di calmarlo, dicendogli che il mio domestico, essendo uno Sceriffo marocchino, ignorava del tutto gli ordini di Abdoulwehhab: e gli promisi a suo nome che non fumerebbe più. Volle che lo giurasse, e che gittasse la sua pipa in terra col suo tabacco che aveva. A tali condizioni gli permise di proseguire il viaggio.

Djiedeïda è un soggiorno assai tristo in fondo di una valle con case bassissime fatte di pietra a secco senza intonicatura, con alcune botteghe in cui si tiene il mercato. Sonovi alcune piantagioni di palme, ma la situazione è affatto malinconica. Il capo del popolo, soprannominato Scheih-el Belèd, ed il kadì sono naturali del paese, adesso sotto il dominio del sultano Saaoud, cui gli abitanti pagano la decima de' loro frutti.

È nel deserto di Medina che cresce l'albero che dà il balsamo impropriamente detto della Mecca. Siccome io non poteva trattenermi, mi riservava di fare al ritorno le mie indagini intorno a quest'albero.

Non potendo più soffrire la marcia dei dromedarj, lasciai partire la carovana, ripromettendomi di raggiugnerla ben tosto, e restai coricato in mezzo alla piazza, ove mi addormentai, non avendo ritenuti presso di me che i miei domestici. Quando mi risvegliai mi vidi circondato da un gran numero di persone accumulate vicino a me che mi guardavano. Apersi la mia spezieria che portava sempre meco, e posi delle filacce con balsamo cattolico su tutte le loro ferite o scorticature delle gambe e delle mani. Mangiai in appresso un cocomero squisito che mi rinfrescò a meraviglia: pure non era in istato di muovermi. Intanto i miei domestici facevano preparare quattro cammelli, ed una schevria simile a quella di cui mi era servito nel viaggio della Mecca; e la mattina dello stesso giorno giovedì 2 aprile, montai in questa vettura scortato soltanto dai miei tre domestici, e dal cammeliere, prendendo il cammino di Medina di dove non era distante, per quanto mi fu detto, più di sedici leghe all'est.

Due ore dopo usciti da Djidèïda, due Wehhabiti sortono dalle montagne, fermano i nostri cammelli, e mi domandano dove vado. A Medina, loro rispondo. – Voi non potete continuare il vostro viaggio. Allora un capo mi si presentò con due ufficiali anch'essi montati sopra cammelli, per farmi nuove interrogazioni. Sospettando il capo ch'io fossi Turco, minaccia di farmi saltare la testa: ma senza lasciarmi atterrire dalle sue minaccie, io rispondo tranquillamente alle sue inchieste; e le mie risposte sono attestate dai miei domestici. Benchè la mia immaginazione mi richiamasse in questo istante la notizia che circolava a Djedda, che tutti i Turchi partiti della Mecca erano stati scannati, non lasciai di conservare la più perfetta calma. Mi viene ordinato di consegnar loro il denaro, e gli presento quattro pezze spagnuole che aveva in tasca; ed insistendo essi per averne ancora, dichiarai di non averne, ed offersi loro di visitare il mio baule. Supponendo che io portassi denaro in cintura come costumano i Levantini, non si acquietarono alle mie negative; onde depongo il bournous, e comincio a spogliarmi per soddisfarli. Essi mi fermano; ma vedendo il cordone dell'orologio, lo tirano, e mi costringono a rilasciarlo loro. Dopo essersi appropriati il bournous, e l'orologio, minaccianmi di nuovo; poi si ritirano indicando al condottiere dei cammelli un luogo vicino, ove dovevamo aspettare i loro ordini.

Ridotti che fummo al luogo determinato, distrussi all'istante una cassetta contenente gl'insetti che aveva raccolti in Arabia, e getto lontano da me le piante ed i fossili trovati in questo tragitto dall'Iemboa: inghiottisco una lettera del principe Muley Abdsulem, che poteva compromettermi presso que' fanatici: consegno al mio maestro di casa poche piastre che tenevo ancora nel baule, e rimango affatto tranquillo. Lo stesso fanno i miei domestici rispetto al tabacco che avevano.

Un momento dopo vengono a guardarci a vista due Wehhabiti; abbastanza tardi per lasciarci sbarazzare da quanto poteva comprometterci: e sono di parere, che la difficoltà di dividere in cinque persone i pochi oggetti rapitimi, ci procurasse questo prezioso momento. Altre due ore dopo arrivano altri Wehhabiti, dicendosi spediti dall'Emir onde riscuotere da me 500 franchi per la mia libertà, e si ritirano dietro la mia risposta di non aver denaro.

Poco appresso un nuovo Wehhabita porta l'ordine di condurci altrove, e partiamo con lui; e dietro una montagna vicina trovo… la mia carovana intiera egualmente arrestata. I miei compagni di viaggio pallidi, tremanti, incerti della loro sorte, erano circondati da molte guardie. Mi pongo a sedere accanto agli Arabi Mogrebini: i Turchi rimangono in luogo separato. Intanto arriva un Wehhabita coll'annuncio che ogni pellegrino Turco o Mogrebino deve pagare 500 franchi. A tale domanda i miei compagni di sventura gridano chiedendo grazia colle lagrime agli occhi. Rispetto a me dissi tranquillamente, d'avere già risposto; ed appoggiai le rimostranze di questi infelici.

Già il sole stava per tramontare, quando un Wehhabita si presentò dicendomi che l'Emiro aveva ridotta la contribuzione a 200 franchi: nuove lagnanze, nuovi pianti per parte de' miei compagni, che effettivamente non avevano di che supplirvi. In sulla sera ci conducono in uno sfondato, ove ci dividono in due gruppi l'un dall'altro divisi. Sopraggiungono nuovi Wehhabiti; i miei compagni erano atterriti, ed io medesimo temeva d'essere in breve testimonio di una sanguinosa scena sui nostri Turchi. Non temeva per riguardo mio perchè veniva riguardato come un Arabo Mogrebino, ed i Turchi non potevano deporre il contrario; ma non perciò era io meno afflitto per questi sventurati, che senza di me non sarebbersi esposti a questo viaggio; ed intanto io non aveva veruna influenza, verun mezzo per salvarli da una terribile catastrofe.

Dopo un'ora d'angoscie altri soldati ne ordinano di montare sui dromedarj, dicendo che l'Emiro voleva esaminare isolatamente ciascun di noi. Costretti di rifare la fatta strada nella più oscura notte che immaginare si possa, attraversammo Djidèïda, ed a poca distanza ci fecero far alto pel rimanente della notte. All'indomani mattina, venerdì 3 aprile, prima che levasse il sole continuammo a retrocedere, scortati solamente da tre soldati Wehhabiti. Non si tardò a scoprire un campo di belle tende. Supponeva di essere presentato all'Emiro, ma non tardai ad accorgermi, ch'erano gl'impiegati, i domestici, e gli schiavi del tempio di Medina che Saaoud scacciava dall'Arabia. Giunti al campo, ci fu ordinato di riempire ad una sorgente i nostri otri, e senza lasciarci riposare ci obbligarono a riprendere il cammino.

Mentre si andavano riempiendo gli otri, il domestico che guidava il mio cammello per la cavezza, preso da subito terrore, si mise a correre, traendosi dietro il cammello, per porsi meco sotto la protezione della carovana degl'impiegati del tempio, ma accorso uno de' Wehhabiti, levandogli di mano la cavezza, lo gettò a terra dopo avergli dato un calcio, e mi ricondusse alla carovana senza dirmi una parola.

Ci fecero passare per Hamira, piccola borgata somigliante a Djidèïda, ma in più amena situazione, circondata da giardini e da bellissime palme, nel centro di una gran valle, ed in vicinanza della bella sorgente ov'eransi riempiuti gli otri; sorgente considerabile che somministra una eccellente acqua, sebbene alquanto calda. Non tardarono poi a farci uscire di strada, e salendo le montagne ci fecero scendere dalle nostre cavalcature. Nuove discussioni pel pagamento della contribuzione prolungaronsi fino alle tre ore dopo mezzogiorno. I Wehhabiti visitarono tutti i nostri effetti, ed in fine fecero pagare 20 franchi ad ogni turco; presero un hhaik, ed un sacco di biscotto ai Mogrebini; impadronironsi di tre piastre spagnuole ch'io aveva scordate nella mia cartella, ed il caftan che apparteneva al mio maestro di casa. Volevano 15 franchi da ogni conduttore di cammelli: il mio vi si rifiutava, e partito per parlare all'Emiro; più non lo rividi. Allora ne dissero essere assoluto ordine di Saaoud, che i pellegrini non vadano a Medina, e ne riunirono subito alla carovana degl'impiegati del tempio, che in questo frattempo passava in fondo ad una valle scortata da altri soldati. In tal modo terminò, sto per dire felicemente, questo disaggradevole contrattempo, quantunque mi sia rimasto lo sconforto di non aver potuto fare un interessante viaggio, e di aver perduto l'orologio che serviva alle mie osservazioni astronomiche.

A mezzo giorno mentre disputavasi intorno alla contribuzione, quantunque non si vedesse alcuna nuvola, udironsi cinque o sei colpi di tuono.

Rispetto alla condotta tenuta dai Wehhabiti, deve riflettersi che noi non ignoravamo l'espressa proibizione d'andar a visitare il sepolcro del profeta a Medina. Avevamo dunque scientemente violata la legge, ed io mi era esposto a tentare l'avventura, sperando che il caso potrebbe favorirmi. Dunque i Wehhabiti arrestandoci non fecero che dare esecuzione all'ordine generale precedentemente stabilito. La contribuzione esatta non era che un'ammenda della nostra trasgressione. La maniera di esigerla fu veramente alquanto dura; ma deve condonarsi ad uomini così poco inciviliti. Mi presero l'orologio ed il bournous; ma perchè lasciaronmi gli altri effetti?.. Questi Arabi benchè Wehhabiti e sudditi di Saaoud sono abitanti di un paese di fresco soggiogato, e per conseguenza diversi assai dalla brillante gioventù Wehhabita del Levante ch'io aveva veduta alla Mecca; perciò quando mi presero l'orologio, ed il bournous, gli condonai di buon grado questo avanzo di antichi vizj del loro paese; e resi grazie alla riforma d'Abdoulwehhab per avermi lasciati gli altri effetti, e gli strumenti astronomici. Le minacce ed i cattivi trattamenti verso i Turchi non sono che una conseguenza del loro risentimento e del loro odio contro questa nazione, il di cui solo nome basta per renderli furibondi.

Questo sgraziato viaggio mi diede non pertanto una qualche idea del deserto di Medina, ed una vicina conoscenza della posizione geografica di questa città, fissandola a 2 gradi e 40 minuti all'est dell'Iemboa.

Riuniti alla carovana si camminò all'ouest. Speravo di rimpiazzare le piante che aveva dovuto abbandonare; si tenne la medesima strada, ma quando la carovana fece alto alle quattr'ore del mattino, mi vidi in mezzo ad una valle affatto sterile, ove non osservai che una dozzina di piante di niuna importanza. A mezzo giorno il termometro marcava all'ombra 28 gradi di Reaumur. Trovavasi in questa carovana il nuovo Kadì venuto da Costantinopoli, e destinato per Medina, col quale aveva contratta domestichezza alla Mecca. Feci pure conoscenza del tesoriere e primarj impiegati del tempio di Medina. Questi mi dissero che i Wehhabiti avevano distrutti gli ornamenti del sepolcro del Profeta; che avevano chiuse e suggellate le porte del tempio, e che Saaoud erasi appropriati tutti gl'immensi tesori accumulati in tanti secoli. Il tefterdar (tesoriere) mi assicurò che il valore delle sole perle, e delle altre pietre preziose superava ogni stima.

La carovana aveva un salvacondotto di Saaoud, con cui ordinava di rispettarla, lo che non impedì che fosse forzata ad abbandonare la strada tostochè si trovò fuori della santa città, e che le fosse imposta un'eccessiva contribuzione. Seppi pure che la carovana de' turchi della Mecca era stata interamente spogliata nel suo passaggio di Medina, non avendole nemmeno lasciati i viveri: talchè non si sa come costoro abbiano potuto sopravvivere in questi deserti alla sete ed alla fame.

Il giorno quattro d'aprile scopersi alle quattr'ore il mare, e l'Iemboa in sullo spontare del giorno susseguente, dopo avere viaggiato tutta la notte. Recatomi subito a bordo trovai la mia gente assai inquieta intorno alla mia sorte per le sinistre notizie che si erano sparse. Così finì questo viaggio, nel quale dopo aver corso grandissimo pericolo, si ebbe la fortuna di uscirne felicemente.

L'Jenboa-en-Nahùl, ossia delle Palme, trovasi una giornata lontana all'E. ¼ N. E. dell'Iemboa-el-Bàhar, ossia del Mare. Questa città situata in mezzo alla montagna è ben provveduta di acqua, di bei giardini, e di una notabile quantità di palme, da cui ebbe il nome. Gli abitanti sono tutti sceriffi o discendenti del Profeta, e grandi guerrieri. L'Iemboa del mare è posta in una vasta pianura, che conserva evidenti traccie d'essere stata in tempi non molto lontani abbandonata dal mare. L'alta marea entra ancora nel primo circondario esteriore della mura, ed inonda una parte della città. Il suo porto è buono, potendovisi ancorare le grandi fregate, ma gli scogli ne ingombrano l'ingresso. La città è circondata da vastissime mura affatto irregolari del diametro approssimativo di 350 tese dall'est al nord, e di circa duecento dal nord al sud. La sua popolazione è di circa tremila abitanti. Le case sono basse, e i tetti piani.

Benchè l'Iemboa-el-Bahar sia sotto il dominio del sultano Sceriffo della Mecca, che vi spedisce un governatore col nome d'Ouisir, riconosce ancora la sovranità del sultano Saaoud, che vi tiene un kadì; ma non gli si paga veruna contribuzione. Non è già perchè amino la riforma d'Abdoulwehhab, che gli abitanti dell'Iemboa abbiano preso il nome di Wehhabiti; ma perchè ne temono i seguaci, ch'essi odiano cordialmente. Perciò sono sempre armati per impedire ch'entrino le truppe wehhabite nel loro paese; e sono sempre disposti a respingerle colla forza. Fumano pubblicamente per le strade, quantunque ciò si riguardi come un grave peccato dai Wehhabiti.

Lo donne portano una grande camicia e mutande di tela turchina, con un grande velo o mantello nero in capo, un anello che loro attraversa la cartilagine del naso, anelli nelle dita, braccialetti e pendenti di orecchie. Sono libere in modo, ch'io ne vidi molte affatto scoperte.

Il loro colore è bronzino come quello degli uomini, e tutte quelle ch'io vidi sono sgraziate e deformi.

In tempo della mia dimora all'Iemboa si celebrò un pajo di nozze, ma non ne udii che il rumore. Una cinquantina di donne passò tre notti cantando ed accompagnandosi colle nacchere fin dopo mezza notte; e nell'ultima all'istante in cui la sposa passava in dominio dello sposo, incominciarono ad alzare acutissime grida con misura e ad intervalli; battevano in pari tempo palma a palma, di modo che rassomigliavano piuttosto ad una squadra di furie, che ad una unione di donne. Questa scena durò una mezz'ora, e così terminò la festa.

Tutti i contorni dell'Iemboa offrono l'aspetto di un orrido deserto; e non vi si trova che pochissime piante; ma le coste del mare mi diedero molte belle conchiglie.

Buone osservazioni mi diedero per longitudine orientale della città 35° 12′ 15″ dell'osservatorio di Parigi, e la latitudine settentrionale di 25° 7′ 6″.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
28 mayıs 2017
Hacim:
201 s. 3 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain