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Kitabı oku: «La perla sanguinosa», sayfa 12

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«Noi vi ringraziamo, capitano, dell›ospitalità accordataci e d’averci salvato la vita, -,disse Will, – però dovete compiere la vostra buona opera spiegandoci le oscure parole che avete pronunciato ieri sera.»

«Ora che se ne sono andati, nessuno più m›impedisce di avvertirvi del pericolo che vi minaccia,» disse il martabanese.

Sputò, in mezzo ad un getto di saliva rossa, il pezzo di noce d’areca che stava masticando, poi riprese:

«Otto giorni or sono, costrettovi da una furiosa tempesta, ho dovuto cercare un rifugio a Port-Cornwallis.»

«A Port-Cornwallis!» esclamarono ad una voce Will, Palicur ed il mulatto.

«Il comandante del bagno, avendo appreso dai miei uomini che io ero diretto a Ceylon, mi fece chiedere se volevo imbarcare un sorvegliante ed un forzato, incaricati di rintracciare tre fuggiaschi che supponeva si fossero diretti alle peschiere di Manaar.»

«Ah! maledetto Guercio! – ruggì Palicur. – È lui che ci ha tradito!»

«Guercio! – disse il martabanese. – Si chiamava appunto così, il compagno del sorvegliante.»

«Era un cingalese?» chiese il quartiermastro, che ostentava una grande calma.

«Sì, molto grosso, con un occhio solo.»

«E l›altro?»

«Era un omaccio col naso rosso, i capelli ed i baffi rossastri; un gran bevitore, perché finché fu sul mio legno non fece altro che vuotare bottiglie di liquore. Ne aveva portato con sé due casse piene.»

Nonostante la gravità di quelle informazioni, Jody non poté trattenere un gran scoppio di risa.

«Il mio irlandese! – esclamò, tenendosi il ventre. – Quello sarà furibondo con me! Il comandante ha avuto buon naso a scegliere lui!»

«Continuate, – disse Will al martabanese. – Dove sono sbarcati quegli uomini?»

«Hanno lasciato il mio legno ieri sera.»

«Come!» esclamarono ad una voce il quartiermastro e Palicur, credendo di aver udito male.

«Sì, ieri sera.»

«Erano a bordo quando ci raccoglieste?» chiese Will.

«E devono avervi riconosciuto perché volevano che io vi facessi legare.»

«Ah! miserabili! – esclamò il malabaro. – Se l›avessi saputo li avrei gettati in mare. Avete fatto male a non avvertirci.»

«Mi avevan minacciato di farmi confiscare la nave dalle autorità inglesi di Colombo se vi avessi detto qualche cosa, e voi sapete che gli anglo-indiani non scherzano,» disse il capitano.

«Avete ragione, – disse Will. – Vi ringrazio di non aver ceduto alla richiesta di quegli uomini.»

«Vi voglio dare un consiglio.»

«Parlate.»

«Non fatevi vedere nella Città delle perle. Essi vi aspettano là per farvi arrestare.»

«Ho numerosi amici fra i pescatori, – disse Palicur. – Sapranno proteggerci, non temete. Ah! Ecco la barca del mio amico Jopo! La riconosco ancora. Signor Will, ecco l’uomo che ci salverà contro le insidie della polizia anglo-indiana. È il capo, da tutti riconosciuto, della corporazione dei pescatori di perle, e così noi più nulla avremo da temere.»

Una grossa e bella barca, montata da una quarantina di persone fra palombari e mandahs, ossia pescatori incaricati di sollevare i primi dai fondi marini, e guidata da un bell’indiano di alta statura, molto magro, con una lunga barba assai brizzolata e occhi vivissimi, la testa coperta d’un turbante monumentale a vivaci colori, s’avanzava in quel momento verso il legno martabanese, colle ampie vele spiegate.

«È su quello che volete imbarcarvi?»

«Sì,» rispose Palicur.

Una delle mie scialuppe è pronta a condurvi. Vi auguro buona fortuna, e guardatevi dalla polizia anglo-indiana.»

I tre ex-forzati, dopo averlo caldamente ringraziato, scesero frettolosamente nella scialuppa, e pochi minuti dopo si trovavano al sicuro a bordo della grossa barca del capo dei pescatori di perle.

PARTE SECONDA. I PESCATORI DI PERLE

1. Sul banco di Manaar

Oggidi si pescano perle un po’ dappertutto: nel Mar Rosso, nel golfo di California, sui banchi della baia di Panama, sulle coste dell’Australia, presso le isole della Sonda, alle Filippine, attorno al piccolo arcipelago di Gambir, ecc.

Perfino nei fiumi se ne trovano; in quelli della Scozia, della Germania, del Canada e della fredda Lapponia; ma le più famose peschiere sono sempre quelle del golfo Persico e quelle del grande banco di Manaar, il quale si estende fra l’estremo lembo della penisola Indostana e la costa occidentale di Ceylon.

Innanzi a tutto cos’è la perla? Pel chimico, sia pure la più bella, la più splendente, fossero pure quelle famose che Cleopatra amava sciogliere nell’aceto e bere diluite nei grandi banchetti che offriva ad Antonio, non è altro che una secrezione vivente risultante dall’associazione del carbonato di calcio con una sostanza organica.

La sua formazione non dipende altro che dalla presenza d’un parassita, un piccolo trematodo che s’infiltra nei tessuti nell’ostrica perlifera. La cosa è tanto certa che oggidì si possono coltivare le ostriche perlifere al pari di quelle che si servono in tavola, sia introducendo in quei molluschi certi parassiti, sia forando la conchiglia e producendo una irritazione sulla superficie esterna del mantello.

Ciò che produce la perla è dunque una malattia e, quel che è peggio, una malattia inguaribile, che finisce col tempo per uccidere la perla. Infatti lo splendore di quegli ammirabili gioielli del mare, per cui tanto le donne dell’oriente che quelle dell’occidente hanno una specie d’adorazione poetica, non dura eternamente.

A poco a poco, cogli anni, la materia organica che ne forma la trama, sotto l’influenza dell’aria e delle fermentazioni o per altre cause ancora non note, si altera, si offusca, ingiallisce ed i suoi strati sovrapposti si separano a poco a poco scagliandosi. Per questo o per altro motivo forse, si diceva anticamente che la perla avesse una specie di vita: essa invecchia e muore. E fu osservato che le perle che si trovano nei musei, su degli oggetti del medioevo di data sicura, sono quasi sempre ingiallite e screpolate: sono insomma perle morte, ed è per questo senza dubbio che nessuna perla autentica è di origine antica.

Come abbiamo detto, le peschiere più celebri sono quelle che esistono nel golfo Persico, presso le isole Bahrein e quelle del gran banco di Manaar. Nelle prime operano ogni anno non meno di mille e cinquecento battelli, ma le perle che si pescano in quelle acque, se sono di più lunga durata, hanno una tinta più oscura di quelle cingalesi, perciò sono meno pregiate.

A Manaar invece il numero dei pescatori è il doppio e la quantità di perle che si portano alla superficie è di gran lunga maggiore.

Una volta, sotto gli antichi rajàh cingalesi, la pesca non si eseguiva che ogni venti anni per lasciar tempo alle ostriche di riprodursi; caduta l’isola in mano dei portoghesi, essi ridussero quel tempo a dieci anni; gli olandesi, conquistatala più tardi, a otto e poi a sette anni, per accrescere il loro lucro temporaneo; gli inglesi, che sono gli attuali padroni di quelle ricche peschiere, permettono la pesca ogni anno e per non esaurire i vivai hanno diviso il banco in tante sezioni che vengono man mano abbandonate, onde lasciare il tempo ai molluschi di riprodursi in pace.

Prima del giorno stabilito per l’apertura della pesca, il governo inglese fa esplorare il banco, che è lungo trenta chilometri, per stabilire su quale sezione i pescatori potranno agire, e manda delle piccole navi onde non avvengano infrazioni o sconfinamenti.

Quando un colpo di cannone annuncia l’apertura, centinaia e centinaia di grosse barche, comandate da un mandah e montate ognuna da trenta uomini fra palombari e marinai, vanno ad ancorarsi sul banco e la pesca comincia su tutta la linea.

I palombari, che sono per la maggior parte indiani della costa del Malabar e del Coromandel, per affondare più presto si servono d’una pietra a forma di pan di zucchero, del peso d’una ventina di chilogrammi. Sospesa ad una cintura, loro unico indumento, portano una rete per deporvi le conchiglie ed un coltellaccio per difendersi dai pescicani che accorrono in gran numero durante la stagione della pesca, certi di fare un buon numero di vittime.

Appena toccato il fondo, il palombaro abbandona la pietra, che viene subito ritirata dagli uomini nella barca mediante una fune, e comincia a raccogliere frettolosamente quante più ostriche può. Essendo per lo più quei molluschi attaccati come un rosario, il pescatore si guarda bene dallo staccarle e ne mette una catena intera nella rete, riportandone sovente alla superficie, in un sol colpo, perfino centocinquanta.

Ordinariamente i pescatori non si tuffano a più di otto metri di profondità e rimangono sott’acqua dai sessanta ai settanta secondi. Ve ne sono alcuni dotati di polmoni straordinari, che riescono a rimanere sommersi perfino due minuti. Ad Anna per esempio, nelle peschiere di perle di Teramolis, una donna rimaneva sott’acqua tre minuti ed esplorava i fondi ad una profondità di venticinque braccia, ma era un’eccezione.

Non crediate che il mestiere che esercitano quei disgraziati sia facile. Sono pericolosissime quelle investigazioni nelle cupe profondità sottomarine, ove i pescicani affamati regnano sovrani e contro i quali, quando non si arriva ad evitarli a tempo, bisogna impegnare una lotta da cui dipende la vita. Non passa anno che dei pescatori non escano mutilati dal fondo delle acque, e molti anzi non tornano più alla superficie e trovano la loro tomba nel ventre d’un ingordo squalo.

E questo non è tutto. La professione del palombaro è una delle più malsane. Oltre il pericolo di venire divorati o di perire asfissiati, sovente, appena tornati a galla, essi soccombono per essere discesi a troppa profondità.

Alla fine della giornata quasi tutti emettono sangue dal naso, dagli occhi, dalle orecchie, vale a dire dalla superficie di tutte le mucose. In capo ad un certo tempo poi la loro vista s’indebolisce, il loro corpo si copre di piaghe inguaribili, e muoiono prematuramente.

Ognuno di quei superbi monili che noi ammiriamo al collo di qualche ricca e bella signora, rappresenta atroci sofferenze e sovente delle vite umane.

Quando a mezzodì le barche tornano a terra, perché la pesca dura solo dall’alba alle dodici per un mese continuo, le ostriche non vengono subito aperte. Impiegando la forza, si correrebbe il pericolo di guastare le perle che contengono. Si ammassano entro buche ben guardate e si lasciano imputridire al sole, il che sviluppa, come è facile immaginare, un odore insopportabile che si espande a distanze incredibili.

I pescatori hanno cura di tappezzare quelle fosse con stuoie onde impedire alle ostriche il contatto colla terra.

Quando sono marcite e quasi disseccate, si possono aprire senza tema di guastare le perle: allora si effettua la cernita. Non si creda che tutti i molluschi ne contengano; molti non ne hanno affatto.

Le perle si puliscono adoperando una certa polvere, si arrotondano, si lucidano, poi si classificano per categorie e finalmente si dividono in tre gruppi: due devono venire consegnati al governo inglese, il quale mantiene numerosi agenti per non venire ingannato, e uno spetta ai pescatori. Non tutte le perle che si ricavano dal banco di Manaar hanno eguale tinta. Se ne trovano talvolta di quelle che hanno un colore giallo pallido, giallo oro, di quelle rosee, azzurre, lilla e anche d’un nero bluastro, e queste si pagano carissime.

Delle perle meravigliose, d’un valore immenso, si sono di quando in quando trovate su quelle sabbie e anche nelle peschiere di Barhein, dalle quali fu tratta la famosa perla che porta attualmente lo Scià e che è una delle più belle che si conoscano, avendo uno splendore magnifico e un diametro di due centimetri e mezzo. Fu pagata la bagatella di un milione e seicento mila lire.

Le peschiere di Ceylon invece hanno dato la celebre Hope Pearl che si trova nella collezione Beresford. Ha la forma irregolare di una pera, è lunga cinque centimetri, ne ha undici di circonferenza e pesa 1800 grani. Fu pescata nel 1899.

Hanno dato inoltre la così detta Perla Russa che appartenne agli imperatori di Russia; era stata comperata prima da un mercante di gioielli, il quale l’amava così svisceratamente, che quando morì si dovette forzargli la mano, non avendola egli lasciata nemmeno durante l’agonia.

Anche quelle che portava l’imperatrice Eugenia, la moglie dello sfortunato Napoleone III e che furono vendute all’asta, a Londra, per parecchie centinaia di migliaia di lire, provenivano da Manaar.

L’Australia, che ha pure delle peschiere, quantunque piccole, ha dato invece la Croce del sud, il più meraviglioso gioiello che si conosca per la sua strana forma. Si compone di sette perle, tutte attaccate fra di loro, formanti una specie di croce, tutte bellissime e solo un po’ deformate dal lato dove si toccano. Il gioiello fu comperato per duecento e cinquantamila lire. Un’altra perla pure proveniente dall’Australia, che apparteneva alla collezione di lord Dudley e che era in forma di pera e pesava 206 grani, fu pagata invece quattrocentomila lire. Trovare però delle perle simili, come abbiamo detto, è un caso veramente eccezionale.

La barca sulla quale il malabaro, il quartiermastro e Jody erano trasbordati, era appunto una di quelle grosse e larghe scialuppe impiegate dai pescatori di perle di Manaar, montata da una trentina d’uomini, per la maggior parte indiani del Coromandel e del Malabar.

Il mandah che la guidava, dopo aver abbracciato ripetutamente Palicur, lo trasse sotto la tettoia di poppa, facendo cenno al mulatto e a Will di seguirlo anch’essi.

«Credevo di non dover più rivederti, Palicur, – disse il mandah, che non staccava gli occhi dal malabaro. – Da dove vieni tu? Dal fondo del mare o dal regno delle tenebre? Sei proprio il mio amico Palicur o la sua ombra? Non eri dunque morto al bagno?»

«Chi te lo ha detto?» chiese il malabaro ridendo.

«Era qui corsa la voce, ma non ti saprei dire da chi fosse stata sparsa. Per quale miracolo ti trovi qui? Come sei fuggito? Tutti sapevano che eri stato tradotto alle isole Andamane.»

«Lo saprai più tardi, – disse Palicur, la cui fronte si era rabbuiata. – Vi è un’altra cosa che ora mi preme sapere. È viva ancora quella fanciulla? Dimmelo, Moselpati, dimmelo!»

Il viso del malabaro esprimeva in quel momento un’angoscia indicibile, tale che Will e Jody ne furono impressionati.

«Non temere, Palicur, – disse il capo dei pescatori di perle. – La fanciulla che tu ami è ancora viva. Mio fratello, che ha preso parte al pellegrinaggio al tempio di Annarodgburro, l›ha veduta tre mesi or sono. Era più bella che mai e faceva parte della processione.»

Un lungo sospiro sollevò il poderoso petto del malabaro. «Viva! – esclamò. – Viva ancora! Sivah, Brahma e Visnù siano benedetti.»

Poi accennando ai suoi compagni, disse:

«Devo a questi due fedeli amici la mia vita e la mia libertà. Puoi dire tutto in loro presenza, perché conoscono tutti i miei segreti.»

Il mandah porse la mano al quartiermastro, poi al mulatto, stringendo cordialmente le loro destre.

«Siete miei amici e sotto la protezione del capo dei pescatori di perle, – disse. – Da questo momento vi considero miei ospiti.»

«Ed ora, – disse il malabaro, – parliamo.»

«Sono pronto ad ascoltarti, amico.»

«Che cosa è avvenuto innanzi tutto della mia barca, che ho affidato all›associazione?»

«L›ho data in affitto ad un mio amico della costa del Coromandel, interessandoti anche sui prodotti della pesca, e mi preme dirti che quei pescatori hanno avuto una fortuna straordinaria di cui beneficerai anche tu. Io tengo in deposito cinquemila e ottocento rupie che sono di tua esclusiva proprietà e che domani ti farò versare.»

«Il mio timore era di giungere qui senza una rupia, – disse Palicur. – Quella somma sarà più che sufficiente per liberare la fanciulla che amo.»

«Sempre quell›idea?»

«Sempre finché avrò un atomo di vita,» rispose il malabaro.

«È pericoloso usare violenza contro quei monaci, l›hai provato, Palicur.»

«Penso a riscattarla invece.»

«Ci vorrebbe la perla sanguinosa, devi saperlo, mio povero Palicur.»

«Ho intenzione di cercarla.»

«A quella profondità! Quale palombaro potrebbe scendere fino là? Né tu, né altri potrebbe resistere alla pressione dell’acqua.»

«Parleremo di ciò più tardi, Moselpati, – disse Palicur. – Per ora ti chiedo un asilo sicuro che sia lontano dalla Città delle perle. Forse la polizia potrebbe non riconoscermi più, tuttavia è meglio essere prudenti, perché non ho desiderio alcuno di tornare al bagno.»

«Hai ragione, Palicur,» rispose il mandah.

Stette un momento silenzioso, fissando coi suoi occhi nerissimi la superficie del mare che scintillava vivamente sotto i primi raggi dei sole, con riflessi abbaglianti; poi stendendo una mano verso ponente, disse:

«Il miglior rifugio per voi si trova là, su quella roccia isolata, che l›alta marea ricopre per tre quarti quando soffia il vento dell›est; vi si apre una galleria che conduce alla cima, la quale non è libera che sei ore su ventiquattro. Nessuno andrà a cercarvi lassù, perché io solo ed i miei uomini conosciamo quel passaggio.»

«Non è scalabile esternamente?» chiese il quartiermastro.

«No, signore.»

«Un rifugio superbo, – disse Jody, che osservava attentamente quel picco. – La polizia non ci scoprirà di certo.»

«Dovrete però rimanere a bordo della mia barca fino a questa notte. La più bassa marea non l›avremo che fra le undici e le dodici.»

«E i viveri?» chiese Will.

«M›incarico io di tutto, signore, – rispose il mandah. – Siamo sul luogo della pesca. Servitevi nella dispensa di ciò che meglio vi piace e fate colazione.

«Debbo dirigere i miei uomini e fino a mezzodì sarò occupato. D›altronde nessuno verrà a importunarvi e potete considerarvi come su una barca di vostra proprietà.»

Strinse a tutti la mano e lasciò il casotto, gridando:

«Affondate le àncore! A posto i palombari!»

2. La pesca delle perle

Più di duemila barche, armate di due alberi reggenti delle ampie vele latine, e scortate da quattro rimorchiatori del governo inglese, incaricati di sorvegliare i pescatori e all’occorrenza di portare loro soccorso, si erano schierate sul margine del banco, affondando le ancore ad una profondità di sette o nove metri.

Una viva agitazione regnava a bordo di quei galleggianti. Dovendo la pesca cessare a mezzodì, tutti s’affrettavano a preparare le reti e le pietre per non perdere tempo.

Ammainate rapidamente le vele, centinaia e centinaia di palombari, per la maggior parte indiani e quasi tutti d’alta statura e di forme poderose, si slanciarono in acqua, tenendosi alle funi sorreggenti le pesanti pietre, e la pesca cominciò su tutta la linea, fra le grida dei marinai che rimanevano a bordo a ricevere le ostriche.

Palicur, Will e il mulatto, dopo aver fatto colazione, uscirono anche essi dal casotto per assistere a quella pesca emozionante.

I dieci palombari del mandah, tutti uomini scelti, lavoravano con un’energia suprema, moltiplicando i tuffi. Appena tornati a galla, consegnate le ostriche e tirato abbondantemente il fiato, tornavano ad inabissarsi, mentre i marinai ritiravano lestamente le funi sostenenti le pietre.

Moselpati incoraggiava tutti con grida e minacce e con buone parole, correndo incessantemente da prora a poppa, sorvegliando tutti e lanciando di quando in quando uno sguardo sulle ostriche che si ammucchiavano rapidamente sul ponte e nella stiva.

«Come sono lesti questi palombari,» disse il quartiermastro della Britannia, che assisteva per la prima volta a quello spettacolo.

«Moselpati sa sceglierli, signor Will, – disse Palicur. – Egli ha sempre i migliori.»

«Ne ho osservato uno che è rimasto sott›acqua almeno tre minuti. Come fa quell›uomo a non scoppiare?»

«Ha dei buoni polmoni, ecco tutto. Deve essersi esercitato da piccino per ottenere una dilatazione straordinaria.»

«E quanto guadagnerà quel povero diavolo alla fine della stagione?»

«Eh! Quando la va bene, un mezzo migliaio di rupie, signor Will. Se il governo inglese fosse meno ladro, i palombari potrebbero formarsi delle discrete fortune.»

«Il governo inglese trattiene due parti della pesca, è vero?»

«Sì,» rispose Palicur.

«Perle o ostriche?»

«Ostriche. Se così non fosse, si sceglierebbe certo le perle di maggior pregio.»

«Sicché tanto il governo quanto i pescatori giocano una carta.»

«È vero, e disgraziatamente qualche volta la brutta carta tocca ai poveri pescatori.»

«Non si può indovinare a colpo d›occhio le ostriche che contengono o no delle perle?» chiese Jody.

«È impossibile, – rispose Palicur. – Nulla, nemmeno all’occhio più esperimentato, fa presuporre se ne abbiano o no.»

«Il governo inglese le fa aprire prima di venderle?» chiese Will.

«No, le vende in massa, a lotti di mille conchiglie, al migliore offerente.»

«E quanto ricava da quelle vendite?»

«Secondo le annate. Mi ricordo che una volta un ricco indiano, che doveva essere l›agente d›un rajah, acquistò tutta la parte spettante al governo per 25 milioni di lire, e che alcuni anni or sono, essendo stata la pesca prodigiosa, un altro l’acquistò per la bagatella di 46.675 lire.»

«Ditemi, Palicur, – disse Jody, – le perle più grosse quanto si pagano ordinariamente?»

«Dalle 1.000 alle 1.500 rupie qui, e si rivendono poi sui mercati dell›Asia, dell›Africa e dell›Europa al triplo.»

«E di quelle scartate che cosa fanno?» chiese Will.

«Servono a preparare dei filtri per le belle indiane, e delle medicine per le cingalesi.»

«Delle medicine! – esclamò il quartiermastro. – Vuoi scherzare?»

«No, signor Will, – rispose il malabaro seriamente. – Le indiane e anche le cingalesi attribuiscono alle perle delle proprietà straordinarie, soprattutto medicinali. Le usano contro le malattie d’indole maligna, febbrosa e purulenta; la polvere serve contro le morsicature di serpenti velenosi; si fabbrica poi una certa acqua di perle, sciogliendone alcune nel sugo d’arancio, nell’aceto od in altro acido ed aggiungendovi dello zucchero, dell’acqua di rose, della melassa e della cannella.»

«Credi tu all›efficacia di quei filtri?»

«Io? – fece Palicur alzando le spalle. – Per me le perle non rappresentano che delle rupie e null’altro.»

Mentre chiacchieravano, la pesca continuava attivissima su tutto il banco, nello spazio limitato dai gavitelli galleggianti. Di quando in quando un’improvvisa agitazione si manifestava qua e là, seguita dalle grida:

«Il pescecane! Il pescecane!» Subito i palombari rimontavano precipitosamente a galla e si mettevano in salvo nelle barche, mentre i rimorchiatori accorrevano a tutto vapore per fugare il vorace mostro che aveva sparso tutto quel terrore. Ma dopo qualche minuto la pesca ricominciava più febbrile di prima.

Dei palombari animosi, armati di coltellacci e di corte lance, si tuffavano audacemente per scovare il mangiatore d’uomini, e sotto le acque avvenivano delle lotte epiche, in cui per lo più la peggio toccava al mostro, il quale non tardava a salire alla superficie col ventre squarciato.

Verso le undici tutti i palombari apparivano spossati, compresi quelli di Moselpati. Non si tuffavano più collo slancio iniziale e, quando rimontavano a galla, sembravano completamente sfiatati. Non pochi di quei disgraziati perdevano sangue dalle nari e dagli orecchi e appena issati a bordo stramazzavano sul ponte come fulminati.

A mezzodì preciso, un colpo di cannone sparato dal fortino d’Agrippo avvertì finalmente gli equipaggi che per quel giorno la pesca era terminata. Era d’altronde il momento opportuno per tornare verso la costa, giacché in quell’ora la direzione del vento mutava.

Tutte le barche issarono tosto le vele e l’imponente flottiglia, sempre scortata dai rimorchiatori inglesi, abbandonò lentamente il banco colle prore a levante. Moselpati attese che le fitte file si chiudessero, poi lanciò la sua piccola nave verso ponente, come se volesse far credere agli altri che si dirigeva verso la costa indiana, invece di andare a gettare le ancore davanti alla Città delle perle.

La sua barca aveva appena abbandonato il banco, quando il mandah scorse una scialuppa a vapore staccarsi dalla numerosa flottiglia e prendere la medesima direzione. La scialuppa portava la bandiera inglese ed era coperta da prora a poppa da un tendalino bianco per riparare dal sole il suo equipaggio.

«Quella lancia mi ha l›aria di volerci spiare, – disse il mandah, a Palicur, che si trovava sotto il casotto di poppa insieme al quartiermastro ed al mulatto. – Forse gl’inglesi temono che io finga di andarmene verso ponente per poi tornare verso il banco a riprendere la pesca? Sono così diffidenti!»

Il malabaro e anche Will, scorgendo quella scialuppa a vapore che marciava nella scia della barca, a piccola velocità per non sopravanzarla, sussultarono e si guardarono l’un l’altro con una certa ansietà.

«Non è possibile, – disse finalmente il quartiermastro, che aveva indovinato il pensiero del malabaro. – Nessuno può aver saputo che noi, dopo mille straordinarie vicende, siamo riusciti a rifugiarci qui. Rassicurati, Palicur; non corriamo alcun pericolo.»

«Che cosa temete?» chiese il mandah, che aveva ascoltato attentamente il quartiermastro.

«Che quella scialuppa spii noi piuttosto che la tua barca,» rispose Palicur.

«Siete appena giunti e vorreste che la polizia della Città delle perle lo sapesse già? No, è la mia barca che sorvegliano, onde impedirmi di tornare verso il banco a riprendere la pesca. Vedrete che quando il suo pilota sarà persuaso che la nostra rotta è proprio verso ponente, non tarderà a lasciarci. D’altronde vi sono qui uomini bastanti per cacciare in mare quei curiosi se tentassero di salire a bordo. Tranquillizzatevi, siete sotto la protezione dei pescatori di perle. Pranziamo, amici: è l’ora.»

Era cominciata la distribuzione dei viveri fra i trenta uomini che formavano l’equipaggio della barca, ed un mozzo, nero come un tizzone, aveva preparato una tavola sotto il casotto pel mandah ed i suoi ospiti.

I quattro uomini, a cui l’aria di mare aveva messo indosso un appetito da pescicani, assalirono vigorosamente il carri preparato espressamente per loro dal cuoco di bordo, abbondantemente condito con eccellenti pesci, pur non perdendo d’occhio la scialuppa a vapore che continuava a seguirli ostinatamente, tenendosi ad una distanza di tre gomene.

Vi erano a bordo di quella lancia sei persone, però essendo il tendalino molto basso, non si potevano scorgere i loro volti.

«Speriamo che si stanchino, – disse Moselpati quando il pranzo fu terminato. – Mi seccherebbe che ci seguissero fino all›isolotto.» Offrì ai suoi ospiti delle sigarette formate con una piccola foglia di palma e tabacco rosso, fece servire il caffè, poi si fece narrare tutte le straordinarie avventure toccate ai tre ex-forzati, interessandosi vivamente.

«Il Guercio! – disse, quando Palicur ebbe finito. – Io ho già udito questo nome o meglio questo soprannome. Molto grosso, con un occhio chiuso, membra muscolose… dove ho veduto quel cingalese?»

«L›hai forse conosciuto?» chiese Palicur.

«Lasciami pensare… un cingalese… cieco d›un occhio… Gloria a Buddha! Ma sì… deve essere lui! Anche quello è stato condannato per aver ucciso dei tiruvamska.»

Ad un tratto si alzò di scatto, guardando Palicur.

«Mi ricordo! Io l›ho veduto nella casa del vecchio Chital!» gridò.

«Nella casa del padre della mia fidanzata!» esclamò il malabaro con un gesto feroce.

«Sì e più d›una volta, – disse il mandah. – Quel cingalese era un pescatore.»

«Allora?…»

«Ci vuol poco a capire che quel dannato cingalese era tuo rivale in amore, – disse Will. – Ora comprendo l›accanimento suo contro di te, mio povero Palicur.»

«Ed io non sapevo nulla! E mai il vecchio Chital me ne parlò!»

«Non si sarà mai dichiarato, quel furbo cingalese,» disse Jody.

«Udiamo, amico, – riprese il mandah dopo qualche po’ di silenzio. – Come speri tu di riuscire a liberare la fanciulla? Colla perla sanguinosa, mi hai detto. Sei certo di ritrovarla?»

«Tu sai dove il ladro si è annegato, è vero?»

«Conosco il posto preciso. Affondò all›estremità orientale del banco, presso le tre scogliere.»

«È assai profonda l›acqua colà?» chiese Will.

«Settantaquattro braccia.»

«Un palombaro fornito di scafandro può giungervi.»

«E dove troverete voi un simile vestito e la relativa macchina?»

«A Colombo non mancheranno, – rispose Will. – Io ne ho veduto colà. Me ne incaricherò io.»

«Voi, signor Will! – esclamò Palicur. – E se vi scoprono?»

«Noleggerò una barca a vela e sbarcherò di notte inosservato.»

«Io ve la procurerò, – disse il mandah, – e la equipaggerò con uomini fidati. D’altronde penserò prima io a truccarvi. Ecco, voi potreste diventare un superbo baniano, per esempio. Chi potrebbe riconoscervi? Sangue di Buddha! Non la finiranno più?»

E Moselpati si era alzato, tenendo il pugno chiuso verso la poppa.

«L›hai colla scialuppa?» chiese Palicur.

«Sì, e trovo questo inseguimento un po’ troppo lungo. Finirò per armare i miei uomini: ho dei buoni fucili a bordo per voi, dannati spioni!»

Come se l’equipaggio inglese avesse udito quella minaccia, la scialuppa a vapore virò di bordo in quel momento, tornando a tutto vapore verso il banco. Palicur e i suoi due compagni respirarono a lungo, liberamente, poiché l’ostinazione di quegli uomini nel seguire la barca, malgrado tutto, aveva cominciato ad inquietarli vivamente.

Il mandah la seguì attentamente cogli occhi, poi quando la vide radere il margine del banco, fece mettere la prora verso l’isolotto che sorgeva solo a circa due miglia verso ovest.

Dovendo attendere la bassa marea delle 11 di sera, e desiderando anche ingannare la sorveglianza della scialuppa, che pareva si fosse ancorata presso il terzo settore del banco, continuò a spingere la nave verso ponente, come se realmente volesse dirigersi verso le coste indiane che già si profilavano vagamente in quella direzione.

Quando la notte scese, la barca virò di bordo e coi fanali spenti tornò indietro, per accostare lo scoglio che non era ormai più visibile, giacché la luna doveva sorgere assai più tardi.

Verso le dieci un lontano fragore di risacca avvertì l’equipaggio che l’isolotto era poco discosto. Le onde dell’Oceano Indiano, mosse dalla brezza notturna, correvano a rompersi con mille fragori contro le pareti rocciose cadenti a picco.

Il mandah, che non voleva esporre la sua barca al pericolo di venire trascinata dal vento o spinta dai cavalloni verso quell’enorme scoglio, ordinò di calare in acqua la scialuppa che teneva a mezzo ponte, facendovi mettere dentro dei viveri e tre carabine con non poche munizioni, poi fatti scendere quattro indiani, invitò Palicur, Will ed il mulatto a seguirlo.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
360 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain