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Kitabı oku: «La perla sanguinosa», sayfa 8
13. Il «Nizam»
Passato il primo istante di stupore, i tre forzati, un po’ rassicurati dalle parole del ministro e più che tutto dalla formidabile falange dei velenosi lucertoloni che occupavano la stanza vicina, si munirono d’una torcia per guardare che cosa contenessero tutte quelle gabbie che coprivano le pareti della sala sotterranea.
Il ministro non aveva mentito. Ognuna di quelle gabbie, che erano piuttosto vaste e formate da sottili bambù, era occupata da una coppia di galline, grosse quanto quelle comuni, colla testa nerissima e lucidissima, sormontata da una bella cresta gialla, gli occhi piuttosto grandi, circondati da un cerchio azzurro d’un bellissimo effetto, le penne del petto cremisi e il dorso e il ventre d’un rosso meno intenso con macchiettine bianche. Alcune sonnecchiavano; altre, svegliate bruscamente dai bagliori proiettati dalla torcia, si erano alzate e allargavano le ali mandando contemporaneamente dei suoni rauchi.
«Io ho già veduto questi bizzarri volatili! – esclamò il quartiermastro. – Sono i tou-cheou-ky.»
«Dove?» chiesero ad una voce Palicur e Jody.
«Nei cortili dei ricchi cinesi: a Canton ed anche ad Amoy.»
«Ed a che cosa servono? Si mangiano?» chiese il macchinista.
«Anche, essendo la carne di questi volatili squisitissima, anzi più delicata di quella dei fagiani; però gl›indigeni preferiscono conservarli per vederli vomitare il batuffolo di seta.»
«Queste galline vomitano della seta! – esclamò Jody. – O che cosa mi raccontate, signor Will?»
«Intendiamoci non danno della vera seta. Durante la stagione più calda i tou-cheou-ky, parola che significa gallina che vomita i batuffoli di seta, ad un certo momento si mettono a fare la ruota ed a spiccare salti, poi mandano fuori dalla gola una specie di membrana lunga talvolta perfino un piede, d’un bel colore azzurro intenso, punteggiata di minuscole macchie rosse, che poi a poco a poco ritirano.»
«Non è seta dunque quella?»
«Ma no; è una semplice membrana, che a nulla potrebbe servire, e che i cinesi, non si sa per qual motivo, si ostinano a chiamare seta, forse per la meravigliosa bellezza delle sue tinte.»
«Sono dei volatili meravigliosi dunque!»
«Straordinari anche pei loro singolari costumi. Gli ufficiali della Britannia, che durante il loro ancoraggio a Canton hanno studiato queste curiose galline, hanno narrato poi a bordo che posseggono delle virtù domestiche assolutamente ammirabili. Perciò si chiamano anche dai cinesi Hiao-ky, se ben ricordo, ossia «uccelli della pietà filiale», perché si dice che i figli abbiano cura dei genitori, quando la malattia o la vecchiaia impediscono loro di procurarsi il nutrimento necessario. Si chiamano anche Pyschon-ky, il che significa «uccello che sfugge gli alberi», pel motivo che hanno quasi orrore dei boschi.»
«Si vede che anche i nicobariani conoscono bene le abitudini di questi volatili, perché li tengono nelle cantine. Ma come mai questi isolani posseggono queste galline, che voi avete veduto in Cina?»
«Possono essere indigene di queste isole,» rispose Will.
«E perché la principessa prende tante precauzioni contro i ladri?»
«Per mangiarsele, esclusivamente lei sola, – disse Palicur. – Se è vero che sono così squisite, le serberà per le grandi occasioni.»
«Peccato che non vi sia qui un camino e della legna per cucinarne qualcuna,» disse il macchinista.
«Le assaggerai il giorno delle mie nozze, – disse il quartiermastro.. – Non scapperemo che dopo il gran pranzo.»
«Quale gran pranzo, signor Will?»
«Lascia pensare a me, Jody. Credi tu che io non abbia preparato il mio piano? E che piano superbo! La principessa se ne avrà a male, ma che il diavolo se la porti. Non ho già voglia di far la fine dei suoi due primi mariti, né di…»
Due nuovi colpi di cannone, sparati uno dietro l’altro, lo interruppero.
«Che cosa fa il Nizam? – chiese Jody. – Questi spari non sono di buon augurio.»
«Colpi in bianco, – disse il quartiermastro della Britannia, porgendo attento orecchio alle due detonazioni che si erano ripercosse cupamente fin dentro la sala sotterranea. – Me ne intendo io.»
«Che cosa significano, signor Will?» chiese Palicur, sempre ansioso.
«Una semplice intimazione, per ora, – rispose Will, – od una minaccia. Gl’isolani che avevano già confessato al comandante l’arrivo di tre uomini, fra i quali un bianco, ora seguendo gli ordini della mia futura moglie avranno negato, e l’equipaggio cercherà di spaventarli, facendo tuonare i cannoni.»
«Verranno qui ad assicurarsi se noi ci siamo?»
«Non ne dubito,» rispose Will.
«Che riescano a trovarci?»
«Chi oserà sfidare tutti quei bis-cobra? Appena i marinai li vedranno, scapperanno come fulmini. Perbacco! Ve ne sono delle centinaia nella prima stanza e valgono meglio di tutti i guerrieri dell’isola. Zitto ed ascoltiamo se il cannone continua a tuonare.»
Invece delle detonazioni, udirono scendere da quella specie di gola, che serviva da lucernario alla sala delle galline, delle grida acutissime. Pareva che l’intera popolazione fosse diventata furibonda.
«Forse hanno assalito il villaggio, i marinai del Nizam?» chiese Palicur, che ascoltava attentamente.
«Non odo alcun colpo di fucile, – rispose Will. – Che il drappello inviato dal comandante a cercarci sia già giunto, non ne dubito.»
«Dovrebbe portarsi via la principessa,» disse Jody.
«E lasciarmi vedovo prima del matrimonio? Non hai pietà del mio cuore? Sanguinerebbe per molti anni!»
«Siete un burlone, signor Will.»
«Zitti,» disse Palicur.
Le urla erano cessate; però si udiva un rumore confuso, come se un gran numero di persone si aggirasse pel villaggio e discutesse animatamente.
Durò qualche quarto d’ora, poi un profondo silenzio successe. Pareva che tutta la popolazione si fosse ritirata nelle capanne.
«Ci capite qualche cosa voi, signor Will?» chiese il pescatore di perle.
«Suppongo che il drappello si sia accampato nel villaggio e che abbia rimandato a domani le ricerche, – rispose il quartiermastro. – Giacché non corriamo alcun pericolo immediato, farei la proposta di prepararci un letto più o meno comodo e di dormire anche noi.»
«Non vedo alcun letto, signor Will,» disse Jody.
«E le gabbie, che non debbano servire a qualche cosa? Siamo abituati a dormire sul tavolaccio.»
«Bellissima idea, signor Will. Mi preoccupava l’idea di dormire sulla nuda terra, avendo scorto un centopiedi dalle mille punte velenose aggirarsi in quell’angolo.»
Levarono cinque o sei gabbie che misero in mezzo alla sala sotterranea, le une accanto alle altre, le coprirono con alcune stuoie che erano state portate insieme ai panieri, e vi si sdraiarono sopra, convinti che nessuno li avrebbe disturbati, con quelle brutte bestie che occupavano la stanza vicina.
Erano tanto stanchi che si svegliarono solo all’alba. Da quella specie di gola di camino che metteva sulla cima della cupola scendeva un bel fascio di luce, sufficiente a rischiarare tutti gli angoli della loro dimora sotterranea, e colla luce scendeva pure un brusio, misto di quando in quando a delle grida acute.
Anche la popolazione del villaggio doveva essersi svegliata e certo protestava per la presenza dei marinai del Nizam.
«Lasciamo che se la sbrighino loro e frattanto facciamo colazione, – disse Jody balzando giù dalle gabbie. – Non so se sia effetto dell›aria che scende da quel tubo, o dalla paura di venire ripreso e ricondotto a Port-Cornwallis a mangiare quelle pessime zuppe; fatto sta che mi sento indosso un appetito da tigre.»
Scoprì due panieri, levando successivamente una mezza dozzina di piccole tartarughe arrostite, delle gallette di frutta d’alberi del pane, un magnifico colombo cotto al forno e parecchie noci di cocco già in parte spaccate, che dovevano fornire una deliziosa bevanda, non essendo mature.
I tre amici stavano per dare l’attacco a quell’abbondante colazione, quando udirono degli urti formidabili, come se degli uomini cercassero di abbattere a colpi di scure una porta.
Jody lasciò cadere la noce di cocco che stava vuotando, mentre Will e Palicur balzarono in piedi, entrambi pallidissimi.
«Abbattono la porta esterna!» esclamò il quartiermastro, girando intorno uno sguardo per cercare un›arma.
«Vi sono i bis-cobra, signor Will, – disse Jody, raccogliendo la noce e accostandosela avidamente alle labbra. – Non guastatemi l’appetito con delle paure.»
«Ti dico che buttano giù la porta della prima camera.»
«E si faranno mordere le gambe da quelle brutte lucertole. M›immagino che gl›isolani non saranno così stupidi da fornire loro quelle fronde.»
Will e Palicur, che non si sentivano pienamente rassicurati, si accostarono alla porta che li divideva dalla stanza dei bis-cobra, mettendosi in ascolto.
I colpi di scure o di piccozza si succedevano furiosi contro la porta della stanza occupata dai pericolosi lucertoloni; le grosse tavole di tek opponevano una resistenza lunghissima, essendo quel legno, come abbiamo detto, duro quasi quanto il pao de fero del Brasile.
Picchia e ripicchia, la porta finalmente cedette nei gangheri ed i tre forzati la udirono cadere con gran fragore.
Subito delle grida di spavento echeggiarono al di fuori.
«Indietro!»
«È piena di bis-cobra!»
«Che l›inferno si porti tutti questi imbecilli d›isolani!»
«Gambe! Gambe!»
Quelle parole, pronunciate in lingua inglese, avvertirono i tre forzati che si trattava veramente di marinai europei e non già di nicobaresi. I lucertoloni però erano stati più che sufficienti a metterli in fuga.
«Se ne sono andati, – disse Will, respirando a pieni polmoni. – Ti confesso, Palicur, che ho avuto un istante di paura.»
«Gl›isolani hanno avuto una splendida idea a nasconderci qui dentro. Chi potrebbe infatti supporre che vi siano qui, con tutte queste bestie velenose, degli uomini nascosti?»
«Anche questa volta l›abbiamo scampata.»
«E allora approfittiamo per finire la colazione, – disse Jody che aveva la bocca piena. – Mi hanno già guastato un po’ l’appetito quei curiosi, che il mare li inghiotta tutti, insieme alla loro carcassa asmatica.»
I tre forzati, certi che gl’inglesi non sarebbero più tornati a disturbarli, si assisero intorno ai canestri, facendo una profonda breccia nelle provviste e vuotando soprattutto parecchie noci di cocco.
«Ecco una vera colazione principesca, – disse Jody che aveva divorato per quattro. – Era un bel pezzo che non ne faceva una eguale. Se avessi una pipa io sarei l’uomo più felice del mondo.»
Prevedendo che gl’isolani non li avrebbero liberati troppo presto, tornarono a sdraiarsi sulle gabbie, cercando di schiacciare un sonnellino, onde rifarsi completamente delle notti insonni passate sul mare, poiché la paura di venire da un momento all’altro raggiunti dal Nizam non aveva permesso loro di chiudere occhio a bordo della scialuppa.
Invitati dal silenzio che regnava là dentro, poiché le galline non facevano alcun rumore, e dalla dolce frescura della sala sotterranea, non tardarono infatti a russare, e chissà quanto avrebbero continuato, se lo stridere di un chiavistello non li avesse destati di soprassalto.
Il ministro che li aveva condotti là dentro entrò in compagnia d’una mezza dozzina di guerrieri, muniti di quei misteriosi rami d’albero che col loro strano odore tenevano a distanza i bis-cobra.
«Gl›inglesi?» chiese Will, balzando giù dalle gabbie.
«Se ne sono andati, – rispose il ministro, con voce lieta. – Ce n›è voluto però a deciderli di lasciarci in pace e di rinunciare alle loro ricerche.»
«Quando sono partiti?»
«Due ore fa.»
«Hanno levato le àncore?»
«Sì, sono partiti verso il sud.»
«O verso il nord?»
«No, verso il sud, lo hanno detto i corrieri che abbiamo mandato alla baia dei Saoni.»
Il quartiermastro aggrottò la fronte. Avrebbe preferito che se ne fossero tornati a Port-Cornwallis; continuando invece la rotta verso il mezzodì, avrebbero potuto incontrarli ancora nell’Oceano Indiano.
«Non disperiamo,» mormorò fra sé.
Poi chiese al ministro: «Hanno commesso nessuna violenza?»
«No, signore, ma hanno minacciato dapprima di dar fuoco al villaggio e di condurre via la principessa.»
«Che peccato che non l›abbiano portata via davvero,» brontolò Jody.
«Signori, la principessa vi aspetta a pranzo, – proseguì il ministro. – Si dovrà discutere sulle feste da darsi al popolo il giorno delle nozze.»
«Sì, delle grandi feste che dovranno rimanere memorabili,» rispose Will, un po’ ironicamente.
«Spetterà a voi, come futuro principe di Karnicobar, dare gli ordini opportuni, ed ogni vostro desiderio sarà per noi un ordine.»
«Voglio che quel giorno tutta la popolazione sia molto allegra, e siccome l›allegria ha bisogno di venire eccitata, farete preparare dell’arak in quantità enormi. Devono scorrere dei veri fiumi sulla piazza. Al resto ci penso io.»
«Metteremo a vostra disposizione tutte le piantagioni di canne da zucchero appartenenti allo stato, signor uomo bianco, così potremo preparare tanto arak da inondare mezza isola. Seguitemi o la principessa s’impazientirà.»
Attraversarono la stanza occupata dai bis-cobra, spazzando il suolo coi rami onde tener lontani quei lucertoloni, e lasciarono l’antica pagoda, sfilando fra due fitte ali di popolo che li salutava con urla e battimani e sgambettamenti così comici, da far scoppiare dalle risa il buon Jody.
14. Il tiro del quartiermastro
Sei giorni dopo la partenza del Nizam, i preparativi per le nozze fra l’uomo bianco e la principessa nicobariana erano ultimati. Jody si era preso la cura di organizzare le feste che dovevano essere soprattutto militari, ma che dovevano terminare coll’ubriachezza generale dei sudditi, onde impedire loro di guastare la fuga già abilmente ordita.
Palicur, nella sua qualità di ministro della marina e di grande ammiraglio, aveva fatto più di una visita alla baia dei Saoni, per preparare la scialuppa che doveva servire loro a compiere la traversata dell’Oceano Indiano. La flotta dei nicobariani l’aveva trovata in completo disordine, componendosi essa di due dozzine di piroghe scavate in enormi tronchi d’albero, già quasi tutti fracidi. Tuttavia ne aveva trovato una in stato abbastanza buono e si era affrettato a farla fornire di bilanceri, di alberi e di vele e anche abbondantemente provvedere di viveri, col pretesto che doveva servire per una gita in mare degli sposi, allo scopo di far conoscere l’uomo bianco agli abitanti dei villaggi costieri.
Il prudente malabaro aveva agito così abilmente e furbescamente, da non sollevare il minimo sospetto. D’altronde quei bravi isolani erano ormai più che convinti che il loro nuovo capo ed i due nuovi ministri avessero ormai completamente abbandonato l’idea di lasciare Karnicobar.
Il mattino fissato per la grande cerimonia nuziale, una folla straordinaria si radunò sulla vasta piazza del villaggio. Numerose deputazioni erano giunte dalle borgate, anche dalle più lontane, dipendenti dal principato, recando regali agli sposi e viveri in quantità, poiché Jody aveva annunciato che dopo la cerimonia avrebbe avuto luogo un colossale banchetto a cui tutti indistintamente avrebbero potuto prendere parte con l’obbligo di ubriacarsi.
Nei viali intorno al villaggio erano già state preparate gigantesche tavole che si piegavano soprattutto sotto il peso di enormi vasi pieni di arak, quel dolce, ma fortissimo liquore estratto dallo sciroppo delle canne da zucchero lasciato fermentare. Fuochi immensi erano stati accesi per arrostire un gran numero di buoi selvatici, animali che, come dicemmo, abbondavano straordinariamente nelle foreste dell’isola, e tartarughe giganti e granchi di mare di dimensioni esagerate.
Dovendo la cerimonia nuziale aver luogo al tramonto, durante la giornata fu un succedersi continuo di parate militari, di danze, di concerti spaventosi a base di gong e di tam-tam, affinché la popolazione non si annoiasse nella lunga attesa.
Appena l’astro diurno toccò coll’orlo inferiore la cima dell’alta montagna elevantesi ad occidente dell’isola, una truppa di guerrieri fece sgombrare una parte della piazza, che fu subito occupata da un centinaio di garzoni, i quali si stesero a terra, bocconi, formando come un tappeto vivente, che terminava da una parte dinanzi alla porta della casa principesca, dall’altra dinanzi ad una specie di baldacchino, circondato da gabbie contenenti le galline della pagoda e coperto da lembi di stoffe rosse.
Naja poco dopo uscì, accompagnata dalle sue vecchie dame d’onore, e si inoltrò saltellando su quei corpi umani, mentre i suonatori, radunati agli angoli della piazza, attaccavano l’inno nazionale di Karnicobar, un pezzo così formidabile da sfondare gli orecchi più solidi.
L’ex-vedova aveva lasciato la sua camicia di seta bianca, tinta di lutto, per indossarne un’altra più ricca, di seta azzurra guarnita di perle, e portava sulle spalle un mantello formato di penne di tou-cheou-ky rosse picchiettate di bianco.
Parecchie fanciulle, vestite come la principessa, ma prive del mantello, s’avanzavano ai due lati del sentiero umano danzando e cantando le lodi di Naja, la fortunata moglie del grande capo bianco.
Poco dopo comparve il quartiermastro, col seguito dei ministri e dei capi militari. Non aveva lasciato le sue vesti di forzato, però avevano posto anche a lui sulle spalle un mantello di piume, un po’ più lungo di quello di Naja, e sul capo una specie di elmo da pompiere, molto ammaccato a dire il vero, adorno d’un immenso ciuffo di penne, emblema del potere supremo.
Il marinaio ebbe qualche esitazione a slanciarsi su quello strato di corpi umani, poi, temendo di mostrarsi ridicolo, seguì la principessa, badando di non calpestare troppo duramente quei poveri diavoli colle sue grosse scarpe di legno.
Jody e Palicur, che si trovavano sotto il baldacchino, non poterono trattenere uno scoppio di risa, vedendolo con quell’elmo e quella foresta di penne.
«Se potesse vedersi in uno specchio, sono certo che scoppierebbe, – disse il macchinista. – Povero signor Will!»
«Taci o comprometterai la nostra e la sua dignità, – disse il malabaro. – Mostriamoci seri o scoppierà anche lui dalle risa.»
Giunti gli sposi sotto il baldacchino, furono fatti sedere su due gabbie e una specie di stregone o di sacerdote che fosse, orribilmente camuffato con ricci di mare, tale da sembrare un istrice mostruoso, offrì ai due sposi un pesce tagliato a pezzi non più grossi d’un dado che dovettero mangiare crudo, forse con poco piacere d’ambo le parti.
La cerimonia nuziale era finita: il quartiermastro era lo sposo legittimo di Naja.
Subito clamori formidabili s’alzarono nella folla; mentre i musicisti raddoppiavano i colpi, facendo saltare in pezzi non pochi gong e scoppiare non pochi tamburoni.
I due sposi, scortati dai ministri, dai capi militari e dalle due dame, furono condotti ad una tavola collocata nel centro della piazza, mentre la folla, che pareva in preda ad un vero delirio, prendeva d’assalto le altre, fra una confusione inenarrabile, gettandosi con avidità bestiale sulle montagne di provvigioni e soprattutto sui vasi d’arak.
Certo quegli isolani non si erano mai trovati in mezzo a tanta abbondanza ed in cuor loro benedicevano l’uomo bianco, che permetteva loro di rimpinzarsi fino a scoppiare.
La principessa appariva lietissima e sorrideva dolcemente al suo sposo; questi invece, quantunque si forzasse di apparire di buon umore, cadeva sovente in profonde preoccupazioni. Il timore che l’audace colpo non riuscisse gli toglieva il buon umore. Fortunatamente Jody e Palicur erano là ad incoraggiarlo, soprattutto il primo, che pur ridendo per quattro, divorava per sei e beveva in proporzione il dolce arak che una delle due vecchie dame d’onore, facendogli gli occhi di triglia, gli versava senza posa.
Alle dieci di sera l’orgia toccava il colmo. Uomini, donne e fanciulli, rovesciate le tavole, danzavano furiosamente per la piazza e molti che cadevano non si rialzavano più. Era ora di finirla.
Jody, che si era assunto la direzione della festa, sguinzagliò quattro araldi perché intimassero a tutti indistintamente di ritirarsi nelle loro capanne per non turbare più oltre gli sposi. Ci volle non poco però a persuadere quella folla ubriaca a staccarsi dagli ultimi vasi di arak. Dovettero intervenire le guardie e, siccome non erano meno ubriache, ruppero non poche teste colle loro mazze e storpiarono non pochi disgraziati.
Quando tutti si furono finalmente ritirati, anche i ministri ed i capi militari, Naja e Will si diressero verso la casa, scortati solamente dalle due dame e da Jody e Palicur che rischiaravano la via con due torce e che erano stati incaricati di vegliare dinanzi alla porta, onde impedire a chicchesia d’avvicinarsi.
Quantunque i tre forzati fossero ormai sicuri del felice esito del colpo meditato, non erano tuttavia pienamente tranquilli. Un sospetto, un grido poteva mandare a monte tutto, e allora chissà se avrebbero potuto salvarsi dal furore del popolo e dai guerrieri.
Il quartiermastro, deciso a tutto, aveva già assegnato a ciascuno dei suoi compagni la parte che gli spettava. Non si trattava infine che di legare ed imbavagliare le tre donne e di filare senza indugio alla baia dei Saoni, dove la nave ammiraglia, o meglio la piroga, era pronta a prendere il largo.
Lasciarono prima entrare Naja e le due dame nella prima stanza terrena e, appena chiusa la porta, con una mossa fulminea e simultanea si gettarono su di loro, rovesciandole sulle stuoie che coprivano il pavimento.
Palicur, la cui forza, come abbiamo detto, era straordinaria, afferrò la principessa, turandole subito la bocca per impedirle di chiamare al soccorso; poi, senza aver bisogno dei compagni, la imbavagliò e la legò rapidamente, nonostante ella cercasse di opporre una violenta resistenza. Colle due dame, vecchie e deboli e già mezzo morte per lo spavento, la cosa fu più facile.
«Signora, – disse il quartiermastro accostandosi alla sposa, i cui occhi schizzavano fiamme, – mi rincresce di aver agito così, ma io vi avevo detto che non avevo alcun desiderio di rimanere qui. Scegliete un altro sposo fra i vostri sudditi, perché io mi dichiaro sciolto da ogni impegno. D’altronde non mi rivedrete mai più.»
Un grido strozzato, come di belva ferita, che sfuggì attraverso il bavaglio, fu la risposta della principessa corbellata.
«Salutatemi i miei sudditi d›un istante e dimenticatemi, – aggiunse il quartiermastro. – Ed ora, miei cari amici, – disse rivolgendosi a Jodv ed a Palicur, – a tutto vapore!»
Chiusero la porta dopo aver spento la lampada ad olio di cocco, aprirono quella che metteva sulla piazza e si slanciarono sotto il viale vicino, che le grandi foglie dei palmizi rendevano tenebroso.
Non vi era alcuno. Tutti avevano obbedito all’ordine degli araldi e avevano rispettato il desiderio espresso dal nuovo capo.
In pochi salti i tre uomini raggiunsero l’estremità del villaggio e, dopo essersi accertati che nessuno li seguiva, si gettarono nella foresta. Palicur, che ormai conosceva la via, essendosi recato parecchie volte nella baia col pretesto di visitare la squadra nicobariana, li guidava.
Divorarono tutto d’un fiato, senza nemmeno scambiarsi una parola, la distanza che divideva la borgata dalla baia e scesero verso la spiaggia là dove si trovava ancorata la flottiglia delle piroghe.
Anche in quella borgatella abitata esclusivamente dagli equipaggi delle scialuppe, silenzio profondo. Dovevano aver festeggiato anch’essi le nozze della principessa e russavano da veri marinai, completamente ubriachi.
«Addio, povera Naja, – disse il quartiermastro, che si preparava a balzare nella piroga ammiraglia. – Prepara un buon veleno pel mio successore. Glielo cedo volentieri assieme al potere.»
«Un momento, signor Will, – disse Palicur, arrestandolo e levando dalla prora tre scuri che aveva nascosto sotto una stuoia. – Aiutatemi.»
«A far che?»
«Ad affondare la flotta, onde impedire ai nicobariani di darci la caccia. È bensì vero che tutte le altre piroghe sono malandate, tuttavia la prudenza non è mai troppa.»
«Hai ragione, Palicur, – rispose il quartiermastro. – Spicciamoci.»
Si misero febbrilmente al lavoro, picchiando senza misericordia sui fianchi semi-infraciditi delle piroghe, i quali cedevano facilmente. Essendo la squadra ancorata a quattro o cinquecento passi dalla borgatella, non vi era pericolo che quei colpi, d’altronde sordi, potessero venire uditi dagli equipaggi.
Già le avevano affondate quasi tutte, quando verso la foresta rimbombarono alcuni colpi d’archibugio, poi delle urla feroci.
«A bordo! – comandò il quartiermastro. – Siamo scoperti!»
In due salti si gettarono nella piroga, afferrarono i remi e si spinsero frettolosamente al largo, mentre anche dalle capanne della stazione navale cominciavano ad accorrere dei marinai e dei pescatori.
«Spiega una delle due vele, Jody, – gridò Will. – Il vento è favorevole; e tu, Palicur, forza ai remi!»
Dalla boscaglia sbucavano allora numerosi guerrieri muniti di torce i quali correvano verso la spiaggia, ululando ferocemente:
«Morte all›uomo bianco!»
Era troppo tardi ormai per prenderlo. Il macchinista in un colpo di mano aveva issato la vela di trinchetto, la quale si era subito gonfiata sotto la brezza notturna che soffiava da levante, imprimendo alla piroga una rapida andatura.
«Dammi un fucile, Palicur!» disse Will al malabaro che aveva lasciato i remi e che stava spiegando la vela maestra.
«Ecco la vostra carabina, signor Will, – rispose il pescatore di perle. – Me l’ero fatta restituire dalla principessa.»
«Al timone tu, Jody!»
I colpi di fuoco spesseggiavano. I guerrieri si erano arrestati sulla riva, senza osare imbarcarsi sulle due o tre piroghe rimaste, e di là moschettavano furiosamente i fuggiaschi, senz’altro ottenere che molto fumo e molto baccano, perché le loro secolari armi non avevano che una portata assai limitata. Il quartiermastro nondimeno, temendo che si decidessero a dare loro la caccia, sparò un colpo di carabina in mezzo all’orda. I valorosi guerrieri della principessa, udendo la palla fischiare sulle loro teste, se la diedero a gambe, salvandosi nella boscaglia e nelle capanne della stazione.
«Molla tutto! – comandò il quartiermastro al malabaro che stava legando le scotte. – Vento a mezza nave: fileremo quasi come la scialuppa a vapore.»
La piroga, che era una bella barca, lunga otto metri, abilmente scavata nel tronco colossale d’un albero, colla prora assai rialzata che finiva in una testa mostruosa rappresentante forse qualche divinità marina dei nicobariani, scivolava rapidamente sulle acque, salendo e discendendo dolcemente i larghi cavalloni dell’Oceano Indiano. Palicur, per renderla più rapida, aveva alzato i due bilanceri che potevano fare scia ed aveva orientato le due vele in modo da raccogliere maggior vento che fosse possibile.
Già le coste dell’isola stavano per scomparire fra le tenebre, quando un’imprecazione sfuggì dalle labbra del quartiermastro, il quale si era collocato alla barra del timone.
«Che cosa c›è?» chiese Jody, il quale stava mettendo in ordine i vasi ed i pacchi che ingombravano la piroga.
«Guarda laggiù! È ben lui?»
«Chi?»
«Il Nizam.»
«Ancora quel maledetto! – esclamò il malabaro, stringendo i pugni. – Che quella carcassa non ci lasci un momento tranquilli?»
«Lascia cadere le vele, Palicur; potrebbe vederle.»
Il pescatore di perle e Jody le calarono rapidamente sulla piroga. Verso il sud brillavano tre punti luminosi, uno rosso e uno verde quasi a fior d’acqua, ed in alto uno bianco.
«I fanali d›un piroscafo, – brontolò Jody. – Che i pescicani divorino tutti quegli ostinati seccatori che muovono su di noi.»
«No, – rispose il quartiermastro, che osservava attentamente la nave a vapore. – Rade le coste dell›isola rimontando verso il nord»
«Ci scorgerà?».
«La piroga è bassa di fondo e la luna non si alzerà che molto tardi. Io spero che la passeremo liscia.»
«Che abbiano perduto la speranza di trovarci?» chiese il malabaro.
«Lo credo; se così non fosse avrebbero continuato la rotta verso il sud. Ah! Morte e dannazione!»
«Che cosa avete, signor Will?» chiesero ad una voce Jody ed il malabaro, spaventati dall’accento del marinaio.
«Corriamo il pericolo di venire ripresi.»
«Muove su di noi?»
«No, ma temo che entri nella baia dei Saoni. Se getta le ancore colà, gl›indigeni non mancheranno di avvertire il comandante della nostra fuga per vendicarsi della burla fatta alla principessa.»
«Signor Will, – disse Palicur, – alziamo le vele e riprendiamo la corsa.»
«No, potrebbero scorgerci, – rispose il quartiermastro. – Preferisco aspettare gli eventi.»
Il Nizam, supposto che fosse veramente il provveditore del penitenziario, s’avanzava non troppo rapidamente, tenendosi a qualche miglio dalla costa per non urtare contro le scogliere coralline che circondavano l’isola. Era già tanto vicino ormai che si udiva il fragore prodotto dalle sue macchine semi-sconquassate e le battute delle tambure. Dalla sua ciminiera usciva di quando in quando un getto di scorie.
I tre forzati, in preda ad una vera angoscia, spiavano attentamente le sue mosse, temendo di vederlo ad ogni istante cambiare rotta e dirigersi verso la baia dei Saoni.
Fortunatamente non virò di bordo e lo videro passare al largo della vasta insenatura e scomparire a poco a poco verso il settentrione.
«Siamo salvi! – esclamò il quartiermastro. – Si è deciso a tornare a Port-Cornwallis. Spiegate le vele e avanti verso Ceylon.»
«E che la fortuna ci protegga,» aggiunse Jody.
