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Kitabı oku: «La perla sanguinosa», sayfa 11
«D›una nave anglo-indiana, la Scotia per esempio, partita da Singapore per Colombo, naufragata in pieno mare presso le Nicobare.»
«Con noi soli superstiti,» aggiunse Palicur.
«Sì,» rispose il quartiermastro.
«Signor Will, s›avanza?» chiese Jody.
Il marinaio volse nuovamente gli sguardi verso levante, ma ormai la luce si era così affievolita verso quella direzione, che egli non poté distinguere più nulla. Solo verso ponente un colore rossastro ancora intenso indicava il punto ove il sole era tramontato.
«Non vedo che delle stelle salire in cielo, – disse, con voce angosciata. – Aspettiamo: forse scorgeremo i fanali di quella nave.»
Si sedettero sulla chiglia, fissando ansiosamente gli sguardi verso ponente. Ogni traccia di luce era ormai scomparsa e anche verso ponente le tenebre calavano rapidissime. Il mare diventava color dell’inchiostro.
Passarono alcuni minuti d’attesa angosciosa, poi un grido sfuggi dalle labbra del quartiermastro:
«I fanali di posizione! Là! Laggiù! La nave corre bordate!»
«Sì,» disse Palicur, che, come abbiamo detto, aveva la vista migliore di tutti.
«Che siano invece due stelle?» chiese Jody.
Il quartiermastro stava per rispondere, quando lo scafo della nave subì improvvisamente uno spostamento verso babordo, che li fece cadere l’uno sull’altro. Nel medesimo istante si udirono dei gorgoglii strani, come se dell’acqua si precipitasse attraverso uno spazio vuoto.
«Signor Will! -gridò Jody, atterrito. – Che cosa succede?»
Vi furono parecchi istanti di silenzio, poi in mezzo alle tenebre si udì la voce del quartiermastro urlare:
«La nave affonda!»
18. La caccia del pescecane
Che cosa era avvenuto? Come mai quella nave, che aveva resistito per molte settimane all’invasione delle acque, a giudicare dalle alghe che la coprivano, affondava proprio in quel momento in cui i naufraghi stavano per venire salvati?
Al grido del quartiermastro, Palicur e Jody balzarono innanzi, pallidissimi, sbarazzandosi rapidamente delle vesti onde esser pronti a gettarsi in mare, prima che il gorgo, che il veliero doveva aprire nell’affondare, potesse inghiottirli.
«Signor Will, – disse il pescatore di perle, – siete ben certo che questo scafo stia per mancarci sotto i piedi?»
«Sono sicurissimo di non ingannarmi, – rispose il quartiermastro. – State zitti ed ascoltate.»
S’avanzarono fino alla curva che descriveva la carena e tesero gli orecchi trattenendo il respiro. Alla base del tribordo udirono subito un gorgoglio accompagnato di quando in quando da sibili un po’ rauchi e da alcuni leggeri scricchiolii.
«È l›aria interna che fugge attraverso qualche apertura,» disse il quartiermastro.
«E come può essersi prodotta e proprio in questo momento?» chiese Jody.
«Chissà! qualche corbetto imputridito per la troppa lunga immersione e fors›anche danneggiato dall›urto della nostra piroga avrà ceduto in qualche punto, quantunque mi sembri che l’acqua penetri molto lentamente. La nave si è un po’ spostata, questo è vero, pure non mi sembra che finora si sia abbassata.»
«È vero, signor Will, – disse Palicur. – La linea delle alghe finora è sempre eguale, almeno qui.»
«Ma non a prora, – disse Jody. – Mi pare che la nave si sia inclinata verso il bompresso e che la poppa si sia invece di qualche po› rialzata.»
«Allora la falla si è manifestata a prora» disse il malabaro.
«Mi viene un sospetto!» esclamò ad un tratto il quartiermastro.
«Quale, signor Will?»
«Che siano stati gli sword-fish a danneggiare lo scafo. Qualcuno, nella furia dell’inseguimento e della caccia ai pesci volanti, avrà cacciato la sua lama fra le commessure dei madieri aprendovi un foro.»
«Possibile!»
«La loro arma è di una robustezza eccezionale ed io ho veduto uno di costoro attraversare d›un colpo solo il fasciame d›una grossa scialuppa. Se la falla è stata prodotta da uno di quei pesci, la nave non affonderà che assai lentamente e potremmo venire raccolti prima da quel veliero. Ah! Dov’è? Non scorgo più i suoi fanali!»
Tutti e tre fissarono gli sguardi verso levante, cercandolo ansiosamente. Si scorgevano molte stelle salire lentamente in cielo e nessun punto verde o rosso che indicasse i fanali di posizione della nave.
«Scomparsa?» chiese Jody con accento di terrore.
«Aspettate,– disse il quartiermastro. – Vi sono delle navi appartenenti a degli Stati che si accontentano di portare un fanale solo situato sulla prora e che è quasi sempre a luce bianca, luce che si può ben confondere con quella di qualche stella.»
«E poi il vento è caduto e quel veliero può trovarsi in piena calma, – aggiunse Palicur, un po› rassicurato dalle parole del marinaio. – Non ricomincerà a soffiare che coll’apparire dell’alba.»
«E se la nave nel frattempo ci mancasse sotto? – disse Jody. – Sapete che io sono un pessimo nuotatore.»
«Vi è la tua cassa e quella ti potrà servire d›appoggio, – rispose Will. – Se sorgesse la luna…»
«Non si alzerà che molto tardi, signor Will,» disse Palicur.
Un nuovo e più brusco spostamento della nave verso prora li fece cadere l’uno addosso all’altro.
«Affondiamo!» urlò Jody.
«Aspettatemi,» disse il quartiermastro, che serbava un ammirabile sangue freddo.
Si spinse verso la ruota di prora e s’accorse subito che la polena, rappresentata da una grande aquila ad ali spiegate, che fino a poche ore prima era in parte visibile, si era ora interamente immersa.
«Destino maledetto! – esclamò. – Lo scafo è affondato di due piedi in un quarto d’ora. La falla dunque è più considerevole di quello che credevo. Altro che il colpo d’uno sword-fish! È un mandiere che deve aver ceduto.»
Si curvò verso il mare ascoltando. Verso la ruota si udivano dei rauchi brontolii, accompagnati da un cupo fragore, prodotto probabilmente dall’acqua precipitantesi nella stiva.
«Roderà presto il legname e allargherà l›apertura, – mormorò il quartiermastro, tergendosi alcune grosse stille di sudore che gli bagnavano la fronte. – È impossibile che questo scafo possa mantenersi a galla fino all’alba.»
In preda a tristi apprensioni tornò verso i compagni che l’attendevano con angoscia. «Se ne va?» chiese Palicur.
«Fra un paio d›ore tutto sarà finito,» rispose il quartiermastro con un sospiro.
«Gettiamo in acqua la cassa?»
«No, aspettiamo fino all›ultimo momento, onde rimanere in mare il meno possibile. Sai che gli squali non ci hanno ancora abbandonati. Anche prima che il sole tramontasse li ho veduti a due o trecento metri al largo.»
«Signor Will, – disse Jody, – forse è proprio vero che quando dei pescicani seguono ostinatamente una scialuppa od una zattera, è segno che presto o tardi avranno una preda sicura.»
«Fole di marinai superstiziosi, – rispose il quartiermastro, alzando le spalle. – Hanno seguito noi come avrebbero seguito altri. Ah! Non è una stella, no, quella! È la luce d’un fanale! Amici, il veliero che abbiamo scorto prima che le tenebre calassero è sempre là, trattenuto dalla calma.»
«Cerchiamo di raggiungerlo, signor Will, – disse Palicur. – A quale distanza supponete che si trovi?»
«A qualche dozzina di miglia, direi, tuttavia noi non lasceremo questa nave se non quando affonderà. Il vento è debolissimo, tuttavia quel veliero avanzerà un poco, ed aspettando ci rimarrà minor via da percorrere.»
«Cala sempre, signore?»
«Adagio però e per qualche poco nulla avremo da temere.»
Si sedettero sulla chiglia, tenendo dinanzi a loro la cassa del macchinista, una specie di valigia lunga un buon metro e larga due piedi, laminata di zinco ed impermeabile, con due larghe maniglie di ferro alle due estremità.
La nave non cessava di abbassarsi, sempre lentamente, spostando a prora e anche un po’ sul babordo. Si udiva sempre l’acqua precipitare entro la stiva con un rombo impressionante, pauroso, che si ripercuoteva nei cuori dei naufraghi.
La nave, nel momento in cui qualche furioso colpo di vento l’aveva capovolta, doveva avere tutti i boccaporti ermeticamente chiusi e la massa d’aria rinchiusa nella stiva doveva averla mantenuta a galla. Il quartiermastro doveva quindi essersi ingannato quando supponeva che fosse invece carica di legname.
Passò una mezz’ora, poi un’ora lunga, lunghissima pei disgraziati. Il fanale bianco brillava sempre ad una grande distanza, il vento non accennava ad alzarsi e lo scafo s’abbassava sempre con delle larghe ondulazioni.
Già una grande massa d’acqua doveva essere penetrata nella stiva e quel peso enorme la traeva, lentamente ma inesorabilmente, verso i profondi baratri dell’Oceano Indiano. Ad un tratto Will s’alzò dicendo:
«Coraggio, amici: è ora di andarcene. La nave comincia a oscillare e questo è il segno che sta per calare rapidamente.»
I fianchi del veliero scricchiolavano ed entro la stiva s’udiva la massa d’acqua muggire cupamente e frangersi con sordi boati contro i puntali del frapponte e le scasse degli alberi. Pareva che si lagnasse della sua triste sorte.
I tre forzati si alzarono.
«Si sarà avanzato quel legno?» chiese Palicur.
«Il suo fanale si distingue meglio di prima. Jody, tieni la pistola, potrà esserci necessaria. Prendi anche un po’ di cartucce e bada di non bagnarle.»
«Mi sosterrà la cassa?» chiese il macchinista.
«Sì, purché tu ti metta a cavalcioni. Noi due terremo le maniglie. Lesti, caliamoci.»
Slegarono un capo della sartia che lasciarono pendere lungo la carena, poi il malabaro scese per primo portando la cassa.
Essendo il mare tranquillissimo, gli fu facile metterla in acqua; Jody, che lo seguiva da presso, fu lesto a mettersi a cavalcioni del galleggiante, tenendo la pistola e una dozzina di cartucce.
Will fu l’ultimo a calarsi.
«Lesti, – disse, – allontaniamoci prima di venire assorbiti dal gorgo.»
Si aggrapparono con una mano alle maniglie e si spinsero rapidamente al largo, rimorchiando la cassa.
Lo scafo del veliero, ormai quasi pieno d’acqua, cominciava ad affondare con rapidità. La sua prora era già quasi tutta immersa, mentre la poppa, a causa dello spostamento, si era molto innalzata mostrando tutto il timone ed il coronamento coll’estremità della boma della randa di mezzana o di maistra.»
«Presto! presto!» diceva Will.
Si erano allontanati di quattrocento metri, quando videro la nave inalberarsi bruscamente. Affondava da prora con mille scricchiolii, quasi verticalmente. La poppa, rialzatasi di colpo, mostrò per qualche istante l’ultimo albero a cui erano ancora attaccati dei pennoni con dei lembi di vele, poi la massa intera sprofondò, formando un vortice immenso.
Un’ondata circolare si distese tosto sull’oceano allargandosi rapidamente, poi tornò verso il vortice muggendo e trascinando per qualche tratto la cassa ed i tre uomini che vi erano aggrappati, e si sfasciò con un rimbombo simile allo scoppio simultaneo di parecchi pezzi d’artiglieria.
«Per un momento ho avuto il timore che il gorgo c’inghiottisse, – disse Jody che tremava ancora. – Una nave che affonda fa sempre un terribile effetto.»
«Era ormai condannata da parecchio tempo,» rispose Will.
«E il suo equipaggio l›avrà preceduta nella spaventosa discesa negli abissi?»
«Può darsi. Quando una nave s’ingavona e finisce per rovesciarsi, manca quasi sempre il tempo di mettere in acqua le scialuppe. Vedi sempre il fanale, Jody? Tu sei più in alto di noi.»
«Sì, signor Will; è sempre lontano.»
«Siamo sulla buona rotta?»
«Sempre.»
«M›immagino che verremo raccolti prima dell’alba. La cassa però serve di punto d’appoggio anche a noi e potremo resistere per quattro o cinque ore, è vero, Palicur?»
«Anche pel doppio, da parte mia» rispose il pescatore di perle.
«Che ora sarà?» chiese Jody.
«Dobbiamo essere prossimi alla mezzanotte,» disse Will, guardando le stelle.
«Eh!» fece in quel momento il macchinista, agitandosi ed armando precipitosamente la pistola.
«Che cos›hai?»
«Vedo dietro di noi brillare la bocca d›uno dei due maledetti squali, signor Will.»
«Dannati mostri! – ruggì con ira il quartiermastro. – Ero certo che non ci avrebbero lasciati tranquilli. Palicur, hai sempre il coltello?»
«Sì, signor Will,» rispose il malabaro.
«Tienti pronto e fermiamoci. Ordinariamente quegli squali hanno buon fiuto, ma pessimi occhi. Lasciamo passare quello che c’insegue.»
«E l›altro lo vedi, Jody?» chiese il malabaro.
«No, in nessuna direzione.»
«Che si avvicini sott›acqua?»
Quelle parole fecero gelare il sangue al quartiermastro. Infatti il mostro, mentre il compagno esplorava alla superficie, poteva raggiungerli di soppiatto e tagliare le gambe all’uno o all’altro dei due nuotatori con un solo colpo di dente.
«Confesso d›aver paura,» disse Will.
«Aspettate, signore, – rispose il malabaro. – Voglio assicurarmene.»
Lasciò la maniglia e si lasciò affondare, senza produrre alcun rumore. Il quartiermastro se lo sentì scivolare fra le gambe, poi dopo un mezzo minuto lo vide riapparire a poche braccia dalla cassa.
«Nulla, – disse, sternutando. – E l›altro?»
«Ronza sempre, senza accostarsi pel momento,» rispose Jody.
«Allora andiamo avanti, – disse il quartiermastro. – Cerchiamo di raggiungere al più presto quel veliero. E la luna? Dorme questa notte? Eppure l’orizzonte è sereno.»
«Sta per sorgere, signor Will, – disse Jody. – Vedo laggiù un po› di chiarore che si riflette sull’acqua, in direzione del veliero.»
«Se lo squalo s›avanza avvertici. Rimorchia, Palicur.»
Si rimisero a nuotare, avanzando sempre verso levante, mentre l’astro notturno faceva capolino mostrando a poco a poco la sua forma falcata.
Jody che volgeva gli sguardi, di tratto in tratto, in quella direzione, pur senza perdere di vista la bocca fosforescente dello squalo, poté ben presto discernere in mezzo alla striscia d’argento che la luna proiettava sull’oceano, due larghe macchie bianche al di sopra d’un piccolo punto nero.
«Signor Will! – esclamò con gioia. – Il veliero è visibile e si avanza verso di noi.»
«Che cos›è dunque? Un brik, un brigantino, una barca?»
«No, ha due sole vele latine come le grab indiane e le pinasse.»
«Ti sembra lontano assai?»
«Due o tre miglia.»
«E lo squalo lo vedi sempre?»
«Sangue di Brahma!»
«Che cosa succede?»
«Pare che ci abbia veduti: muove su di noi.»
«Tiri bene?»
«Non sono un pessimo bersagliere.»
«Sparagli addosso, appena giunge a buona portata.»
«Lo farò, signor Will.»
«Ed io sarò pronto a compiere il resto,» disse il malabaro, mettendosi il coltellaccio fra i denti.
«Affrettiamoci, Palicur,» disse il quartiermastro.
Facevano sforzi prodigiosi, ma non potevano certo gareggiare con quel formidabile corridore del mare che in pochi minuti percorre parecchi chilometri. Il mostro doveva aver scorto i tre naufraghi e giungeva velocissimo, impaziente di guadagnarsi la cena.
«Affrontiamolo, – disse Will, che udiva ormai i precipitosi colpi di coda di quel terribile avversario. – Fortunatamente è solo.»
«Eccolo! – gridò in quel momento Jody, tenendo il braccio armato. – Prendi, furfante!»
Un lampo squarciò le tenebre, seguito da uno sparo. Lo squalo, colpito in bocca, fece un improvviso balzo in aria uscendo quasi intero dall’acqua, poi sprofondò con gran fragore, mentre Palicur si gettava dinanzi al quartiermastro impugnando il coltellaccio.
Un momento dopo si udì in lontananza uno sparo. La detonazione veniva da levante.
«Ci fanno segnali dal veliero!» gridò Jody che aveva veduto il lampo, mentre ricaricava frettolosamente la pistola.
«Giungeranno troppo tardi, – disse Will. – Ecco lo squalo che torna alla carica.»
Il mostro, quantunque dovesse avere la palla confitta nel palato, era rimontato a galla e si precipitava nuovamente addosso ai naufraghi, deciso probabilmente a finirla una buona volta con quelle prede inafferrabili, che da tanti giorni avidamente sospirava.
Jody ed il malabaro erano però pronti a riceverlo ed anche il quartiermastro, quantunque inerme, era risoluto a prestare man forte ai compagni, magari a pugni.
Jody, che lo vedeva meglio di tutti essendo sempre a cavalcioni della cassa, per la seconda volta gli scaricò fra le enormi mascelle spalancate la pistola; contemporaneamente il malabaro, approfittando del dolore del mostro e della sua sorpresa, cacciatosi lestamente sott’acqua, con una tremenda coltellata gli squarciò il ventre per un buon piede di lunghezza.
Quasi subito un secondo sparo rimbombò sulla prora del veliero, il quale era lontano quattro o cinque gomene.
I naufraghi mandarono un triplice grido che si perdette lontano sull’oceano:
«A noi! A noi!»
Una voce, che scorticava orribilmente la lingua inglese, rispose tosto:
«Chi siete?»
«Naufraghi.»
«Aspettate la scialuppa! Ci mettiamo in panna!»
Pochi minuti dopo una striscia nera si delineò sulla zona argentata dai raggi della luna, mentre la voce di poco prima gridava:
«Reggetevi un momento! Giungiamo!»
19. Il Guercio torna in scena
Erano appena trascorsi cinque minuti da quel grido, che i tre naufraghi, scampati miracolosamente a tanti pericoli, si trovavano a bordo d’un veliero martabanese, dalle forme eleganti caratteristiche di tutte le navi birmane, la punta assai aguzza e rialzata.
Era un piccolo legno di forse duecento tonnellate, a due alberi, con ampie vele latine somiglianti a quelle degli sciabecchi greci, e montato da una dozzina di marinai dalla tinta oscura e dagli occhi un po’ obliqui, col bulbo giallastro.
Il comandante, un vecchio martabanese di aspetto simpatico nonostante la sua tinta piuttosto fuligginosa, che indossava delle ampie vesti di tela grossolana a fiorami dalle tinte smaglianti, e che aveva un cappello conico non certo adatto per sfidare i venti dell’oceano, appena ebbe dinanzi i tre naufraghi e s’avvide che fra di loro vi era un uomo bianco, senza nemmeno parlare li condusse nel casotto di poppa, introducendoli in una stanzetta ingombra di balle di mercanzia e nel cui centro vi era una tavola illuminata da una specie di lanterna cinese che spandeva una luce scialba, e offrì loro premurosamente tre grandi tazze colme di eccellente arak, dicendo nel suo inglese fantastico:
«Bevete subito: ciò vi farà bene dopo un lungo bagno.»
Poi batté su un piccolo gong, gridando: «La cena a questi signori.» I tre forzati, quantunque molto sorpresi da quell’accoglienza ospitale, non essendo quell’uomo un europeo, dopo averlo ringraziato con qualche parola, trangugiarono d’un fiato quel delizioso liquore. Ne avevano proprio bisogno dopo quel bagno prolungato e dopo tante sofferenze.
Avevano appena vuotato le tazze, quando entrò il cuoco di bordo portando dei biscotti, una terrina di riso bollito condito con guabi, un intruglio di pesci, di erbe e di olio molto pimentato, cibo ordinario dei marinai martabanesi e birmani, dei legumi cotti, piatto di gran lusso, parecchie tazze di tè e delle pipe.
Quantunque quel brav’uomo avesse fatto segno a Will che mangiasse invece di dare delle spiegazioni, il quartiermastro pur lavorando di denti gli narrò che erano tre marinai d’una nave inglese, capovoltasi due settimane prima in quei paraggi durante una formidabile tempesta, mentre erano diretti all’isola di Ceylon; e che essi erano i soli superstiti, essendo tutti gli altri scomparsi negli abissi dell’oceano. Quella storia, come si può facilmente comprendere, fu bevuta pianamente dal martabanese, il quale si mostrò vivamente commosso delle dolorose sofferenze subite da quei tre disgraziati sullo scafo della nave naufragata.
«Sicché, – disse egli, quando il quartiermastro ebbe finito, – voi eravate diretti a Colombo?»
«Sì,» rispose Will.
«È la mia rotta.»
«Me l›ero immaginato, – disse il quartiermastro – vedendo la vostra nave veleggiare verso ponente.»
«Ho un carico d›indaco per quella città, – proseguì il martabanese;– sarò quindi ben lieto di condurvi là.»
«Se non vi spiace ci sbarcherete a Manaar, – disse Will. – Abbiamo colà degli amici che ci aiuteranno, avendo noi perduto ogni cosa nel naufragio.»
«Dovendo passare per lo stretto di Manaar, non ho alcuna difficoltà a lasciarvi là! Ora andate a riposarvi e non datevi pensiero di nulla. Siete miei ospiti.»
Li condusse in una stanzetta attigua, dove vi erano delle brande, e li lasciò, augurando cortesemente la buona notte.
Era appena salito in coperta, quando si trovò dinanzi a due uomini che pareva lo aspettassero. Uno era un bianco, di forme robuste, con una massa di capelli rossi e che indossava la divisa dei sorveglianti dei penitenziari inglesi; l’altro pareva un indiano o per lo meno un cingalese, aveva forme più massicce, delle braccia enormi ed un torso da bufalo, ed era privo d’un occhio.
Entrambi parevano frenetici, perché investirono subito il martabanese con un serqua d’insolenze: «Stupido.»
«Imbecille!»
«Dovevi lasciarli annegare!»
«Almeno la nostra missione sarebbe finita e nessuno sarebbe tornato a galla.»
«E ti avremmo pagato la loro morte.»
Il martabanese guardava con stupore or l’uno or l’altro, come se non comprendesse affatto il motivo di quel violento scoppio d’ira.
«Spiegatevi,» disse finalmente, avviandosi verso prora onde i naufraghi non potessero udire nulla.
«Quei tre uomini che tu hai stupidamente salvato sono quelli che andavamo a cercare alle peschiere di Ceylon, – disse l›uomo di colore che mancava dell›occhio. – Il comandante del penitenziario di Port-Cornwallis t’ha ben detto che noi c’imbarcavamo sul tuo legno per andare a scovare quei bricconi fuggiti alcune settimane or sono.»
«Sì, me lo ha detto, ma io non entro nei vostri affari. Io vi ho imbarcato come passeggeri, perché avete pagato, e mi sono impegnato di condurvi a Ceylon e null’altro,» rispose il martabanese.
«Ti dico che quei naufraghi sono forzati, che noi dovevamo riprendere.»
Il martabanese alzò le spalle.
«Vi ripeto che sono affari vostri. Io non sono suddito anglo-indiano, né devo perciò obbedire a chicchessia. Ho trovato quei tre uomini in mare, morenti di fame e li ho raccolti come avrebbe fatto qualunque marinaio. Che siano forzati o no, ciò non mi riguarda.»
«E che cosa intendi fare di costoro?» chiese l›uomo bianco dai capelli rossi.
«Li deporrò a Manaar perché mi hanno pregato di sbarcarli alle peschiere.»
«Io ti farò dare un premio se tu li farai legare e li consegnerai al governatore di Colombo.»
Il martabanese aggrottò la fronte. «La gente della mia razza non tradisce l’ospitalità,» disse con voce secca.
«Lascia che li leghiamo noi mentre dormono,» disse il compagno del sorvegliante.
«Non ve lo permetterò mai. Siete sulla mia nave e qui comando io solo.»
«Hai ragione, – disse il sorvegliante, che aveva compreso d›aver a che fare con un uomo non facile a cedere. – Penseremo noi a riprenderli appena porranno piede sul territorio inglese; tu però devi prometterci di non avvertirli della nostra presenza a bordo della tua nave, se non vuoi avere dei gravi dispiaceri. Il governo inglese non scherza e potrebbe confiscare il tuo carico appena giunto a Colombo.»
«Io non dirò loro nulla,» rispose il martabanese.
«Noi fino al momento dello sbarco rimarremo nascosti nella camera di prora, – proseguì il sorvegliante, – né usciremo finché la tua nave giungerà ai banchi di Manaar.»
«Sta bene.»
«Dove sbarcherai i naufraghi?»
«A Manaar.»
«Sapremo ritrovarli,» disse il sorvegliante.
Il martabanese contrasse le labbra ad un risolino sardonico e volse loro le spalle dirigendosi verso poppa.
«È il diavolo che ce li ha mandati, – disse il sorvegliante, quando furono soli. – Tu non credevi certo a tanta fortuna, è vero, Guercio?»
«Non mi sono ancora rimesso dalla sorpresa, – rispose il cingalese, poiché era proprio il rivale di Palicur. – Cani, avrò la mia vendetta! Avevo detto al comandante del penitenziario che li avrei ritrovati, ma non credevo di rivedermeli dinanzi così presto.»
«E anch›io mi vendicherò di quel maledetto mulatto che col suo ginepro mi ha fatto perdere i galloni! – disse l’irlandese, digrignando i denti. – Volpone dannato! Mentre scappava io mi ubriacavo stupidamente colla bottiglia che mi aveva regalato.»
«Voi riavrete i vostri galloni ed io la mia libertà. Il comandante me l’ha promessa se riuscirò ad acciuffare quei tre bricconi, e vedrete che non sfuggiranno al Guercio. Quando li avremo rimandati al penitenziario, allora mi occuperò di Juga. Due anni di galera non hanno soffocato la passione che mi arde nel cuore. Mia o della morte.»
«Dimmi un po›, Guercio, come hai saputo tu che erano diretti alle peschiere?»
«Ho sorpreso un giorno i loro discorsi.»
«Quel giorno che il malabaro ti ha appioppato quel pugno?»
«Sì, – disse il cingalese la cui fisonomia aveva assunto, a quel ricordo, un aspetto feroce. – Poi potei ascoltarli ancora, quando erano nella cella che si trovava accanto alla mia. Quegli stupidi non pensavano che si può udire tutto attraverso una parete di legno.»
«E che cosa vanno a fare alle peschiere?»
«A cercare la perla sanguinosa, senza la quale sarà impossibile a Palicur poter liberare Juga. Egli deve sapere dove si è annegato il ladro che la rubò alla pagoda.»
«E tu non lo sai?»
«Lo ignoro, non essendo mai stato pescatore di perle, né avendo mai avuto aderenze con quegli uomini.»
«Ma se noi li arresteremo subito, come farai a sapere dove si trova? Palicur non te lo dirà.»
«Non potremo farlo prendere finché non porrà piede sul territorio cingalese, – disse il Guercio, – e non sbarcherà di certo finché non avrà trovato la perla. Quando sarà in nostra mano, gliela prenderò. Voi sapete che il comandante di Port-Cornwallis mi ha dato pieni poteri, sotto il vostro controllo è vero, e mi ha concesso di agire come meglio mi talenta pur di acciuffarli tutti e tre.»
«Che sbarchino su qualunque punto della costa e li farò subito legare, – disse il sorvegliante. – Tengo in tasca una lettera del comandante per la polizia di Colombo e di Areppuwa e li farò fermare prima che si rifugino sul territorio del rajah di Candy. Io vorrei ora sapere per quale caso inaudito li abbiamo trovati qui, senza il battello a vapore dove si erano rifugiati per sfuggire alle ricerche dei Nizam.»
«Suppongo che siano rimasti nascosti in qualche isola delle Nicobare,» rispose il cingalese.
«E della loro scialuppa, che cosa sarà successo?»
«Sarà stata affondata da qualche ciclone, signor Foster. Le burrasche sono frequenti in questi mari.»
«Hanno avuto una bella fortuna, Guercio.»
«Che non durerà molto, ve l›assicuro.»
«Lo credo anch’io. Andiamo a vuotare una bottiglia; ne ho ancora alcune nella mia cassa.»
Il forzato ed il sorvegliante si presero a braccetto come due vecchi amici e scesero nella camera di prora, dove russavano i marinai della guardia franca, quasi tutti martabanesi.
Il quartiermastro ed i suoi compagni, ignari del grave pericolo che li minacciava, dormirono beatamente dodici ore senza interruzione. Era veramente la prima notte, dopo la loro fuga dal penitenziario, che riposavano su una branda. Quando salirono in coperta, il sole era già alto ed una fresca brezza spingeva a corsa rapidissima il leggero veliero in direzione di Ceylon. Il capitano, che pareva nutrisse una vera simpatia per quei poveri diavoli, fece subito servire loro un’abbondante colazione, ma non parlò affatto della presenza a bordo del sorvegliante e del suo compagno.
Durante tutto il giorno il piccolo legno, che era un bravo camminatore, continuò la sua marcia verso ponente con due quarti al sud, e prima che il sole tramontasse l’equipaggio avvistava finalmente la punta di Palmyra, la più settentrionale della grande isola di Ceylon.
All’indomani il veliero imboccava il vasto canale di Manaar che separa l’estremità meridionale della penisola Indostana e l’isola di Ceylon, bagnando le coste orientali della prima e quelle occidentali della seconda.
Alle dieci di sera il faro dell’isola di Manaar era in vista e qualche ora dopo il veliero gettava l’ancora nella baia di Condatchy.
«Rimanete per questa notte ancora, – disse il martabanese a Will, che si mostrava impaziente di sbarcare. – Credo che sarà meglio per voi. Ditemi innanzi tutto se avete degli amici fidati fra i pescatori di perle.»
«Perché mi fate questa domanda?» chiese il quartiermastro, un po› stupito dal tono misterioso e dall›aria imbarazzata del martabanese.
«Ve lo dirò domani; per ora non posso spiegarmi di più.»
«Chi credete che siamo?» chiese Will a cui era nato un sospetto.
«Per me, dei naufraghi che io devo proteggere finché siete miei ospiti. Rispondete alla domanda che vi ho fatto. Avete degli amici fra i pescatori?»
«Sì, – disse Palicur, che assisteva al colloquio. – Quasi tutti mi conoscono qui.»
«Allora è meglio che vi faccia scendere in qualche barca di pescatori, anziché a terra. La Città delle perle potrebbe offrirvi dei pericoli in questi momenti, – disse il martabanese. – Non si è più sicuri là.»
«Che cosa è successo in quella cittaduzza?» chiese Palicur con ansietà.
«Vi prego di non interrogarmi per ora. Siete miei ospiti, quindi nulla avete da temere da me. Andate a dormire e quando domani le barche dei pescatori passeranno per recarsi ai banchi, vi darò delle spiegazioni che potranno esservi molto preziose.»
Comprendendo che sarebbe stato inutile insistere, Palicur, Will e Jody, quantunque molto preoccupati per quelle parole, tornarono nella loro cabina, ma non riuscirono a chiudere gli occhi, quantunque sembrasse loro assolutamente inammissibile che quel martabanese avesse potuto indovinare in loro dei fuggiaschi dal bagno di Port-Cornwallis.
Quando il colpo di cannone, sparato dalla vicina stazione d’Agrippo, annunciante che le barche da pesca stavano per lasciare la Città delle perle onde recarsi sui banchi di Manaar, rimbombò sul mare, erano ancora svegli. Salirono lestamente in coperta e non notarono alcun che di straordinario. Il capitano del veliero stava seduto sul coronamento di poppa, masticando un pizzico d’areca, e quattro marinai si preparavano a mettere in acqua una delle due scialuppe.
«Le barche da pesca escono dalla baia, – disse il martabanese muovendo verso i naufraghi, mentre un ragazzo accorreva con delle tazze colme di tè fumante. – Se volete sbarcare, tenetevi pronti.»
Infatti, quantunque cominciasse appena allora ad albeggiare, un numero infinito di grosse barche a vela, montate da venti o trenta pescatori, lasciavano gli ancoraggi, dirigendosi lentamente verso l’alto mare. Trovandosi il veliero martabanese fermo quasi all’entrata della rada, dovevano per necessità passarvi dinanzi.
