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Kitabı oku: «La perla sanguinosa», sayfa 15
«Riprendete il largo! Tornate a prenderci fra un›ora.»
L’equipaggio della pinassa sciolse l’immensa vela ed il legnetto, che si manteneva con gran fatica presso l’isolotto e correva il pericolo di venirvi trascinato contro, si mise a bordeggiare.
«Saliamo; potete reggervi, Moselpati?»
«I ragni e gli scorpioni fanno più male che danno, – rispose il mandah. – I morsi si cicatrizzano presto.»
«Che dici, Moselpati?» chiese Palicur.
«Lassù prima, – disse Will. – Ci sono delle notizie molto spiacevoli e corriamo dei gravi pericoli. C›è la minaccia di tornare al bagno. Seguitemi.»
I tre ex-forzati ed il mandah salirono la scala e si sedettero in mezzo alle rovine del vecchio fortino.
«Amici, – disse il quartiermastro, quand›ebbe ripreso il fiato. – Se non ci sbrighiamo a trovare la perla noi finiremo per tornare a Port-Cornwallis, perché il Guercio sa dove ci nascondiamo.»
Un grido di stupore e anche di rabbia sfuggì dalle labbra del malabaro.
«Lui!…»
«L›ho veduto coi miei occhi e per poco non mi ha fatto morire sotto i morsi degli scorpioni e delle scolopendre, – disse Moselpati. – Sono stato fino a ieri suo prigioniero e gli sono sfuggito per un vero miracolo.»
«Non sei stato a Colombo col signor Will?»
«Ma no, – disse il quartiermastro, – non è venuto con me. Ho incontrato la sua barca due ore or sono, presso il margine occidentale del banco, e l›ho preso a bordo.»
«Spiegatevi meglio,» disse Palicur, che pareva fuori di sé.
Il mandah in poche parole raccontò in qual modo era caduto nelle mani del Guercio, storia che già i lettori conoscono.
«E come sei fuggito?» chiese Palicur.
«Rodendo le mie corde e aprendo un foro attraverso il tetto, – rispose il mandah. – Il Guercio si assentava di frequente per recarsi chissà dove, forse a trovare quel briccone di corrispondente, ed io ho approfittato ieri per andarmene, dopo aver rovesciato i vasi contenenti la sua pericolosa collezione di ragni, di scorpioni, di bis-cobra e di scolopendre. Se è tornato di notte nella sua capanna, spero che avrà provato le branche velenose di quelle bestioline.»
«E quel cane sa che noi siamo qui?»
«Lo sapeva prima ancora che mi tormentasse. Scommetterei mille rupie contro una che egli si trovava in quella scialuppa a vapore che seguì la mia barca.»
«Dunque quel furfante si è fermato nella Città delle perle col sorvegliante, – disse Jody. – Credevo che se ne fosse andato altrove. Ah! Se il martabanese ci avesse avvertiti prima! Per Sivah! Lo avrei strangolato prima che sbarcasse. Signor Will, avete trovato gli scafandri?»
«Ne ho acquistati due, colla relativa pompa per l›introduzione dell›aria.»
«Allora non perdiamo tempo. Da un momento all’altro possiamo venire ripresi. Può servire la pinassa?»
«La preferisco anzi alla barca del mandah, essendo essa più maneggevole.»
«Potremo all›alba trovarci presso i tre scoglietti?» chiese il malabaro volgendosi verso Moselpati.
«Anche prima,» rispose il mandah.
«Quel luogo si trova nel campo della pesca?»
«Sì, e potremo fare le nostre ricerche senza destare sospetti.»
«Imbarchiamoci senza ritardo, – concluse Palicur. – O i pescicani mi divoreranno o io troverò la perla.»
In quel momento la pinassa ritornava verso lo scoglio.
6. La perla sanguinosa
Le stelle cominciavano a smorzarsi sotto i primi riflessi dell’alba, quando il piccolo e velocissimo veliero giunse all’estremità orientale del grande banco, gettando l’ancora a tre o quattro gomene da un gruppo di scoglietti che sporgevano dall’acqua le loro punte aguzze e nerastre.
Parecchie barche di pescatori di perle si erano già ancorate sul margine del banco, essendo anche quella punta compresa nella sezione fissata dal governo anglo-indiano per lo sfruttamento dei molluschi, almeno per quell’annata. I loro equipaggi però erano così occupati nei preparativi della pesca, che nessuno aveva fatto attenzione all’arrivo della pinassa, la quale si poteva scambiare per una semplice navicella montata da pescatori indiani più intenti a prendere pesci che ostriche perlifere, tanto più che il capitano aveva fatto tendere parecchie reti sopra i bordi.
Il quartiermastro, durante la corsa notturna, aveva allestito la macchina per la pressione dell’aria, i tubi, le vesti di caucciù e le grosse testiere di rame, munite di lenti enormi, onde tutto fosse pronto.
«Ci siamo, – disse il mandah, volgendosi verso Palicur e Will. – Se non trovate la perla qui, sarebbe inutile andarla a cercare altrove.»
«È proprio questo il luogo dove il ladro si è inabissato?» chiese il quartiermastro.
«Non posso ingannarmi, – rispose il mandah. – Io montavo una delle scialuppe che gli davano la caccia e proprio dinanzi a queste rocce egli scomparve sott’acqua.»
«Riusciremo a trovarla?» chiese Palicur, la cui voce tremava.
«Essendo di solito il mare molto mosso in questo punto, il cadavere sarà stato coperto dalle sabbie, a meno che…»
«Continuate,» disse Will, vedendolo esitare.
«E se qualche pescecane avesse divorato il cadavere?»
Palicur si passò una mano sulla fronte, che si era coperta d’un sudore freddo.
«Dovremo frugare le sabbie e forse a lungo, – disse Will. – Ditemi: siete proprio certo che quell›uomo avesse la perla ancora nascosta nella coscia?»
«Che avesse la famosa perla nessuno ne dubita, perché diversamente non sarebbe fuggito; che la tenesse ancora nascosta entro la piaga, lo si dubita. Si dice che appena giunto nella Città delle perle se la fece levare. Credo piuttosto a questa versione che all’altra, sapete perché?»
«Parla,» disse Palicur.
«Perché quando io lo vidi balzare in acqua, teneva in mano una specie di borsa a maglie d›acciaio che mi parve rigonfia. Chi mi assicura che la perla non fosse invece là dentro?» disse il mandah.
«Se ciò fosse vero, le probabilità di ritrovarla aumentano, – rispose Will. – Anche se il cadavere è stato divorato da qualche squalo, troveremmo sempre fra le sabbie la borsa. Non scoraggiarti, Palicur… Che cosa vuole quella barca?»
Uno dei velieri che pescava sul margine del banco e che non portava a poppa il distintivo dell’associazione dei pescatori di perle, aveva alzato le ancore e si avanzava lentamente verso la barca di Moselpati.
Tutti si erano vivamente voltati a guardarlo; finché il veliero si arrestò a tre o quattro gomene, affondando nuovamente le ancore sul margine del banco.
«Hanno cercato un posto migliore e null›altro, – disse Moselpati. – Quei pescatori non si occuperanno di noi.»
Tuttavia, onde non potessero scorgere ciò che avveniva sulla pinassa, ordinò a sei marinai di coprire il ponte colla tenda, facendola tirare da prora a poppa.
Intanto Will e Palicur, aiutati da Jody, avevano indossato gli scafandri e si erano fatti avvitare le pesanti testiere di rame ed assicurare i tubi conduttori d’aria. Il primo aveva già dato tutte le disposizioni necessarie ed insegnato al macchinista il modo per far agire la pompa. Si fecero passare nella cintura due coltellacci, non essendo improbabile che qualche pescecane li assalisse durante la loro escursione sottomarina.
Quando furono legati, Jody appese alla loro cintura due corti badili per rimuovere le sabbie, quindi diede ordine di calarli, mentre il mandah ed il capitano della pinassa mettevano in opera la pompa. I due ex-forzati ben presto scomparvero sotto la superficie, calando lentamente, colle dovute precauzioni, verso il fondo.
Poco dopo Will ed il malabaro posarono i piedi su un banco di sabbie situato a ventiquattro metri di profondità, ingombro di corte alghe e di crostacei e molluschi disposti a piccoli mucchi.
Il malabaro che prima, sul ponte della pinassa, si trovava quasi impossibilitato a muoversi a causa delle pesanti suole di piombo, fu assai sorpreso d’aver prontamente riacquistato la sua agilità.
Il quartiermastro, dopo aver percorso il fondo per una ventina di metri, scandagliandolo col badile, s’avvicinò al pescatore di perle, accennandogli con una mano un rialzamento del fondo, in forma di tumulo, che era coperto di crostacei. Poteva darsi che il ladro della famosa perla fosse affondato in quel luogo e che le sabbie, mobilissime, l’avessero ben presto coperto prima che tornasse a galla. D’altronde sul banco, che era livellatissimo, come una piccola spianata, non si mostrava nessuna altra disuguaglianza.
I due palombari, dopo essersi scambiato un cenno, si diressero verso quel piccolo rialzo, disperdendo con pochi colpi l’ammasso di crostacei, e si misero a lavorare alacremente, quantunque provassero una forte oppressione e una specie di soffocamento, non essendo abituati a quel modo di respirazione tutt’altro che regolare.
Quel lavoro non era molto facile, poiché il fango, intorbidando le acque, impediva loro in certi momenti perfino di vedersi; nondimeno riuscirono a poco a poco a rovesciare il tumulo ed a fare una escavazione abbastanza profonda.
Stavano per allargarla, quando il quartiermastro s’arrestò bruscamente, precipitandosi poi entro la buca.
Attese qualche minuto onde il fango tornasse a depositarsi, poi mostrò al malabaro un cranio umano. Era quello del ladro o di qualche povero pescatore di perle annegatosi su quel fondo? Comunque fosse, i due ex-forzati, dopo essersi scambiati qualche segno, si rimisero a frugare febbrilmente le sabbie, animati dalla speranza di rinvenire quella specie di borsa d’acciaio che il mandah aveva assicurato di aver veduto.
Ad ogni palata di sabbia che gettavano, strani crostacei mai prima di allora veduti fuggivano sotto i loro piedi, agitando minacciosamente le loro branche. Perfino dei ragni di mare, quegli orribili mostriciattoli irti di punte, con zampe enormi, che sonnecchiavano sepolti come i caimani, s’alzavano dimenandosi furiosamente e tentando di morderli colle loro durissime e poderose tenaglie.
Lavoravano da più di mezz’ora, allargando sempre l’escavazione, quando Will si precipitò innanzi con impeto, per poco non strappando il tubo di gomma che gli forniva l’aria, gettando via un mucchio di ossa umane, di stinchi, di costole e di femori; poi affondò le mani nella sabbia, traendone qualche cosa che brillava.
Certo un urlo doveva essergli sfuggito, che la pesante testiera di rame aveva soffocato.
Nella destra stringeva una borsa dalle maglie d’acciaio, che mostrava un rigonfiamento notevole come se contenesse qualche oggetto. Palicur gli si gettò addosso, strappandogliela di mano, e con un moto rapido l’aperse.
Il mandah non si era ingannato. Fra le maglie vi era una perla di bellezza meravigliosa, di tinta sanguigna, e grossa quanto un uovo: era la famosa perla sanguinosa!
I due ex-forzati si precipitarono l’uno nelle braccia dell’altro, cozzando le loro testiere di rame. Certo parlavano, forse gridavano, senza potersi udire.
Will, passato il primo momento d’intensa emozione, stava per dare uno strappo alla fune che lo univa alla pinassa per avvertire Jody di ritirarli a bordo, quando nel volgersi gli parve di scorgere un’ombra umana sorgere dietro un ammasso di alghe e subito dopo abbassarsi.
«Che sia invece un pescecane?» pensò, mettendo mano al coltellaccio.
Diede uno strappo alla fune di Palicur e alla propria e mise la borsa entro la larga tasca che portava appesa alla cintura.
Palicur dai gesti del quartiermastro aveva compreso che qualche pericolo li minacciava ed a sua volta aveva levato il coltello.
Stavano per essere tratti in alto, quando un nembo di fango li avvolse, mentre un’onda improvvisa li rovesciava, troncando i tubi di caucciù che li rifornivano d’aria e squarciando le loro vesti. Pareva che una mina o qualche grossa cartuccia di dinamite fosse scoppiata in fondo al mare. Tentarono con uno sforzo supremo di liberarsi delle testiere di rame, poi l’asfissia li sorprese e s’abbandonarono ingurgitando acqua a pinte.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quando Palicur sé, si trovò sotto il casotto della pinassa, steso su un materasso, col capitano del piccolo veliero accanto, che gli strofinava vigorosamente il petto per fargli vomitare almeno una parte dell’acqua che gli gonfiava il ventre.
«Per Sivah! – esclamò allegramente il marinaio, vedendolo aprire gli occhi. – Credevo di avervi tratti a bordo troppo tardi!
«Che cosa avete fatto saltare in fondo al mare? Per poco la mia pinassa veniva scaraventata in aria!»
Palicur tentò di rispondere, ma da principio non fu capace che di mandare qualche suono gutturale.
«Non affaticatevi, – gli disse l›indiano. – Avremo tempo per chiacchierare. E voi, signore, come va?»
La voce di Jody si fece udire a qualche passo:
«Pare che abbia inghiottito più acqua del malabaro, tuttavia non dispero di richiamarlo in vita. Strofinate, mandah, e tirategli la lingua: così, benissimo, vedete? Comincia già a respirare, come può è vero, tuttavia i polmoni non tarderanno a funzionare.»
«Gli avete tolto le vesti?»
«Ci voleva poco a levargliele, – rispose Jody. – Erano tutte squarciate.»
«E la borsa?»
«È in mano mia,» disse Moselpati.
«È proprio quella la perla?» chiese il padrone della pinassa.
«Sì, quella.»
Udendo quelle parole, un fremito scosse il corpo del malabaro. La sua bocca si apri e ripeté per due volte:
«La perla! La perla!»
«Bevete prima questo, amico, – gli disse il capitano della pinassa, porgendogli una fiaschetta. – È vero gin e vi rimetterà meglio in gambe.»
Il malabaro inghiottì parte del liquore e si alzò subito a sedere, guardando il quartiermastro Will, dietro a cui s’affannavano Moselpati e Jody.
«Torna in sé?» chiese, con voce abbastanza chiara.
«È fuori pericolo, – rispose il mulatto. – Deve aver bevuto più abbondantemente di te e faremo bene a lasciarlo per ora tranquillo. Quando avrà digerito tutto quel sale, starà meglio di te. Puoi parlare?»
«Non provo più alcuna difficoltà, – rispose Palicur. – Noi palombari siamo abituati alle bevute abbondanti e i nostri polmoni riprendono presto le loro funzioni. È al sicuro la perla?»
«La tengo io, – disse Moselpati, – non temere. Mi dirai ora che cosa è avvenuto in fondo al mare. Abbiamo veduto sorgere un getto enorme d›acqua che scagliò la pinassa quasi addosso al banco e per poco non spezzò le funi che vi tenevano legati. Che cosa avete fatto esplodere in fondo al mare?»
«Noi?» esclamò Palicur.
«La colonna d›acqua sorse dal fondo. Non eravamo né ciechi, né ubriachi.»
«Stavamo per tornare a galla quando fummo avvolti in una nube di fango e poi rovesciati, – rispose il malabaro. – Mi parve che qualche cosa fosse scoppiato, una mina o una cartuccia di dinamite.»
«Fatto scoppiare da chi? – chiese Jody. – Noi stavamo tirandovi a galla e nessun oggetto fu lanciato dalla pinassa; di questo rispondo io.»
«E anche noi,» aggiunsero il capitano della pinassa e Moselpati.
«Hai veduto nessuno laggiù?» chiese Jody.
«Io no, ma mi ricordo che il signor Will mi additò qualche cosa che non ebbi il tempo di distinguere, poiché, come vi dissi, il fango ci avvolse e quasi subito le nostre vesti ed i tubi scoppiarono.»
«Che sia avvenuta in fondo al mare una improvvisa eruzione vulcanica?» si chiese Jody, che era diventato pensieroso.
«In tal caso avrebbe continuato, – disse Palicur. – È calmo il mare?»
«Perfettamente.»
«Che qualcuno abbia cercato di assassinarci per impedirci di raccogliere la perla?»
«E chi? – chiese Moselpati. – Se noi…»
Si interruppe bruscamente, battendosi la fronte.
«Quella barca che pescava a tre o quattro gomene è fuggita subito, è vero?» chiese, volgendosi verso il capitano della pinassa.
«E ormai non si vede nemmeno più, – rispose il marinaio. – Che cosa vuoi concludere, Moselpati?»
«Non può essere stata che quella a gettare qualche cartuccia di dinamite o a far scoppiare qualche mina precedentemente preparata, – disse il mandah. – Le sue manovre sospette per accostarci mi avevano già allarmato.»
Palicur mandò un urlo di furore.
«Il Guercio! Sì, non può essere stato che lui!»
«Il Guercio!» ripeté una voce.
Tutti si voltarono. Il quartiermastro della Britannia si era a sua volta alzato a sedere e guardava con una specie di sorpresa Palicur e le persone che lo circondavano.
«Vivo! Ancora vivo!» esclamò con voce un po› fioca.
«Come state, signor Will?» chiesero premurosamente Jody e il malabaro.
«Sono pieno come un otre, – rispose il quartiermastro, sforzandosi di sorridere. – Devo aver parecchie pinte d’acqua in corpo. Bah! Le digeriremo con calma.»
«Signor Will, – disse Jody, – avete veduto qualcuno voi, prima di dare il segnale di tirarvi su?»
«Sì, – rispose l’inglese dopo qualche istante di riflessione. – Non era un pescecane… era un’ombra umana, ne sono sicuro. Auff! Mi sembra di scoppiare.»
«Credete che fosse il Guercio?»
«Non l›ho potuto… vedere… tuttavia sospetto che sia… stato lui… sì, una cartuccia… della dinamite… e per poco non venivamo fatti a pezzi.»
Poi, dopo un momento di sosta, aggiunse: «E la perla?»
«Sì, mostraci la perla, Moselpati!» esclamò Palicur.
Il mandah si tolse dalla larga fascia la borsa di anelli d’acciaio e mostrò ai due ex-forzati il famoso gioiello, il solo che poteva riscattare la bellissima figlia di Chital.
Era una perla superba, dalla forma e della grossezza quasi d’una pera, a riflessi sanguigni, una tinta mai più vista, né mai più riscontrata fra le tante pescate sul banco di Manaar. Il carbonato di calce aveva indubbiamente assorbito a poco a poco il sangue dell’orribile piaga fattasi aprire dal ladro e aveva perduto il suo splendore madreperlaceo, assumendo quella tinta meravigliosa che doveva aumentarne immensamente il valore.
«Non ho mai veduto nulla di simile! – esclamò Will. – Palicur, questa perla vivificata dal sangue vale dei milioni.»
«No, signor Will, – rispose il malabaro. – Vale solo la libertà della mia fidanzata, della fanciulla che io amo immensamente e senza la quale non potrei ormai più vivere.»
«Allora andiamo a offrirla ai tiruvamska del monastero di Annarodgburro. La tua felicità si trova sotto la fitta ombra del bogaha.»
«È quello che volevo proporvi, signor Will, se acconsentirete ad accompagnarmi.»
«E perché no? – chiese il quartiermastro. – La mia fuga dal bagno la devo a te ed a Jody. Senza di voi che cosa potrei aver fatto, da solo? Come potremo giungere al più presto a Candy, senza passare per Colombo?»
«Salendo il Kalawa.»
«Un fiume?»
«Sì, signor Will, – rispose Palicur. – Un corso d›acqua che io conosco a menadito, e che ci condurrà fino presso le montagne di Sengaogulla Navara, che domina l›altopiano di Candy.»
«Amico, – disse Jody, rivolgendosi al malabaro. – Non dimenticarti che io sono macchinista.»
«Che cosa vuoi dire?» chiese il malabaro.
«Che se hai ancora qualche migliaio di rupie, potresti acquistare nella Città delle perle una scialuppa a vapore, che io potrei condurre fino alle sorgenti di quel fiume.»
«Ed io m›incaricherei di procurarvela, – disse Moselpati. – Quelle bestie che mangiano fuoco non mancano sulla costa.»
«Decidi, Palicur.»
«Mi rimane ancora tanto denaro da prenderne almeno tre, – rispose il malabaro, – ammesso che non valgano più di milleduecento piastre l’una.»
«Basta una con un canotto per le provviste, – disse Jody. – Perbacco! Non ti credevo così ricco.»
«Signori, – disse il capitano della pinassa, – dove devo dirigere il mio veliero? Siamo già lontani dal banco.»
«Alla foce del Kalawa, – rispose Palicur. – La Città delle perle è troppo pericolosa per noi, almeno per ora.»
«E col Guercio forse alle spalle, – aggiunse Will. – Quel furfante, non avendoci ritrovati morti, non si sarà ancora dato per vinto. Moselpati, v›incaricherete d’inviarci colà una buona scialuppa a vapore.»
«Con delle armi, – disse Palicur. – Il fiume è abitato da tribù bellicose che potrebbero darci non pochi fastidi. I Batnapura non godono buona fama.»
Poi, dopo un momento di silenzio, riprese:
«Ecco la felicità che risorge dopo le torture del bagno. Mia o della morte, ma prima ucciderò quel cane di cingalese!»
7. Il quarto di guardia di Jody
«Vedi nulla, Jody?»
«Sì, un punto nero.»
«Un veliero?»
«Non ve lo posso ancora dire.»
«Non hai gli occhi d’un marinaio.»
«È lontano, signor Will, e poi la notte comincia a calare.»
«C›è ancora un raggio di sole. Bisogna che veda anch›io.»
Il quartiermastro, che stava comodamente sdraiato sotto un superbo sagoio, gettò da un lato il suo ventaglio di foglie di talipot con cui fino allora si era un po’ rinfrescato essendo il caldo eccessivo, aspirò una lunga boccata di fumo dalla sua corta pipa di vera radica e s’alzò, scendendo la riva del Kalawa che era ingombra di folti cespugli e di borassi flabelliformi dal tronco altissimo ed esile.
Il fiume sboccava in quel punto in mare, rumoreggiando fra una moltitudine di banchi e di scoglietti che formavano una barra inaccessibile alle navi anche di piccolo tonnellaggio, mescolando le sue acque dolci e fresche con quelle verdi-cupe e salate.
Alcuni rollier, volatili bellissimi per le vivaci tinte delle loro penne, svolazzavano sopra una coppia di nandrie, scimmie adorne di una lunga barba bianca che va da un orecchio all’altro, le quali erano intente ad eseguire una ginnastica indiavolata fra i rami d’un enorme tamarindo.
Il quartiermastro raggiunse Jody, che si teneva aggrappato ai rami d’un piccolo cardamomo essendo la riva molto ripida, e spinse gli sguardi sul mare che scintillava vivamente sotto gli ultimi raggi del sole, ormai quasi interamente immerso.
«La si direbbe una scialuppa,» mormorò, dopo aver osservato attentamente il punto nero già scoperto dal macchinista.»
«A vela?»
«No, a vapore.»
«Allora è la nostra.»
«Non mi pare che si diriga da questa parte, almeno per ora, – rispose Will. – Va verso il settentrione, pur avvicinandosi alla costa.»
«Eppure il mandah dovrebbe essere già qui, non vi sembra? Sono già cinque giorni che aspettiamo.»
«La sua barca non ha una macchina nel ventre e può aver trovato venti contrari e calme. D’altronde qui si sta benissimo e ormai la perla è in nostra mano. Accendi il fuoco, Palicur non tarderà a portare la cena.»
«Andremo ad accamparci nel boschetto profumato, signor Will. Così avremo le spezie sottomano senza andarle a cercare.»
Essendo il sole in quel momento del tutto scomparso e non potendosi più vedere il punto nero, i due ex-forzati risalirono la riva e si diressero verso un gruppo di piante di mediocre altezza, con moltissimi rami, coperti di foglie bislungo-ovali e di frutta carnose, d’un bel colore azzurro-scuro a spruzzi bianchi, che spandevano un acuto profumo aromatico.
Era un boschetto di cinnamomi o meglio d’alberi della cannella, piante che abbondano nell’isola di Ceylon, di cui formano anzi la principale ricchezza, essendo le loro scorze esportate in quantità prodigiosa.
Infatti su quella terra la cannella riesce migliore che altrove. Si coltiva a Sumatra, a Giava, nel Malabar, perfino nel Brasile e nelle Antille, ma se ne ricava un raccolto quasi sempre scarsissimo e di qualità assolutamente inferiore che non può competere in nessun modo con quello delle piante cingalesi.
I due ex-forzati, dopo aver battuto con dei nodosi bastoni le erbe vicine per timore che nascondessero qualche cobramanilla, il più velenoso fra tutti i serpenti conosciuti, o qualcuno di quegli enormi serpenti delle rocce che raggiungono sovente una lunghezza di trenta piedi e che al pari dei boa stritolano fra le loro possenti spire animali ed uomini, rizzarono una comoda tenda, poi accesero il fuoco. Avevano appena terminato i preparativi per l’accampamento, quando si udì la voce di Palicur gridare:
«Ecco la cena: giungo a tempo.»
Il malabaro era comparso sul margine del boschetto, tenendo in mano una lunga carabina e portando sulle spalle un animale abbastanza grosso che un altro difficilmente avrebbe potuto reggere.
«Che cosa ci porti, Palicur?» chiese Will.
«Un bel porco selvatico, il quale mi ha fatto correre quattro ore prima che lo potessi raggiungere, – rispose il malabaro, gettando l’animale dinanzi a Jody, il quale si era armato d’un coltellaccio per squartarlo. – Nessuna notizia ancora del mandah?»
«Nulla, – rispose il quartiermastro. – Abbiamo veduto bensì una scialuppa, che ci parve a vapore, solcare il mare; non doveva essere però quella che aspettiamo, perché a me parve che andasse verso il nord. Hai troppa fretta tu, mio bravo Palicur.»
«È vero, – rispose il malabaro con un sospiro. – Ho fretta di consegnare la perla ai monaci di Annarodgburro.»
«Durerà molto il nostro viaggio?»
«Una quindicina di giorni per lo meno, se non accadono delle disgrazie.»
«Quali? Siamo in tre, tutti solidi e ben armati e con una scialuppa a vapore. Sai che ho dato ai nostri amici l›incarico di portarci anche una spingarda?»
«Avete fatto bene, signor Will. Il paese che attraverseremo è abitato dai Vadassi.»
«Chi sono?»
«Selvaggi che non somigliano affatto ai veri cingalesi, né ai candiani, avendo la pelle nera come gli andamani; si trovano lungo i fiumi e sulle montagne del settentrione, e vivono al pari delle belve feroci.»
«Sono bellicosi?»
«Assai, signor Will, e si fanno molto temere dai cingalesi, quantunque siano malamente armati, non conoscendo i fucili.»
«Ci guarderemo da loro, – disse Jody che stava arrosolando una dozzina di costolette, infilzate nella bacchetta di ferro della sua carabina. – Se vorranno importunarci, faremo fiutare a quei selvaggi la polvere da sparo. Signori, la cena è pronta!»
Levò le costolette, le depose su una foglia di banano che poteva servire benissimo da piatto e da tovaglia, levò da una cassa due manate di biscotti e si assise in mezzo a Palicur ed a Will.
Divorata la cena, i tre ex-forzati alimentarono nuovamente il fuoco, essendo le foreste di quella grande isola popolate di bufali ferocissimi, di tigri, di orsi e di leopardi, poi accesero le loro pipe.
Scambiarono quattro chiacchiere, poi, certi che la scialuppa a vapore nel caso che fosse giunta alla costa non avrebbe osato inoltrarsi in quel fiume, così sbarrato da banchi e da scoglietti, Will e Palicur si sdraiarono sotto la tenda, mentre Jody montava il primo quarto di guardia.
Quantunque gli animali non dovessero mancare nei dintorni, essendo le rive del fiume coperte da foreste foltissime, un profondo silenzio regnava, rotto solo dai muggiti delle acque sboccanti in mare fra quella moltitudine di ostacoli. Tuttavia il macchinista non chiudeva gli occhi. Si era appoggiato al tronco d’un cinnamomo, mettendosi il fucile sulle ginocchia e fumava, tendendo gli orecchi. Vegliava da un paio d’ore, quando credette di udire un fruscio verso la riva.
«Che vi sia qualche leopardo? – si chiese. – È un vicino che non mi accomoda affatto e non amo che mi si accosti a tradimento.»
Ebbe per un momento l’idea di svegliare Palicur, poi si vergognò di voler interrompere il sonno a quel bravo compagno per chiedergli aiuto.
«Quando si ha una buona carabina fra le mani e un coltellaccio, si può ben affrontare una belva, – mormorò. – Un leopardo non è già un elefante.»
S’alzò e udendo ancora il debole fruscio, si avviò lentamente verso il fiume, nascondendosi dietro ai cespugli e ai tronchi dei borassi e dei cinnamomi.
Giunto presso il ripido pendio, sostò, guardando abbasso. La luna mancava, tuttavia le stelle proiettavano quel vago chiarore che nelle regioni tropicali ed equatoriali acquista una trasparenza notevolissima.
«Devo essermi ingannato, – sussurrò. – Qualche coccodrillo avrà tentato di issarsi sulla riva.»
Stette qualche minuto in ascolto, poi non udendo né vedendo più nulla tornò verso l’accampamento, lieto di non aver avuto bisogno di impegnarsi in una lotta, che poteva diventare pericolosissima. Si era appena seduto dinanzi alla tenda, che il fuoco sempre alimentato rischiarava come se fosse pieno giorno, quando le immense foglie d’un piccolo banano si scostarono dolcemente, mostrando una testa umana. Era quella del Guercio.
«Non mi ero ingannato, – sussurrò il cingalese, con un sorriso feroce. – Miei cari, siete ancora troppo poco forti per misurarvi con me. Vedremo se vi lascerò giungere fino ad Annarodgburro. La via è lunga e c’è tempo per pensare a mille cose. Lì vedo Jody: sotto la tenda di saranno gli altri. Vi precederemo nel cammino.»
Ridiscese senza far rumore la riva, seguì il corso d’acqua per cinque o seicento passi, facendo attenzione dove posare i piedi perché poteva trovarsi davanti a qualche voracissimo coccodrillo, poi sfondò una massa di verzura che gli sbarrava, il passo, scivolandovi dentro coll’agilità d’un serpente.
«Chi vive?» chiese una voce.
«Il Guercio.»
L’irlandese, il sorvegliante del bagno, si alzò dietro ad un cespuglio, tenendo puntato un fucile.
«Dunque?» chiese.
«Sono lassù, accampati sul margine della foresta. Ve lo avevo detto io, che li avremmo ritrovati.»
«Vi sono tutti?»
«Jody, Palicur e l’inglese,» rispose il Guercio.
«Sei proprio certo?»
«Ho veduto il mulatto coi miei occhi.»
«E perché non si muovono?»
«Aspetteranno qualche scialuppa, non avendone noi veduto alcuna legata alla riva.»
«Che quel maledetto mandah li aiuti ancora?»
«Non ne dubito, – rispose il Guercio. – Ah! Se potessi riaverlo fra le mie mani, non mi scapperebbe una seconda volta. È stato lui a rovinare tutto.»
«E anche tu, – rispose l›irlandese con voce irata. – Dovevi far esplodere la cartuccia di dinamite più vicino a loro.»
«M›avrebbero scoperto.»
«Colla testiera di rame?»
«I rimproveri sono inutili. Pensiamo a ricuperare la perla e a farli tutti prigionieri. Non vi basterà?»
«Oh! Non tornerò a Port-Cornwallis senza di loro, te lo assicuro, Guercio. Voglio prendermi una bella rivincita e riavere non solo il mio grado, bensí anche un avanzamento ed una bella gratificazione.»
«Vi prometto di metterli in mano vostra.»
«Quando?»
«Appena avremo attraversato la regione abitata dai Vadassi. Più oltre troverò i miei compatrioti e quelli non esiteranno a prestarmi man forte.»
«Hai amici fedeli fra costoro?»
«E anche dei parenti.»
«Dunque noi dovremo precedere Will ed i suoi compagni?» disse l›irlandese, dopo un istante di riflessione.
«È necessario,» rispose il cingalese.
«Potremo passare inosservati?»
«Rasenteremo la riva opposta. Vi sono colà dei grandi alberi che proiettano un›ombra foltissima.»
«Proviamo,» disse l›irlandese.
Si allontanarono seguendo sempre il fiume, scendendo verso la foce, e s’arrestarono dinanzi ad una scialuppa a vapore montata da due cingalesi seminudi, ma viceversa carichi di sonagliuzzi, di braccialetti e di corregge di pelle adorne di grosse borchie dorate, che li avvolgevano come una rete, intrecciandosi in tutte le direzioni.
