Sadece Litres'te okuyun

Kitap dosya olarak indirilemez ancak uygulamamız üzerinden veya online olarak web sitemizden okunabilir.

Kitabı oku: «La perla sanguinosa», sayfa 6

Yazı tipi:

9. Le isole Nicobare

Ventiquattro ore dopo, i fuggiaschi, che non avevano cessato di consumare carbone, fermamente decisi a distanziare il più possibile il Nizam prima di esaurire la loro provvista di combustibile, avvistavano le alte montagne della isola maggiore Nicobara, presso cui contavano fermarsi alcuni giorni per provvedersi di viveri, prima d’intraprendere la traversata dell’Oceano Indiano occidentale.

Per non perdere tempo e un po’ anche per paura di venire presi e massacrati dagli isolani, non avevano preso terra in alcun luogo delle Andamane, le quali godevano, specialmente in quell’epoca, pessima fama, nonostante la vicinanza della guarnigione anglo-indiana di Port-Cornwallis.

Arrestarsi in qualche luogo era però necessario, perché la provvista di carbone stava per esaurirsi e perché durante quella corsa non avevano mangiato che due biscotti, i soli che avessero trovato per caso nella cassetta del macchinista, dimenticati là da chissà quanto tempo, e non avevano ingollato una goccia d’acqua.

«Muoviamo diritti su Karnicobar, – aveva detto il quartiermastro della Britannia, che conosceva quasi tutte le isole disseminate nel vastissimo Oceano Indiano, a ponente ed a levante della penisola indostana. – Colà troveremo acqua e viveri e aspetteremo il passaggio del Nizam. Vi raccomando soprattutto di tenervi lontano dagli isolani, onde non informino i nostri inseguitori della nostra presenza.»

Dopo di ciò avevano caricato il fornello fino alla bocca e accelerato la corsa, essendo il sole prossimo al tramonto.

Le Nicobare formano un arcipelago di dieci isole disseminate a gran distanza le une dalle altre, di cui la grande Nicobara, che è la più meridionale, ha una lunghezza di quindici leghe. Le altre più notevoli sono Sambelang, Ketchoul, Komarta, Nancovery, Priconta, Peressa, Pebraourie, Pabonin e Karnicobar.

Tutte sono assai montagnose e coperte di alberi, specialmente di cocchi, di betel, di areka, di tek, di sassofrassi assai aromatici e di karum i quali producono delle frutta assai migliori di quelle degli alberi del pane di Otaiti, che pure sono ritenuti i migliori del mondo.

Il clima delle Nicobare è però assai malsano, a causa delle piogge incessanti che vi cadono, prodotte dai monsoni; e le febbri terribili che vi regnano hanno reso sempre impossibile agli europei la colonizzazione di quelle terre, che pure hanno dei comodi porti dove le navi potrebbero trovare sicuri rifugi.

E infatti tre tentativi andarono all’aria. I danesi per primi, i quali vantano tutt’ora dei diritti su quell’arcipelago, fondarono uno stabilimento nel XVII secolo nella vasta baia dell’isola Komarta, che chiamarono Nuova Zelanda, ma poco tempo dopo dovettero abbandonarla a causa delle febbri che distruggevano rapidamente i coloni. Ne tentarono un’altra sull’isola Nancovery, che ebbe ugual sorte. Anche gli austriaci, che nel 1778 occuparono Komarta abbandonata dai primi, non ebbero miglior fortuna e si videro costretti a sgombrarla più che in fretta e salpare le ancore.

Una vera disdetta, perché quelle isole sono ricche, producono piante ricercate, abbondano di selvaggina, soprattutto di buoi che, importati dagli europei, si sono straordinariamente moltiplicati dopo il loro abbandono di quelle terre: e inoltre gl’indigeni non sono così selvaggi, né così fieri come gli Andamani, anzi sono timidi e ospitali, purché non si tocchino le loro donne di cui sono estremamente gelosi.

La scialuppa, che divorava voracemente gli ultimi pezzi di carbone fossile con grande rincrescimento di Jody, un’ora dopo il tramonto giunse a poche gomene dalle coste occidentali di Karnicobar, che erano coperte da foltissime piante. Passata al largo della baia dei Saoni, dove il quartiermastro sapeva che vi erano dei villaggi, superò un passaggio aperto nel banco corallifero e andò ad arenarsi dolcemente in fondo a una minuscola rada, dove sboccava un fiumicello e che pareva deserta.

I tre uomini spensero il fuoco per non sprecare inutilmente quel po’ di carbone che ancora bruciava, e dopo aver legato solidamente la scialuppa, scesero a terra portando con sé la carabina, la pistola e due coperte, le sole che possedevano e colle quali contavano di farsi più tardi delle vele.

Le due rive del fiumicello erano ingombre di splendidi alberi, che proiettavano una fitta ombra sulle acque biancastre; non era quindi improbabile che ve ne fossero anche di quelli portanti frutta.

«Cerchiamo la cena innanzi tutto, – disse Will, che pareva lietissimo di trovarsi a terra a così grande distanza dal penitenziario. – Spero che passeremo una buona notte.»

«Vi sono abitanti su quest›isola?» chiese Palicur.

«Pochi villaggi, ma non dobbiamo preoccuparci degli indigeni. Anche se ci scoprissero non ci darebbero fastidi, avendo imparato a rispettare gli europei.»

«È vero che hanno la coda, signor Will?» chiese Jody.

«Lo si è creduto un tempo, – rispose il quartiermastro ridendo. – E infatti, veduti ad una certa distanza, pare che veramente l›abbiano, usando questi isolani portare un lembo di pelle che lasciano pendere lungo il dorso.»

«Che il Nizam venga a cercarci qui?» chiese Palicur.

«È probabile che faccia una punta nella baia dei Saoni, per interrogare gl›indigeni; per questo preferirei che non ci scorgessero. Questo luogo però mi pare deserto e in mezzo alla foresta non ci troveranno facilmente. Va’ a cercare ostriche e granchi sulla spiaggia, Jody, mentre noi cerchiamo le frutta.»

«Signor Will, – disse il macchinista, arrestandosi. – Vi sono bestie feroci qui? Non vorrei cadere fra le unghie di qualche tigre.»

«Tigri no, coccodrilli o meglio gaviali sì, e anche serpenti velenosissimi. Guarda dove posi i piedi.»

Mentre il macchinista s’avviava verso la spiaggia, l’inglese e il malabaro si cacciarono nella foresta, sopra la quale volteggiavano dei giganteschi pipistrelli, e poco dopo s’arrestavano dinanzi ad un albero i cui rami si piegavano sotto il peso di certe frutta rugose, grosse quasi quanto la testa d’un bambino.

«Ecco un karum che ci fornirà quanto pane vorremo,» disse Will, che lo aveva subito riconosciuto.

«Un mellori, signore,» disse il malabaro.

«Sì, lo chiamano così i portoghesi.»

«Potremo caricare la scialuppa.»

«E conservare la polpa se avremo la precauzione di farla fermentare qualche giorno sotto terra, – aggiunse il quartiermastro. – Puoi salire, Palicur?»

«Le ferite non mi danno ormai più alcun fastidio, signor Will.»

Il pescatore di perle s’aggrappò ad alcune piante parassite di nepentes che portavano i loro vasi semiricolmi d’acqua più o meno limpida e, raggiunto un ramo, fece cadere al suolo una dozzina di quelle grosse palle.

Stava per discendere, quando verso la spiaggia udirono Jody urlare: «Preso, accorrete o mi scappa!»

Il quartiermastro fece un salto verso la carabina che aveva appoggiato al tronco dell’albero, mentre il malabaro si lasciava cadere a terra. -

«Presto, Palicur, – disse Will, slanciandosi a corsa sfrenata. – Qualcuno può minacciare Jody.»

Attraversarono come un lampo il lembo della foresta e si slanciarono verso la spiaggia, dove il mulatto pareva lottasse contro qualche cosa di enorme e di non ben definito, che egli tempestava di legnate poderose.

«Che c›è, Jody?» gridò il quartiermastro, preparandosi a far fuoco.

«Aiutatemi a rovesciare questa montagna di carne, prima che fugga in mare, – rispose il macchinista. – Ci vorrebbe una gru!»

Il quartiermastro ed il malabaro si erano fermati dinanzi ad una testuggine di dimensioni così enormi che prima di allora non ne avevano visto l’eguale, ma che riconobbero subito.

«Una tartaruga elefantina! – esclamò Will. – Hai ragione di dire che è una vera montagna di carne e che noi tre non la potremo rovesciare. Ci vorrebbero dieci facchini per muovere questa massa.»

Quel rettile era infatti straordinariamente grosso. Non era più lungo di un metro e mezzo, ma il suo guscio nero e robustissimo s’innalzava formando una specie di cupola, sotto cui dovevano trovarsi per lo meno duecento chilogrammi di carne. Quei mostri, la cui vista fa pensare agli animalacci dell’epoca antidiluviana, non sono rari nell’Oceano Indiano, anzi abbondano in certe isole come nelle Maldive, nelle Nicobare e soprattutto in quelle mascarine, nelle isole di Francia e della Riunione, dove anzi si allevano entro recinti chiusi per servire di svago ai ragazzi, potendone esse portare e trascinare parecchi sul poderoso dorso.

Il rettile scoperto dal macchinista, sotto la grandine di legnate somministrategli, aveva ritirato la testa e si era fermato, sicuro che nessuno lo avrebbe scovato entro la sua fortezza ossea né sarebbe stato capace di rovesciarlo sul dorso. Aveva però fatto male i conti, perché Will, visto che non voleva offrire la sua testa al coltello del malabaro, gli sparò dentro un colpo di pistola, fracassandogli il cranio.

«Eccolo immobilizzato per sempre,» disse il marinaio.

«Ma non già allo spiedo, – disse il macchinista. – Chi aprirà questo guscio, mentre non abbiamo nemmeno una scure? E poi non basterebbe: ci vorrebbero dei picconi.»

«C›è una sola cosa da fare,» disse il malabaro.

«Quale?» chiese Jodv.

«Circondare il rettile di legna secca e cucinarlo sul posto. Quando il guscio si sarà carbonizzato, cederà facilmente.»

«Ecco un›idea che non mi sarebbe mai venuta, – disse il mulatto ridendo. – Se io fossi stato solo sarei morto di fame accanto a questa montagna di carne. Che bestione! È grosso come una botte di cinque ettolitri. Peccato non poter mangiare tutta questa polpa squisita.»

«Invita a pranzo una dozzina di nicobariani, – disse Palicur. – Forse non basterebbero ancora a vuotare questa massa.»

«E dove hai sorpreso questo animale?» chiese Will.

«Stava lottando contro un altro meno grosso, in mezzo a questa duna. Quello, più lesto, s›è salvato a tempo affondando in mare.»

«Lottavano! – esclamò il malabaro. – Pesanti come sono?»

«E si mordevano ferocemente al collo e cercavano soprattutto di rovesciare l’avversario sul dorso.»

«È questo anzi il colpo che tentano ordinariamente, perché, se riesce, sbarazza per sempre il vincitore dal rivale,» disse Will.

«Forse si ammazzano cadendo sul dorso? – chiese Jody. – A me non pare che abbiano la spina dorsale così delicata con quella corazza che la protegge.»

«Non è per quello che muoiono, – rispose Will. – Non potendo più rivoltarsi, a causa della poca lunghezza delle zampe e del peso troppo enorme, rimangono in quella posa per sempre, finché la fame li manda all’altro mondo ed il sole le dissecca.»

«Non credevo che le tartarughe fossero così furbe. E infatti ho veduto che la più piccola cercava di cacciarsi sotto il ventre della più grossa.»

«Ed io ho veduto che vi è della carne da mangiare e mi sono accorto che da ventiquattro ore digiuniamo, – disse il malabaro. – Si potrebbe rimandare la conversazione a dopo la cena.»

«Hai ragione, Palicur, – rispose Will. – Andiamo a raccogliere legna.»

Non furono costretti ad andare molto lontani per averne. Rami secchi ve n’erano in quantità sotto gli alberi, e anche la riva dell’oceano era cosparsa di fuchi, varietà d’alga marino.

Coprirono interamente la colossale testuggine cogli uni e cogli altri e vi diedero fuoco, senza pensare che quella fiammata poteva venire scorta dagl’indigeni e fors’anche dal Nizam.

Mentre il povero rettile crepitava e friggeva il suo grasso spandendo intorno un profumo squisito, e Palicur raccoglieva l’olio che sfuggiva dalle aperture delle zampe in gran copia, empiendo parecchie larghe conchiglie che aveva raccolto sulla spiaggia, il quartiermastro sbucciava le frutta, levandone la polpa interna, d’un bel color giallo e soffice come la pasta del pane, che tagliava in larghe fette ponendole ad abbrustolire sulle braci.

Mezz’ora dopo, lasciato spegnere il fuoco, il malabaro con pochi colpi del suo coltellaccio sfondava la corazza superiore della tartaruga ormai carbonizzata, e con una conchiglia dai margini taglienti ritirava parecchi chilogrammi di carne, che dal profumo che esalava doveva essere squisita.

«A tavola, signori, – disse, deponendo dinanzi all›inglese ed al mulatto una superba haliotis gigantea, una fra le più grandi e più belle conchiglie madreperlacee dell’Oceano Indiano, dai colori iridescenti e che doveva servire da piatto. – Ve n’è per tutti, e dentro quella botte ne rimane venti volte tanta di questa squisita carne.»

I tre forzati, che avevano un appetito feroce, assalirono vigorosamente la cena, vantando, fra un boccone e l’altro, la delicatezza di quella carne ed il sapore gustosissimo delle fette di carum sapientemente abbrustolite.

Stavano per dichiararsi più che sazii, quando udirono verso il vicino bosco un rumore di rami precipitosamente smossi e dei passi affrettati. Will balzò lestamente in piedi, armando la carabina e gridando:

«Chi vive?…»

10. La principessa di Karnicobar

All’intimazione minacciosa del quartiermastro, ogni rumore cessò bruscamente e le fronde, che poco prima si agitavano come se qualcuno cercasse di aprirsi un passaggio, riacquistarono la loro immobilità.

Will, per niente rassicurato da quell’improvviso silenzio, fece alcuni passi innanzi, mentre il macchinista armava la pistola ed il malabaro si muniva d’un tizzone fiammeggiante.

«Chi vive? – ripeté il marinaio, arrestandosi a quindici passi dal margine della foresta. – Rispondete, dunque, o faccio fuoco!»

«Che sia stata qualche scimmia? – chiese Jody. – Se fosse stato un isolano, a quest›ora si sarebbe mostrato, conoscendo la potenza delle armi da fuoco.»

«Le scimmie non abbandonano gli alberi, specialmente di notte, – rispose il quartiermastro. – Ho udito bisbigliare là, in mezzo a quel cespuglio.»

«Giacché non osano mostrarsi, andiamo a scovarli noi, – disse il pescatore di perle, soffiando sul tizzone. – Siamo armati e non siamo uomini da lasciarci scannare come cinghiali.»

S’avanzarono verso il cespuglio ed il malabaro allargò le fronde, proiettandovi dentro la luce del tizzone.

«Che cosa fate qui e perché vi nascondete?» chiese subito.

Due uomini stavano rannicchiati sotto le foglie, l’uno accanto all’altro, e parevano più spaventati che disposti a giocare qualche brutto tiro ai tre forzati, tanto più che non avevano nessuna arma in mano.

«Venite fuori, non avete nulla da temere, – disse il pescatore, in lingua indiana. – Anzi, se avete fame, possiamo offrirvi una copiosa cena.»

I due isolani si scambiarono uno sguardo, poi si alzarono fissando tosto i loro occhi sul quartiermastro che teneva sempre la carabina spianata.

«Non uccideteci,» disse finalmente uno dei due, con voce tremante.

Poiché anche Will e Jody conoscevano la lingua indiana, che viene parlata, salvo qualche variante, su tutte le isole che si estendono a levante ed a ponente della grande penisola indostana, il primo rispose subito: «Non vogliamo farvi alcun male; non vi siamo nemici.»

«Purché vi fermiate con noi,» aggiunse il macchinista.

«Seguiteci, – riprese Will. – C›è posto anche per voi accanto al fuoco e c›è anche dell›arrosto per saziarvi.»

I due isolani non si fecero pregare e quantunque tremassero di spavento, si lasciarono condurre senza protestare verso la colossale tartaruga.

Erano due omiciattoli, non più alti d’un metro e mezzo, assai magri, tanto anzi che mostravano le costole, colla pelle quasi nera, le labbra piuttosto grosse, il naso schiacciato, il mento invece prominente e gli occhi un po’ obliqui come quelli dei mongoli. Non avevano alcun ornamento intorno al collo e alle braccia, ed il loro vestito consisteva in un sottanino formato di fibre vegetali.

«Mangiate e poi parlerete,» disse Will, vedendoli guardare con occhi ardenti l›enorme rettile.

Stava per dare loro una conchiglia piena di carne, quando in mezzo alla boscaglia s’alzò un clamore immenso, tosto seguito da grida e da urla che risuonavano stridenti, alternate ad un canto che pareva funebre, salmodiato su un ritmo monotono ed a colpi di gong e di tam-tam.

I due isolani si alzarono di colpo, guardando verso la foresta. Parevano in preda ad un vivissimo spavento e tremavano come se avessero la febbre.

«Che cosa accade laggiù?» chiese il quartiermastro, che si era pure levato, tosto imitato dal macchinista e dal malabaro.

«È morto il capo del villaggio,» disse uno dei due isolani, che cercava di nascondersi dietro l’inglese come se fosse minacciato da qualche pericolo.

«E gli fanno i funerali?»

«Sì, uomo bianco.»

«Ma perché tremi?»

L’isolano rimase un istante perplesso, poi disse:

«Noi siamo schiavi del capo.»

«E che vuol dire ciò?» chiese il quartiermastro.

«Come tali dovevamo essere sepolti vivi col capo per scortarlo e servirlo nell›altra vita.»

«E siete fuggiti?»

«Sì, signor uomo bianco.»

«Chi era quel capo?»

«Un uomo potente, padrone di quattro villaggi.»

«E i suoi eredi volevano seppellirvi con lui?»

«Tale è l›uso, signore.»

«Avete lasciato dei compagni?»

«Quattro, fra cui due donne, ma a quest›ora saranno stati uccisi.»

«Sono dei bricconi! – gridò Will indignato. – Vi hanno veduto fuggire?»

«No, signore, ma non tarderanno a cercarci,» disse l’isolano che non cessava di tremare.

«Vengano a prendervi qui nel nostro campo se l›osano, – disse Palicur. – Jody, spegni il fuoco e porta la legna nella scialuppa.»

«E teniamoci pronti a partire, – aggiunse Will. – Non permetterò mai che uccidano questi poveri diavoli. Scannino dei maiali se vogliono fornire una scorta al morto.»

«Che gli saranno più utili, potendo fornirgli dei prosciutti,» disse Jody, ridendo.

Spensero il fuoco per non attirare l’attenzione degli uomini lanciati ormai sulle tracce dei fuggiaschi, caricando la scialuppa con grossi rami raccolti sul margine del bosco, poi dopo aver dato da mangiare ai due schiavi, si ritrassero verso una folta macchia per non venire facilmente scoperti.

Senza un’estrema necessità, non intendevano pel momento lasciare quell’isola prima di essersi bene assicurati della rotta del Nizam, poiché si tenevano sicuri che quella nave non avesse interrotta la caccia, e poi volevano imbarcare viveri sufficienti per poter compiere la traversata dell’oceano senza correre il pericolo di morire di fame e di sete. Era bensì vero che più al sud le isole non mancavano, ma in tal caso avrebbero dovuto perdere parecchi giorni ed anche esporsi al pericolo di venire raggiunti e catturati dal Nizam prima di raggiungerle.

«Se verremo scoperti, – aveva detto il quartiermastro, – ci imbarcheremo senza troppo allontanarci e andremo a cercare qualche rifugio verso le coste meridionali.»

I canti e le urla non erano cessati. Si udivano sempre anche i colpi di gong e di tam-tam, i quali si propagavano con un fragore infernale sotto la foresta.

«Quando lo seppelliranno, il morto?» chiese Palicur ad uno dei due isolani, il quale ascoltava con angoscia quelle grida.

«Domani, allo spuntare del sole.»

«Urleranno tutta la notte?»

«Sì, signore. Hanno molto arak da bere, messo a disposizione degli abitanti dalla vedova del capo.»

«Sarà allora un po› difficile schiacciare un sonnellino,» disse Jody.

«Cacciati un po› di canapa negli orecchi, – disse il quartiermastro. – Devi averne nella tua cassa.»

«Preferisco aspettare che quei cantanti siano completamente ubriachi o che non abbiano più fiato. Immagino che questi isolani non avranno delle gole foderate di rame o di ottone.»

«Per parte mia dormirò egualmente. Sono abituato ai grandi rumori del mare e ai sibili del vento e non aprirò gli occhi prima del mio quarto. Chi vuol fare il primo?»

«Lo farò io, signor Will,» rispose il macchinista.

«Apri bene gli occhi e spingi qualche sguardo anche sul mare; il Nizam non deve tardare a comparire, malgrado le sue macchine asmatiche. Buttati giù, Palicur, e lascia riposare il tuo dorso che deve averne gran bisogno, dopo le carezze del gatto a nove code.»

Mentre il macchinista si armava della carabina, il quartiermastro e il malabaro si stesero su un denso strato di foglie fresche e chiusero gli occhi, senza preoccuparsi delle urla diaboliche degli isolani. I due schiavi, che erano ancora in preda ad una profonda angoscia, quantunque le parole dell’uomo bianco li avessero un po’ rassicurati, si erano invece accoccolati dietro al mulatto, spiando sempre ansiosamente il margine della foresta.

Pareva che i sudditi del capo non si fossero ancora accorti della fuga dei due disgraziati, poiché le grida echeggiavano sempre lontane. Occupati ad ubriacarsi, non dovevano essersi ancora mossi, così almeno la pensava Jody, non vedendo comparire nessuno, né dalla parte della boscaglia, né da quella del mare. Infatti il suo quarto trascorse senza incidenti e quando, verso la mezzanotte, svegliò l’indiano, ancora nessuno si era fatto vedere nei dintorni dell’accampamento e le grida, un po’ meno acute di prima, si udivano sempre lontane.

«Io credo che questi due ometti si siano spaventati a torto, – disse al pescatore di perle. – Nessuno pensa più a loro; tuttavia veglia attentamente, Palicur.»

«Dalla parte del mare hai veduto nulla?» chiese il malabaro.

«Nessun punto luminoso è comparso. O il Nizam ha le macchine completamente sconquassate ed è ancora lontano, o ha rinunciato all’inseguimento. Buona notte.»

Il malabaro fece una breve perlustrazione, spingendosi fino al margine del bosco e poi verso la scialuppa e, rassicurato, tornò all’accampamento dove i due schiavi, nonostante le loro angoscie, avevano finito per addormentarsi.

Le grida degl’isolani a poco a poco si affievolivano. Solo si udivano, di quando in quando, i suoni acuti del gong e dei tam-tam. L’arak doveva aver trionfato sui cantori, togliendo loro la lingua e le gambe insieme. Nondimeno l’indiano, sospettoso e diffidente come tutti i suoi compatrioti, vegliava attentamente, e forse con maggior attenzione del macchinista, facendo sovente delle passeggiate verso la foresta e fermandosi parecchi minuti ad ascoltare.

Appunto in una di quelle perlustrazioni notò un fatto che lo preoccupò. Stava per tornare verso il campo, quando udì in mezzo ai folti cespugli un chiocciare improvviso e subito dopo scorse parecchi grossi volatili, dei sarab, alzarsi precipitosamente e volar via.

Chiunque altro non vi avrebbe fatto gran caso, ma il malabaro invece se ne allarmò. Quei volatili, che non sono notturni, dovevano essere stati spaventati da qualcuno, per lasciare nel cuore della notte i loro nidi.

«Può essere stato un animale a levarli o meglio qualche serpente, – mormorò, – e potrebbe anche essere stato un uomo.»

Ripiegò prudentemente verso l’accampamento che, come dicemmo, era mascherato da un folto gruppo di banani selvatici, e si pose in ascolto. Non erano trascorsi che pochi minuti, quando nella medesima direzione si udirono echeggiare le note di un cuculo, uccello tipico di quelle isole.

«Canta di notte, – mormorò il malabaro. – Ciò non è naturale. Anche quello è stato spaventato.»

Si curvò su Will e lo svegliò, scuotendolo vigorosamente.

«Prepariamoci ad andarcene, signore, – disse. – Torneremo qui più tardi a completare le nostre provviste, se ci saremo ingannati.»

«Chi ci minaccia dunque?» chiese il quartiermastro.

«Sono certo che gl›isolani hanno scoperto il nostro accampamento e la prudenza ci consiglia di imbarcarci. Il Nizam può comparire da un momento all’altro e gl’isolani potrebbero avvertire il suo comandante della presenza d’un uomo bianco su queste coste.»

«Sveglia tutti.»

Il malabaro aveva già fatto alzare il macchinista e i due schiavi, quando ad un tratto una banda d’uomini armati di asce, di vecchi fucili e di mazze, sbucò dalla foresta e si diresse correndo verso la macchia occupata dai forzati, urlando spaventosamente. Era troppo tardi per fuggire verso la scialuppa, che si trovava semi-arenata a un centinaio di metri.

«Mettetevi dietro di me!» gridò il quartiermastro agli schiavi che mandavano urla strazianti, come se già avessero i coltelli sul collo. Strappò a Palicur la carabina e la puntò risolutamente verso gli isolani,.gridando in lingua indiana: «Fermi o faccio fuoco!»

La banda si arrestò. Si componeva d’una cinquantina di selvaggi, quasi tutti di statura più elevata dei due schiavi e di corporatura assai più robusta, con ornamenti di conchigliette bianche intorno al collo e alle braccia e pettini di bambù altissimi infissi nei capelli cresputi, la pelle tinta di ocra rossa.

Dalla foresta uscirono allora altri sette od otto indiani, che portavano dei rami resinosi fiammeggianti a guisa di torce e scortavano una donna di bassa statura, giovane ancora e dai lineamenti bellissimi; infatti le nigobiane godono fama di essere le più graziose isolane dell’Oceano Indiano.

Dalla sua camicia di stoffa finissima, trapuntata in oro, dai larghi braccialetti d’argento e dal diadema formato di rupie e di perle che le ornava il capo, il quartiermastro capì subito che quella donna doveva appartenere a qualche alta casta.

«Chi siete? – le chiese quando ella gli fu vicina, – e che cosa volete? Io sono un europeo e perciò sono inviolabile.»

La donna lo guardò con una certa curiosità, mentre i suoi guerrieri allargavano rispettosamente le file, poi rispose:

«Io vengo a reclamare i due schiavi che sono fuggiti dal mio villaggio: essi devono seguire mio marito, il gran capo Kanai-Tur, che verrà sepolto all›alba.»

«Quei due uomini sono sotto la mia protezione e non li cederò a chicchessia, – disse il quartiermastro con voce ferma. – Quando un europeo tocca colle sue mani una persona d’altro colore, quella diventa inviolabile.»

La donna aggrottò le sopracciglia, stupita forse di non vedersi immediatamente obbedita, poi riprese:

«Questa non è la tua patria e nessuno ti ha chiamato qui, dunque sei uno straniero e come tale devi obbedire alle leggi del paese. Quei due schiavi m›appartengono e li avrò.»

Fece ai suoi guerrieri un rapido cenno. Tosto l’orda, con una mossa fulminea, inaspettata, si rovesciò come un sol uomo sui tre forzati, mandando urla selvagge.

Will, credendo di spaventarli, scaricò la carabina al di sopra delle loro teste, ma quel colpo di fuoco non fece altro che renderli più furibondi. Quattro guerrieri si gettarono sul quartiermastro tenendolo fermo, mentre gli altri circondavano il macchinista e il pescatore di perle. I due schiavi, invece di approfittare del tumulto per salvarsi nei boschi, si erano tenuti dietro all’inglese sperando forse ancora nella sua protezione, quando furono afferrati da venti mani.

«Guai a chi li tocca!» urlò Will, cercando invano di liberarsi da coloro che lo trattenevano.

La sua voce si perdette fra le urla e i clamori furibondi degl’isolani. I due schiavi vennero trascinati a qualche passo di distanza, poi furono fatti stramazzare l’uno sull’altro con due formidabili colpi di mazza che fracassarono le loro teste.

Il malabaro, temendo che egual sorte toccasse anche all’inglese, con una scossa irresistibile si sbarazzò di coloro che lo stringevano da presso.

«A me, Jody! – gridò. – Spazziamo queste canaglie e liberiamo il signor Will.»

Se ciò era possibile a quel gigante che, come abbiamo detto, possedeva una forza più che erculea, non lo era affatto pel mulatto, che non era molto robusto e che già si era visto strappar di mano la pistola, prima di aver potuto servirsene.

Quantunque non seguito nella riscossa, il pescatore di perle non esitò un momento ad impegnare la lotta. Con due pugni terribili fulminò due guerrieri che tentavano di chiudergli il passo, poi si avventò contro il grosso, cercando di sfondare i ranghi. Stava per riuscirvi, quando si sentì cadere addosso una rete che lo imprigionò da capo a piedi paralizzandolo completamente.

«Siamo fritti, – disse il quartiermastro, vedendo i selvaggi precipitarsi addosso all›ercole e stringerlo con delle funi. – Come finirà ora questa avventura? Che ci facciano subire la stessa sorte toccata ai due schiavi per onorare vieppiù la memoria del defunto capo?»

Comprendendo che ormai ogni resistenza sarebbe stata inutile, tanto più che anche il povero Jody era stato imprigionato fra le maglie di un’altra rete, si lasciò legare i polsi dietro il dorso, senza nemmeno protestare.

Gl’isolani, dopo aver caricato i cadaveri degli schiavi su delle barelle frettolosamente costruite con rami, si cacciarono nuovamente sotto il bosco, conducendo con sé i tre disgraziati forzati. La vedova del capo precedeva la truppa, scortata dagli uomini che portavano le torce.

Un quarto d’ora dopo, l’orda giungeva in una vasta radura, in mezzo alla quale s’innalzavano due o trecento capanne di bella apparenza, colle pareti formate di bambù e i tetti coperti di foglie di cocco, e munite tutte di piccole verande. La popolazione vegliava ancora, sdraiata attorno a dei giganteschi falò su cui arrostivano dei quarti di bue, cantando e bevendo arak a garganella.

I tre forzati furono fatti passare quasi di corsa fra la folla, poi introdotti in una di quelle dimore. La vedova, che li aveva preceduti, li aspettava sulla porta.

«Che cosa vuoi fare di noi? – le chiese Will, appena la vide. – Bada, io sono un europeo e i due uomini che mi accompagnano sono miei amici, e non dimenticare che fra poco giungerà nella baia dei Saoni la mia nave, la quale ha dei cannoni.»

«Prima assisterete ai funerali di mio marito, – rispose l›isolana, – poi i sotto-capi dei quattro villaggi che dipendono da me, decideranno della vostra sorte.»

Dopo averli fatti liberare dalle corde e dalle reti fece loro cenno di entrare e chiuse la porta alle loro spalle, facendola inoltre barricare con alcuni tronchi d’albero, per impedire loro la fuga.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
360 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain