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Kitabı oku: «I pescatori di balene», sayfa 14

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XXV. IL MAKENZIE

Dormivano da tre o quattro ore, quando Koninson fu improvvisamente destato da un lontano abbaiare che rapidamente diventava fioco perdendosi verso occidente.

Rammentandosi delle parole dette il giorno innanzi dal Tanana e dei sospetti manifestati dal tenente, si alzò in preda ad una certa inquietudine temendo che quei poco rassicuranti selvaggi avessero approfittato della notte per giuocare qualche brutto tiro.

Cercò il fedele fucile e mandò un sospirone di soddisfazione nel sentirselo ancora vicino, poi stette in ascolto. Agli abbaiamenti poco prima uditi, era succeduto un profondo silenzio che veniva rotto solamente dallo stormire degli alti pioppi e dei pini. Non una parola, non un passo che indicasse la presenza dei guerrieri incaricati di vegliare sull’accampamento, non quel russare che indica la vicinanza di uomini che dormono.

– Hum! – esclamò. – Spira una cert’aria che non mi rassicura affatto.

Strisciò verso l’apertura, alzò la tenda e guardò. Dapprima nulla vide essendo l’oscurità profonda; ma poi s’accorse che quel tratto di terreno, poco prima occupato dalle tende dei Tanana, era completamente libero.

– I bricconi sono fuggiti! – esclamò. – Signor Hostrup, aprite gli occhi!

– È spuntato il sole? – chiese il tenente sbadigliando.

– Non ancora, ma vi dò un’altra nuova che vi sveglierà completamente. I nostri cari Tanana se ne sono fuggiti defraudandoci della nostra porzione di carne, a quanto pare, poichè non vedo vicino a me nessuna bistecca.

– Dovevamo aspettarci qualche bricconata da quei messeri, mio caro fiociniere. Speriamo che tutto il male sia questo.

– Forse che avete timore di qualche cosa di peggio?

– Questa fuga precipitosa, le parole del capo, quell’insistenza nel chiederci se avevamo della polvere da regalare, se eravamo soli e dove avevamo lasciato la nostra slitta…

– Corpo d’una balena! – esclamò Koninson. – Sospettate forse…

– Che abbiano fatto una visita alla nostra slitta – terminò il tenente.

– Se fosse vero, guai a loro!

– Bah! Sarà un pò difficile il raggiungerli, tanto più che si dirigono verso est.

– Verso est? Io ho udito gli abbaiamenti dei loro cani verso ovest, signor Hostrup.

– Verso ovest! Sei propri sicuro?

– Sicurissimo.

– Allora gatta ci cova. Io temo di aver avuto da fare con uno scaltro briccone, e non sono più sorpreso se ci ha giocato questo brutto tiro. Affrettiamoci a raggiungere il fiume; ho fretta di arrivare alla slitta.

– Ma vi giuro fin d’ora, signor Hostrup, che se quel birbante ci ha derubati io lo inseguirò e lo raggiungerò per quanto lontano fugga.

– Se saremo capaci di raggiungerlo. I Tanana avevano dei cani attaccati alle loro slitte e chissà mai dove saranno a quest’ora.

Si posero in marcia senza prendersi il disturbo di portare con loro la tenda essendo tutta bucata e si diressero verso il Porcupine. Alcuni lupi che ronzavano sotto il bosco, si provarono a seguirli gettando lugubri urla, ma un colpo di fucile, che atterrò il più feroce, li costrinse a ritornare più che in fretta sotto gli alberi.

Due ore dopo i due balenieri giungevano sulla riva del fiume. Stavano per scenderla, quando Koninson incespicò in un oggetto che cadde con rumore rimbalzando e correndo sulla superficie gelata.

– Bestia o cosa? – chiese egli curvandosi innanzi ed firmando precipitosamente il fucile.

– Mi è sembrato un barilotto – disse il tenente. – Uhm! Brutto segno!

In quell’istante sulla riva opposta si videro alcune ombre muoversi rapidamente, poi sparire sotto un gruppo di cespugli.

– Chi vive? – gridò il fiociniere imbracciando il fucile.

Nessuno rispose, ma poco dopo udì un acuto stridio che rapidamente si allontanava verso ovest e un po’ più tardi dei lontani latrati.

– Temo che siano i Tanana – disse il tenente che ascoltava attentamente.

– Corriamo alla slitta, signor Hostrup – suggerì il fiociniere. – Forse arriveremo in tempo per far pagar caro il tradimento.

Si slanciarono giù dalla sponda attraversarono correndo il fiume e rimontarono la riva opposta guadagnando una piccola altura da cui potevano dominare il paese circostante per un gran fratto. Alla loro destra avevano il bosco battuto il giorno innanzi; alla sinistra una pianura sull’orlo della quale scorsero una massa confusa che doveva essere la slitta. Nè da una parte nè dall’altra videro alcun uomo; però in distanza si udiva ancora l’acuto stridio che doveva essere prodotto dallo scivolio di una slitta tutta a gran galoppo. Lasciarono l’altura e si diressero verso la slitta la quale rizzava ancora il lungo albero a cui si vedeva sospesa e imbrogliata la vela. Quando furono vicini scorsero a terra casse e barili, aperte le une, sfondati gli altri, e parecchi altri oggetti che facevano parte dell’equipaggiamento.

– Ah, miserabili! – esclamò Koninson. – Ci hanno derubati!

E pur troppo era vero. I Tanana, approfittando senza dubbio del sonno dei due balenieri, si erano recati colà ed avevano tutto saccheggiato. Viveri, accette, provvista di polvere e di palle, vesti di ricambio, tutto era stato portato via. Non restava che la sola slitta, ma fortunatamente in buono stato e ancora provveduta della sua vela che forse i Tanana non avevano toccata per mancanza di tempo.

– Hanno fatto bene a fuggire così presto – disse il tenente, che perdeva un pò della sua calma abituale. – Se li avessi colti sul fatto, qualcuno l’avrebbe pagata cara, questa bricconata. Mio caro Koninson, siamo stati corbellati come due ragazzi.

– Ma li ritroveremo forse un giorno, signor Hostrup – rispose il fiociniere tendendo minacciosamente il pugno verso l’ovest. – Anche noi andiamo da quella parte e chissà!…

– Buon per noi che ci hanno lasciata la vela.

– Ma non ci hanno lasciato nemmeno un granello di polvere, e voi sapete che in questo dannato paese non si vive se non si adopera il fucile. Non so il perchè non si sia mai pensato ad aprire delle trattorie.

– Perchè gli orsi mangerebbero la dispensa e anche i trattori, amico Koninson. Orsù, quante cariche ti rimangono?

– Una sessantina e niente di più!

– Io ne ho altrettanto. Bah! Con centoventi colpi di fucile possiamo andare fino sulle rive del Makenzie e anche più lontano.

– Ma non abbiamo intanto un briciolo di pane da mettere sotto i denti e non vedo nessun animale intorno a noi.

– Per ora stringerai la cinghia dei tuoi calzoni, poi vedremo. Aiutami a spiegare la vela e rimettiamoci in viaggio, giacchè qui più nulla abbiamo da fare.

Ad oriente cominciava a biancheggiare quando si rimisero in viaggio, favoriti da un vento abbastanza forte che soffiava da sud-sud-est. La slitta, vigorosamente cacciata innanzi dalla grande vela che era così gonfia da temere che scoppiasse, si rimise a scivolare sulla pianura con un lungo stridio e con una velocità che fu stimata non inferiore ai nove nodi all’ora.

Il tenente, che stava a timone, la spinse al di là del bosco lasciando alla sua destra il fiume che accennava a piegare verso sud, poi la lanciò dritta dinanzi a sè, sapendo bene che in qualunque punto avrebbe incontrato sul suo passaggio il Makenzie, il quale taglia quella desolata regione fino alle rive dell’oceano artico.

Il paese era sempre piano e disabitato. Solamente a nord, alcune catene di monti, assai lontane, apparivano semi-nascoste fra un fitto nebbione e verso sud dei grandi boschi di pini e di abeti costeggianti il corso del Porcupine.

Di quando in quando da quegli alberi uscivano correndo torme di lupi affamati, i quali si davano a inseguire la slitta colla speranza di raggiungerla, ma ben presto desistevano riconoscendo l’inutilità dei loro sforzi; talvolta invece delle renne dalle corna ramose apparivano fra i cespugli e, dopo aver guardato quello strano veicolo che doveva sembrare ai loro occhi un immenso uccello, fuggivano spaventate senza lasciar tempo al fiociniere di prendere il fucile.

Dei Tanana nessuna traccia, quantunque i due balenieri si guardassero ben bene d’attorno e porgessero attento ascolto ai rumori del largo.

A mezzogiorno, dopo aver percorso molte miglia sotto un sole che cominciava già a diventare caldo ed a sciogliere i ghiacci, Koninson additò al tenente una specie di battello sospeso ad alcuni piuoli alti un paio di metri da terra e che si trovava sull’orlo della foresta.

– Cos’è quella roba là? – chiese. – Indica la presenza di qualche tribù di indiani, o la vicinanza di qualche villaggio abbandonato?

– Nè l’uno, nè l’altro – rispose il tenente. – Se non m’inganno, quella è una tomba.

– Che non ci potrà certamente giovare.

– Anzi, troveremo qualche cosa che farà per noi. Ammaina la vela e andiamo a vedere.

Il fiociniere s’affrettò ad ubbidire e la slitta, trasportata dal proprio slancio, andò a fermarsi a poca distanza da quella strana tomba.

Il tenente e il fiociniere vi si diressero e la esaminarono con curiosità. Consisteva in un vero canotto indiano di corteccia di betulla e armatura di salice, lungo circa otto piedi, solido e leggero ad un tempo. Era sospeso a circa due metri da terra con alcuni piuoli e sotto di esso la neve appariva smossa di recente e vi si vedeva un certo rigonfiamento come se nascondesse qualche cosa.

– Il morto è nel canotto? – chiese Koninson.

– No, giace sepolto sotto la neve. Il canotto conterrà invece le armi, le scarpe, le reti e le lenze appartenenti all’estinto.

– E dei viveri?

– Forse, ghiottone. Sali nel canotto e guarda dentro.

Il fiociniere si alzò sui piuoli e salito nella leggera imbarcazione gettò giù due fiocine di corno di narvalo diligentemente aguzzate, un paio di scarpe assai malandate, alcune reti e una lenza di pelle di foca lunga una trentina di metri.

– Non valeva la pena di venire fin qui – diss’egli di assai cattivo umore. – Ci avessero messo almeno qualche sacchetto di quell’eccellente «pemmican» che sanno fare gli indiani di questa regione!

– Sanno bene che i morti non mangiano, ragazzo mio, – disse il tenente.

– Ma perchè mettono sulle tombe le armi e le reti?

– Perchè se ne servano nell’altra vita.

– Ah! Credono che i morti risuscitino.

– Tutti gli indiani ne sono convinti. Ora scendi e cerchiamo di procurarci la colazione. Tò! Ecco dei lupi che urlano nel bosco. La loro carne è pessima, ma chi non ha di meglio può accontentarsi.

– Voi v’ingannate, signor Hostrup, poichè ho qualche cosa di più appetitoso da offrirvi. Guardate in alto.

Il tenente alzò il capo e vide un grossissimo uccello il quale volava pesantemente come se facesse molta fatica a mantenersi in aria. Imbracciò rapidamente il fucile, mirò alcuni istanti con molta attenzione, poi premette lentamente il grilletto.

Il grosso volatile colpito dall’infallibile palla del cacciatore, rotolò due volte su sè stesso mandando una nota che parve emessa da una tromba, poi piombò a terra con sordo rumore rimanendo immobile.

– È un cigno – disse Koninson precipitandovisi sopra.

– Trenta libbre di carne eccellente! – rispose il tenente.

– Ma come mai questo uccello si trova qui?

– In estate i cigni vengono a visitare questa regione. La presenza di questo uccello indica che lo sgelo dei fiumi non è molto lontano.

– Brutta nuova per chi non ha che una slitta a vela.

– Bah! Fra poco non avremo più bisogno di questo veicolo, poichè il Makenzie non deve essere molto lontano.

Koninson si affrettò a spennare il volatile il cui peso, come aveva detto il tenente, superava le trenta libbre, poi ne mise un grosso pezzo al fuoco che in quel frattempo era stato acceso con legna morta raccolta nella vicina foresta.

Calmata la fame, i due naufraghi tornarono a imbarcarsi, e la slitta, favorita ancora da un buon vento, ripartì costeggiando sempre la foresta.

L’indomani, dopo una ventina di miglia, il terreno che fino allora si era mostrato molto favorevole cominciò a cambiare.

La gran pianura era spesso interrotta da ondulazioni, da salite, da larghi crepacci e da ruscelletti, le cui rive assai più alte dei corsi d’acqua facevano trabalzare disordinatamente il veicolo, minacciando spesso di mandarlo in pezzi.

Anche un largo fiume che il tenente suppose fosse il Peel, uno degli affluenti al Porcupine, e che sbocca a breve distanza dal Makenzie, venne ad interrompere la corsa.

I due naufraghi furono costretti a calare la slitta dalla riva e attraversare il ghiaccio per poi issarla sulla sponda opposta.

In quella traversata poco mancò che affondassero nel fiume poichè il ghiaccio, corroso dall’azione delle acque e dal sole, più volte crepitò e tremò sotto il peso della slitta.

II 14 maggio il vento improvvisamente mancò e così pure per altri tre giorni durante i quali il sole, che rapidamente diventava caldo, sciolse gran parte dello strato di neve rendendo così la marcia della slitta assai penosa.

Il 18 dovettero rinunciare a partire di giorno, quantunque il vento fosse propizio, anzi molto forte. La neve, eccessivamente rammollita, non permetteva più lo scivolamento.

La gran pianura, percossa da una vera pioggia di raggi caldissimi, presentava un sublime spettacolo. Pareva che un immenso incendio la divorasse, estendosi fino agli estremi limiti dell’orizzonte. La neve, i massi di ghiaccio, gli «hummoks», si fondevano a vista d’occhio e fitte masse di vapori ondeggiavano in tutti i versi, sbattute dagli impetuosi soffi del vento meridionale.

Di quando in quando, però, fasci di luce scaturivano da quelle masse, e così abbaglianti che gli occhi dei due balenieri non ci potevano resistere. Le acque pullulavano dappertutto correndo in tutte le direzioni, radunandosi nelle bassure, formando torrentelli e stagni, e producendo un ronzio che, di mano in mano che il sole si alzava sempre più splendido e sempre più caldo, diventava più forte.

– Corpo di una balenottera! – esclamò Koninson che si era affrettato a tirarsi i capelli sugli occhi per non rimanere cieco. – Si direbbe che oggi messer Febo si è avvicinato alla terra di qualche milione di miriametri.

– Se non ci affrettiamo, la nostra vela ci sarà affatto inutile. Fra un paio di giorni la pianura rimarrà scoperta – disse il tenente.

– E quando partiremo?

– Stasera farà ancora un pò di freddo e tutta quest’acqua e questa neve geleranno.

Il tenente non si era ingannato.

Verso le 11 di sera, quantunque il sole fosse ancora sull’orizzonte, la temperatura precipitò quasi improvvisamente di parecchi gradi, fino a toccare i tre sotto lo zero e la vasta pianura gelò.

I balenieri spiegarono la vela e ripartirono con una velocità notevolissima, essendosi il vento mantenuto assai forte.

Alle tre del mattino avevano già percorso trenta e più miglia, ora scendendo ed ora salendo.

Ad un tratto l’orecchio di Koninson fu ferito da uno strano muggito che veniva da est.

– Abbiamo qualche branco d’alci dinanzi a noi? – chiese egli prendendo il fucile.

– Lo spero – rispose il tenente, prendendo la sua arma.

Di mano in mano che la slitta procedeva il muggito cresceva sempre, ma sulla pianura non si vedeva alcun essere vivente, per quanto i balenieri aprissero gli occhi.

Koninson, che cominciava a diventare inquieto, s’alzò in piedi e si issò sull’albero. Un grido gli sfuggì tosto:

– Lasciate la scotta. Abbiamo un fiume dinanzi!

– È il Makenzie! – esclamò il tenente.

In un baleno, lasciò andare la fune, ma ormai era troppo tardi per arrestare la slitta che divorava la via con una celerità di quindici nodi all’ora.

In men che lo si dica, giunse al fiume che correva incassato fra due alte muraglie, barellò un istante nel vuoto, poi precipitò giù inabissandosi nei gorghi del Makenzie.

XXVI. GLI ORSI DELLE TERRE NUDE

Il Makenzie, scoperto solamente verso il finire del XVIII secolo, e precisamente nel 1789, da un inglese che gli diede il proprio nome, è uno dei più grandi ma nello stesso tempo dei meno conosciuti fiumi che solcano quell’immensa estensione di tetre semideserte e quasi sempre gelate, appartenenti alla Compagnia della Baia di Hudson.

Il preciso suo corso ancora oggi si ignora, ma secondo taluni sarebbe di circa 3200 chilometri. Alimentato dal Lago dello Schiavo, poi dal Lago del Grand’Orso, a cui è unito da un fiume che chiamasi pure Grand’Orso, quindi dal Porcupine, scorre con grandi serpeggiamenti attraverso a quelle terre e va a scaricarsi presso i 69° 14’ di latitudine nord e i 129° 12’ di longitudine ovest nell’Oceano artico, per una larga imboccatura ostruita in parte da un gruppo d’isole deserte fra cui le più notevoli sono quella della Balena, ove si fermò Makenzie, e quella di Garry, visitata dal capitano Franklin nel 1825.

La Compagnia della Baia di Hudson, che traffica cogli Indiani, ha sulle rive di questo grande fiume alcuni piccoli forti abitati da pochi cacciatori, separati gli uni dagli altri da grandi distanze.

All’infuori di questi posti, il paese bagnato è quasi deserto, poichè anche le tribù indiane vi sono poche e senza stabile dimora.

Malgrado quel repentino capitombolo da una sponda alta più di una quindicina di piedi, nelle acque del fiume, che forse da sole poche ore si erano liberate dalla crosta di ghiaccio, i due balenieri non si perdettero d’animo. Con un vigoroso colpo di tallone ritornarono subito a galla e si aggrapparono alla slitta la quale nel precipitare non aveva riportato che la rottura dell’albero, tagliato in due dall’urto di un grosso ghiaccio.

La prima cosa che fecero fu di tentare di guadagnar la riva; ma, almeno per il momento, furono costretti ad abbandonare l’idea, poichè enormi lastroni di ghiaccio, che il fiume trascinava tumultuosamente nella sua rapida corsa, li circondavano da ogni lato minacciando di schiacciarli o di tagliarli a mezzo.

– Passiamo a prua – disse il tenente. – Eviteremo almeno gli urti.

Tenendosi stretti alle traverse della slitta, si portarono entrambi sul dinanzi, cercando di tenersi più che potevano fuori dell’acqua per non gelare completamente.

– Hai nulla di guasto? – chiese poi il tenente.

– Non mi pare – rispose Koninson. – Ma, se rimaniamo qui una sola mezz’ora, mi guasterò tutto. Corpo d’una pipa rotta! Sono ben fredde queste acque.

– Le tue munizioni?

– Le ho bene assicurate e vedete che anche il fucile non l’ho abbandonato.

– Ora pensiamo a guadagnare la riva.

– Ma questi dannati ghiacci ci stritoleranno se abbandoniamo la slitta, e poi le mie vesti sono diventate così pesanti che non sarò capace di nuotare per dieci metri.

– Si tratta di spingere la slitta verso la riva. Attenzione, Koninson!

Una gran lastra di ghiaccio, un vero «stream» lungo una cinquantina di metri, muoveva dritto sulla slitta frantumando con mille scricchiolìi tutti i ghiacci minori.

– Ci schiaccerà! – disse Koninson, battendo i denti per il freddo.

– Prima romperà la slitta! – rispose il tenente. – Non perderti d’animo, amico mio, e tieni fermo finchè raggiungiamo la riva.

– Vi confesso che non ne posso più. Queste acque sono diabolicamente fredde e sento che a poco a poco i miei muscoli si irrigidiscono.

– Attenzione, Koninson.

Il lastrone non era che a pochi passi. Frantumò con un potente urto due piccoli ghiacci, poi si precipitò come un ariete sulla slitta. Si udì un lungo scricchiolìo, le traverse si spezzarono, le corde si ruppero, lasciando cadere i pochi oggetti che i naufraghi avevano salvato dalle rapaci mani dei Tanana, quindi tutto l’apparecchio si disciolse andandosene alla deriva.

Il tenente e Koninson furono travolti dalla corrente, ma ben presto, lottando con disperata energia, riuscirono ad aggrapparsi ad un banco di ghiaccio issandovisi sopra.

– Ah, mio tenente! – mormorò il povero fiociniere che non si reggeva più. – Mi pare che il mio cuore sia diventato un blocco di ghiaccio.

– Coraggio, amico. La corrente ci spinge verso la riva destra e fra pochi istanti toccheremo terra.

Koninson non rispose. Quasi completamente assiderato si era raggomitolato su sè stesso, ormai incapace di fare il più piccolo movimento.

Fortunatamente il banco urtò contro i ghiacci della riva e si incastrò fortemente dentro un largo crepaccio. Il tenente, a cui quel bagno prolungato in quelle acque così gelate non aveva completamente tolte le forze, si caricò del compagno e raggiunse la sponda arrestandosi a pochi passi da un boschetto di betulle.

Senza occuparsi di sè stesso, in pochi istanti spogliò il fiociniere, poi raccolse un pò di neve e si mise a strofinarlo vigorosamente per rimettergli in circolazione il sangue.

Dopo alcuni minuti lo vide muoversi e infine riaprire gli occhi.

– Vedo che hai la pelle dura e sono contento! – gli disse, sorridendo. – Orsù, ragazzo mio, spicca quattro salti finchè io corro al boschetto a procurare della legna.

– Grazie, signor Hostrup, ma se tardate a spogliarvi delle vesti, gelerete.

– Bah! La mia pelle sfida quella degli orsi bianchi; d’altronde non impiegherò che pochi minuti ad accendere un buon fuoco.

Impugnò la scure che aveva avuto tempo di salvare nel momento che la slitta capitombolava nel fiume, e si allontanò correndo, raccogliendo qua e là i rami morti e quelli che tagliava. Fatta un’ampia provvista ritornò presso Koninson, il quale stava facendo una ginnastica indiavolata per non tornare a gelare.

L’esca e l’acciarino, conservati dentro un astuccio impermeabile, procurarono un bel fuoco attorno al quale i due balenieri si assisero, riscaldandosi le membra ed asciugandosi le vesti.

– Ditemi, signor Hostrup, – disse il fiociniere che aveva ricuperato le forze e la favella – dove supponete che noi siamo?

– Sulle rive del Makenzie, ma in quale punto preciso non te lo saprei dire.

– Siamo molto lontani dal forte che cercate?

– Te lo dirò quando avremo raggiunto la riviera del Grand’Orso, che si scarica in questo fiume.

– A sud o a nord da noi?

– A nord no di certo, poichè ci siamo costantemente tenuti a nord del Porcupine e questo fiume sbocca nel Makenzie quasi di fronte alla riviera del Grand’Orso.

– Allora marceremo verso sud seguendo il fiume.

– È necessario, e quando avremo raggiunto la riviera piegheremo ad est finchè troveremo il forte Speranza, il quale, se la memoria non mi tradisce, deve trovarsi a circa mezza via fra il Makenzie e il lago del Grand’Orso o del Musquàsa-ky-e-gum, come lo chiamano gli indiani.

– Auff! Mi ci vorrà una settimana a pronunciare siffatto nome. Questo sforzo di lingua lo lascio a voi ed agli indiani. Ma ditemi, signor Hostrup, a cosa servono i forti piantati fra quelle deserte regioni?

– A scopo di commercio.

– E con chi commerciano?

– Cogli indiani, i quali si recano di quando in quando ai forti a vendere le pelli degli orsi, di foche, di martore, di volpi, di linci, di lupi, di castori, di ratti muschiati e di lontre, contro, armi, liquori, reti, ecc. Anzi, ti dirò che tanto la Compagnia Russa che quella della Baia di Hudson, proprietarie dei forti, fanno ottimi affari.

– Ma dove sono questi indiani, che non ne abbiamo veduto che trenta o quaranta?

– Sono disseminati qua e là, ma tutti sanno dove si trovano i forti.

– Ne troveremo degli altri, dunque?

– Sì, poichè il territorio su cui ci troviamo, e che appartiene alla Compagnia della Baia di Hudson, è più popolato di quello appartenente alla Russia. Nei pressi del Makenzie e del lago del Grand’Orso si trovano numerose tribù di Jannoit della famiglia degli Eschimesi, di indiani Loschi, così chiamati perchè sono realmente loschi, di Fianchi di Cane o Liu-tcan che sono tutti balbuzienti, di Denè, di Diendije, di Fine e di Chippewyans, i quali poi per lungo tempo furono creduti forniti di coda a causa delle loro vesti che di dietro terminano in una lunga punta.

– Speriamo di trovare anche abbondante selvaggina, poichè non abbiamo un solo pezzetto di carne da porre sotto i denti.

– Ne troveremo, Koninson, anzi mi metterò oggi stesso in cerca di qualche capo di selvaggina. Puoi reggerti?

– No, tenente, ho le gambe che si rifiutano di star ritte.

– Andrò io solo a battere il paese, e se incontro un orso puoi star certo che stasera faremo un lauto pranzo.

Indossò le vesti che si erano asciugate dinanzi a quella grande fiammata, rinnovò la carica del fucile con polvere asciutta, poi, dopo aver raccomandato al fiociniere di fare altrettanto col secondo fucile, per tenersi pronto a qualunque evento, s’allontanò lentamente inoltrandosi, nel paese, un pò verso sud.

Camminava da due ore costeggiando un bosco di betulle e di pini che pareva seguisse la riva del Makenzie, quando si trovò sul limite di una palude il cui fango era tenacissimo. Dopo aver errato un pò a destra e un pò a sinistra, s’avventurò su una lingua di terra che si addentrava in quella palude, fiancheggiata da altissimi abeti neri e da folti boschetti di salici, nella speranza di incontrare qualcuna di quelle stupende lontre la cui pelliccia si paga quasi a peso d’oro.

Ad un tratto i suoi orecchi furono colpiti da una specie di grugnito, che veniva dal mezzo d’un gruppo di piante.

– In guardia! – mormorò, armando il fucile. – Qui ci sono delle bistecche.

Si gettò a terra per non farsi scoprire e si trascinò carponi e senza produrre rumore, verso il luogo d’onde venivano i grugniti.

Quando giunse in mezzo ai salici vide dinanzi a sè, a circa duecento metri, un orso di statura piuttosto piccola, somigliante agli orsi bruni d’Europa, che si avvoltolava nel fango assieme ad un orsacchiotto grosso quanto un cane di statura media.

– Oh! – esclamò egli sorpreso. – Che razza di animale è mai questo? Non può essere che un orso detto delle Terre Nude, accennato da John Richardson, il compagno dell’infelice Franklin. Stiamo in guardia, poichè si dice che sia ferocissimo.

L’orsa, poichè doveva essere una femmina, d’improvviso si alzò guardando verso il gruppo di piante. Senza dubbio aveva fiutato la presenza del cacciatore e si mostrava inquieta se non per sè stessa, certamente per l’orsacchiotto che non era in grado di difendersi.

Il tenente, che non voleva perdere una sì bella occasione, si alzò pure in piedi e puntato rapidamente i fucile fece fuoco attraverso il fogliame.

L’orsa mandò un urlo terribile, poi si diede a fuggire attraverso la palude cacciando dinanzi a sè l’orsacchiotto, che mandava lamentevoli grugniti.

Il tenente saltò nella palude risoluto a inseguirli, ma fatti pochi passi fu costretto a fermarsi poichè tanta era la tenacità di quel fango da non lasciargli alzare i piedi. Anzi s’accorse che minacciava di sprofondare.

Scaricò una seconda volta il fucile, ma con nessun frutto, poichè l’orsa che forse aveva trovato del terreno più solido, continuò a fuggire scomparendo in mezzo alle piante, sempre accompagnata dal piccino.

Uscì dalla palude dopo aver ricaricata l’arma e si slanciò sotto il bosco dirigendosi verso sud, colla speranza di raggiungere la belva che forse era stata gravemente colpita.

Percorse tre o quattro chilometri quasi sempre correndo, ma quando si fermò s’accorse di essersi allontanato assai dalla palude. Stava per tornare sui propri passi e riguadagnare l’accampamento, quando gli pervenne un lontano muggito che pareva prodotto dal rompersi d’un grosso fiume.

– Che sia il Makenzie? – si chiese. – Ciò non può essere, poichè il fragore viene da sud, mentre il fiume deve scorrere alla mia destra. Il sole è ancora alto e Koninson non diventerà inquieto se tardo a ritornare.

Proseguì il cammino verso sud, inoltrandosi in un nuovo bosco di salici, di abeti e di betulle, e dopo una mezz’ora di trovava sulla riva di un largo corso d’acqua che veniva da est.

– È il Makenzie, o la riviera del Grand’Orso? – si chiese egli, salendo su di un’alta rupe dalla quale poteva dominare un gran tratto di paese. – Sarà senza dubbio il Makenzie; poichè la riviera deve trovarsi molto più a sud. Ad ogni modo mi accerterò seguendone le rive.

Stava per mettersi in cammino quando, girando gli occhi ai piedi della rupe, scorse sulla sponda una tenda semi-atterrata e presso questa quattro lunghi oggetti che potevano fino ad un certo punto sembrare uomini giganteschi avvolti in pelliccie.

– Cosa saranno quegli oggetti là? – si domandò. – Andiamo un pò a vedere.

Scese verso la riva seguendo un sentieruzzo appena praticabile e si avvicinò a quegli strani oggetti che subito riconobbe. Erano quattro canotti eschimesi, di quelli che si chiamavano «kajacks», leggerissimi assai, essendo costruiti con pelli di foca ricucite sopra uno scheletro di ossa di balena o di legno molto sottile, lunghi tre metri, larghi non più di settanta centimetri, un pò rialzati a prua e bassi a poppa e con un’apertura nella quale si caccia il battelliere. Osservandoli attentamente li trovò in ottimo stato e dentro rinvenne alcune pagaie a doppia pala.

– Scoperta magnifica! – disse il tenente. – Se gli eschimesi, con questi canotti, ardiscono sfidare le tempeste e i ghiacci dell’Oceano artico o dei grandi laghi, noi potremo senza tema sfidare la corrente del Makenzie. Se Dio continua a proteggerci fra poche settimane potrò riposare le mie stanche membra al forte Speranza.

Si avvicinò alla tenda sollevando un lembo, ma tosto si ritrasse facendo un gesto di orrore. Colà uno scheletro, perfettamente denudato dalle sue carni, giaceva in mezzo a pochi pezzi di pelliccia che un tempo dovevano averlo ricoperto.

– Il disgraziato sarà morto di fame e i lupi avranno banchettato colle sue carni – disse il tenente. – E quanti ne muoiono in questa regione dei grandi freddi! Orsù, ritorniamo che Koninson sarà inquieto.

Risalì la rupe e si rimise in cammino costeggiando il fiume che accennava a volgersi verso nord. Dopo due buone ore si convinse che percorreva la riva sinistra del Makenzie e non già del Grand’Orso, poichè il fiume, dopo un brusco gomito, si dirigeva verso nord.

Si riposò pochi minuti su di un rialzo di terreno, indi proseguì la via a lenti passi volgendo sguardi a destra e a sinistra, sperando di scoprire qualche capo di selvaggina.

Già cominciava a distinguere il fumo che si alzava dall’accampamento, quando nello sbucare da un gruppo di pini si trovò improvvisamente dinanzi all’orsa e al suo orsacchiotto che stavano uscendo dalla palude.

Imbracciò rapidamente il fucile e fece fuoco. L’orsacchiotto, che stava dinanzi di pochi passi, colpito nella testa, rotolò due volte su di sè stesso, poi rimase immobile.

Là madre, furente, si alzò sulle zampe posteriori, cacciò un urlo di rabbia e di dolore, e si slanciò verso il cacciatore il quale, non avendo tempo di ricaricare l’arma e non osando venire ad un combattimento a corpo a corpo, si slanciò verso l’accampamento gridando:

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
270 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain
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