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Kitabı oku: «La perla sanguinosa», sayfa 14

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4. Un supplizio orribile

Il mandah, udendo quelle parole, non poté trattenere un gesto di spavento e anche di collera.

Se quel furfante conosceva così bene i tre ex-forzati, vi era il pericolo che le autorità inglesi andassero a scovarli per rimandarli poi al bagno. Nondimeno, quantunque comprendesse bene che ormai ogni tentativo per ingannare quel furbo matricolato era assolutamente inutile, tentò di resistere.

«Tu sei pazzo, – disse al Guercio. – Quegli uomini non sono mai fuggiti da un bagno, sono persone oneste che pescavano perle nella baia di Martaban, e che non hanno mai portato questi nomi. Tu ti sei sbagliato, e di molto. Va’ a cercare altrove quegli individui di cui hai parlato e non già sulla mia barca.»

«Non occorre, e se quelli non fossero veramente i tre ex-forzati, basterebbe una parola sola per provarti che io non mi sono ingannato.»

«Pronunciala dunque.»

«Perché ti sei affrettato a nasconderli? Tu, finita la pesca, non sei tornato come le altre barche alla Città delle perle.»

«Chi ti ha detto questo?» gridò il mandah.

«Ti abbiamo seguito e spiato.»

«La scialuppa a vapore!» si lasciò sfuggire incautamente Moselpati.

«Era montata da noi, mio caro, – rispose il Guercio. – Io sapevo che quegli evasi erano a bordo del veliero martabanese e appena sbarcato qui, ho noleggiato la scialuppa e sono giunto ancora in tempo per vederli trasbordare sulla tua barca.

«Getta pure le tue carte, vecchio mio. La partita l›ho guadagnata io e per ora non ti accorderò nessuna rivincita.»

Moselpati era rimasto come fulminato da quelle inattese rivelazioni. Per parecchi istanti fu incapace di trovare una frase, poi, guardando bene in viso il miserabile, gli disse con accento di sfida:

«E se così fosse? Che cosa esigi da me? Bada che qui non siamo né in mezzo a una jungla, né in un deserto e che nella Città delle perle non mancano dei poliziotti.»

«La polizia ha altro da fare in questo momento che occuparsi di noi, vecchio mandah, – disse l’irlandese. – Non verrà a disturbare le nostre piccole operazioni.»

«Infine che cosa volete da me? – urlò il pescatore, che cominciava a perdere la pazienza. – Siete della gente onesta o dei furfanti?»

«Un po› dell›uno e un po› dell›altro, – rispose il cingalese, ridendo sguaiatamente. – Non scaldarti tanto, vecchio, e continua a rispondere. Che cosa sono venuti a fare qui quegli uomini?»

«Andate a domandarlo a loro.»

«Tu devi saperlo.»

«Io non conosco i loro segreti.»

«Bada, Moselpati! – disse il cingalese con voce minacciosa. – Tu non uscirai se prima non ci dirai il motivo che li ha spinti a venire qui, invece di fuggirsene lontano. Palicur vorrà certo liberare la figliola di Chital.»

«Allora se sai tutto, è inutile che secchi me,» disse il mandah.

«Voglio sapere in quale modo cercherà di liberarla, e siccome tu sei suo amico, voglio che tu me lo dica. Quella fanciulla che io ho amato forse più intensamente di quel maledetto indiano, non deve finire fra le sue braccia. O mia o della morte, m’intendi, vecchio?»

«Vattela a prendere, se ti preme tanto, – disse il mandah. – Per me le mie donne sono le ostriche perlifere e più oltre non vado. Sono un pescatore di perle io, m’intendi, Guercio?»

«Il quale sa dei segreti che non vuole svelare, – rispose il cingalese, e rivolgendosi all’irlandese disse: – Bah! Quelle piccole e brave bestioline lo faranno gridare meglio d’un pavone. Ne rispondo io.»

«Tu sei una canaglia, Guercio!»

«Che io sia un uomo onesto o no, poco m’importa. Per ora mi preme che tu mi dica come Palicur intende liberare la figlia del vecchio Chital.»

«Va› a domandarlo a lui, birbante.»

Un lampo terribile balenò negli occhi dei cingalese.

«Ah! – esclamò, con una voce rauca. – Tu non vuoi dirmelo? Ebbene, vedremo se la tua volontà sarà più forte del sonno. Ve n’è abbastanza di bestioline in quelle noci di cocco!»

«Che cosa vuoi fare, canaglia?» gridò il mandah

«Aspetta un po›.»

Si piegò verso l’irlandese e gli sussurrò alcune parole all’orecchio. Il sorvegliante fece un gesto di approvazione, si mise in capo il cappello che aveva deposto in un angolo, accese una pipa e se ne andò, chiudendo fragorosamente la porta dietro di sé.

«Moselpati, – disse il cingalese con un feroce sorriso. – Quanto la durerai? Il narcotico deve averti lasciato indosso un sonno irresistibile. Non tarderai a chiudere gli occhi, è vero?»

«Sì, mi sento spossato ed ho una voglia irresistibile di dormire,» rispose il mandah.

«Coricati adunque, e bada che vi sarà qualcuno che t’impedirà di chiudere gli occhi, a meno che tu non preferisca narrarmi che cosa intende fare quel cane di Palicur per liberare la figlia di Chital.»

«Taci o finirò per strozzarti, miserabile!»

«Io! Eh, via! Tu vuoi scherzare, mio povero Moselpati! – disse il cingalese. – Siamo in due soli e farò di te quello che meglio mi piacerà. Se mai, chiama la polizia.»

«Domani ti farò arrestare, miserabile.»

«Domani! Troppo presto, mio caro!»

Il cingalese accese una lampada che si trovava in un canto, perché cominciavano a scendere le tenebre, e si accoccolò, come una bestia feroce in agguato, all’estremità della stuoia su cui giaceva il mandah, fissando su di lui uno sguardo carico d’odio intenso.

Il pescatore di perle, a cui l’effetto del potente narcotico somministratogli rendeva le palpebre pesantissime, si adagiò sulla stuoia. Provava un desiderio irresistibile di dormire, nondimeno cercava di reagire energicamente a quel torpore, non essendosi scordato la minaccia del cingalese.

Questi pareva che non si occupasse, almeno pel momento, del prigioniero. Seduto sui talloni, fumava placidamente, saettando la sua vittima con uno sguardo fiammeggiante. Non parlava, ma sorrideva malignamente, accarezzando di quando in quando, con una voluttà feroce, due mezze noci di cocco che si era messo accanto.

Molsepati, turbato da quello sguardo che pareva volesse magnetizzarlo, faceva degli sforzi prodigiosi per tenere gli occhi spalancati, chiedendosi con angoscia quanto avrebbe potuto resistere.

L’effetto del narcotico non era completamente svanito, nonostante il liquore somministratogli dal cingalese, e il disgraziato pescatore si sentiva a poco a poco riprendere dal sonno. Sbadigliava in modo da slogarsi le mascelle, e le palpebre gli diventavano di minuto in minuto più pesanti, mentre il cervello gli si intorpidiva.

Il Guercio non gli staccava di dosso gli occhi e ghignava malignamente, vedendo gli sforzi inutili che faceva il pescatore di perle.

«Lasciami dormire, – disse ad un certo momento il mandah. – Non ne posso più.»

«Sì, se prima mi dirai con quale mezzo Palicur intende ottenere la liberazione della figlia di Chital,» rispose il cingalese.

«Ti ripeto che io non so nulla, te lo giuro.»

«È inutile che tu giuri: non so che cosa farmene delle chiacchiere. O confessi o, per tutti i cobra di Ceylon, non ti lascerò chiudere occhio.»

«Bada che un giorno potrò essere libero e allora…»

Il cingalese si mise a ridere.

«Per ora sei qui, in mia mano, e non mi scapperai facilmente. Confessi sì o no?»

«Lasciami prima dormire.»

«No.»

«Te ne prego.»

«No, – rispose il cingalese ferocemente, – no!»

«Dormirò egualmente.»

«Provati.»

Il mandah si lasciò cadere di peso, colle palpebre abbassate. Non poteva più resistere alla sonnolenza profonda che lo invadeva.

«Ah! Tu vuoi dormire egualmente? – disse il cingalese, stringendo i denti. – Aspetta un po’.»

Prese da terra una mollettina d’acciaio, aprì una delle noci di cocco togliendo il coperchio d’argilla e vi gettò dentro uno sguardo. Il recipiente era pieno di grossi ragni neri vellutati e di scorpioni d’ogni dimensione e di ogni colore, che battagliavano ferocemente fra di loro.

Il cingalese prese la mollettina, rovistò entro il recipiente e levò un grosso scorpione di colore brunastro. Con un gesto rapido tolse al mandah una scarpa mettendogli a nudo il piede destro ed accostò l’insetto al dito pollice, dicendo:

«Mordi pure.»

Lo scorpione, furioso di sentirsi comprimere il corpo, piantò le branche nel dito stringendo ferocemente e iniettando nella cute una goccia di veleno.

Moselpati si raddrizzò di colpo a sedere, mandando un urlo di dolore.

«Ah! Cane!»

«Ti avevo avvertito di non dormire, – disse freddamente il cingalese, riponendo nel guscio di cocco lo scorpione. – Se torni a chiudere gli occhi ti farò invece mordere da una scolopendra. Guarda, ne ho una buona riserva in questo recipiente.»

«Che Sivah ti fulmini, canaglia!»

«Più tardi, per ora non ha tempo di occuparsi di me.»

«Ti farò arrestare!»

«La polizia sta sorvegliando i ladri di perle ed io non sono un ladro.»

«Sei un assassino!» urlò il mandah che si contorceva pel dolore e che faceva sforzi sovrumani per liberarsi dai legami.

«Parole, null›altro che parole. Vuoi confessare?»

«Ti ho detto che non so nulla!»

«Un bel ragno nero, – disse il cingalese. – Morderà bene questo, meglio dello scorpione.»

«No! No!» urlò il mandah.

«Parlerai?»

Moselpati rimase muto. Ansava, aveva la fronte coperta di sudore, la bava alle labbra e il suo viso esprimeva un terrore orribile.

«Parlerai?» ripeté il cingalese, agitando minacciosamente il ragno.

«Sì, – articolò finalmente il mandah che ormai si vedeva perduto. – Parlerò.»

«Dunque dimmi come Palicur intende liberare la figlia di Chital.»

«Con la perla sanguinosa, – rispose Moselpati. – Miserabile, tu mi obblighi a tradire un amico disgraziato.»

«Non andrò a raccontarglielo, te lo prometto. La perla sanguinosa! Me l’ero immaginato! Tu allora sai dove si trova. Dimmelo o ricomincio.

«All›estremità del banco… fra l›ultimo margine e le tre rocce… là… l›uomo che l›ha rubata si è annegato.»

«Si troverà ancora il suo cadavere?»

«Questo non lo so.»

«L›aveva nella coscia quella perla, è vero?»

«Sì.»

«Ne sei certo?»

«Così mi hanno detto, basta: ti ho detto troppo.»

«No, devi finire.»

«Che cosa vuoi sapere ancora?»

«Come Palicur andrà a cercarla. Si dice che l’acqua sia troppo profonda in quel luogo perché un palombaro vi possa discendere.»

«Non lo so.»

«Uh! Tu sei un volpone e lo sai meglio di me, ma non vuoi dirmelo. Come potrà Palicur scendere? Tu non devi ignorarlo, e se non canterai, vecchio mio, ti pianterò dieci scolopendre nel piede. O parlare o lasciare qui la tua pellaccia. Orsù, decidi: ho già perduto troppo tempo.»

«Se ti dico che non lo so!»

«Anche prima giuravi d›ignorare tutto, mentre invece dopo il morso dello scorpione hai parlato. Su, vecchio mandah, vuota il sacco o ricomincio.»

Il cingalese, risoluto a ottenere quello che voleva, accostò al piede destro il ragno vellutato, in modo che le sue zampe gli toccassero la pianta. A quel contatto il pescatore di perle ebbe un brivido orribile e dalle labbra gli sfuggì un vero urlo.

«No! No!»

«Parla dunque,» riprese l›implacabile cingalese.

«Useranno lo scafandro.»

«Ah! Non avevo pensato a quell›apparecchio inventato da quei demoni d›uomini bianchi. Io non so veramente che cosa sia, me lo dirà l’irlandese.

«Avanti, mio bravo Moselpati, e dopo? Bada che il ragno ha una voglia furiosa di mordere. Dimmi almeno se Palicur ha qualche probabilità di ritrovare la famosa perla. Quel cadavere potrebbe essere stato divorato dagli squali.»

«Può darsi.»

«E dimmi dove andranno a prendere quello scafandro. Qui non ve ne devono essere.»

«A Colombo.»

«Palicur, Jody o l›inglese?»

Il mandah, che sudava freddo, esitò a compiere quell’ultimo tradimento.

«Mordi,» disse il cingalese accostando risolutamente il ragno.

Moselpati mandò un secondo urlo terribile. Le zampe del ragno, armate di punte taglienti al pari delle migali, gli erano entrate nella pianta.

«Basta, cane!»

«Sì, se finirai la tua confessione.»

«Will!»

«Ah! L›inglese! Benissimo, cercheremo di farlo catturare prima che lasci Colombo. Si sta bene al bagno! Ah! Ah! E credevano di aver lasciato me a mangiare la zuppa d’olio di cocco e a digerirla a colpi di bastone! Ora puoi dormire, mio povero vecchio. Ne so abbastanza.»

Il pescatore di perle non rispose. Si era lasciato cadere come un uomo morto, chiudendo subito gli occhi.

Il cingalese gettò su di lui uno sguardo ironico.

«Stupido, – disse. – Ti sei lasciato prendere come un fanciullo; decisamente quando s›invecchia si diventa imbecilli. L›irlandese può essere ben contento di me. Io avrò la perla e la figlia di Chital, lui i tre fuggiaschi. Gli affari nostri non potrebbero camminare meglio, per la coda di Visnù.»

Richiuse con precauzione le noci di cocco, onde gl’insetti non potessero fuggire, sciolse un rotolo di stuoie e si coricò presso il mandah, dicendo:

«Mi lascerà dormire tranquillo. L›irlandese non tornerà prima di domani mattina. Quei bianchi sono troppo delicati per accontentarsi d›una semplice stuoia.»

Vuotò un vaso che teneva nascosto in un angolo della capanna, contenente certamente qualche liquore, spense la pipa e si sdraiò accanto al mandah che russava sonoramente.

Nessuno turbò il loro sonno e quando poco dopo l’alba l’irlandese, che aveva la chiave del cancello, entrò, non si erano ancora svegliati.

«Su, Guercio, – disse il nuovo venuto, urtando col piede. – Dormi troppo, mio caro.»

Il cingalese si stirò, sbadigliando fino a slogarsi quasi le mascelle, e fu lesto a balzare in piedi.

«Dunque?» chiese l›irlandese.

«Ha confessato tutto. A voi i tre forzati, a me la perla, è vero?»

«Ti ho promesso d›aiutarti.»

«Sulla roccia non ve ne sono che due soli in questo momento.»

Il sorvegliante aggrottò la fronte.

«Chi manca dunque?»

«Will, il quartiermastro.»

«Dov›è scappato costui? Narrami tutto: non amo perdere tempo.»

Il Guercio lo informò di tutto quello che era riuscito a sapere dal mandah.

«Ah! Va› a prendere degli scafandri? Lo farò arrestare prima che lasci Colombo.»

«No, signore. Dopo, quando avranno ritrovato la perla.»

«Ma tu sai ormai dove si trova!»

«Non mi fido delle informazioni del mandah. Voglio veder loro scendere.»

«Ti sarà allora necessario uno scafandro.»

«È quello che volevo dirvi.»

«Me ne occuperò io: conosco quei congegni, essendo stato anch›io un tempo marinaio. So anzi che ve ne sono di perfezionati, che non richiedono più l’antico pontone colle relative macchine per la conduttura d’aria. È giusto: prima la perla, poi prenderemo loro. E di quest’uomo che cosa farai?»

«Lo terrò prigioniero finché avremo trovato o rubato la perla e i suoi amici saranno stati arrestati. La capanna è solida e, legato con delle buone corde, non potrà fuggirci. D’altronde io lo sorveglierò strettamente. Quando contate di partire per Colombo?»

«Subito: non mi sarà difficile noleggiare una barca. Qui non potrei trovarti lo scafandro che ti occorre.»

«Ed io che cosa dovrò fare?»

«Credi tu che quell›isoletta su cui si sono rifugiati Palicur e Jody sia accessibile?»

«No, le sue pareti sono tagliate a picco. Lo conosco bene quel covo,» rispose il cingalese.

«E come hanno fatto quei dannati a salire lassù?»

«È quello che mi sono domandato parecchie volte, signore. Noi non abbiamo veduto appoggiare delle scale, e poi a bordo delle barche dei pescatori di perle non ve ne sono mai.»

«Eppure non possono essere volati lassù come rondini marine o gabbiani.»

«Vi deve essere qualche passaggio, signore.»

«Se tu potessi scoprirlo!» mormorò il sorvegliante.

«È quello che cercherò di fare questa sera. Sì, non può esservi che un passaggio, noto solo al mandah. Me lo dirà, dovessi fargli mordere tutto il corpo dai miei ragni e dalle mie scolopendre.»

«Bada di non ucciderlo. Non voglio avere dei fastidi colla polizia, alla quale dovrò un giorno rendere conto della mia missione.»

«Addio, Guercio, e veglia sul prigioniero. Se ci sfugge, tu perderai la perla ed io forse i tre forzati.»

5. La fuga di Moselpati

Mentre il povero mandah veniva catturato dal cingalese e dal sorvegliante, l’uomo che aveva accettato l’offerta di condurre il quartiermastro della Britannia a Colombo, dopo aver riscosso le rupie appartenenti a Palicur si era diretto sollecitamente verso la spiaggia per mettersi alla vela.

Al pari di Moselpati era un indiano, molto più giovane, con spalle quadre e braccia poderose, e apparteneva all’associazione dei pescatori di perle, quantunque non prendesse più parte alla pesca.

Possessore d’una bella pinassa, equipaggiata da sei valenti marinai, si era dedicato al traffico costiero, spingendosi talvolta fino ai porti dell’estremità meridionale della penisola Indostana. Fare quindi una gita fino a Colombo, seguendo sempre la costa, era per lui un semplice gioco con quel piccolo, ma solido veliero, che filava come una rondine marina anche a vento largo.

Salito a bordo della pinassa, che era ancorata dietro la gettata del piccolo bacino interno, l’indiano fece subito levare le ancore e sciogliere l’immensa vela latina, per poter giungere prima dei tramonto nelle acque dello scoglio, ed approfittare della bassa marea per introdursi nel passaggio segreto rivelatogli da Moselpati.

Spinto dal vento di sud-est, il piccolo veliero a mezzodì raggiungeva l’estremità orientale del banco, incrociando le innumerevoli barche che tornavano dalla pesca, avendo allora tuonato il cannone che ne annunciava la chiusura.

Per non destare sospetti nei rimorchiatori inglesi che rimanevano di guardia presso i margini dell’immenso banco, si spinse verso il settentrione, come se avesse avuto intenzione di andare a caricare all’isoletta di Rosmeswaran od a Pamben.

Quando le tenebre cominciarono a scendere, trovandosi già all’altezza dell’isolotto, scese verso il sud, lanciando due razzi, come Moselpati gli aveva ordinato, per avvertire i tre forzati del suo arrivo.

Colle indicazioni avute non gli riuscì difficile trovare l’apertura, essendo in quel momento la marea bassissima, e dopo aver raccomandato ai suoi uomini di tenersi a poca distanza, vi si introdusse portando con sé una lanterna. Sopra la prima piattaforma s’incontrò con Palicur e con Will, armati di carabine.

«Chi sei?» chiese il malabaro.

«L›inviato di Moselpati, il mandah, – rispose il marinaio. – Porto le rupie che ho ritirato all’associazione dei pescatori di perle ed ho l’ordine di condurre uno di voi a Colombo.»

«Dov›è il mandah

«Lo ignoro. Da stamattina io non l›ho più veduto, essendomi messo una mezz›ora dopo alla vela. Sbrigatevi: la marea monterà fra poco e allora non potremo più uscire.»

Palicur si fece consegnare la somma e la divise con Will, dicendo:

«È meglio che abbiate una buona scorta di denaro, signore. Non si sa mai quello che può succedere. Quando tornerete?»

«È rapida la tua barca?» chiese il quartiermastro al marinaio.

«Non ve n›è un›altra che possa gareggiare colla mia da Manaar a Matotta.»

«Sicché in sei giorni potremo essere nuovamente qui?»

«Spero prima, signore.»

«Partite senza indugio, signor Will. I minuti sono preziosi, e poi vorrei prendere terra al più presto. Non mi sento troppo sicuro qui, vicino alla Città delle perle.»

«Non lasciare questo rifugio, Palicur, – disse il quartiermastro. – Chi non conosce il segreto dell’entrata non sale quassù.»

«Non lo lascerò, signor Will, ve lo prometto.»

Il marinaio ed il quartiermastro lasciarono la piccola piattaforma e raggiunsero la base dello scoglio. La marea cominciava appena allora a montare, sicché poterono passare, quasi senza bagnarsi, sulla pinassa che aveva accostato la poppa all’apertura, non essendovi in quel momento il minimo movimento di risacca.

Palicur, che aveva raggiunto Jody rimasto sulla piattaforma superiore, poté vedere la pinassa spiegare la sua immensa vela e prendere rapidamente il largo colla prora verso il sud-est.

«Lo scopriranno a Colombo?» chiese il mulatto al malabaro, il quale seguiva cogli sguardi il veloce veliero che scompariva fra le tenebre.

«Non credo; il signor Will è prudente, e poi un uomo bianco, e per di più inglese, non viene facilmente arrestato.»

«E Moselpati che non giunge ancora? Ci aveva pur promesso di venire anche lui questa sera.»

«Il suo ritardo m›inquieta, – rispose il malabaro. – Dovrebbe già trovarsi in queste acque. Egli sa che quando la marea comincia a montare non si può più entrare nella galleria.»

«Sai a che cosa penso in questo momento, mio caro Palicur?»

«Non lo saprei.»

«A quella misteriosa scialuppa a vapore che seguiva ostinatamente la sua barca.»

«Toh! Come i nostri pensieri s›incontrano! Anch›io pensavo a quella!»

Successe fra loro due un breve silenzio, poi Jody riprese:

«Che sia toccata qualche disgrazia al mandah

«E quale? Egli è un onesto pescatore di perle, da tutti rispettato, essendo uno dei capi più influenti dell›associazione.»

«Eppure non sono tranquillo, Palicur. La marea già monta e la sua barca non si scorge ancora.»

«Credo che t›inganni, – rispose il malabaro, spingendosi rapidamente verso il muricciolo che si ergeva verso l›estremità orientale della piattaforma. – È ben un veliero quello che naviga laggiù senza fanali.»

«Dove?»

«Segui cogli sguardi la direzione del mio braccio. Non scorgi laggiù un›ombra?»

«Sì, mi pare di vedere una massa oscura solcare il mare.»

«È la barca di Moselpati, ne sono sicuro, – disse il malabaro. – Naviga verso questo isolotto.»

«Giunge troppo tardi. Odo il rombo della marea che monta intorno all’isolotto.»

«Purtroppo, – rispose Palicur. – Bah! Parleremo dall›alto al basso.»

La barca scoperta dallo sguardo acuto del malabaro si appressava abbastanza rapidamente, quantunque il vento fosse cambiato e soffiasse per di più irregolarmente. Era uno di quei larghi e pesanti velieri usati dai pescatori di perle, quindi vi era da sperare che fosse quello di Moselpati, anche per la rotta che teneva.

Virò quattro bordate finché giunse presso lo scoglio, e si mise in panna di fronte all’apertura che la marea aveva ormai quasi interamente chiuso, rendendo l’entrata inaccessibile. Una voce s’alzò da poppa.

«Ehi! Palicur!»

Era quella del pilota di Moselpati, un vecchio pescatore di perle che in altri tempi aveva lavorato sul gran banco col malabaro.

«Sei tu, Madikar?» chiese l›ex-forzato, curvandosi sul parapetto.

«È con voi il mandah

«Moselpati? Ma no, non l›abbiamo veduto.»

«Non è giunto colla pinassa che ha noleggiato stamane?»

«Non era a bordo.»

Il pilota lanciò una bestemmia, poi dopo un breve silenzio riprese, alzando la voce per dominare il rombo della marea:

«Sai che è scomparso? Non ha fatto più ritorno sulla nostra barca.»

«Da quando?»

«Da stamane.»

«Era solo quando ha lasciato la barca?» chiese Jody.

«Solo, signore,» rispose il pilota.

«Non hai fatto delle ricerche?» domandò Palicur.

«Abbiamo interrogato quasi tutti i mandah della Città delle perle e non abbiamo potuto sapere altro se non che era stato veduto con un uomo bianco, un inglese; poi più nulla.»

«Che cosa conti di fare?»

«Andare alla pesca per ora, e al mio ritorno riprendere le ricerche e mettere in moto anche la polizia. Avete bisogno di nulla?»

«Abbiamo viveri sufficienti.»

«E l›inglese?»

«È già partito.»

«Buona notte: domani sera ci rivedremo prima che la marea copra l’entrata.»

La barca, che si manteneva a stento in panna, riprese le bordate, tornando verso il banco onde trovarsi all’alba sul luogo della pesca.

«Che cosa ne pensi, Jody, della scomparsa misteriosa di Moselpati?» chiese Palicur, quando la barca si confuse tra le tenebre.

«Vi è qui sotto un mistero che sarei ben lieto di svelare,» rispose il mulatto, che era diventato pensieroso.

«Temi anche pel signor Will?»

«Per lui no, per noi invece.»

«Come possono aver saputo che noi siamo qui?»

«Che il capitano martabanese ci abbia traditi?» chiese ad un tratto Jody.

«No, è impossibile. L›ho veduto io prendere subito il largo verso il sud; e poi mi parve troppo onest›uomo per denunciarci.

«Aspettiamo domani sera, Palicur, – concluse Jody. – Il passaggio ormai è chiuso e nessuno verrà a sorprenderci.»

Rassicurati dalla marea, che rumoreggiava sempre intorno all’enorme scoglio, i due ex-forzati si coricarono sotto un pezzo di porticato e non tardarono ad addormentarsi, nonostante le loro inquietudini.

L’indomani, quando si svegliarono, il banco era coperto di barche, essendo la pesca già cominciata. Nessuno però di quei legni si spinse verso l’isolotto, sicché poterono fare colazione con perfetta tranquillità. Nemmeno quella scialuppa a vapore che aveva seguito con tanta ostinazione la barca di Moselpati si fece vedere.

La giornata trascorse non meno tranquilla. Solamente delle bande di uccelli marini, per lo più composte da quei grossi volatili chiamati rompitori d’ossa, fecero delle visite ai due ex-forzati, posandosi sulle rovine dell’antico fortino, senza dimostrare alcun timore per la presenza di quei due esseri umani.

Verso la mezzanotte, nel momento in cui la marea toccava la massima bassezza, la barca di Moselpati ricomparve. Il pilota aveva mantenuto la promessa.

Appena giunta dinanzi al passaggio, una scialuppa si staccò e abbordò lo scoglio.

«Andiamo ad incontrarli, – disse Palicur. – Forse è Moselpati quello che si è cacciato nella galleria.»

Presero una lanterna e si calarono nella piattaforma inferiore, giungendovi nello stesso momento in cui sbucava l’uomo che si era cacciato nelle viscere dell’isolotto.

Era Madikar, il pilota.

«Non l›avete ancora trovato?» chiesero ad una voce Palicur e il mulatto.

«No, – rispose il pescatore con voce alterata. – Non so più dove rivolgere le mie ricerche, né che cosa pensare della scomparsa del padrone. Temo che qualcuno l›abbia assassinato, sperando di trovargli indosso delle perle.»

«Hai avvertito la polizia?» chiese Palicur.

«Non ho osato, temendo per voi.»

«Hai fatto bene, tuttavia noi dobbiamo rintracciarlo. Un uomo non può sparire.»

«Ho messo in moto tutti i mandah e anche l’associazione fa delle ricerche, ma finora nessuno ha saputo nulla.»

«Non hanno rintracciato quell’inglese?»

«L›hanno cercato dovunque e pare che sia scomparso anch›egli. Che cosa devo fare?»

«Sospendere la pesca e dedicarti interamente alla ricerca di Moselpati, – rispose il malabaro. – Quell›uomo mi è necessario. Quando poi verrà il signor Will, decideremo sul da farsi, se per allora non avrai avuto più alcuna nuova del tuo disgraziato padrone.»

«Quando dovrà ritornare?»

«Il signor Will non sarà qui prima di quattro giorni. Se non hai notizie da comunicarmi, è inutile che tu venga. Le tue gite potrebbero destare qualche sospetto.»

«È vero, Palicur. Quest›oggi sono stato seguito da quella scialuppa a vapore.»

«O da un›altra?»

«No, l›ho riconosciuta subito.»

«Hai potuto vedere chi la montava?»

«Vi erano dentro quattro cingalesi.»

«Li hai ravvisati bene?»

«Mi è stato impossibile, essendo la scialuppa coperta dal tendalino.»

«Non erano marinai anglo-indiani?» chiese Jody.

«No, cingalesi, di ciò sono certissimo, – rispose il pilota. – Parto e se avrò notizie del padrone verrò.»

Scese la gradinata, scomparendo nel corridoio, mentre Palicur ed il mulatto si guardavano l’un l’altro con profonda ansietà.

«Quella scialuppa deve essere montata dal Guercio,» disse Palicur quando furono soli.

«Che quel briccone abbia giocato qualche brutto tiro a Moselpati?»

«Può darsi, Jody; quell›uomo è capace di tutto.»

Cercarono di addormentarsi, e solamente verso l’alba riuscirono a chiudere gli occhi, prolungando il sonno fino quasi al mezzodì.

Anche quella giornata trascorse in continue ansie, senza che nulla di notevole avvenisse; alla sera la barca di Moselpati non si fece vedere.

«Brutto segno, – mormorò il malabaro, scuotendo tristemente la testa. – Il mandah deve essere morto.»

Per non allarmare il mulatto, tenne per sé le sue apprensioni e finse di dormire tranquillamente.

Altri tre giorni passarono così fra ansie continue e senza che la barca facesse più ritorno. Era la quinta sera che il quartiermastro era partito, quindi vi era la speranza di vederlo tornare da un momento all’altro, se qualche disgrazia non gli era toccata. Il mulatto e il malabaro si erano accordati di non dormire quella notte.

Le tenebre erano calate più nere del solito, essendosi il cielo coperto di un fitto strato di vapori, i quali intercettavano completamente la luce degli astri, e si era alzato un vento impetuoso dal sud-est. L’Oceano Indiano rumoreggiava sinistramente, accanendosi contro lo scoglio. Delle larghe ondate montavano dal mezzodì e si frangevano cupamente contro le rupi tagliate a picco, balzando e rimbalzando.

I due ex-forzati, seduti sul muricciolo, scrutavano attentamente l’orizzonte tenebroso, che nessun lampo fino allora illuminava. Né l’uno né l’altro parlava, essendo entrambi assai preoccupati.

Doveva essere trascorsa di qualche po’ la mezzanotte, quando Palicur segnalò due punti luminosi verso oriente.

«È una barca che s›avvicina, – disse a Jody. – Ha la prora verso di noi.»

«Quella del signor Will o del mandah

«Staremo a vedere. Il vento la spinge rapidamente e fra venti minuti sarà qui. Cala la marea?»

«Sì, Palicur, e fra poco sarà possibile l›accesso.»

I due punti luminosi, che poco prima erano quasi invisibili, ingrandivano a vista d’occhio. Quella barca doveva essere una buona veliera per guadagnare via così rapidamente.

Palicur la seguiva attentamente cogli sguardi, cercando di discernere se si trattava della barca dei pescatori di perle o della pinassa.

A un tratto un grido gli sfuggì, mentre afferrava strettamente un braccio di Jody.

«Il signor Will!»

«Lui?»

«Sì, è la pinassa… una vela sola… la vedo. Ah! bravo marinaio!»

Il piccolo veliero, poiché era proprio quello noleggiato da Moselpati, virò di bordo a trenta passi dall’entrata della galleria, imbrogliando rapidamente buona parte della vela, poi una piccola scialuppa fu calata in mare e nonostante la violenta risacca si cacciò sotto la rupe. Palicur ed il mulatto, munitisi di lanterne, si precipitarono verso la piattaforma inferiore, gridando:

«Signor Will! Signor Will!»

Due uomini sbucarono dalla galleria interna, muovendo loro incontro rapidamente.

«Sì, siamo noi, – disse il quartiermastro della Britannia. – Io e Moselpati!»

«Anche tu, mandah! – gridò Palicur. – Sogno o son desto?»

«Mi credevi morto, è vero? – disse il pescatore di perle, cercando di sorridere. – Eh! Poco ci è mancato che quel maledetto Guercio mi mandasse nel paradiso di Visnù.»

«Il Guercio!» esclamarono ad una voce il malabaro e Jody.

«Zitti, – disse il quartiermastro. – Fra poco vi spiegheremo tutto.»

Fece colle mani portavoce e, chinandosi sul mare, gridò:

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
360 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain