Kitabı oku: «Il Libro Nero», sayfa 10
CAPITOLO XVI
Qui si conta di un angelo, il quale aveva perdute le ali
La bella castellana era seduta nella penombra della sua camera, di ricontro al verone, in atto di donna che pensi.
A che pensate, madonna? A nulla, per fermo. Quel momento che precede l'arrivo e il primo bacio dell'uomo amato, non è invero da lunghi pensieri, nè da soliloquii di coscienza, e gran mercè se il passato può scorrere, immagine fuggitiva e sbiadita, dinanzi agli occhi dell'anima. Il pensiero è geloso come un sultano; vuol esser solo a regnare.
Ma pensate voi mai? Vi giova egli alcuna volta raccogliervi da sola a sola con questo interno signore che non patisce rivali, con questo giudice che fa salire alle guance le vampe del rossore non visto, con questo accusatore che parla le tristi e le dure verità, con questo tormentatore che fa dar volta dolorosamente sul più molle de' guanciali, che ronza e morde, molesto, ostinato, come la zanzara, nelle lunghe, interminabili ore di una notte d'estate?
E a cui non avviene di pensare in tal modo, di soggiacere a questo incubo? È la legge comune dei nati dalla creta; e voi pure siete di creta, o angelo di bellezza: voi pure sentite i mali dell'umanità, e i rimorsi del cuore.
Orbene, in quelle ore solitarie, non pensaste voi mai ad Ugo di Roccamàla? La sua pallida figura non vi si offerse mai alla mente, spiccata come un'immagine del sogno, gli occhi atteggiati ad un muto rimprovero?
Ahimè, madonna! Dove n'andò quella virtù severa, virtù più bastionata ancora del vostro castello, virtù che si lasciava ammirare, adorare eziandio, ma sempre fuori del tratto della balestra? Come lungi da quel tempo! E per che, poi, e per chi? Per qual filiera di ravvedimenti, la dea, crudele co' buoni, è giunta a farsi pietosa co' tristi?
Ahi, cuore umano! ahi, cuore della migliore tra le donne!
A lui, schietto e gentile amatore, nulla! Lo amavate, diceva ognuno, e a voi pure pareva. Era bello, possente, dalle donne desiderato, dagli uomini temuto, e vi piacque lasciarvi amare da lui. Certo, se altri avesse chiesto in mercè di poter baciare più oltre della vostra mano regale, i vostri occhi avrebbero mandato lampi di sdegno; laddove a lui, a' suoi preghi, a' suoi confessati dolori, soleva rispondere un angelico riso, il quale non dava e nemmanco toglieva la speranza. Questa era la gran differenza tra lui e il volgo de' vostri corteggiatori; le conseguenze, pari. E lo amavate!
Più assai dell'estinto s'ebbe Morello di Monferrato, falcon pellegrino che vi trascorse un giorno da lato, e strappò, passando, uno spicchio dal vostro cuore.
Più assai d'ambedue dovrà oggi ottenere un nuovo venuto, un traditor dell'antico, quegli che al pari d'Ansaldo di Leuca dovrebbe farvi risovvenire di Ugo?
Ma, ohimè! Noi si dimentica. La nostra fibra non regge alla tensione degli affetti. Soventi volte dissimuliamosotto il nome di amore una ebbrezza del senso, e quando l'ebbrezza è svaporata, diamo cagione al tempo della morte d'amore. Il tempo! povero tempo! Gli antichi lo accusarono di mangiare i suoi figli; ora i suoi figli lo addentano con ogni maniera di calunnie. Oh almanco la creta vile non cercasse scuse all'oblio! Ma no; ella che ha mestieri di credersi alito di Dio immortale, ella che dimanda superbamente l'eternità dopo la morte, e non sa concederla poi nella vita agli affetti, ella ha scoperta l'assoluzione del più grave tra tutti i peccati, l'oblio, non nella sua propria fragilità, ma nella forza delle cose. Non vedete come tutti fanno? Se dimentica Fiordaliso, perchè non dimenticherebbe Giovanna? Così, reputandoci angioli, e superiori ad ogni altra creatura nel volo, amiamo, quando ci torni, reputarci tutti di una forza e d'una misura nella caduta; così la colpa nostra chiede la scusa ed accetta l'esempio nella colpa d'un altro.
Per Fiordaliso adunque, per questo tornitore di versi leggiadri, oscurato il raggio della severa virtù, la domestica quiete turbata, accolte con grand'animo le ansie, i terrori della colpa! Qual nuovo pregio lo facea degno di un tanto olocausto? Una simigliante voluttà di acri profumi, che Ugo avrebbe volentieri pagata col sagrifizio della vita presente e delle speranze future, Fiordaliso la otterrà dunque per nulla?
O donne, a cui date troppo spesso il cuor vostro! O migliore delle donne, come vi siete fatta pari alla moltitudine delle figlie d'Eva! O angelo, come avete perdute le ali!
Ma infine, povera donna! E perchè Ugo non seppe aspettare? Ella era sull'alba degli affetti; il cuor suo era tocco, ma le voci arcane che comandano di amare non avevano ancora parlato. Perchè morì egli? perchè non attese?
Morello venne, e turbò, non il suo cuore, l'anima sua; la turbò perchè era un nobile garzone; la turbò dolcemente perchè aveva difeso la memoria d'un caro estinto contro le villanie d'un uomo dappoco.
Ella per fermo non aveva mai amato Ansaldo di Leuca, nè altri, nè altri! Che si domanda di più ad una donna? Che abbia a morire, perchè un uomo è morto? Di simiglianti tragedie si sono già viste; ma la scienza dirà che l'aneurisma e la tisi presuppongono il male preparatore, di guisa che una testimonianza di più fine sensibilità non sarebbe altro che l'effetto di un guasto dell'organismo.
Suvvia, che volete di più? Chiedete la continuazione dell'amore dopo la morte? Vorreste venire la notte, vampiri, a riposarvi sul cuore della superstite e suggerle il sangue? Non vi basta ch'ella si condanni alla solitudine?
E la solitudine, vedete, è traditrice; abbiate dunque misericordia. Egli è nella solitudine che l'anima va trascinata in balìa dei sogni fallaci. Una donna, fatta segno all'amore di taluno, è sempre alle difese; combatte, perchè il pericolo è presente, armato di tutte le sue lusinghe, di tutti i suoi incantesimi. Ma lasciatela sola, lungamente sola. Il sapere che nimici non incalzano al vallo, rallenta la vigilanza del presidio. Si spalancano le porte, giova uscire all'aperto, vedere i deserti accampamenti. Qui fummo stretti! qui potevamo cedere! E allora venga pure, ci sopraggiunga il pericolo; il cavallo di legno fa quello che non aveva fatto Achille, nato di Dea, nè il Tidide, nè il Telamonio; l'occasione afferra e carpisce quello che un affetto ardente, verace, profondo, non aveva potuto ottenere.
Così cade la donna; così cadeva Giovanna, la miglior delle donne.
Angioli del domestico lare, celatevi il volto! Il verone è superato; un'ombra nera scende dalla balaustrata; l'aspettato è giunto.
Fu scritto che un gran dolore è muto; e un grande amore io credo sia muto del pari. Il giovine innamorato cadde alle ginocchia di lei, e rimase a lungo in quella postura, estatico a contemplarla. Dalle prime angosce di un colloquio, da que' naturali ritegni del pudore che è l'ultimo ad abbandonare la donna, la sciolse un nembo di baci, o più veramente un bacio solo, ma lungo, errabondo, che volea dirle: perdonate a me, perdonate a voi stessa. L'adorazione vince la vergogna della caduta. La donna non è più angelo; ma che importa, se, in cambio d'angelo, è dea?
O voluttà, voluttà dell'anima, che precorri e fai più divina, ritardandola, quella dei sensi! In queste ore celesti, la donna è sulla terra quello che la divinità sull'altare. Soventi volte, l'amante è Pigmalione che adora l'opera delle sue mani; altre volte è un felice, che, giunto a sollevare il lembo del velo d'Iside, aspetta animoso la morte, pur d'essersi inebbriato nella contemplazione di ciò che non videro mai gli occhi del volgo profano. Ma, comunque sia, quella donna si vede, si ode, si sente adorata, nella forma e nella sostanza; dea sul piedestallo, scorge un giovine ed amato sacerdote che le si prostra, le inonda il piè divino di baci e di lagrime, e le riflette nella sua l'adorazione di una moltitudine che il suo sguardo trapela fra mezzo una nube d'incenso. I desiderii s'innalzano a lei, soavi odori di mirra eletta, e la inebbriano; ogni sguardo di quegli occhi peritosi ma ardenti, ogni tocco di quelle mani paurose ma dardeggianti elettriche scintille, dice a lei che è la divina delle donne, che nessun'altra al mondo è amata, adorata, venerata al pari di lei. Ardono i ceri tutt'intorno; l'incenso sale in fumanti spire fino alla volta del sacrario; le canne di un organo invisibile sciolgono celesti armonie; come potrebb'ella ravvisarsi angiolo caduto, in quell'oceano di splendori, di fragranze e di suoni?
Nè manco felice, nè manco inebbriato è il sacerdote. Ogni parola che esca dalle labbra della dea, è una musica ineffabile; ogni sguardo che si posi su di lui, è un raggio di luce; l'alito che scende a carezzargli la fronte, è un'aura di paradiso; da tutta quella persona, dai veli che l'adornano, dall'aria stessa che la circonda, si svolge un incognito indistinto di mille odori, una soavità di promesse, una novità di arcane attrazioni, che fanno raggiar gli occhi, precipitare il sangue, sprigionarsi tutte quante le forze dell'esistenza e sciogliersi dintorno a lei in un palpito di solenne agonia.
Ore dolci, ore divine di un colloquio che nulla turba, nè sguardo importuno, nè minaccioso rumore di passi vicini! Ore in cui l'anima, sciolta d'ogni sospetto, si espande rigogliosa e distende i rami flessuosi, all'ombra de' quali due vite confidenti riposano! È sonno o veglia? È vita o visione? E quei nonnulla che labbro mormora a labbro, che l'orecchio non ode e che la bocca respira! E il bacio traditore che improvviso scocca e confonde le due esistenze!..
Angioli del domestico lare, celatevi il volto!..
Giunse l'alba, e con l'alba un gran dolore nell'anima del felice. Sollevandosi per condurre la donna a respirare la fragranza del nascente mattino, vide la faccia sua riflessa nella spera metallica che pendeva dalla parete. E' ricordò per quale inganno fosse penetrato lassù, e qual virtù vendicatrice in lui fosse.
Il volto del felice garzone non era ancora quello di Ugo, ma non era già più quello di Fiordaliso.
E allora gli scese nel cuore una immensa pietà per quella donna, che perduta pendeva dal suo braccio. Sentì quel cuore palpitare di rincontro al suo braccio. Quella bocca, che egli aveva divorata coi suoi baci, sospesa al suo omero, ripeteva ancora sommessamente: ti amo!
– La ucciderò io, discoprendomi a lei? Ugo di Roccamàla, giustiziero di uomini, fulminerà il suo sdegno contro una donna? contro questa creatura così fragile, ma pur così bella? —
E mentalmente chiese una grazia ad Aporèma.
– La mia è anima tua, demonio, ma non uccider costei, ma lasciami ancora un istante il volto di Fiordaliso!
– Fanciullo! – mormorò una voce nell'aria.
Egli crollò le spalle al sarcasmo; si guardò da capo nella spera, e mise un respiro.
Ella alzò gli occhi turbati, e, mettendogli le braccia al collo, gli disse:
– Che hai tu, mio dolce signore?
– Nulla; io penso che tu sei bella, divinamente bella. Vedi, guarda là dentro! —
E le accennava la spera.
Ella rivolse da quel lato la faccia ridente, ma senza toglier le braccia dal collo di lui.
E la spera, illuminata dolcemente dai barlumi dell'alba, riflesse un sorriso, un amplesso ed un bacio.
CAPITOLO XVII
Come il conte Ugo ragionasse della sua felicità senza pari
La sera del 29 novembre, sesto anniversario dello arrivo del romèo alla mensa di Ugo il felice, era giunta.
Il cielo buio incombeva come una cappa di piombo sui bastioni di Roccamàla. Il tuono brontolava nell'aria; spessi lampi solcavano quell'ammasso di negri vapori; la tempesta era vicina.
Nella torre del Negromante nulla era mutato. Lo stipo dalla fascia di ferro, il letto dalle nere colonne, il seggiolone di velluto dalle borchie dorate, ogni cosa, insomma, era al suo posto consueto.
Senonchè, cosa inusitata e non più vista da sei anni, nella triste camera la lucerna era accesa, e nel seggiolone di velluto era assiso, o, a dire più veramente, sprofondato, un giovine pensieroso.
Giovine! Tale almeno appariva dalla snellezza delle membra e dal lampo degli occhi. Ma i capegli erano imbiancati da un verno precoce; ma un fascio di rughe gli solcava il mezzo della fronte, mostrando sopracciglio raccostato a sopracciglio per effetto di interna convulsione; il suo viso pallido e smunto era d'uomo pur mo' uscito dalla tomba, anzichè vissuto nel consorzio dei suoi simili.
E bello cionondimeno era quel viso; bello per la severa nobiltà dei contorni, bello per l'aria di profonda inconsolabile tristezza onde era come velato, bello per il raggio della mente che traluceva dagli occhi, e tutt'intorno appariva giustamente diffuso.
Il labbro inferiore proteso in atteggiamento d'infinita amarezza, i pugni stretti sui bracciuoli della scranna, gli occhi fisi in un punto ignoto, egli pensava. Ed ecco i suoi pensieri quali erano:
«Nessuno è felice quaggiù.
«L'uomo nasce maledetto: le sacre carte dissero il vero. Egli è plasmato di fango; e di ciò non si dubita. Egli è avvivato da una particella dello spirito di Dio; e ciò non è vero, le sacre carte hanno mentito.
«Invero, se l'invisibile nume avesse spirato in questa sordida creta alcuna parte di sè, ei non l'avrebbe fatta in pari tempo malvagia; le avrebbe dato un'anima per intendere il vero, non per vagar di continuo d'errore in errore; le avrebbe dato un cuore da affinarsi nell'amore e nella ricordanza, non da invilirsi nell'odio e nell'oblio.
«O non saremmo noi piuttosto lo effetto di una grande baldoria d'ignote possanze? Ecco, in apparenza, ci ha fatti germogliar dalla terra il caso, quegli che è quel che non è, quel negativo eterno male divinizzato dagli antichi, il quale ha fatto volare il germe della pratellina accanto a quello della parietaria nel crepaccio d'un muro. E forse, non dissimilmente da me, non previsto nè meditato frutto di un istante d'ebbrezza, il cielo, la terra, e tutto quanto essa contiene, non sono che il frutto degli amori del nume ignoto con la nota, ahi! troppo nota materia, frutto a cui egli non avrà badato più che tanto, dopo la sua apparizione nel vuoto.
«Comunque ciò sia, la materia ci è madre, noi riteniamo di lei! Pensanti! come? perchè? più, forse, e meglio della bestia? No, diversamente; ecco tutto. L'uomo non è il leone, per ciò solo che il leone non è uomo. Siamo i migliori, sì veramente; ce ne fa accorti il soffrire. La virtù del pensiero e della parola, congenita in noi, ci fu aguzzata via via dalla turpe necessità. La guerra per la vita è l'origine del verbo; il quale in principio non era.
«Viviamo, siccome la farfalla, la nostra vita d'un giorno; ieri vermicciuolo, oggi larva, domani crisalide, quindi verme da capo, senza curarci del giorno di poi; cercando talvolta e non trovando mai il perchè.
«Siamo tristi? Forse neppure cotesto; siamo soltanto figli della materia, fragili al pari di lei. E v'hanno forse eccezioni? Nemmanco; vasi meglio costrutti, di più delicata fattura, può essere; perfetti no. Tutti abbiamo l'egoismo nel mezzo del cuore, coi sette peccati capitali che gli fanno onorato cortèo. Temperati, paion virtù; appunto come avviene di lui, sovrano di tutti.
«La virtù! Donde è nata? È ella una forma della nostra mente? No, gli è assurdo. Noi i quali non sappiamo far altro che copiare, o raffazzonare in altre guise ciò che è in noi o si specchia in noi, non possiamo di certo aver tratto una forma nuova, assoluta, da ciò che è relativo; nè mai potremmo far sorgere ad esemplare della vita quello che in noi non esistesse e non comandasse dapprima. Esiste, sorride a noi l'esemplare della virtù; essa dunque non è una nostra finzione.
«Il filosofante la negherà, argomentando ch'ella non è un concetto assoluto; che qui assume una forma, là un'altra, per conseguenza non è che un modo di vivere, mutevole secondo i luoghi, i tempi, i costumi. Egli vi ebbe infatti una gente che soleva ardere i cadaveri dei parenti; un'altra che solea seppellirli; un'altra ancora che li uccideva, per sottrarli ai mali della vecchiezza; e tutte operavano per reverenza ai maggiori, e quella che in un modo faceva, gli altri reputava inumani. L'argomentazione non regge. Tutti quei modi svariati concordavano in cotesto, di rendere omaggio agli antichi; il concetto era dunque uno, superiore alle forme diverse della sua manifestazione.
«Contraddico a me stesso? Non mi pare. Io non ho già negato Dio; ho detto che non lo intendo, e che non intendo le cagioni dell'esser mio.
«Ma se la virtù esiste, perchè non c'è egli un uomo, un sol uomo che si conformi a lei? Se Dio ci ha creati, se ci ha spirato il suo soffio, perchè non ci ha fatti migliori? Questa virtù, è specchio di un passato distrutto da una colpa nostra? È adombramento di un atteso e preparato futuro? Giungeremo al vertice, o tutto è infinito, anche il nostro andar tentoni nei secoli?
«Ah, povero spirito, che cerchi? Ecco, io non so ancora quel che io mi sia, e già chieggo quel che sarò!
«Intanto, io soffro; intanto io sto per morire. La fede, questa fallace compagna della vita, mi ha preceduto nell'abisso. Credevo, ed ho veduto… ho veduto! E avventurato ancora tra gli altri, i quali vivono nell'inganno, stolti! e non ardiscono guardare più oltre, simili al fanciullo che in una notte tempestosa si rimpiatta sotto le coltri, per non iscorgere il bagliore dei lampi!
«L'esperimento ha trascorso i confini segnati alla umana natura. È un male? Forse. Noi siamo dannati all'apparenza delle cose. Ma perchè si svegliò in me questa sete di verità? Perchè, sire Iddio, m'avete indotto in tentazione, per modo che io volessi scrutare i cuori e le reni di coloro che io proseguiva della mia amicizia, del mio amore e dei miei benefizi? Ecco ora, li ho conosciuti alla prova; erano fragili e tristi. E poi? Sono forte io? sono migliore? Altro mistero! Mistero! sempre mistero!..
«Aporèma, che ne sai tu?..» —
– Nulla! – rispose una voce, che, quantunque invocata, fe' trasaltare Ugo di Roccamàla.
E dopo quella parola, insieme con la luce di un lampo e col fragor d'un tuono, comparve nella camera del Negromante il fido Aporèma, non sotto la forma del romèo, nè di Rambaldo di Verrùa, nè di frate Gualdo, sibbene sotto quella splendidissima, abbagliante, dell'arcangelo fulminato nei cieli.
CAPITOLO XVIII
Nel quale è dimostrato che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge
– Anzitutto, diss'egli, – tu non mi chiamerai più con questo misero nome di Aporèma.
– E perchè? – dimandò conte Ugo.
– Perchè così sogliono chiamarmi i profani. Aporèma (sive dubium, direbbe un commentatore) è nome mondano, che mi serve per viaggiare incognito. Il vecchio di lassù me lo ha imposto, dopo una certa puntaglia che abbiamo avuto a sostenere tra noi, e nella quale egli, in cambio di buone ragioni, m'ha risposto saette. Il nome che piace a me, che ho avuto da principio, e che riavrò un giorno per fermo, è quello di Helel.
– Helel! Non significa dubbio?
– No, significa luce, apportatore di luce.
– Ah, invero, tu l'hai portata, la luce! – esclamò conte Ugo. – Lo sperimento è stato fatto, ed hai vinto.
– Ed ora tu maledici al mondo?
– Perchè lo conosco, e posso ripetere oramai con re Salomone: vanità delle vanità, ed ogni cosa è vanità.
– Or bene, segui l'esempio di Salomone, vivi e sorridi; ammetti ogni cosa e non credere a nulla; godi di sapere, e di comandare agli elementi; disprezza gli uomini e adoprali a procacciarti quel che ti giova; non metter tua fede nell'amor di una donna ed amane mille.
– Vivere pel senso? Affè, non mi garba! – rispose Ugo, crollando la testa. – C'è la sazietà in fondo alla coppa di tal piacere a cui la voluttà dell'anima non conferisca il suo pregio. Sapere che una cappa è sconcia, e seguitare ad indossarla; passeggiare nel fango e inzaccherarmi i calzari… nauseabonda esistenza! Odimi; o che io non sono più saldamente convinto del re sapiente, o ch'io non son così forte da reggere al paragone; in ogni modo non vo' durarla com'egli. —
Ciò detto, conte Ugo si sprofondò vie più nella gran seggiola di velluto e vi rimase taciturno, col mento sul petto e gli occhi a terra.
Lo spirito gli si accostò, si curvò amorevolmente sulla spalliera e gli parlò in questa guisa:
– Ti ho fatto un triste dono, e adesso l'hai contro di me!
– No, Helel, no, alla croce di Dio! – rispose conte Ugo, volgendosi a lui concitato. – Io rendo grazie a te, che m'hai mostra la verità, qualunque ella sia. Ho a dirti di più? Fossimo pure sei anni addietro, in questa notte medesima, io tuttavia sarei pronto a bere il rosso liquore dell'anello di Aporèma. —
A queste parole, Helel atteggiò le labbra ad un dolce sorriso.
– Mi gode l'animo, – ei disse, – nello udirmi a ringraziare da alcuno. Ciò m'accade ogni cent'anni una volta. I tuoi simili, per solito, non sanno che maledirmi. Fatico per essi come un bue sotto il giogo: vogliono ad ogni costo che io li faccia sapienti; poi; quando hanno capito il giuoco, mi gridano la croce addosso, come se fosse colpa mia che il giuoco è siffatto. Tu sei un uomo, Ugo di Roccamàla; dovresti vivere e sorridere.
– Non posso, ed amo meglio darti ciò che ormai ti appartiene.
– Ah, baie! Tu m'hai profferto la tua vita per pietà della vita di quella donna… Ma io non la voglio; io mi contento ad ammirare la tua magnanimità. Tu hai regalmente pagato una notte di gioie avvelenate.
– Helel!..
– Orbene, dimmi di no! Non eri tu per diventare, al primo lume dell'alba, Ugo il vendicatore, una vera testa di Medusa, che avrebbe fatto rimanere quella donna di pietra? Eri per farlo; il dovevi; questi erano i patti. Non l'hai voluto; il tuo sdegno, implacato cogli altri, s'è sciolto dinanzi al rossore di una donna, e mi hai chiesto una grazia…
– Per la quale ti ho profferto l'anima mia! – interruppe Ugo.
– Sta bene, – soggiunse Helel, – e fu mercede regale. Perchè ti duole che io lo ponga in sodo, se è vero? —
Ugo non seppe risponder più verbo; ma il suo labbro, seguendo un intimo pensiero, mormorò sommessamente: – povera donna!
– Sì, povera donna, tu l'hai detto! – continuò lo spirito. – Povera donna, invero, poiché oggi ella vedrà Fiordaliso, Fiordaliso che non si è mosso fino all'alba dal luogo ove cadde svenuto, Fiordaliso che ha riconosciuto il suo diabolico competitore nella gaia scienza, Fiordaliso che ha letto, poichè io gliel'ho lasciato da' piedi, il messaggio di lei, e le chiederà perdonanza di non avere scalato il verone…
– Ah! – sclamò Ugo atterrito. – Ed ella?..
– Ella! – sentenziò lo spirito della luce. – Il morir subito le sarebbe ventura.
– Helel! te ne supplico!.. Vedi, io stringo le tue ginocchia. Non ho più nulla a profferirti; ma se avessi cento vite e cento anime, io le porrei a' tuoi piedi. Helel, non uccidere quella donna, non fare ch'ella abbia ad arrossire di sè!
– Che mi domandi tu ora? – rispose Helel. – Vedi, io non posso mutar nulla quaggiù. Quello che avvenne tu l'hai voluto. Io ti ho mostrata la verità; ti ho fatto scorgere, sceverare l'apparenza dalla realtà, oltre il costato de' tuoi simili, come si scorge la luce, scomposta in sette colori, attraverso le facce d'un prisma. Per te ho potuto rinnovare l'inganno delle forme mentite; altro non è in mio potere. Torniamo a noi. Vivi, e tienti l'anima tua! Ricordi quel ch'io t'ho detto, la prima notte, in questo luogo medesimo? «Io non ti pongo alcun patto; non ti chieggo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliere, e non un giudeo che presti ad usura.» Io, insomma, ho adoperato con te come col primo Ugo, col tuo grande antenato; ti ho servito senza mercede; ti ho dato la sapienza; fanne tuo pro'; sei forte, e l'uomo forte può dominar l'universo.
– No, mille volte no! – disse Ugo ricisamente; – tornar nella vita, dopo tutto ciò che ho veduto, non franca la spesa.
– E scegli dunque il morire? —
Meravigliato, Ugo guardò fiso in volto il suo interlocutore.
– Helel, – diss'egli – io non ti riconosco più. Sei tu, lo spirito familiare di Roccamàla, tu lo scongiurato dal vescovo Gualberto, che mi parli in tal guisa e ricusi l'anima mia?
– Io, sì, io! – rispose lo spirito della luce. – M'hanno calunniato, e tu ora, tu, animo forte, aggiusti fede alle panzane del volgo. Vedi, m'hanno messo in voce di nimico dell'uomo, e non è punto vero. Sbalestrato nel mondo, confesso di averlo amato da principio assai poco; ma la necessità e la consuetudine m'hanno mutato per modo, che io mi sono avvezzo a questa dimora e l'amo come si finisce mai sempre ad amare una terra d'esilio. Gli uomini erano ciechi; io mi son fitto in capo di restituir loro la potenza visiva e di insegnar loro a leggere nel gran libro della vita. Ho gittato dapprima, e per molti sèguito a gittare la semente in un gramo terreno. Dò loro la scienza del bene e del male; che fanno eglino, i tristanzuoli? S'appigliano al male. Taluno m'intende; la più parte, o mi fuggono, o venendo con me, mi passano il segno. Hanno sempre passioni che la mia scienza accarezza, raramente virtù che ella fortifichi. Laonde io mi sono già fatto parecchie volte a pensare se non sia per avventura miglior consiglio, ed uso migliore del mio tempo, lasciarli in balìa di sè medesimi e non darmi pensiero che di alcune schiatte più nobili, di alcuni spiriti eletti, i quali, per le tarde ma sicure vie del progresso, conducano al meglio l'umanità bambina, e me vadano facendo migliore del pari. Ti sa di strano? Orbene, sappilo, la mia virtù spirituale si accresce, col crescere, col progredire degli uomini. Per tal guisa, Helel fu un tempo lo spirito malvagio, lo spirito che turba; fu poscia lo spirito dubitatore, lo spirito che indaga, e non andrà molto ch'egli diventi, non pure per pochi, ma per la umanità tutta quanta, lo spirito della luce, lo spirito che consola.
– Che dici tu mai? – interruppe Ugo. – Anche tu segui la legge dell'uomo?
– Sì certamente. Non sono io disceso? Posso adunque risalire. Per le donnicciuole e pe' monaci ignoranti, sono sempre quel desso, Satana, l'avversario, il tentatore. Pei violenti, pei tristi, sono il compiacente consigliero, la chiave del male. Ma è colpa mia, se uno strumento di bene anco al male si adopera? I venturi ne vedranno di belle! Vedranno, verbigrazia, le armi forbite e scintillanti del progresso impugnate dalla rugginosa manopola della tirannide. Ma la contraddizione non sarà che apparente. L'arma gioverà a lei, ma l'elsa fatata corroderà la manopola e brucierà la mano che l'avrà impugnata. Il bene vince il male; la vittoria è dei meno. Ugo di Roccamàla, io ho amata la tua schiatta, amo te senza fine; vuoi tu essere uno di costoro? Egli c'è molto da operare ai dì nostri. Il nuovo Olimpo e il nuovo Tartaro sono già anch'essi tarlati: l'edifizio minaccia rovina. Sì, figliuol mio,
Tempo verrà che il grande iliaco regno
E Priamo e tutta la sua gente cada!
Non vedi? già il vecchio sire ha spartito col figlio, e chi sa che non abbia anco a venire il nipote? Anche il diavolo, brutta copia del Pane dei campi, lascierà dietro una siepe le corna e le unghie caprine, per ridiventare il gran Pane, quegli che fu gridato morto dalla voce misteriosa sulle acque del Tirreno. Oggi, io Satana, io Aporèma, non sono che un concetto di questa età: ma cangerò, mi trasformerò senza morire; morrà in cambio questa età di violenza, di superstizione; il raggio di poche anime divinatrici muterà la faccia dell'universo. Anco a loro malgrado io farò gli uomini migliori; per la storia dell'errore io filtrerò loro la verità. Mi crederanno la pietra filosofale, la polvere d'oro, l'elisire della vita, ed io insegnerò loro la chimica, che scopre e sommette gli elementi del mondo. Mi chiederanno l'oroscopo, le influenze dei pianeti sulle loro passioni, ed io insegnerò loro l'astronomia, che descrive a fondo tutto l'universo. Il favoleggiato prete Janni, la sognata Antilla e l'inganno ottico dell'Isola di San Brandano, scopriranno un nuovo mondo, e la sete dell'oro sfrutterà la scoperta. Intanto, io l'ho già fatta vaticinare da Seneca. Ai monaci poi ed ai tormentatori della coscienza io serbo tal cosa che li manderà a rotoli, la stampa, che toglierà dalle loro mani il traffico del libro, e il privilegio di tenere sospeso lo spegnitoio sul lucignolo della ragione. Altro ed altro farò, che il narrarti partitamente troppo mi menerebbe ora a dilungo. Io t'amo, Ugo di Roccamàla, perchè tu sei forte e gentil cavaliero; perchè mi hai guardato in volto senza tremare; perchè mi hai profferto l'anima tua. Ma che ne farebbe il vecchio diavolo, di questa, dato e non concesso che sia un'eredità sicura oltre i confini della vita, e un patrimonio di cui si possa far donazione inter vivos? Helel ha mestieri di uomini in questo mondo, non d'anime ignude e disutili nei regni della morte. Suvvia, poichè un doloroso esperimento t'ha sollevato sopra le illusioni della vita, vuoi tu essere un gigante? Vuoi tu adombrare in un Novum organon il progresso d'altri tempi? Vuoi tu esser un martire di nuovi concetti? lo scopritore di una forza che faccia sparir le distanze, o che faccia volare il pensiero? il campione di un popolo? Bacone, Giordano Bruno, Galileo, Washington, Bolivar, Garibaldi? Scegli e cominciamo fin d'ora! —
Ugo era rimasto attonito, trasognato, all'udire quel discorso di Helel, al veder quasi grado a grado dipingersi, rilevarsi, illuminarsi sotto le prodigiose parole la trasfigurazione dello spirito dannato; e già gli pareva d'esser preso per mano e condotto via con un rapido volo verso gli splendori lontani d'uno sterminato orizzonte. Il silenzio di Helel lo ricondusse in sé medesimo; stette alquanto meditabondo; poi con mestissimo accento rispose:
– Tu mi fai scorgere invano le meraviglie dei secoli venturi. Io non sono un forte come tu pensi; sono un povero guerriero trafitto nella prima mischia della vita; non ho la virtù che in me vedi, troppo amorevole consigliere, e se pure l'avessi, ad altro vorrei adoperarla. Vedi, tutta la possanza che tu mi profferisci, tutta la gloria del martirio, tutta la voluttà del trionfo, tutto io darei ora, pel solo, per l'umile, pel ristretto potere di far salva una donna!..
– Cotesto non è in mia balìa, te lo dissi.
– Orbene, io vo' morire.
– Per l'ultima volta, da senno?
– Sì, per tutti i miei affetti contristati, per l'angoscia ineffabile che mi siede nel cuore, per la vanità della mia esistenza, te lo giuro!