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Kitabı oku: «La perla sanguinosa», sayfa 9
15. L’Oceano Indiano
Soffiando nell’Oceano Indiano dall’aprile all’ottobre, venti costanti da libeccio, mentre negli altri mesi soffiano invece, senza variare, da greco, i tre forzati erano più che sicuri di giungere facilmente all’isola, di Ceylon e senza troppe difficoltà. Il solo pericolo che potevano correre era di venire sorpresi da qualche tempesta, di quelle tremende che si scatenano durante il cambiamento dei monsoni. Contavano, però sulla leggerezza e sulla solidità della loro piroga, la quale dava prove eccellenti di qualità nautiche, essendo i nicobariani ottimi costruttori, forse i migliori fra tutti gl’isolani dell’Oceano Indiano.
E infatti l’imbarcazione si comportava benissimo, filando i suoi sette e anche otto nodi all’ora come un brik od un brigantino. Era bensì vero che l’oceano si prestava a quella rapida corsa, non essendo percorso che da radi cavalloni che si succedevano ogni quarto d’ora e che salivano dal sud.
Quando il sole comparve all’orizzonte, Karnicobar non era più visibile e anche il Nizam era scomparso. Tutt’intorno alla scialuppa non vi era che acqua e acqua: l’immensità dell’oceano, senza un isolotto e senza una vela. Solamente alcuni uccelli marini, delle fregate dal volo maestoso ed elegante, colle ali da falco, solcavano il cielo in compagnia di alcuni rondoni di mare, dalle penne nerissime.
«Siamo già ben lontani, – disse il quartiermastro, dopo aver scrutato attentamente tutto l›orizzonte. – I nicobariani non ci prendono più.»
«Mi hanno fatto però tremare tutta la notte, signor Will, – disse il macchinista. – Che si siano rassegnati?»
«Almeno pare.»
«Allora possiamo approfittarne per far colazione.»
«La paura ti aguzza sempre l›appetito, a quando sembra,» disse. il malabaro, ridendo.
«È questa brezzolina vivificante.»
«Bada di economizzare le provviste, Jody, – disse Will. – Non troveremo nessuna terra sulla nostra rotta, finché non giungeremo a Ceylon.»
«Impiegheremo molto?»
«Due o forse tre settimane, mio caro Jody, e che la vada bene. Potrebbe scoppiare qualche uragano e cacciarci verso il sud e anche laggiù non vi sono isole dove poter rinnovare le nostre provviste.»
«Che cos›hai imbarcato, Palicur? – chiese Jody. – Vedo qui molti vasi che non saranno tutti pieni d›acqua dolce o di arak.»
«Una metà contengono della pasta di frutta del pane, – rispose il malabaro. – Mi hanno assicurato che è buona anche così conservata.»
«E dovremo mangiarla cruda?»
«Non usano fornelli a bordo delle loro barche i nicobariani, né avevo il tempo di fabbricarne uno. E poi dove trovare la legna?»
«E questi pacchi che cosa contengono?»
«Del pesce secco e delle frutta secche, e là sotto la prora abbiamo una grossa provvista di cocco. È tutto quello che ho potuto imbarcare. Ah! Vi è anche un vaso pieno d›olio.»
«Per purgarci?»
«Potrebbe diventare utilissimo e salvarci in mezzo alla bufera.»
«Ammiro la tua previdenza, Palicur, – disse il quartiermastro. – Quel vaso può renderci dei servigi preziosissimi.»
«Ma io non riesco a capir quali,» disse Jody.
«Aspetta che scoppi una tempesta e benedirai quel vaso, – rispose il pescatore di perle. – Prepara la colazione, Jody.»
«Sarà più magra del rancio del penitenziario.»
«Diventi esigente, Jody?»
«Mi ero abituato troppo bene alla tavola della principessa.» Aprì un vaso pieno di pasta, collocata a strati ben pestati, e slegò una stuoia contenente delle frutta secche, unendovi un paio di noci di cocco.
Non vi era di che stare molto allegri, nondimeno i tre forzati, già abituati da molto tempo alle magre razioni del penitenziario, fecero buon viso a quelle provviste. Una noce di cocco, che procurò loro del latte squisito, chiuse la colazione.
«Ehi, Jody, – disse Will, riprendendo la barra che aveva slegato. – Tu hai da narrarci qualche cosa che può interessare vivamente Palicur e che gli avvenimenti ti hanno sempre impedito di condurre a termine. Non me la sono scordata io quella storia.»
«Che cosa volete dire, signor Will?»
«Tu ci avevi promesso di raccontarci qualche cosa sul Guercio.»
«È vero, – disse il macchinista. – Ero stato interrotto dalla comparsa del Nizam.»
«Narra dunque quanto sai su quel furfante, – disse Palicur. – Chissà se riusciremo a scoprire come ha conosciuto la mia fidanzata.»
«Non so gran che, – rispose Jody. – Il sorvegliante irlandese, che io ho ubriacato così bene, mi ha detto qualche cosa una sera, mentre andavamo insieme a pescare i granchi di mare.»
«Sulla condanna di quel briccone?» chiese Will.
«Sì, pare che fosse stato condannato a vent›anni di galera per aver ucciso un sacerdote cingalese e ferito un poliziotto inglese che aveva cercato di trattenerlo.»
«Un sacerdote!».esclamarono il quartiermastro e Palicur.
«Sì, un buddista.»
«E dove lo ha ucciso?» chiese Palicur.
«Questo non me lo disse l›irlandese.»
«Fruga bene nella tua memoria, Jody, – disse il quartiermastro. – Se tu lo sapessi, potrebbe metterci su una buona via. Ad Annarodgburro forse? Pensa, pensa.»
«È inutile, – rispose il macchinista dopo aver meditato qualche istante. – Non deve avermelo detto.»
«Che cosa ne pensate, signor Will?» chiese il malabaro con apprensione.
«Io sono certo che il Guercio ha conosciuto la tua fidanzata in quel monastero, – rispose il quartiermastro. – La storia di quell›uomo mi pare che rassomigli alla tua.»
«Che abbia cercato anche lui di strappare Juga dalle mani dei tiruvamska?»
«Scommetterei una rupia contro mille sterline, Jody, l›irlandese non ti disse quale mestiere esercitava quel cingalese?»
«Il pescatore,» rispose il macchinista.
«Di pesce o di perle?» chiese il malabaro.
«Questo poi non me lo spiegò.»
«Ora sono io che domando a te: Palicur, che cosa ne pensi?» disse il quartiermastro della Britannia.
«Che sia stato un pescatore di perle,» rispose il malabaro.
«Come potremo noi saperlo?»
«Tutti i pescatori di Manaar si conoscono e se il Guercio ha lavorato sui banchi, non avremo difficoltà a esserne informati. È necessario, signor Will, delucidare quel mistero.»
«Abbi pazienza, Palicur, e ne sapremo qualche cosa su quell›uomo.»
«Senza la perla sanguinosa i nostri sforzi per rendere Juga libera s’infrangerebbero. I monaci del monastero di Annarodgburro sono troppo potenti perché possiamo metterci in lotta con loro, e poi godono la protezione dei rajah di Candy.»
«Ma credi tu che vi sia, innanzi tutto, la possibilità di trovare quella famosa perla?»
«Vi ho detto che io conosco un pescatore che sa dove il ladro andò a picco.»
«Se l›avessero in questo frattempo trovata o l›uomo fosse morto?»
«Allora, signor Will, andrò ad uccidere tutti i sacerdoti del monastero, – disse il malabaro con voce cupa, – o tenterò ancora uno sforzo disperato, supremo, per riavere la mia fidanzata.»
«Chissà, – disse il marinaio come parlando fra sé, ciò che gli accadeva di sovente, – con un buon scafandro si potrebbe esplorare il mare in quel luogo, e con quegli apparecchi si rimane sott›acqua ben più di uno o due minuti. Orsù, non disperiamo.»
Mentre chiacchieravano, la piroga continuava la sua corsa verso occidente, deviando costantemente verso il sud, non trovandosi l’isola di Ceylon alla medesima altezza delle Nicobare.
L’oceano continuava a mantenersi tranquillo, essendo solamente percorso da quelle lunghe e pesanti ondate, che se stancavano assai i naviganti coi soprassalti che imprimevano alla piroga, non erano tuttavia d’ostacolo alla sua velocità.
Numerosi pesci, ad ogni ondata, comparivano a galla avvoltolandosi nella spuma. Per di più erano delle dorate, pesci assai grossi che si prendono ordinariamente colla fiocina, nemici giurati dei poveri pesci volanti ai quali danno una caccia spietata; sono coperti di superbe scaglie azzurre e giallo dorate del più grande effetto e ricche di riflessi, ma perdono ogni colore quando stanno per morire nelle mani dei pescatori, diventando allora grigiastri.
Numerosi albatros, quei giganti del mare, che ad ali spiegate misurano talvolta perfino quattro metri, mentre non pesano più di dieci chilogrammi essendo tutti penne, perseguitavano ferocemente le dorate portandone di quando in quando qualcuna in aria, senza spaventarsi della presenza della piroga, non avendo quei giganteschi volatili alcuna paura degli uomini anche se armati di fucili.
Nei larghi avvallamenti delle onde invece apparivano non pochi diodon, strani pesci delle zone torride, che amano navigare col ventre all’insù, e che hanno l’abitudine d’ingoiare una certa quantità d’aria per meglio galleggiare, diventando quasi perfettamente rotondi. Colle loro spine lunghe, di colore biancastro, a macchie nere, sembravano degli enormi ricci abbandonati in balìa dei cavalloni.
Jody e Palicur stavano appunto osservando quei pesci, pensando al modo di pescarne qualcuno, quantunque la mancanza di legna e di ciottoli per improvvisare un fornello li mettesse nell’impossibilità di cucinarli, quando il primo si gettò indietro così violentemente da urtare il quartiermastro che stava alla barra del timone, gli occhi fissi sul sole per orientarsi.
«Ebbene, che cos›hai, Jody? – chiese il marinaio. – Hai paura che i diodon ti pungano?»
«Un momento di ritardo e perdevo una mano, signor Will, – rispose il mulatto. – Quell›assassino si teneva nascosto sotto la poppa, in attesa di mutilarmi un braccio.»
«Chi?»
«Sono due quei briganti.»
«Di chi parli?»
«Che superbi squali! Dovevano essere ben affamati per accostarsi tanto, – disse in quel momento il pescatore di perle. – Non ne ho mai veduto di così colossali, nemmeno sui banchi di Manaar.»
Il quartiermastro si voltò vivamente. Due giganteschi pescicani, del genere dei carcharodon rondeletii, lunghi non meno di sette metri, seguivano la piroga ad una distanza di quindici passi, fissando sui tre forzati i loro brutti occhi piccoli, quasi rotondi, coll’iride verde-scura e la pupilla azzurrognola.
Erano due brutti mostri, pesanti per lo meno mezza tonnellata, col collo un po’ allungato, il dorso bruno cenere coperto da spessi e piccoli tubercoli, la testa appiattita, il muso arrotondato, con un’enorme bocca semicircolare armata di denti triangolari, frastagliati, bianchissimi, che muovevano a loro piacimento. Si tuffavano di quando in quando, poi risalivano impetuosamente a galla mostrando le larghe pinne pettorali, di forma triangolare, che si allungavano da ogni lato, e la poderosa pinna caudale divisa in due lobi ineguali.
«Che brutta compagnia, – disse il quartiermastro, aggrottando la fronte. – Sono pessimi vicini da avere a poppa. Con uno slancio possono piombarci dentro. Palicur, dammi la carabina.»
I due squali, quasi avessero indovinato le intenzioni poco amichevoli dell’uomo di mare, in quello stesso momento si tuffarono per ricomparire cinquecento metri più indietro, lasciando solo emergere le pinne dorsali.
«Sono più furbi del diavolo, – disse Jody, – e non si lasceranno fucilare, signor Will.»
«Se avessi due palle incatenate ti farei vedere come salterebbero alti, – rispose il quartiermastro. – Non mi piace avere a poppa quei due messeri. Costituiscono un continuo pericolo e, appena mi si presenterà l’occasione, mi sbarazzerò di loro.»
«Si stancheranno di seguirci e finiranno per andarsene.»
«T›inganni, mio caro Jody. Quando quegli eterni affamati incontrano in pieno oceano o una scialuppa o una zattera montata da degli uomini, non la lasciano più. La seguono con un›ostinazione incredibile, per settimane e settimane, anche per dei mesi.»
«Eppure non deve mancare loro il pesce. Anche poco fa abbiamo veduto delle dorate e dei diodon.»
«Preferiscono la carne dell›uomo, – disse Palicur. – Anche sui banchi di Manaar il pesce abbonda, eppure quei brutti bestioni lo lasciano in pace, per insidiare i poveri pescatori di perle.»
«È vero, – disse il quartiermastro. – Per i pescicani, siano essi martelli, charcharias o carcharodon, non vi è preda migliore dell’uomo, sia bianco, rosso, olivastro, giallo o nero.»
«Ne hai mai incontrato, Palicur, mentre cercavi le conchiglie perlifere?» chiese Jody.
«Ne ho uccisi almeno una dozzina, – rispose il malabaro. – Anzi un giorno mi sono trovato preso fra due squali così enormi, che ebbi un bel da fare per liberarmene.
«Mi trovavo su un fondo di quattordici metri ed avevo già riempito la rete di ostriche perlifere, quando vidi proiettarsi sulle sabbie del banco un’ombra enorme. Ebbi appena il tempo di alzare la testa per vedere se fosse una barca che passava sopra di me o qualcosa d’altro, quando mi sentii precipitare addosso una massa colossale che mi piegò sul banco. Era un magnifico pesce martello che m’aveva sorpreso e si preparava a tagliarmi in due.»
«Brr! – fece Jody. – E come te la sei cavata?»
«Credetti per un momento che la mia ultima ora fosse giunta, tanto più che non avevo avuto il tempo di sbarazzarmi della pietra che mi aveva aiutato a raggiungere quella profondità considerevole, anzi straordinaria per un palombaro privo dello scafandro, e la mia provvista d’aria era quasi esaurita. Come potei sottrarmi a quel colpo di mascella, non ve lo saprei dire precisamente. Probabilmente quell’urto improvviso mi fece curvare sul banco, e mi salvò la pelle. Il pesce martello, troppo avido e troppo impaziente di divorarmi, aveva preso male lo slancio, e nel voltarsi la sua coda aveva mosso il fondo, intorbidando l’acqua così fortemente da non potermi, per un momento, più scorgere.»
«E tu ne approfittasti,» disse il quartiermastro che s›interessava assai.
«Immediatamente, signor Will, – rispose il malabaro. – Avevo il mio coltellaccio passato attraverso la cintura, un’arma solidissima, lunga un piede e mezzo e assai tagliente. M’aggrappai disperatamente ad una delle pinne pettorali del mostro e gli squarciai netto il ventre, per una lunghezza d’un buon metro. Credevo di essermi per sempre sottratto a quel pericolo, quando mi vidi giungere alle spalle il compagno o la compagna di quello che avevo sventrato.»
«Io sarei morto di spavento,» disse Jody.
«Il primo, quantunque perdesse gl›intestini e catinelle di sangue dall’enorme ferita, non era ancora morto, anzi si dibatteva furiosamente avventando formidabili colpi di coda; l’altro non pareva disposto a lasciarmelo finire né ad andarsene senza avere almeno una delle mie gambe.
«Era finita, perché mi trovavo nell›impossibilità di far fronte ad entrambi, e poi l’acqua era diventata così rossa da impedirmi di vedere i due mostri. Fortunatamente i miei compagni, già inquieti pel mio ritardo, videro montare alla superficie dei fili di sangue, e immaginandosi ciò che si svolgeva in fondo al mare, vennero in mio aiuto in tre.
«Sotto le acque s›impegnò una vera battaglia, che finì colla morte dei due voraci pesci. Quando mi riportarono alla superficie ero svenuto e perdevo sangue dagli orecchi.»
«Divorano molti pescatori, i pescicani?» chiese Will.
«Tre o quattrocento ogni anno mancano all›appello finale,» ripose Palicur.
«Brutto mestiere,» disse Jody.
«Ma che talvolta rende assai; in certe stagioni si torna alla costa con dei bei gruzzoli di perle che si scambiano con migliaia di rupie.»
«Ah! signor Will!»
«Che c›è?» chiese il quartiermastro, girando intorno uno sguardo inquieto.
«Il tempo minaccia di guastarsi. Guardate laggiù, verso ponente. È una nube, quella, che porterà vento e pioggia.»
«E che farà bollire la gran pentola, – disse Will, corrugando la fronte. – Sì, avremo un salto di vento e probabilmente tempesta.»
16. L’uragano
La sera calò, senza però che quel temuto salto di vento scombussolasse l’oceano, il quale invece si mantenne calmissimo, interrotto solo dalle larghe e pesanti ondate provenienti dalle immensità del sud. La nuvola scorta dal pescatore di perle non si era dileguata, anzi un po’ prima del tramonto era stata veduta alzarsi e dilatarsi, come se avesse il desiderio, non certo piacevole pei tre naviganti, d’invadere tutta la volta celeste.
La piroga fluttuava dolcemente sulle onde, avanzando lentamente, poiché era subentrata una calma quasi improvvisa, sbattendo ad intervalli le due vele e lasciandosi dietro una scia che di quando in quando diventava fosforescente.
Dai tenebrosi abissi dell’oceano, dei punti luminosi salivano a galla come stelle filanti disperdendosi per la superficie, e montavano pure con larghe ondulazioni, simili a lampade elettriche, le rizostome, quelle splendide meduse in forma di disco, cosparso di granulazioni brune e le grosse attinie cilindriche, coi dischi circondati da innumerevoli tentacoli che le facevano rassomigliare a grandi fiori di color azzurro lucente, con leggeri bagliori rossi verso le estremità.
In lontananza, a quattro o cinquecento metri dalla poppa della piroga, due grosse macchie livide, fosforescenti, scivolavano silenziosamente sulla scia lasciata dal timone, senza mai distanziarsi. Erano le enormi bocche dei due pescicani, illuminate da quella specie di gelatina cristallina che trasuda dai denti di quei mostri e che nelle tenebre brilla come fosforo liquefatto.
Will, assiso accanto alla barra, spiava ansiosamente l’orizzonte, dove vedeva le stelle scomparire a poco a poco sotto delle masse nere. Jody ed il malabaro, seduti sui banchi di mezzo, guardavano le splendide attinie che salivano sempre e che si lasciavano trastullare nelle ondulazioni prodotte dalla scialuppa.
«Palicur, – disse ad un tratto il quartiermastro. – Prendi terzaruoli sulle due vele. Fra poco non avremo bisogno di tanta tela.»
«Eppure il vento è sempre debolissimo, signor Will,» rispose il pescatore di perle.
«Sta raccogliendo le sue forze. Fra poco si farà sentire.»
«Sale sempre la nube?»
«E più rapidamente di prima.»
«Non la passeremo tranquilla questa notte?»
«Temo di no,» rispose il marinaio facendo un gesto di dubbio. Poi mandando un sospiro aggiunse:
«Questa notte mi rammenta quella in cui commisi il delitto. Anche allora il cielo era così tenebroso, le attinie e le meduse salivano a galla assieme alle nottiluche, ed a poppa brillavano le bocche dei due pescicani, quelli che divorarono l’uomo da me ucciso all’estremità del pennone di parrocchetto. Dio mi perdonerà quel delitto.»
«Era un ufficiale quello, mi hanno detto, è vero, signor Will?» chiese Jody..
«Sì,» rispose il quartiermastro con voce sorda.
Poi dopo una breve pausa ed un nuovo sospiro aggiunse:
«Era il tiranno della Britannia, un uomo brutale che pareva provasse una gioia feroce a tormentare i più deboli dell’equipaggio, che faceva batter a sangue marinai e mozzi per un nonnulla e che mi aveva preso di mira per farmi perdere il grado, guadagnato faticosamente in dodici anni di navigazione su tutti i mari del globo. Porto ancora sul mio dorso le cicatrici lasciatemi dal gatto a nove code, che mi fece infliggere per delle sciocchezze.»
«E l›avete ucciso sul pennone?» chiese Palicur.
«Sì, – rispose il quartiermastro. – Era una notte come questa, colla tempesta che brontolava all›orizzonte, e m›avevano mandato sul pennone di parrocchetto ad ammainare uno scopamare.
«Stavo levandolo, quando mi vidi comparire accanto l›ufficiale. Che cosa era venuto a fare lassù lui, il cui posto era sul ponte di comando in quel momento? Non ve lo saprei dire. Certo veniva per spiarmi, sperando di infliggermi qualche altra punizione.
«S›impegnò fra me e lui una lite all›estremità del pennone, ed avendogli io intimato di lasciarmi finire il mio lavoro e fatto osservare che potevo cadere e fracassarmi il cranio sul ponte, tentò di spingermi in mare.
«Perdetti la ragione. Avevo il coltello di manovra nella destra avendo dovuto tagliare un nodo, e glielo cacciai in gola fino al manico. Cadde, battendo il capo sulla murata che bagnò di sangue, ed il coltello che gli avevo lasciato nella ferita sbalzò sulla tolda. Il corpo precipitò in mare e fu divorato dai due pescicani che da parecchi giorni seguivano la Britannia, ma il coltello mi aveva ormai accusato.
«Fu riconosciuto per mio e, poiché era lordo di sangue, fu facile al consiglio di guerra di ricostruire il delitto, e non valsero le difese strenue dei miei camerati, le accuse contro l’inumanità e la ferocia di quell’ufficiale, né i miei precedenti: fui condannato a quindici anni di relegazione a Port-Cornwallis, dove sarei ancora se…»
Un colpo di tuono che rimbombò cupamente sul mare, propagandosi con un lungo rullio da un orizzonte all’altro, lo interruppe.
Alzò vivamente la testa guardando le nubi che avevano ormai coperto quasi tutte le stelle, poi fissò le bocche fosforescenti dei pescicani che scorrevano sulle acque tenebrose, guadagnando via sulla piroga. «L’uragano,– disse. – Che Dio ci guardi.»
Un profondo silenzio era seguito dopo quel primo tuono.
Non si udiva alcun rumore né in alto né in basso. Perfino l’ondata larga e pesante dell’oceano, eterna ondata che anche a calma assoluta percorre sempre quelle sconfinate pianure liquide, pareva si fosse disciolta o avesse cambiato direzione.
La piroga era rimasta quasi immobile, dondolandosi lievemente fra le attinie e le meduse che si lasciavano portare dal flusso, mettendo in fuga stormi di isitus, bei pesci lunghi appena trenta centimetri, che lanciano di notte degli sprazzi di luce verdastra.
I tre forzati tacevano e guardavano ansiosamente ora il cielo ed ora l’oceano. Un vago terrore si era impadronito dei loro animi. Quella tempesta che stava per cogliergli là in mezzo alla sconfinata distesa liquida, su una fragile piroga, così lontani dalla terra e dalle isole, turbava le loro gagliarde fibre.
Quel silenzio del mare e del cielo durò dieci o dodici minuti, poi una serie di suoni strani si ripercosse rumorosamente entro la gigantesca nuvola con un crescendo formidabile, assordante, seguita da un sibilare di fischi brevi, stridenti. Erano le prime raffiche che si rovesciavano sull’oceano.
La scialuppa, coi bilanceri abbassati per avere più appoggio, si era messa in corsa, mantenendo sempre la sua rotta verso ponente con qualche quarto al sud. Will era alla barra; Jody alla scotta delle vele di trinchetto e Palicur a quella dell’alberetto maestro.
Il mare, sotto le prime sferzate del vento, si rompeva e cominciava a brontolare sordamente. Delle onde brevi si formavano rapidamente in tutte le direzioni, accavalcandosi con muggiti paurosi.
«Tenetevi ben stretti ai banchi, – disse il quartiermastro. – Non dimenticate che se un’onda vi porta fuori dal bordo, cadrete nelle bocche dei pescicani.»
«Non si vedono più, signor Will,» disse Jody.
«Ci seguono sott›acqua per essere più pronti ad afferrare la preda. Scommetterei che li abbiamo presso la poppa.»
Un lampo abbagliante illuminò in quel momento l’oceano, mostrando ai naviganti le montagne d’acqua che si formavano ai limiti dell’orizzonte.
«Palicur, – disse Will, – abbassa una vela e gettala sopra i banchi. È necessario coprire il nostro carico e al tempo stesso impedire all’acqua di entrare. Porta poi qui, a poppa, il vaso dell’olio. La nostra salvezza sta in quello.»
Quegli ordini furono subito eseguiti fra un lampeggiare incessante ed uno scrosciare orrendo di tuoni.
L’oceano intanto, spazzato e tormentato senza posa dalle raffiche che aumentavano di violenza, montava sempre. Dei cavalloni enormi si rovesciavano sulla piroga, la sollevavano passandovi sotto, poi la scaraventavano entro profondi abissi mobili, dai quali non usciva che con molta fatica. La sua leggerezza però ed i bilanceri calati su ambi i bordi la facevano galleggiare come un pezzo di sughero, mantenendola sempre sulle creste delle onde. Ben presto una pioggia diluviale si rovesciò sull’oceano, aumentando l’orrore della notte.
I tre forzati, radunati a poppa, fra il primo banco e la barra, da cui potevano manovrare le scotte della vela maestra, guardavano con spavento quel mare in tempesta, chiedendosi ansiosamente se la piroga avrebbe finito per cedere ai formidabili assalti delle onde.
Mille fragori paurosi intanto percorrevano l’oceano e la volta celeste: muggiti di cavalloni, urla e fischi del vento, scrosci di folgore. Il baccano talvolta diventava così intenso che i naviganti non potevano più udirsi.
La piroga, travolta dalle raffiche e dalle onde, fuggiva sempre rapidissima, colla sua vela ridotta ai minimi termini. Pareva una palla di gomma nelle mani d’un gigante. Balzava elevandosi tanto da forare colla punta dei suoi alberetti le masse di vapore che i venti cacciavano, rimescolandole, verso l’oceano, poi strapiomba bruscamente facendo provare ai tre amici la penosa sensazione delle cadute da grandi altezze.
Will, colle mani raggrinzate attorno alla barra, si studiava d’evitare le ondate troppo grosse che potevano affondarla di colpo. Abilissimo marinaio, metteva in opera tutta la sua esperienza per non lasciarsi sopraffare dalla furia dell’oceano e non farsi sorprendere sui fianchi. Conservava una calma ammirabile e comandava con voce tranquilla ai suoi due compagni che tenevano le scolte.
A un tratto un grido gli sfuggì. «Maledizione!»
«Che cosa è accaduto, signor Will?» chiesero Palicur e Jody, volgendosi rapidamente.
«Giù la vela o siamo perduti! Il timone è andato e non posso più governare.»
«Abbiamo dei remi, signor Will,» disse il malabaro.
«Che in questo momento, con questi colpi di mare, valgono quanto un cannello di pipa. Giù, giù subito la vela e gettiamo olio.»
D’un colpo la vela fu abbassata, ma con quelle raffiche furiose che la investivano e la gonfiavano cercando di portarla via non fu cosa facile, ripiegarla intorno al pennoncino.
Lo spettacolo che offriva in quel momento l’oceano era spaventevole. Ad ogni istante delle montagne liquide si rovesciavano sulla piroga, sballonzolandola furiosamente, in un bagliore intenso che dava alle acque delle tinte livide, cadaveriche.
«L›olio, Palicur, – gridò il quartiermastro, cercando di dominare i fragori della tempesta. – A tribordo… a babordo… presto.»
Il malabaro afferrò il vaso che conteneva non meno di un gallone d’olio e ne versò mezzo litro da una parte e dall’altra della piroga. Allora si vide subito una cosa assolutamente straordinaria. Quasi per incanto, le onde si spianarono attorno all’imbarcazione, come se la sostanza oleosa, che si diffondeva rapidamente sulle acque, togliesse loro la forza. Pareva che attorno ai naviganti si fosse formato un bacino quasi tranquillo. Ruggivano e urlavano i cavalloni sui margini dello strato oleoso, ma il loro impeto si rompeva quasi di colpo.
Le raffiche, non potendo aver presa su quella superficie scivolante, non uscivano più a sospingere le acque.
«È prodigioso!» esclamava Jody, che stentava a credere ai propri occhi.
«Ringrazia Palicur che ha avuto una così magnifica idea, – disse il quartiermastro. – Quest’olio di cocco ci salva la vita.»
«Potrà durare fino alla fine dell›uragano?»
«È questo che mi spaventa,» rispose il quartiermastro.
«Sono lunghe le tempeste che scoppiano nell›Oceano Indiano?»
«Solo Dio può dire quando finirà questa. Per ora accontentiamoci di tener lontane le ondate.»
I cavalloni infatti non giungevano più furibondi, tuttavia Will non aveva pensato che la piroga, quantunque assai bassa e disarmata della sua velatura, offriva sempre troppa presa al vento, il quale la spingeva sempre verso ponente. Allontanandosi, obbligava Palicur a versare sempre nuovo olio, e per quanto egli lo economizzasse, la provvista, già molto esigua, se ne andava.
Quattr’ore erano trascorse, durante le quali l’uragano non aveva accennato a diminuire, quando il malabaro annunciò che il vaso era quasi vuoto.
Quasi nello stesso momento si udì il mulatto, passato a prora, urlare a squarciagola:
«Uno scoglio! Uno scoglio! Signor Will, fate deviare la piroga.»
«Vuota tutto il vaso!» gridò il quartiermastro a Palicur.
Gli ultimi bicchieri d’olio caddero sulle acque tormentate dal vento. Successe intorno alla piroga una breve calma. Il marinaio aveva afferrato un remo e, servendosene a guisa di timone, cercava di gettare la scialuppa fuori dalla rotta, mentre nel medesimo tempo si sforzava di scoprire l’ostacolo segnalato dal macchinista.
«Hai sognato, Jody? – chiese dopo qualche istante. – Io non vedo nulla dinanzi a noi.»
«Vi dico che ho scorto or ora, alla luce d›un lampo, una massa enorme emergere fra le onde.»
«Guarda tu, Palicur.»
«Non vi sono che cavalloni sulla rotta della piroga, signor Will,» rispose il malabaro.
«Aspetta che passino,» gridò il macchinista.
Due o tre montagne d’acqua vennero a morire sui margini dello strato oleoso e, passate quelle, il quartiermastro credette di scorgere, alla rapida luce d’un lampo, come una massa enorme oscillare in un nembo di spuma.
«Che sia il carcame d›una balena o d›un capodoglio? – si chiese Will. – È impossibile che sia uno scoglio. Sulle carte marine non ne ho veduto alcuno segnalato in questo tratto di mare, e se ve ne fosse stato uno, non sarebbe sfuggito alle esplorazioni delle navi inglesi. Ad ogni modo cerchiamo di evitarlo.»
Trovandosi la piroga in uno spazio di mare relativamente calmo, non gli riuscì difficile, con l’aiuto d’un remo, farla deviare verso il sud. Per mala fortuna lo strato d’olio, incessantemente assalito dalle ondate, che parevano impazienti di riprendere la loro corsa furibonda, a poco a poco si disgregava.
Ben presto la scialuppa giunse sul margine dello strato e allora fu subito presa da un’ondata e scaraventata innanzi con una violenza inaudita. Si impennò per qualche istante sulla cresta d’un cavallone, sprofondò in un abisso che pareva non avesse più fondo, risalì ancora; poi avvenne un urto spaventevole che scaraventò in aria i tre naviganti, mentre la prora volava in schegge.
Si udirono tre urla, subito soffocate da un formidabile colpo di tuono e dai muggiti dei marosi. Il quartiermastro, che non aveva abbandonato il remo, sparve entro un baratro, poi si sentì scagliare contro una massa resistente cosparsa di alghe, alle quali si aggrappò colla forza della disperazione.
«Jody! Palicur!» urlò.
Fra gli scrosci delle onde, gli parve di udire la voce tuonante del pescatore di perle, ma, essendo in quel momento cessati i lampi, non poté discernere nulla nei vortici di schiuma che lo circondavano. Sentendo che le alghe cedevano ed immaginandosi d’essere stato scaraventato sullo scoglio intravvisto dal macchinista, salì più in alto per sottrarsi meglio all’assalto delle onde.
