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Kitabı oku: «Il Libro Nero», sayfa 9

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CAPITOLO XIV

Nel quale si legge di mastro Benedicite, come tornasse ad aver paura del diavolo

– Che vuoi tu? – chiese l'antico strozziere, dopo che ebbe squadrato dal capo alle piante il nuovo venuto. – In qual tuo bisogno può egli giovarti il conte Anacleto di Roccamàla! —

Il conte di Roccamàla! E' bisognava vedere come egli si gonfiasse, mettendo fuori quel nome, che aveva (così pensava egli) ad abbacinare il nuovo testimone della sua grandezza. Ma ohimè, nulla è durevole quaggiù, e quell'impeto di felice superbia aveva ad essergli ricacciato in gola.

– Voi? – esclamò il nuovo venuto, con atto di beffarda incredulità. – Vive egli forse un conte di Roccamàla, poiché messer Ugo il felice ha pagato il suo tributo alla gran madre antica? —

Il conte Anacleto (conte per grazia sua, come i lettori già sanno) fu ad un pelo di uscire dai gangheri. Un'occhiata di frate Gualdo, che era lì presso e gli mostrava il cielo con le palme tese, giunse in tempo a trattenerlo. Si morse il labbro e quindi, sorridendo a malincorpo, uscì in queste parole:

– Tu vieni da lunge?

– Sì, messere; vengo da terre assai lontane, e diverse eziandio di costume da questa, imperocchè laggiù non si usa favellare così alla domestica coi forastieri, come voi fate ora, dando del tu a cui non conoscete.

– O che? – rispose lo strozziere ghignando. – Sareste per avventura il duca Namo di Baviera?

– Lasciate le arguzie da banda; io mi son cavaliero e basta, se pure non ce n'è d'avanzo.

– Sia, messere; ma, in verità, il vostro arnese…

– L'abito non fa il monaco! – sentenziò il nuovo venuto. – Chiedetene al vostro reverendissimo sozio.

– Eheu nimirum! – soggiunse fra Gualdo, facendo occhi da santo. – Sì, certamente, voi dite il vero, messer cavaliero; siamo tutti peccatori, e il glorioso san Bernardo, nostro patrono, fu il primo a dire…

– Ma insomma, – gridò il castellano, dando sulla voce a frate Gualdo e al suo glorioso patrono, – che chiedete voi, messer cavaliero, al nome di Dio?

– Ah! – disse tranquillamente l'interrogato. – Ciò che mi ha condotto quassù, risguarda un vecchio strozziere, e mi vedo in quella vece dinanzi ad un conte. Me ne duole, per verità, dappoichè gli è un negozio d'alto rilievo… —

Benedicite, che già stava per mandarlo in falconeria, mutò subitamente consiglio a quelle parole dello sconosciuto.

– Messere, – diss'egli, andando, come suol dirsi, a cercar le frasi col fuscellino, – io veramente… poichè ciò che avete a dirci è cosa d'alto rilievo… non vi sarà ignoto quali siano, e come variabili, i giuochi della fortuna… Tempora mutantur, et nos mutamur in illis.

– Oh dictum bene! – soggiunse fra Gualdo, con la sua arietta beata.

– Che vuol dir ciò? – chiese lo sconosciuto. – Io non v'intendo…

– Non sapete di latino, a quel che pare! Orrevole idioma, il latino; e bisognerebbe non parlarne mai altro, perchè avesse finalmente a rifiorire da noi. Io, vedete, vecchio qual sono, ho ripigliato a studiarlo, insieme con questo reverendo amico… Ma lasciamola lì, se non vi garba. Volevo dirvi, con quella mia citazione, che io sono… quel tale di cui cercate, e sono altresì il signore di Roccamàla. La qual cosa vi sarebbe chiarissima da un pezzo, se non veniste, come dite, a longinquis regionibus; e sapreste del pari che di questo dominio avrò tra non molto l'investitura dallo imperator di Lamagna, al quale ho mandato…

– Sì, sì! – interruppe lo sconosciuto. – Questo io so bene, quantunque venga a longinquis… come voi dite. Gli avete fatto il presente, per renderlo propizio alla vostra dimanda, de' più leggiadri e destri randioni che il gran maestro de' cavalieri di Malta avesse mandato a suo nipote, il conte Ugo, che Domineddio l'abbia in gloria! Ma egli sarà un donativo sprecato, ed io vi giuro per la mia fede di cavaliero, che non avrete il diploma di Cesare.

– Domine, fallo tristo! – urlò Benedicite, facendosi pavonazzo dalla rabbia, e balzando dalla seggiola, come per avventarglisi contro.

– Chetatevi, messere Anacleto! – disse fra Gualdo, a mani giunte. – Esto prudens!

– Che prudens! che prudens! Le mani, le mani mi prudono ora, e non so chi mi tenga ch'io non lo faccia balzare da quella finestra…

– Provate! – disse lo sconosciuto, incrocicchiando superbamente le braccia sul petto.

– Che sì… che sì… – seguitò Benedicite, sempre più riscaldandosi; ma fra Gualdo, levatosi da sedere, a malgrado del ventre, andò a trattenerlo, e non senza fatica lo ridusse da capo sulla sua scranna di cuoio cordovano.

– Pax tibi, messere Anacleto! E voi, – aggiunse il rubicondo bernardone, voltandosi a dare la parte sua allo sconosciuto, – non dovreste uscire in cosiffatte sentenze, o metterle fuori con un po' più di garbo. Est modus in rebus…

– La mia gente! – gridava intanto Benedicite. – La mia gente! e sia messo fuor del castello lo sciagurato!

– No, neppur questo! – soggiunse il paciere, – non si usa tal villania ad un forastiero, per una cosa mal detta. Oltre di che, vi bisogna sapere chi egli sia…

– Sì, orbene… Lasciatemi, pater reverendissime, non mi state dinanzi; sono tranquillo, non ho più nulla… Ah, così va bene. Diteci dunque, messer cavaliero, chi siete voi?..

– Ah! – rispose quegli, sorridendo. – Di qui avevate a cominciare, e non vi sareste guastato il sangue… prima del tempo. Io sono il conte di Roccamàla. —

Come si rimanesse il conte posticcio a quella improvvisa dichiarazione, argomenti il lettore. Io dirò solamente che egli sentì traballarsi sotto le membra la sua scranna feudale, e s'aggrappò forte ai bracciuoli, come per sostenerla. Passato quel lampo di stupore e di paura, si provò a ridere; ma le labbra sole si mossero e fecero una brutta smorfia; il riso non venne dal cuore.

– Ah, ah! il conte di Roccamàla! Questa è nuova di zecca… E per ciò appunto vi siete partito da casa vostra?

– Messere, – disse l'altro senza scomporsi, – questa pergamena vi farà fede dell'esser mio. Mi chiamo Ulrico di Roccamàla, e son figlio ad Ottone, il fratello minore di Ruberto il taciturno. Questa è la genealogia de' miei maggiori, che potrete raffrontare a quella del castello, la quale il mio cugino Ugo non avrà certamente portata seco sotterra. Che ne pensate voi?

– Penso… penso… che tutto ciò è mirabilmente trovato, ma che non m'importa un frullo. Le pergamene si possono scrivere…

– Sane! – interruppe fra Gualdo, in quella che prendeva a sua volta dalle mani del suo vecchio sozio la pergamena di Ulrico. – Le pergamene hanno questo pregio singolare, che esse non si richiamano mai delle bugie che il tornaconto umano ci scrive. Ma, se questo è per avventura un pregio per chi le ha da metter fuori, e non lo è di certo per coloro che le hanno da leggere. —

Quell'altro non badò alle considerazioni del frate, e, volgendosi a Benedicite, gli disse:

– Questa pergamena porta il nome di un insigne araldo, e voi, dubitando della sua autenticità, vi chiarireste, per ciò solo, indegno di cingere spada. Ma, mettiamola pure in disparte; il mio volto non dice nulla a voi, vecchio abitante di questo maniero, e testimone di tre generazioni? Non vedete voi qui la fronte spaziosa, gli occhi fosforescenti e l'aspetto leonino dei Roccamàla? Non vedete qui derivata la sporgenza del loro labbro inferiore, il quale dimostra da due secoli che siamo nati per comandare?

– Non qui, mio bel sere, non qui! – gridò Benedicite, stretto, incalzato nelle sue ultime ridotte. – Conte Ugo mi lasciò sue erede universale, e ci ho un buon testamento che lo prova.

Il forastiero sorrise mestamente, in quella che volgeva una rapida occhiata al monaco, e proseguì, in atto di chi, accostate le labbra ad un'amara bevanda, vuol pure trangugiarla fino all'ultima stilla.

– Io non dirò del vostro testamento quello che voi pur mo' della mia pergamena. Vi dirò in quella vece che il vostro testamento non approda, se vi manca il diploma di Cesare, che voi vassallo innalzi a condizione di cavaliere e v'investa del dominio di così forte e ricco arnese. Ora, siccome vi ho detto, questo diploma non avrete mai fino a tanto che io viva, io conte Ulrico, io unico superstite del sangue dei Roccamàla.

Qui il conte Anacleto, che già stava assai male in arcioni, perdette a dirittura le staffe.

– Ah! – gridò egli di rimando. – E credete non ci sia più qui, non rimanga nessuno di così nobile schiatta? Andate, tornate in Lamagna, ad bibendam cerevisiam vestram; qui comanda il vecchio Anacleto, erede di conte Ugo per forza di testamento e zio tutore del giovine conte Anselmo, un vero e pretto Roccamàla, e, quel che più monta, di casa.

– Tristo ed abbietto! – tuonò il forastiero. – Voi calunniate vostra sorella!

– Alla croce di Dio! – gridò Benedicite, in atto di scagliarsi su lui.

Ma innanzi ch'egli avesse potuto colpire il suo avversario, fu colto da un manrovescio così forte nel petto, che lo sbalestrò come un batuffolo di cenci sulla sua scranna feudale.

Gli occhi, che aveva dovuti chiudere, videro nel buio delle palpebre un subisso di fiamme; gli zufolarono le orecchie, e rimase un tratto come tramortito. Quando finalmente potè trarre il respiro e riaprir gli occhi, si trovò nelle braccia del monaco. Il forastiero era scomparso.

– Frate Gualdo! – diss'egli, con un fil di voce. – A che tempi siamo!

– O tempora! o mores! – rispose il monaco, alzando gli occhi alle travi del soffitto. – Pazienza, amico mio, pazienza ci vuole!

– E in casa mia! e dentro una rôcca munita! – proseguì Benedicite, a cui tornava coi sensi la parlantina. – E nessuno che si trovasse qui a darmi man forte! E neppur voi vi siete mosso, fra Gualdo!..

– O che potevo io, fili mi dilettissime? Come avrei potuto parare un colpo così improvviso? E poi, a dirla schietta tra noi, non aveva egli un pochettino di ragione?

– Come? – esclamò Benedicite, guardando in viso il compagno.

– Sì certo, quella genealogia ei non l'aveva inventata; c'era il nome di Guarnerio, uno dei più riputati araldi del tempo nostro…

– E sia pure; – rispose il castellano; – ma il mio testamento val tutte le pergamene araldiche del mondo.

– Se fosse autentico! – soggiunse con piglio sarcastico il cisterciense.

– Frate Gualdo!

– Mastro Benedicite! —

A queste due esclamazioni tenne dietro una breve pausa, durante la quale mastro Benedicite stette guardando attentamente fra Gualdo e fra Gualdo rimase imperterrito a guardar Benedicite; questi, reggendo la muta tranquillità del suo interlocutore, fu primo a rompere il silenzio.

– Egli mi sembra, pater reverendissime, che voi dimentichiate un tratto chi io mi sia…

– No, siete voi che lo dimenticate; – ripigliò con un insolito accento il cisterciense; – ed io vo' rinfrescarvi la memoria. Voi siete il fratello di latte di Ruberto il taciturno; avete veduto bambino e cullato sulle vostre ginocchia Ugo il felice. Tutto ciò v'ha fatto dar di volta il cervello. Il conte Ugo vi amava, il poverino, e lasciava a voi molta più autorità che non si addicesse ad uno strozziere. Che dico strozziere? Voi non lo eravate già più che per vostro diletto, per amore ai falconi, non più per debito d'ufficio. In quella vece eravate voi il visconte, il capitano degli arcieri, il gran siniscalco, il ser faccenda della rôcca, nè si moveva qui foglia che voi non voleste. Quando messer lo conte d'improvviso morì, voi giuraste di tenere in custodia il castello e i dominii di Roccamàla, fino a tanto non giungesse il nuovo signore, che si diceva esser vivo ancora, là dalle parti di Lamagna. Ma, cresciuto di autorità, cresceste eziandio di superbia; e la superbia, fili mi dilectissime, ha perduto animi più forti del vostro. Experto crede! Allora, solo ed ozioso, incominciaste ad amare un tantino di più le anfore e le botti e ad ubbriacarvi sette giorni per settimana…

– Con voi, fra Gualdo, con voi! – interruppe mastro Benedicite, che fino a quel punto non aveva potuto frenare quella ràffica d'eloquenza.

– Sì, con frate Gualdo, non lo nego; ma nel vostro vino avete affogato la voce della coscienza, e i fumi di quel vino si sono tramutati in un sogno che piaceva al vostro orgoglio, in quella che recava offesa al buon nome di vostra sorella…

– Fra Gualdo! fra Gualdo! Io perdo la pazienza…

– Gittatela a vostra posta; io tiro di lungo. Come se ciò non bastasse, avete anco inventato un testamento…

– Fatto da voi, frate Gualdo!.. fatto da voi!

– Sì anche stavolta, sì; io ci ho posto l'ingegno dell'amanuense. Ahimè frate tapino! Amavo il vin di Cipro, io, l'ippocrasto, e sedere in panciolle… Giù al convento si mena una trista vita, si mangia scarse pietanze in salsa di paternostri; e mi pigli il canchero, il vermocane, se ogni altro soldato della milizia di San Bernardo, messo al mio posto; non si sarebbe lasciato cogliere all'esca. Fra Gualdo ha peccato per la gola, e ne avrà da far penitenza; ma il primo, il vero colpevole siete voi, perchè a voi profittava il negozio. Cui prodest? Nonne tibi?

– Frate! – gridò Benedicite, provandosi a star su. – Io ti farò chiudere in tal chiostro che ti serva di cantina e di sepoltura!..

– Bene! optime! Ingrato… calunniatore… falsario… fàtti anche omicida! —

E così dicendo, il frate, di breve e corpacciuto ch'egli era, s'andava allungando e curvando sempre più sulla persona di Benedicite, facendolo rannicchiare da capo sulla scranna.

– Gualdo, amico mio! – mormorò egli, spaurito. – Voi non mi avete mai parlato in tal guisa…

– Perchè aspettavo il mio giorno; perchè vo' lasciarti ora, innanzi di partire, un ferro rovente nel cuore! —

Il tapinello chiuse gli occhi per non vedere quella sinistra figura, che era ancora fra Gualdo e già incominciava a non esserlo. In quel mezzo, una voce nasale si fe' udire sull'uscio.

– Pax Domini sit semper vobiscum!

L'interlocutore di Benedicite volse lo sguardo, e vide quel che aspettava. Ma il nuovo venuto non s'aspettava per fermo a quello che vide, cioè alla sua immagine, al suo ventre, alla sua tonaca, a tutto sè stesso insomma, raffigurato in un'altra persona, presso la sedia del castellano.

Frate Gualdo, l'autentico frate Gualdo, fece per moto naturale il segno della croce. Il suo Sosia si mise a ridere sgangheratamente. Benedicite, che al suono dell'amica voce aveva riaperto gli occhi, guardava l'uno e l'altro esterrefatto. E guardando più attentamente quello dei due che gli era stato tutta la mattina da fianco, lo vide farsi lungo, lungo, sottile, diafano, e finalmente sparire in uno scroscio di risa.

Per quel dì non fu bevuto nè Cipro, nè ippocasto, con sommo dolore del vero fra Gualdo. Mastro Benedicite, preso dal farnetico, fu posto dai suoi famigli a letto. Colà, egli vedeva fiamme e diavoli da ogni parte, e perfino nella faccia rubizza e contenta del suo collega e complice, che non ne capiva una iota.

CAPITOLO XV

De' progressi che avea fatto il biondo Fiordaliso nell'arte di poetare

Era una notte sullo scorcio di novembre, una notte stupendamente serena, e rallegrata dal mite chiarore della luna crescente. L'amica dei notturni viandanti, spuntando dietro al castello di Torrespina, facea risaltare nel limpido cielo le opache sue cime, a guisa d'un nero merletto su d'una veste bianca, e mandava uno sprazzo di luce sul sentieruolo, che, costeggiando il fosso, saliva fino in capo all'erta dov'era l'antico mastio della rocca.

Per quel sentieruolo andavano di buon passo salendo due uomini, chiusi nelle loro cappe di pannolano, imperocchè l'aria notturna incominciava a pungere, sugli Appennini.

Andavano, ho detto, di buon passo, ma non di buona voglia ambedue; chè l'uno pareva trascinar l'altro quasi riluttante, o almeno infastidito di quella briga ch'ei si era tolto di seguire il compagno. Come furono giunti a mezza l'erta, il primo si fermò, e additando il muro del castello dov'era aperto un verone illuminato, disse al vicino:

– È là! Madonna s'è ridotta nelle sue stanze. Qui possiamo saltare nel fosso, che andando più oltre potremmo essere scorti da qualcheduno. —

L'altro, come non avesse inteso lo invito, stava fermo a guardare il verone.

– Coraggio, figliuol mio! qui si parrà la tua fortezza d'animo. Molto io t'ho detto, e più ancora ti resta a vedere.

– Ma come? – disse l'altro, senza muoversi tuttavia. – Egli ardirebbe?..

– Oh bella, e perchè non vuoi tu che egli ardisca, se madonna acconsente? Messer Corrado è da sei giorni alla corte d'Ivrea; ella è rimasta a Torrespina, a cagione di una infermità che non saprei dirti. Nel viluppo delle malattie femminili non ci trova il bandolo nemmanco il demonio. Basta, eccola laggiù, l'inferma! La sua ombra si fa scorgere nel vano della finestra. —

Infatti, era lei; Giovanna si avanzava sul verone, a respirare la fresca aria della notte. Avvicinatasi alla balaustrata, si assise, appoggiò il mento nella palma della mano, e rimase atteggiata per modo che il suo bel volto apparve intieramente rischiarato da un raggio di luna. Su quel raggio per fermo venìa difilato un genio notturno, a baciare quel viso divino, e forse era lo stesso Oberone, che per lei dimenticava Titania e le caste gioie del talamo.

– Come è bella! come è bella! – esclamò uno dei due, tendendo a quella volta le palme.

– Zitto! ecco l'altro che viene. Suvvia! non ti lasciar stregare, e scendiamo nel fosso. —

Così dicendo, il Mèntore, pigliato per un braccio l'amico, lo trasse con sè fino all'orlo del fosso, ove calarono prestamente ambidue, andando a nascondersi dietro uno svolto di muro. Gli era tempo, imperocchè un cavaliere, dalla persona snella e dal pronto passo, giungeva sul ciglio, appunto in quella che i due si appiattavano, e, dopo aver agitata una sciarpa di zendado, spiccava un salto al basso, e correva sotto ii verone.

Uscito appena dalla penombra in cui era nascosta una parte del fosso, i contorni del suo volto apparvero distinti allo sguardo scrutatore de' due primi venuti. La luna rischiarava i biondi capelli inanellati, sui quali posava una picciola berretta piumata, le apollinee forme del petto, piuttosto messo in mostra che coverto da una leggiera saracina, la spigliata e graziosa andatura delle gambe, chiuse in molli calze divisate di seta, e le mani impedite dalla spada e da un liuto, arnesi che aveva dovuto sollevare dal fianco, innanzi di spiccare il suo volo.

– Ve' come si è fatto aitante della persona e di bella guisa! – susurrò il Mèntore nell'orecchio all'amico. – Cinque anni son presto passati, e il fanciullo è diventato uomo, proprio come quell'Anselmuccio, che oggi, la tua mercè, si godrà in pace il retaggio di Roccamàla. Un bel cavaliero, in fede mia, e non mi fa stupore che madonna se ne sia avveduta. L'uomo è fatto per la donna e tuttedue per mettere il diavolo alla prova. Ma ecco, egli dà di piglio all'istrumento; or vediamo s'egli abbia progredito nell'arte di poetare; chè invero quella sua ballata di cinque anni or sono, la non valeva un frullo, ed io gliel'ho lodata da fratello in Apolline, vo' dire per misericordia. —

La voce di Fiordaliso, chè era egli infatti, interruppe le chiacchiere con cui Aporèma andava trafiggendo lo spirito d'Ugo, di quel conte Ugo che dovea passare alla posterità con l'appellativo di felice. Ed ecco che cosa cantò, salendo soave al verone dove era assisa Giovanna, la voce del biondo Fiordaliso:

 
– Un giorno mi piacque
Di gaie canzoni
Il folle concerto
Tra' colmi bicchier;
O, lente le redini,
E fermo in arcioni,
Spronare all'aperto
L'ardente corsier.
 
 
Or vinta dal tedio
È l'anima mia;
Di strano languore
Morendo sen va.
Ah, contro l'effluvio
D'arcana malía,
Il povero core
Difesa non ha! —
 

– Povero cuoricino! e' mi strappa le lagrime! – borbottò fra i denti Aporèma.

Ugo non disse verbo; ma ciò che dentro sentisse chiarì ad Aporèma la sua mano, che convulsivamente gli strinse il braccio, accennandogli di non interrompere il canto.

Fiordaliso, che non sapeva di avere così numeroso ed attento uditorio, ma che non pensava a rallegrare altri orecchi fuor quelli dalla divina Giovanna, così proseguì la ballata:

 
– Smeraldo vivissimo
D'angelici lumi
Io vedo tra i cento
Doppieri brillar;
Galoppo e nell'aria
I noti profumi
D'un crine mi sento
Sul viso spirar.
 
 
Gioite, è vostr'opera,
Gentile mia fata;
Ma sensi più umani
Vi parlino al cor!
Vi prega d'un farmaco
La mente turbata…
Amore risani
Il male d'amor. —
 

– Ah! ah! – soggiunse ghignando Aporèma. – Un'inferma lassù e un infermo quaggiù. Togli lo spazio che li divide e saranno due sani. Madonna, se Iddio vi aiuti, usategli misericordia e mandategli il dittamo per le sue piaghe. Bene, del resto, bene! ei mi s'è fatto poeta daddovero e voglio congratularmene seco lui… Ah, eccolo finalmente, il farmaco aspettato! E' scende pietoso, con la velocità d'una carta legata ad un sassolino. —

Così dicendo, Aporèma uscì carponi dal suo nascondiglio.

Frattanto un involto di piccola mole era caduto dall'alto del verone a' piedi di Fiordaliso, e cinque dita raccolte alle labbra della divina ascoltatrice dei suoi versi gli mandavano un bacio. Il cantore era rimasto estatico a raccogliere il bacio; donde avvenne che non si chinasse subito a raccogliere il messaggio, e quando, sparita la dama dal verone, si volse per farlo, una mano traditora già l'avesse ghermito.

Come si rimanesse Fiordaliso al non trovar più l'involto, che pure avea veduto cadersi a' piedi, lascio che vel pensiate voi, o lettori. La luna s'era poco dianzi nascosta dietro un querceto, e l'oscurità non gli dava modo di veder molto lunge; tuttavia, guardando istintivamente dintorno a sè, gli parve di scorgere un'ombra che sgattaiolasse verso lo svolto del muro.

Animoso qual era, trasse incontanente il pugnale e si avventò da quella banda. L'ombra nera gli si fece ritta dinanzi; ei s'avvinghiò rabbiosamente a quel corpo, e giù colpi alla disperata. Ma nulla! la punta del suo pugnale si rintuzzava su quel petto, e migliaia di scintille sprizzavano dagli inutili colpi.

– Chi sei tu? – gridò egli allora, balzando indietro esterrefatto.

– Sempre poeta! – rispose l'altro, ridendo. – Voi già vedete una stregoneria dove non c'è che un giaco di assai buona tempera. Io porto sempre quest'arnese sotto il farsetto, per custodirmi dalle furie dei poeti come voi. La è questa una consuetudine che io vi consiglio del pari, imperocchè adesso potrei rendervi pan per focaccia, e voi lasciar qui la vita come un cane, dopo aver cantata come un cigno la vostra ultima canzone. Una leggiadra ballata, in verità, e se voi mi uccidevate, non avrei potuto darvene quella lode che vi si addice. Bene, per Dio, giovinotto; se tu segui la tua stella (ve lo dirò con un poeta che non l'ha scritto ancora) non puoi fallire a glorïoso porto. —

Fiordaliso tremava a verghe; quella voce stridula e quel piglio beffardo non gli erano ignoti. Ancora non sapeva raccapezzarsi, ma un arcano terrore gli serpeggiava per tutte le vene.

– Messere, – si provò egli a dire finalmente, – voi avete posto mano su d'un involto che non era per voi.

– Nè per voi, messer Fiordaliso, e certo sta meglio nelle mie mani che nelle vostre. Sareste voi per avventura uno di que' giullari da dozzina, i quali vanno attorno, di corte in corte, di monte in piano, a rallegrar le brigate con le loro coble e sirventesi, per farsi pagare di poi?

– Che volete voi dire?

– Che quella borsa, gittatavi da Madonna Giovanna di Torrespina, non è fatta per voi, trovatore di alto grido, vincitore di giostre alla corte di Napoli e armato cavaliero da Ataulfo imperator di Lamagna. Madonna ha fatto gramo giudizio di voi, pagandovi per tal modo un'ora di sollazzo. Voi, nobil cantore, spregiate l'oro e lasciate che ne goda un povero menestrello. Non lo credete? Sono anch'io, ve lo giuro pel re David, nostro santo patrono, un cultore della gaia scienza… Non del vostro valore, s'intende, non del vostro valore… Io, a dir vero, non ho ricevuto mai in premio una collana d'oro, come voi, cinque anni or sono, dal vostro signore, dall'amante di quella gentil dama, a cui testè chiedevate un farmaco per il male d'amore.

– Ah! – sclamò Fiordaliso, che avea finalmente riconosciuto Aporèma. – Il pellegrino di Roccamàla! —

E cadde al suolo, tramortito dallo spavento.

– Il bighellone! Mi ha riconosciuto alla perfine; gli era tempo! Ugo, figliuol mio, che fai tu ora? Animo, animo! Non vedi lassù… da quel verone?..

– Io non vedo nulla. La luna è nascosta…

– Guarda più attentamente; c'è lassù un'ombra bianca. La vedi tu ora? Sta bene; e sai tu che faccia?

– Or via, dillo, che fa?

– Rafferma alla balaustrata una… Mi duole in verità di avertelo a dire; ma, tanto e tanto, l'avevi a sapere… Anche questo messaggio può fartene testimonianza…

– Ma dimmi, alla croce di Dio, che fa ella ora?

– Oh, una cosa da nulla! Le sue mani delicate raffermano il capo di una scala di seta, che spenzola nel fosso.

– Ah! per costui? – urlò conte Ugo, mordendosi le mani.

– Per costui! chi lo dice? – soggiunse Aporèma. – Se ti dà l'animo, potrà essere per te.

– Per me? in qual modo! – chiese il giovane trasognato.

– Sì certamente, per te! Suvvia, avventurato Fiordaliso! – disse Aporèma, percuotendolo con dolce dimestichezza sull'omero. – Voi siete nato vestito, e ancora non ve ne siete avveduto!

– Fiordaliso!.. che dici tu mai?

– Dico, e puoi sincerartene dal capo alle piante, che tu se' biondo, che porti sulla zàzzera una berretta piumata, che indossi una saracina e le calze divisate di seta, che sei cresciuto di tre pollici, e che hai tra mani un liuto… ma questo puoi lasciarlo in basso, che oramai non ti sarebbe d'alcun giovamento lassù, e potrebbe anco tornarti d'impaccio nella tua corsa da scoiattolo.

– Ah! – gridò conte Ugo, a cui balenò negli occhi un lampo di gioia sinistra.

E piantato Aporèma accanto al corpo dello svenuto, s'inoltrò verso il verone, donde infatti spenzolava una tenue scala di seta.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
25 haziran 2017
Hacim:
190 s. 1 illüstrasyon
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