Kitabı oku: «Il Bramino dell'Assam», sayfa 11
Riattizzarono le lampade e si introdussero sotto l’immensa arcata carica di miasmi, seguendo la riva sinistra del fiume nero e fangoso. Timul avanzava ora con maggior precauzione, Si curvava più di frequente sulla larga banchina di pietra, e pareva riflettere a lungo. Esitava? Forse no, ma fra quella oscurità intensa e quei miasmi si sentiva come sperduto.
«E dunque, Timul?» chiese Kammamuri, vedendolo arrestarsi per la decima volta. «Hai perduto la pista?» «No, sahib» rispose il giovane. «Ho sempre la scarpetta della rhani». «E senti sempre?» «Sì, sahib». «Sei un cane umano assolutamente straordinario. Bisogna ammirarti».
Avevano già percorso oltre un chilometro, seguendo sempre il fiume puzzolente, quando si trovarono dinanzi alla scala che il cacciatore di topi, dopo i salti sui tappeti, aveva gettata fra le due rive. Timul si era nuovamente arrestato facendo dei larghi gesti.
«Che cosa c’è di nuovo, dunque?» chiese Kammamuri, armando, per precauzione, le sue pistole a doppia e lunghissima canna. «Hai perduta la traccia forse?» «Vi è un gradino rotto» rispose Timul, il quale pareva assai preoccupato. «Nella scala?» «Sì, sahib».
«Il bambù è troppo solido per cedere sotto il peso d’una persona» disse il cacciatore di topi. «Quando noi abbiamo attraversata questa scala nessun gradino mancava. Come va questa faccenda? Che ci abbiano preparato qualche tradimento?»
Kammamuri stava per rispondere, quando un colpo di tuono, che si ripercosse lugubremente entro le numerose gallerie, si fece udire.
«Sta per scoppiare un uragano» disse il cacciatore di topi. «Me n’ero già accorto. Affrettiamoci, o se la rhani si trova qui correrà il pericolo di morire annegata». «Ma dove è? Dove è?» gridò Kammamuri, facendo un gesto di disperazione.
«Oh, povero maharajah, che triste notte!… Aveva ragione di rimpiangere sempre la sua Mòmpracem!…»
«Passiamo, non perdiamo tempo» disse il baniano, nel momento in cui rintronava un altro colpo di fulmine, seguito subito da mille strani rumori che dovevano essere prodotti dal vento ormai scatenatosi sulla capitale. Timul si gettò sulla scala e la scosse vigorosamente, per vedere se cedeva; poi rassicurato raggiunse il luogo ove era stato strappato o tagliato il gradino. Tutti i tre uomini, in preda ad una crescente ansietà, si erano messi ad osservare. «È stato tagliato» disse finalmente il cacciatore di topi.
«E da chi?» chiese Kammamuri, che si sentiva bagnare la fronte di grossi goccioloni di sudore. «Che qualcuno di quei miserabili, dopo la nostra ritirata, sia ritornato qui?» «O che sia invece rimasto qui?» «A fare che cosa?» «A terminare forse le provviste abbandonate dagli altri». «Sai che comincio ad avere paura?»
«Nemmeno io sono tranquillo, anche perché quest’uragano rende assai difficili le nostre ricerche. Quando gli acquazzoni si rovesciano, il fiume cresce, e tutte le piccole gallerie, anche quelle che si trovano sopra la grande arcata, vomitano acqua con furia incredibile. Guai a chi non conosce i rifugi!…» «Tu però li conosci?» «Sì, sahib». «E saremo al sicuro là?» «Lo spero». «Una parola vaga, amico».
«Mi ci sono rifugiato tante volte, e come vedi, sono ancora vivo quantunque vecchio».
Avevano attraversata la scala e Timul si era gettato a terra, dopo d’aver fiutata ancora una volta la scarpetta della rhani.
«Sì» disse ad un tratto, risollevandosi di colpo. «La rhani è passata di qui. Dove voleva andare?»
«Domandalo a quel cane di bramino o di paria che sia» rispose il maharatto con voce irata.
«Farla scendere qui!… Voleva dunque perderla fra queste gallerie, perché morisse di fame e di sete?»
«Sì, come lui. Soffre fame e sete e cercava di vendicarsi sulla piccola rhani, il miserabile. Oh, non è ancora morto, e rimpiangerà ben amaramente le sue bricconate e la potenza dei suoi occhi fosforescenti».
Si erano rimessi in cammino sulla larga banchina, tendendo gli orecchi ai grandi fragori che si succedevano sulla superficie del suolo, e che le gallerie ripetevano con maggiore intensità. Vi erano certi momenti, che pareva che tutte le artiglierie della capitale sparassero ad un tempo, tanto era il fracasso.
«Badate che non vi cada qualche masso sulla testa» disse il cacciatore di topi ai suoi compagni. «Quando al di fuori tuona, le vecchie volte qua o là cedono, ed anch’io sono sfuggito miracolosamente, e molte volte, ad una morte sicura».
«Non sono dunque sicure?» chiese Kammamuri, che cominciava già a guardare in alto.
«Sono un po’ vecchie, sahib, ma resisteranno molti e molti anni ancora. I mongoli sapevano costruire».
«Non ti pare che Timul ci guidi nella rotonda dove abbiamo sorpresi i paria ed arrestato il bramino? Io mi ero già immaginato che la rhani dovesse trovarsi in quel luogo. Ci mancherà molto?» «Un quarto d’ora ancora. Il cercatore di piste ora corre».
«Ha paura anche lui dei massi che cadono dall’alto e delle acque, che da un momento all’altro, possono irrompere attraverso alle mille gallerie».
«E ciò preoccupa anche me» disse il cacciatore di topi. «La rotonda sarà certamente l’ultima ad essere inondata, poiché si trova sopra la grande arcata, te lo ricordi, sahib?»
«Io non ho visto che tenebre, e per ciò non ho potuto osservare nulla» rispose il maharatto. «Se tu, che hai abitato qui tanti anni, lo dici, ti credo».
Timul intanto continuava ad affrettare il passo, impressionato anche dai rombi che si propagavano dentro le gallerie come colpi di cannone da marina. Già in certe gallerie che scendevano verso la banchina, si udivano delle acque rumoreggiare. Si raccoglievano per scaraventarsi poi dentro il pigro fiume nero, e dargli un po’ di corsa. Anche dalle volte, di quando in quando, precipitavano dei massi, talvolta di dimensioni enormi, che si spaccavano come se fossero bombe ben cariche di polvere.
Altri dieci minuti erano trascorsi ed i tre uomini correvano sempre, quando la banchina fu invasa bruscamente da un corso d’acqua giallastra carica di sabbie, sbucato dalle piccole gallerie.
«Via!…» urlò il cacciatore di topi. «Stiamo per essere trascinati nel fiume puzzolente».
Si era messo alla testa del minuscolo drappello. Già il cercatore di piste non avrebbe potuto più servire, poiché le orme della rhani dovevano essere distrutte dalle acque che irrompevano con furia crescente. Correvano come nilgò, le antilopi indiane, spiccando dei lunghi salti, quando qualche torrente irrompeva su di loro.
Tutta la immensa città sotterranea scrosciava. Le acque, scese nei raccoglitoi e nelle rotonde cercavano uno sfogo verso il fiume fangoso.
«Non perdetemi di vista o siete perduti!…» gridò il baniano, alzando la lanterna più che poteva. «La rhani non può essere che nella rotonda. Ora ne sono convinto!»
E correvano, correvano, coll’acqua talvolta fino alle caviglie, qualche volta fino ai fianchi, badando di non farsi trascinare fino al fiume fangoso, dal quale non sarebbero certamente usciti più vivi. E le acque rombavano sempre, abbasso, in alto, impazienti di scatenarsi, mentre i tuoni continuavano a succedersi con spaventosa intensità, facendo tremare le vecchie volte della gigantesca galleria.
«Ci siamo!…» gridò ad un tratto il baniano, dopo d’aver spiccato un gran salto al di sopra di un impetuoso torrente, sbucato furiosamente da un condotto laterale.
«Dove?» chiese Kammamuri che faceva sforzi disperati per tenere dietro a quell’indemoniato cacciatore di topi, che correva come un giovanotto di vent’anni. «Alla rotonda dove abbiamo fatto prigioniero il bramino». «Che sia già stata invasa dalle acque?»
«Vi è un condotto che si scarica anche là dentro, tuttavia l’acqua non salirà a tale altezza da annegare una persona». «E se la rhani si fosse addormentata?»
«Ora sei tu, sahib, che vuoi spaventarmi. Dormire con tutto questo fracasso di acque e di tuoni!… Sarà un po’ difficile».
Kammamuri si asciugò per la seconda volta il sudore che gli bagnava la fronte, poi disse con voce spezzata: «Presto!… Presto!…»
CAPITOLO UNDICESIMO: NOTTE D’ANGOSCIA
Sulla capitale l’uragano infuriava sempre con un crescendo spaventoso.
L’India soffre delle lunghe siccità, però come tutte le regioni quasi equatoriali, di quando in quando, si scatenano, e senza che nulla li faccia prevedere, dei cicloni che nulla hanno da invidiare per violenza a quelli delle Antille, che sono così tristamente famosi.
Il cielo, poco prima limpidissimo, si copre improvvisamente di giganteschi nuvoloni dalla tinta biancastra che soffiano vento attraverso i loro squarci. E non sono già raffiche: sono colpi di vento da spaventare accompagnati da scariche elettriche e da tuoni. È sempre ricordato in India il famoso ciclone del 1866. Il cielo era limpidissimo sopra Calcutta, la grandiosa capitale del Bengala, quando con stupore di tutti gli abitanti si oscurò. Un vento terribile si scatenò, insieme alla pioggia ed ai fulmini, respinse le acque dell’Hugly, che è l’ultimo braccio del Gange, ed in un momento trascinò via ben duecento e quaranta navi, fracassandole le une contro le altre ed annegando gli equipaggi che dalla popolazione non potevano avere nessun aiuto. Crollarono quartieri interi, furono rovesciati imponenti palazzi che pareva dovessero sfidare i secoli, portati via come paglie dei porticati immensi. Tutto andò sottosopra, e ventimila persone, fra indiani ed europei, rimasero sepolte fra le rovine, e ben centomila nelle immense pianure che circondano la capitale, poiché nessun villaggio poté resistere alle furie del ciclone.
«Fosse, quest’uragano, scoppiato almeno prima ed avesse spento, colla sua grande massa d’acqua, il fuoco che divorava il palazzo del maharajah» borbottava Kammamuri, continuando a saltare attraverso i torrenti giallastri che irrompevano da tutte le parti rovesciandosi con un fracasso infernale dentro il fiume nero diventato ormai fiume ben scorrente. Vi era il pericolo di prendersi del cholera. Guai se i tre uomini non fossero stati tutti indiani!… Non avrebbero potuto andare molto lontano fra tutti quei profumi asfissianti.
Ed intanto sopra la superficie della terra i tuoni si succedevano sempre, e si propagavano dentro le cloache, con tale intensità, che i tre uomini certi momenti non erano capaci di udirsi.
«L’ultimo!…» gridò ad un tratto, con voce altissima, il cacciatore di topi, raccogliendosi su se stesso come una tigre per varcare un furibondo getto d’acqua che usciva, rumoreggiando sinistramente, da una larga apertura.
«Che cosa l’ultimo?» chiese Kammamuri, preparandosi anche lui al grande salto. «Non vi sono più sfoghi d’acqua dinanzi a noi, sahib».
«Eppure la banchina è invasa, e pare che quest’acqua venga da un luogo posto forse più in alto. Che il rifugio dei paria sia stato inondato?»
Il cacciatore di topi, invece di rispondere, saltò sopra il torrente, sempre agile come se avesse vent’anni, e cadde sano e salvo dall’altra parte.
Kammamuri ed il cercatore di piste, molto più giovani, lo avevano subito seguito, però si erano subito trovati coll’acqua fino alle ginocchia, e quell’acqua usciva dall’ultimo rifugio dei paria e del famoso bramino.
«Tu mi hai detto che un condotto sbocca in quella rotonda, è vero?» chiese Kammamuri, che sentiva il cuore battere forte forte. «Sì» rispose il cacciatore di topi. «Quest’acqua non viene dal rifugio? Guarda come scende!» «Non spaventarti, sahib. La rotonda è in pendenza e si scaricherà subito». «L’uragano non accenna a finire. Si tratta d’un vero ciclone». «Forse è più il fracasso che altro» rispose il cacciatore di topi. «Ah, povero signor Yanez!… Che notte terribile per lui!»
Si erano dati la mano, per meglio resistere alle acque che sboccavano sempre più furibonde dalla rotonda ormai lontana qualche centinaio di passi. Evitarono a gran fatica un altro corso d’acqua che scendeva da una tenebrosa galleria, e si spinsero rapidamente innanzi, tenendo ben alte le lanterne affinché gli spruzzi non spegnessero le candele.
«Ci siamo!…» gridò ad un tratto il cacciatore di topi. «Un ultimo sforzo, e se il cercatore di piste non si sarà ingannato, troveremo la rhani».
Sostenendosi a vicenda, lottando furiosamente colle acque che minacciavano sempre di trascinarli via e di scaraventarli nel fiume puzzolente, entrarono finalmente nella vasta rotonda. Un grido era subito uscito dal petto di Timul. «La rhani!… Non mi ero ingannato!…» «Viva ancora?» chiese Kammamuri, balzando avanti.
«Ma… dove si riposa? Su una enorme tartaruga terrestre, simile a quelle che vivono fra le caverne delle alte montagne dell’Himalaya. Da dove è venuta quella bestia?» «Oh!… Ne ho cacciate molte io» disse il cacciatore di topi.
Tutti e tre si erano precipitati innanzi, senza curarsi delle acque che li investivano e che producevano, entro la rotonda, un baccano assordante, ed avevano subito scoperta la piccola rhani, la quale si era aggrappata ad una testuggine grossa quanto una botte e pesante parecchi quintali.
Nei sottosuoli indiani e nelle caverne delle montagne, non è raro incontrare quei colossali rettili, paurosi d’aspetto, mentre sono affatto innocui, e passano il loro tempo a dormire. Si dice che vivano più di mezzo secolo sempre quasi in uno stato letargico, ciò che non impedisce che ingrassino enormemente. Di che cosa vivono? Chi lo sa? Nei luoghi ove si trovano cibi non si rinvengono, sicché la loro alimentazione è un mistero.
Come abbiamo detto, i tre uomini si erano precipitati sulla tartaruga gigante la quale resisteva tenacemente alla spinta delle acque irrompenti, da un piccolo canale, ed avevano sollevato la rhani.
«Signora!… Signora!…» gridò Kammamuri, mettendosela fra le braccia, affinché non si bagnasse. «Come siete venuta qui?»
La rhani lo fissò con uno sguardo ancora vitreo, e parve che facesse uno sforzo supremo per raccogliere le idee. «Quell’uomo», disse finalmente, «lo ha voluto». «Il miserabile magnetizzatore?» «Sì, lui».
«Ed è stato anche lui, è vero, che vi ha imposto di dare fuoco al palazzo reale?»
«Sì, lui, sempre lui» rispose Surama, con voce stanca. «Oh!… Io ho paura di quell’uomo».
«E non pensavate, Altezza, che potevate bruciare il piccolo Soarez, ed anche il signor Yanez vostro marito?» «Non so… non so… Io dovevo obbedire ed ho obbedito». «E poi, l’infame, vi ha imposto di venire qui a nascondervi?» «Sì». «Come siete giunta senza cadere nel fiume?» «Mi pareva che qualcuno mi guidasse e che talvolta mi sorreggesse».
«Che cos’ha dunque quel vile sciacallo nei suoi occhi?» urlò Kammamuri, digrignando i denti. «Anche questa storia finirà, perché anche l’altro occhio glielo spegnerò io con un colpo di spillo».
La rhani si era abbandonata fra le sue braccia come fosse stata presa da una specie di assopimento, però le sue palpebre erano rimaste alzate.
«Possiamo andare?» chiese Kammamuri, rivolgendosi al cacciatore di topi il quale si era seduto insieme con Timul sul dorso della tartaruga.
«È troppo tardi, sahib!» rispose il baniano. «Dovremo aspettare che tutta quest’acqua si sfoghi, o verremo trascinati tutti nel fiume nero senza alcuna speranza di salvarci». «E l’uragano continua!…»
«Purtroppo, sahib» risposero i due uomini, abbandonando i loro posti e tornando ad immergersi nelle acque fino alle anche. «È un ciclone questo?»
«È straordinario, sahib» disse il baniano. «Di solito hanno lieve durata, mentre questo non accenna a finire. Sali sulla tartaruga e farai riposare meglio la rhani. Questa brava bestia non si muoverà».
Kammamuri montò sul dorso dell’enorme rettile mettendosi sulle ginocchia la rhani sempre assopita.
Dalla piccola galleria, quantunque non fosse larga più di mezzo metro così in altezza come in larghezza, le acque giallastre continuavano ad irrompere e cominciavano a non trovare più sfogo verso l’uscita, incontrandosi probabilmente con altri torrenti che si rovesciavano nel fiume nero.
Il baniano, pratico delle fogne, cominciava ad inquietarsi, poiché vedeva le acque della rotonda salire a poco a poco, ed il ciclone non cessava!… Rombi spaventevoli si propagavano dentro le cloache scuotendo le vecchie volte che pure resistevano da due o tre secoli. Dei franamenti enormi dovevano avvenire lungo le due banchine.
«Che cosa guardi?» chiese Kammamuri, vedendo il baniano abbassarsi e rialzarsi subito facendo un gesto di collera.
«L’acqua sale, sahib» rispose il cacciatore di topi. «Non trova sfogo sufficiente. Noi siamo già immersi fino ai fianchi». «Vi è posto per tutti sulla testuggine» rispose Kammamuri. «Volete salire?» «C’è tempo, sahib: non abbiamo ancora l’acqua fino alla gola». «E temi che il livello aumenti ancora?»
«Non so che cosa dire, sahib. Bisognerebbe che il ciclone si spezzasse, mentre l’odo sempre rombare più intensamente che mai. Ah!… La notte spaventosa!…» «Che anneghiamo?_5
«Vi è la tartaruga, e questa galleggerà e ci porterà senza troppa fatica. Io ringrazio Dio che l’ha mandata qui, e così a tempo, poiché prima non vi era». «Infatti, io non l’ho veduta, e poi i paria l’avrebbero mangiata». «Ne avrebbero fatto un arrosto colossale, sahib». «Aumenta l’acqua?»
«Sì, aumenta» disse Timul, il quale si era aggrappato all’enorme rettile, per resistere alla spinta delle acque. «E anche…» Aveva mandato un grido acuto. «Che cos’hai?» chiese il baniano. «Mi si morde».
«Sono i topi che le acque travolgono. Ecco un altro pericolo che io non avevo previsto, poiché quei roditori vanno sempre a truppe immense».
«Montate sulla tartaruga!…» comandò Kammamuri. «Qui siamo come sopra un piccolo scoglio!…»
I topi cominciavano a giungere nuotando disperatamente, ed essendo sempre affamati, avevano subito tentato di gettarsi sulle gambe dei due indiani, ben disposti a roderle fino all’osso.
Erano topacci bruni, lunghi quasi un piede, cogli occhi nerissimi e scintillanti, i baffi irti, pericolosi quasi quanto i caimani se raccolti in buon numero.
«Badate alle lampade!…» gridò Kammamuri, il quale reggeva sempre la rhani. «Se si spengono siamo perduti».
«Ho portato con me delle candele di ricambio» disse il baniano. «E poi avremo luce ancora per parecchie ore. Non aver paura, sahib».
Aveva impugnato il tarwar, la piccola sciabola ricurva usata dai rajaputi e da quasi tutti gli indiani delle regioni settentrionali, e si era messo a decapitare, con una maestria ed una precisione meravigliosa, i piccoli nemici che tentavano anche loro di cercare rifugio sul largo dorso del rettile. Timul, quantunque non fosse mai stato cacciatore di topi, lo secondava, facendo volare teste a destra ed a sinistra.
La tartaruga intanto aveva ritirata la testa, le zampe e la coda per non farsi divorare viva, però, essendosi abbassata, poteva correre il pericolo di morire asfissiata, non potendo quelle bestie rimanere immerse più di cinque o sei minuti. È vero che, di quando in quando, poteva allungare il collo, abbastanza lungo, per farsi la sua provvista d’aria. L’assalto dei topi cominciava a diventare inquietante. Dalla piccola galleria di scarico giungevano a battaglioni, mandando strida acute, e si gettavano furiosamente contro il rettile, che rappresentava per loro la salvezza prima e poi una scorpacciata colossale di carne viva. I due tarwar del baniano e del giovane cercatore di piste però lavoravano senza posa, per impedire che giungessero fino alla rhani e fino a Kammamuri che non poteva muoversi. Le teste continuavano a saltare, e con una rapidità prodigiosa, specialmente da parte del baniano, già vecchio del mestiere. «E dunque, non ci lasceranno in pace?» chiese Kammamuri.
«Non preoccuparti, sahib» rispose il baniano, il quale continuava a tagliare e sventrare. «Non toccheranno né la rhani né te. Piuttosto ci faremo mordere noi».
«Anche queste canaglie, oltre l’acqua!… E dopo? Verrà giù la volta e ci schiaccerà tutti?»
«È troppo solida, questa, sahib. Di quella del fognone non risponderei forse, ma di questa sì». «E non poter uscire!… Con quale ansietà ci aspetterà il maharajah!…»
«Il ciclone infuria pure sulla capitale, e potrà aver compreso che noi abbiamo trovato degli ostacoli. Timul, affrettati!… Stanno per divorarci!…»
Un altro battaglione di topacci si era rovesciato nella rotonda, e si era rovesciato all’assalto. Furono ricevuti con otto colpi di pistola che li fecero subito indietreggiare e poi decidere a seguire la corrente e farsi portare via verso il fiume nero, il loro vero posto.
«Avremo un po’ di sosta» disse il baniano, il quale conservava un ammirabile sangue freddo. «Come va la rhani, sahib?» «Dorme sempre, se pur si tratta d’un vero sonno». «Non ha ancora aperti gli occhi?» «No, sono sempre chiusi». «Batte il suo cuore?» «Sì, e anzi violentemente». «Non è fredda?» «No, niente affatto. È tiepida come una colomba». «Allora tutto va bene. Noi la rhani la salveremo a qualunque costo». «Ma non possiamo uscire». «Aspettiamo… chissà, anche le acque si sfogheranno e noi potremo andarcene».
Il baniano parlava con grande calma, e continuava a decapitare topi, sempre validamente aiutato dal giovane cercatore di piste. Le maligne bestie però non giungevano più in grossi gruppi, e cercavano subito di andarsene. Solamente i più affamati si provavano ancora ad assalire la colossale testuggine, facendosi inutilmente massacrare dai tarwar.
Trascorse un’altra mezz’ora durante la quale il tuono non cessò di rombare, poi il livello dell’acqua, già tanto alto da minacciare di soffocare il grosso rettile, si abbassò bruscamente.
«Che cosa è avvenuto?» chiese il maharatto, che si era subito accorto di quella calata.
«Io credo che l’acqua che esce da questa rotonda non sia più ostacolata da qualche torrente che doveva tagliarle il passo» rispose il baniano. «Io comincio a sperare di uscire da qui molto presto, sahib. Ecco, anche i tuoni sono cessati».
«Il ciclone deve essersi spezzato» disse Timul, il quale sorvegliava le lanterne perché gli spruzzi d’acqua non spegnessero le candele. «Ed il fiume puzzolente sarà gonfio?» chiese Kammamuri.
«Certo» rispose il cacciatore di topi, decapitando un paio di rosicchianti che avevano tentato di saltare sul dorso della tartaruga. «Potremo attraversarlo?» «Non vi è la scala?» «E se fosse stata portata via? Dobbiamo pensare a tutto». «Non credo. Le due rive sono abbastanza alte, sahib».
«L’acqua cala!… Cala!…» gridò in quel momento TimuL «Dal condotto non ne esce quasi più».
Anche la tartaruga si era accorta di non correre più il pericolo di affogare, poiché puntando le robuste zampe aveva cercato di dirigersi verso l’uscita, ma aveva dovuto ben presto cedere. Il carico da trascinare era troppo enorme.
«Te ne andrai più tardi, brava bestia» disse il baniano. «Noi non ti faremo alcun male, poiché ti dobbiamo della riconoscenza».
Saltò giù dal guscio e constatò con viva gioia, che l’acqua non gli giungeva più che fino alle ginocchia.
«Mi pare che sia giunto il momento di tornarcene alla superficie del suolo. Vuoi che ti aiuti, sahib, tu che porti la rhani?»
«Non ne ho bisogno» rispose Kammamuri, calandosi a sua volta con grandi precauzioni. «Occupatevi solamente della mia lampada che io non posso portare».
Diedero un ultimo sguardo al gigantesco rettile, che si era messo nuovamente in moto girando intorno alla rotonda, e raggiunsero il canale di scarico, inoltrandosi sulla banchina.
Dentro il fognone si udiva un fragore enorme di acque. Il fiume nero, straordinariamente ingrossato, aveva gettato via la sua pigrizia e scorreva turbinoso, frangendosi e rifrangendosi rabbiosamente contro le due rive. Odori pestilenziali, quasi asfissianti, si alzavano, invadendo tutte le cloache. I tre indiani affrettavano il passo, ansiosi di giungere là dove avevano lasciata la scala, però, di quando in quando, erano costretti a rallentare, in causa di piccole frane cadute dalla vecchia volta e che avevano ingombrata qua e là la banchina.
Dai canali di sfogo continuavano a riversarsi torrenti d’acqua fangosa, non più coll’impeto furibondo di prima, sicché non davano troppe noie ai fuggiaschi i quali si tenevano sempre ben lontani dal fiume nero, e sempre uno dietro l’altro, per essere pronti ad aiutarsi a vicenda.
Come sempre, il cacciatore di topi teneva la testa, e prima di avanzarsi ascoltava il rumoreggiare delle acque, temendo qualche nuova e più violenta inondazione. Kammamuri veniva dopo colla rhani, la quale non si era ancora risvegliata. Ultimo il cercatore di piste, che ormai non aveva più nulla da cercare.
Corsero, con qualche piccola sosta, una buona mezz’ora, e finalmente giunsero là dove si trovava la scala. Le acque del fiume nero non si erano alzate tanto da poterla portare via.
«Ecco una grande fortuna» disse il cacciatore di topi. «Se questo passaggio ci mancava eravamo perduti».
«Farà un po’ caldo ad attraversare questo fiume puzzolente, che esala odori così afissianti» disse Kammamuri. «Tutta quest’acqua muggente spaventa».
«Vuoi darmi per un momento la rhani, sahib? Io sono più pratico di te in queste traversate». «No, io solo la porterò e la consegnerò al maharajah».
«Lascia allora, sahib, che ti preceda colla lanterna. Non dimenticare che manca un gradino». «Non l’ho scordato. Era anzi quell’apertura che mi preoccupava». «Sarò io là pronto ad aiutarti».
Il cacciatore di topi invece di una lampada ne prese due, e si avanzò intrepidamente sulla lunga scala, niente affatto impressionato dal terribile rombo delle acque lanciate a corsa sfrenata. Oh, ne aveva veduto lui delle inondazioni entro quelle immense cloache, e quante volte si era salvato per un puro miracolo.
La pericolosa traversata fu compiuta in meno d’un minuto, ed i tre uomini colla rhani si trovarono sull’altra banchina che conduceva allo sbocco del gran canale, presso la vecchia moschea in rovina.
«Siamo finalmente salvi!…» gridò il baniano. «Scappiamo prima che il fiume straripi».
Si slanciarono a tutta corsa, saltando via, di quando in quando, dei massi di dimensioni sovente enormi, caduti dalla gran volta, da tutto quel rimbombo di tuoni, e scorsero un po’ di luce. Al di fuori albeggiava, ed il ciclone, come si era rapidamente formato, altrettanto rapidamente si era sciolto, non senza aver recato gravi danni ai quartieri poveri, le cui capanne erano state portate via come se fossero fuscelli di paglia. «Il ratt!…» gridò il baniano. «Il ratt!…»
Il bravo conduttore degli zebù non si era affatto allontanato. Si era rifugiato sotto un porticato col suo carro e coi suoi animali, ed aveva atteso pazientemente i cercatori della rhani. «Vi credevo morti» disse conducendo subito fuori il ratt.
«Mentre, come vedi, siamo tornati colla rhani» rispose Kammamuri, salendo sulla graziosa vettura e cacciandosi sotto la cupoletta. «Via!…»
E gli zebù partirono a corsa sfrenata, sbuffando e muggendo, mentre le tenebre cominciavano a diradarsi rapidamente. Fu una volata fulminea, poiché il conduttore, non contento di punzecchiare i poveri animali, torceva crudelmente la coda ai due che erano più vicini al carro.
«Ci siamo» disse Timul, mentre parecchi rajaputi stavano per precipitarsi verso di loro, colle carabine puntate. «Largo a me!…» gridò Kammamuri. «Vi porto la rhani. Dov’è il maharajah?»
«Presso i prigionieri, sahib» rispose il comandante della compagnia, facendo cenno ai suoi uomini di aprire le file. «Sahib» chiese il cacciatore di topi. «Dobbiamo seguirti?» «Per ora no. Se avrò bisogno di voi vi manderò a chiamare».
Si strinse ben bene fra le braccia la rhani e si precipitò dentro il bungalow, passando subito nella sala pianterrena, dove si trovavano i due prigionieri e che era ancora illuminata. Yanez, che stava interrogando, aiutato da Tremal-Naik, il vecchio paria, udendo la porta aprirsi con fracasso, si volse e mandò un grido altissimo.
«Mia moglie!… La mia Surama!… Ah!… Grazie, Kammamuri!… Io cominciavo già a disperare».
Gliela prese dalle braccia, se la strinse al petto e le stampò un bacio in fronte. Al contatto di quelle labbra, la rhani aprì gli occhi e li fissò sul suo sposo.
«Mia Surama!…» esclamò il maharajah, stringendosela al petto. «Dove sei stata? Che cosa ti hanno fatto che sei tutta inzuppata d’acqua? Hai voluto sfidare il ciclone?»
La rhani non rispose. Si guardava intorno, ed attratta da una forza misteriosa, arrestava sempre i suoi occhi sul letto sul quale rantolava il bramino, sempre ben assicurato da robuste corde.
«Per tutti gli dèi dell’India, parla, Surama!…» gridò il portoghese con voce quasi imperiosa. La rhani gli strinse le braccia intorno al collo, poi disse con voce fioca: «Ah!… L’orribile sogno!… È vero che ho sognato, mio signore?»
Kammamuri fece al portoghese un cenno negativo. Non aveva già sognato la povera rhani dell’Assam!
«Oh!… L’orribile sogno!…» ripeté Surama rabbrividendo tutta, e stringendosi sempre più al collo del portoghese. «Quant’acqua ho veduto correre… e poi sono passata attraverso una scala… e poi ho trovato una enorme bestia, una tartaruga». «Hai sognato!» disse Yanez. «Ma sì, mio signore. Come potrei trovarmi qui?» «E non avete veduto, in sogno, anche Kammamuri?» chiese Tremal-Naik.
«No… no… non l’ho veduto, ma mi pareva di udirlo, in lontananza, minacciare il grosso rettile affinché non mi facesse male». «Sei stanca, mia povera Surama, è vero?» chiese Yanez.
«Sì, mio signore, e vorrei riposare qualche ora a fianco del nostro piccolo Soarez».
«La nutrice del piccino ti cambierà, poiché sei tutta bagnata, e ti addormenterà cantandoti qualcuna delle tue canzoni favorite. Vieni, mia piccola rhani: noi abbiamo ancora da fare qui».
Tenendola sempre ben stretta uscì da un’altra porta che metteva negli appartamenti reali, mentre Kammamuri informava rapidamente il suo padrone di quanto era avvenuto. Un minuto dopo il maharajah era di ritorno. Il suo viso era alterato da una collera concentrata, ed i suoi occhi, ordinariamente calmi, mandavano lampi. «Non ha sognato, è vero, Kammamuri?» chiese.
«No, signore, l’abbiamo trovata nella rotonda prima occupata dai paria, aggrappata ad una gigantesca tartaruga». «È dunque sempre quel cane di bramino che le impone la sua volontà?» «Così deve essere».
«Che cosa fare?» chiese Yanez guardando Tremal-Naik, il quale appariva assai preoccupato.
«Se io fossi te, accecherei completamente il miserabile» rispose l’indiano. «Spenti gli occhi anche il fluido misterioso cesserà di agire». «Ma io non voglio che muoia quell’uomo» disse Kammamuri.