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Kitabı oku: «Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4», sayfa 8
Il governo di Costantinopoli penetrato della verità di questa osservazione, volle rimediare al male formando nuove milizie organizzate e disciplinate all'usanza europea: ma perchè questa novità offendeva l'amor proprio dei giannizzeri, che avrebbero perduta l'indipendenza; mentre erano, ed ancora sono al presente i veri despoti dell'impero; si ribellarono sacrificando alla conservazione della propria potenza forse le più utili teste dell'impero, e deponendo il sultano Selim III: deplorabile trionfo dell'anarchia militare, che ritardò due secoli l'incivilimento dei Turchi. Il Sultano Mustafà successore di Selim5 è dotato di ottime qualità: ma che può fare il migliore de' Sultani finchè sarà signoreggiato da una milizia così rivoltosa come i Giannizzeri? Qual ministro oserà aprire la bocca dopo l'orrenda catastrofe di cui fu testimonio? Credo dunque di poter conchiudere che i Turchi non possono da se medesimi incivilirsi.
Quando si ode ricordare negli altri paesi il nome del Gran Signore, ci figuriamo un despota la cui parola è una legge, e che non prende consiglio che da' suoi capricci. Quanto siamo ingannati! non avvi al mondo uno schiavo più schiavo del Gran Signore; i suoi passi, i suoi movimenti, le sue parole in tutto il corso dell'anno, in ogni evento della vita, sono misurati e determinati dal codice della corte; non può far più nemmeno di quanto è prescritto; ed è ridotto a far la parte di vero automa, le di cui azioni sono regolate come risultamenti meccanici, dal codice, dal Divano dell'Olema, e dai Giannizzeri. Sarà coperto di brillanti, inebriato d'incensi, circondato da adoratori come il gran Lama, o come una vivente divinità: ma la sua esistenza non sarà punto diversa da quella di una macchina, e come tale sarà sempre riguardato con somma indifferenza dai popoli che non possono da lui sperare nè bene nè male, poichè il potere trovasi in mani subalterne, come lo feci osservare in parlando della caduta di Selim, e della elevazione al trono di Mustafà, avvenimento riguardato con perfetta indifferenza nelle provincie turche ch'io scorrevo.
Questa indifferenza dei popoli verso il sovrano è una delle primarie cagioni che agevolano, e favoreggiano le ribellioni de' Pascià nelle provincie. Tutti sanno quanti anni sonosi sostenuti Diezzav, Paswan Oglou, Kadi Agà ec. ed intanto vediamo Mehemed Ali in Egitto, Couchouk Ali in Siria, Moustapha Pascià in Bulgaria6, Ali Pascià in Albania, Ismail Bey in Romelia, e molti altri di minor rango, che sotto ad un'aria di subordinazione al sovrano sono affatto indipendenti, non facendo verun caso dei firmani della Porta quando non favoriscono i loro interessi.
Un principe ridotto a tanta subordinazione dovrebbe essere cancellato dalla lista dei sovrani; poichè l'impero trovasi sempre in mani subalterne o mercenarie, mentre quello cui si accorda il supremo titolo è il più insignificante ed inutile personaggio del governo: egli non vede nè ascolta de' suoi sudditi che il solo gran Visir, e passa i suoi tristi giorni tra le donne e gli eunuchi; straniero, si può dire a tutti gli atti d'amministrazione, perchè ogni cosa dev'essere ordinata dal gran Visir o dal Divano. Il potere del gran Signore si riduce quindi a zero. Solo a Marocco trovasi il vero modello del dispotismo.
Le mani mercenarie che governano l'impero turco vengono ricompensate delle loro cure con ricchezze proporzionate alla loro ambizione: ma le rendite dell'impero vanno ogni anno diminuendo per cagione delle ribellioni che stendonsi d'una in altra provincia: Pascià precedentemente nominati poco o nulla mandavano al tesoro pubblico: i tributi della Siria vengono assorbiti dal Pascià di Damasco sotto pretesto delle spese occorrenti per la carovana della Mecca, e nel presente anno (1807) il governo gli aveva inoltre mandate, sulle sue istanze, alcune migliaja di borse per le spese della guerra difensiva contro i Wehhabiti, i quali andavano di mano in mano sempre più restringendo i limiti del dominio ottomano, togliendogli ogni giorno qualche parte di provincia. Le rivoluzioni dalla Servia, della Moldavia e della Valacchia occupate dai Russi7, la separazione delle reggenze barbaresche, finalmente le scandalose dilapidazioni del Pascià e degli altri impiegati turchi, hanno terminato di esaurire il tesoro. In tale stato di cose i grandi impiegati di corte non percepiscono gli appuntamenti annessi alle loro cariche, onde si procurano coll'intrigo il danaro che non ricevono dal tesoro.
In Turchia è permessa la vendita degl'impieghi, ma in ragione che l'impero si ristringe, diminuiscono anche gl'impieghi: è però vero d'altra banda, che se diminuisce il numero degl'impiegati, cresce in proporzione quello degli aspiranti; e la concorrenza ne accresce il prezzo; lo che torna press'a poco lo stesso per i cortigiani ma non per gli sgraziati popoli, perchè coloro che pagarono il doppio ed il triplo l'acquisto dell'impiego, si credono egualmente autorizzati a duplicare e triplicare le avanie. I popoli reclamano e si lagnano altamente, ma i loro pianti non si ascoltano, perchè il frutto di queste subalterne esazioni entrano nel prossimo anno in mano degl'impiegati di corte. Lo sdegno e la disperazione armano i popoli, che vengono poi chiamati assassini e ribelli: se lo stato ha bastanti forze per farli rientrare in dovere, come spesso accade, si sparge il sangue di molti infelici, e le cose rimangono nello stato di prima; ma l'impero perde sudditi e ricchezze; onde poi crescono i bisogni della corte, e per conseguenza le avanie. Questi mali diventano ogni giorno maggiori.
CONCLUSIONE
Partenza per Bucarest in Valacchia. – Itinerario. – Adrianopoli. – Monte Emo. – La Bulgaria. – Rouscouk. – Il Danubio. – Bucarest.
Il mercoledì 2 decembre del 1807 secondo giorno della Pasqua dei Musulmani, Ali Bey andò nel sobborgo di Pera, di dove partì alla volta di Bucarest in Valacchia il 7 decembre, accompagnato da un Tartaro.
Allorchè partì da Costantinopoli desiderava ancora di accrescere le sue cognizioni con nuovi viaggi; ma non aveva ancora determinato quali paesi avrebbe visitati. Fidò quindi le sue carte ad un amico, cui permise di pubblicare dopo alcuni anni, incerto, se arrivato a Bucarest, prenderebbe la strada d'Oriente, d'Occidente o del Settentrione.
Mandò da Bucarest il suo itinerario di Costantinopoli, che soggiungiamo compendiato.
Il 7 decembre alloggiò nel villaggio di Konchouk Charmagi in riva ad un lago formato dal mare di Marmara.
Il giorno 8 passò per Bonyouk Charmagi, Coruhourgas, Boadas, fermandosi pochi momenti a Selivria, terra più grande delle altre posta sopra un piccolo scalo del mar di Marmara, con alcune moschee. Tutti questi villaggi sono abitati da pochi Turchi, e dai Greci più numerosi, che sembrano esservi alquanto meglio trattati che altrove.
Il 9 attraversò Kinikli, e si fermò a Djiorio, città di mediocre grandezza, ove sonovi alcune moschee. Il 10 passò a lato a Karrestan, e pernottò nel villaggio di Bourgas; di dove, dopo avere attraversato Baba-Eski, entrò l'11 in Adrianopoli. Questa grande città è posta al N. di una vasta campagna circondata da colline, sopra una delle quali trovasi parte della città: contiene molte moschee, alcune belle case, strade ben selciate, un grande bazar formato da più strade coperte, e fornito di botteghe d'ogni specie; ed ha un bel ponte sopra la Marissa, ragguardevole fiume che traversa la città. Adrianopoli è cinto da un parapetto di terra con una palizzata al di dentro, ed una piccola fossa esternamente. Vi si trovava allora il gran Visir, generalissimo dell'armata ottomana. Osservò per altro, che v'erano pochissimi soldati, e che le strade erano solitarie. Gli fu però detto che osservasse un accampamento fuori di città. E per tal modo stando il quartier generale de' Turchi ad Adrianopoli, trovavasi più di sessanta leghe lontano dalle armate attive.
Ali-Bey si fermò poche ore in questa città, ed andò lo stesso giorno a Moustafa Bacha ove trovò un drappello di soldati, che sembravano piuttosto un branco di banditi.
Vide il dodici molti villaggi abitati dai Greci, e dormì a Karapannar, villaggio musulmano assai popolato. Il 13 dopo esser passato per Zaara e per Kenaanlek, ove fu invitato a cena dal governatore, viaggiò tutta la notte, nella quale soffrì assai per una terribile burrasca di vento, neve e pioggia; indi giunse a Schipka Balcana, piccolo villaggio posto ai piè del Balcàn, o monte Emo, ove dovette trattenersi due giorni prima di poter esporsi al passaggio della montagna allora coperta da grande quantità di nevi.
Il 16 traversò la montagna, lo che non gli sarebbe riuscito di fare, se non fossero stati mandati prima alcuni cavalli di posta per aprirgli la strada. Giunto sull'opposto lato del monte passò per un villaggio detto Bedjene, le di cui case di legno erano per metà sepolte nella neve alta quasi quattro piedi, e continuando la scesa si fermò a Kaproa, le di cui case sono fabbricate parte di sasso, e parte di legno. La catena dell'Emo che forma il confine tra la Romelia, e la Bulgaria, essendo coperta di neve non permise ad Ali-Bey di fare veruna osservazione.
Il 17 passò per Derroba e giunse a mezzo giorno a Terranova, città posta sul pendio di due montagne, ed attraversata da un grosso fiume. Vide molti giardini e vigne, alcune case assai belle, ed alcuni bazar coperti, ma il suolo era tutto coperto di neve.
Di là venne a Poulicraïschte villaggio, le di cui case sotterranee non s'inalzano più di mezzo piede sopra il livello del suolo, ed i cui abitanti tanto uomini che donne si vestono di sole pelli di montone.
Piccolissime sono le donne di Bulgaria, e di grazioso aspetto finchè sono giovanette; ma tosto passata l'adolescenza ingrassano a dismisura. Gentili sono i fanciulli, ma tanto piccoli che pajono scimie. Gli uomini portano l'impronta della schiavitù che li opprime: continuamente tiranneggiati dalle esazioni della soldatesca, trovansi nella trista necessità di nascondere sotto terra ciò che vogliono sottrarre alla rapacità ed alla violenza.
Dopo aver passato il 18 a mezzogiorno il fiume Yantra che ha molta rapidità e molte acque, andò a Rouschouk grande e forte città situata sulla destra del Danubio.
Il Pascià Moustafà8 avendo esaminate le carte del nostro viaggiatore, ordinò di lasciarlo passare: quindi s'imbarcò la stessa notte sopra un battello a sei remi, ed attraversato in trentacinque minuti quel maestoso fiume, sbarcò a Djíourjoi piccolo castello difeso da una vasta fortezza, allora occupata da un corpo di truppe sotto gli ordini d'un altro Pascià; ed era questo il più avanzato posto dei Turchi.
I passaporti di Ali-Bey vennero di nuovo esaminati; ma il Diouan Effendi cui spettava l'esame, aveva conosciuto in Alessandria Ali Bey, onde veduto appena il suo nome sul Firmano, gridò: non v'è più nulla da osservare, io conosco Alì Bey; e fatti gli elogi del viaggiatore, gli mandò una gran cana, dando ordine di preparargli i cavalli. In tal modo Alì Bey uscì dall'impero ottomano il sabato 19 dicembre 1807 allo spuntar del sole.
Dopo dieci ore di cammino arrivò ad un villaggio ove trovavansi alcuni esploratori russi, uno de' quali lo accompagnò fino all'avanguardia dell'armata che occupava una linea di alture e di piccoli ridotti al di là d'un vasto fiume i di cui ponti erano stati distrutti. Ali Bey lodasi dalle gentilezze usategli dagli ufficiali Russi. Fu in seguito scortato fino ad un villaggio più vicino a Bucarest, ove fu assai ben accolto dal generale che lo lasciò partire alla volta di Bucarest, ove giunse a notte assai inoltrata. Oppresso dalle fatiche di così disastroso viaggio dovette fermarsi due giorni per riposare, nel qual tempo gli prodigarono le più cortesi cure il Console Russo Bahmatiet, ed il Cavaliere Kiriko Console generale della stessa nazione. Ali Bey non sa esprimere la sua riconoscenza verso il generale Ulanius, l'arcivescovo Diothitheos, i due luogotenenti del principe Ipsilanti, e gli altri Bojardi della Valacchia.
Bucarest è una grande città di un aspetto campestre assai grazioso: le sue strade sono larghe, diritte e lastricate di legno; basse sono le case con vaste porte per dare accesso alle vetture che vanno fino alla scala. La sua popolazione si presume di sessanta in settanta mil'abitanti. Conta trenta tra chiese e cappelle greche; e la cattedrale situata sopra un'altura è piccola ma bella. Eranvi, oltre l'arcivescovo, alcuni altri prelati.
Benchè il rito dominante sia il Greco, vi sono anche dei cristiani degli altri riti, provveduti di chiese e di preti.
Il governo civile è tra le mani di due Kaömakan, o luogotenenti del principe Ipsilanti, assistiti da un consiglio di dodici Bojardi. Fu detto al nostro viaggiatore che la Valacchia conta un milione e mezzo di abitanti. Più della metà di questa provincia è circondata dal Danubio, e bagnata da molti fiumi. Il suolo assai fertile è sparso di montagne selvose abbondanti di selvaggiume. Vi sono miniere, ed infine tutto quanto può desiderarsi di vedere unito in un paese posto al 45º di latitudine. Si assicura, dice Ali Bey, che il clima è sanissimo, e che le rendite dello Stato ammontano a quattro milioni di piastre.
