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Kitabı oku: «Le stragi delle Filipine», sayfa 13
Capitolo XXI. SULLE RIVE DELLO ZAPATÈ
Un’ora dopo le due bande dei tagali e dei chinesi, capitanate da Hang-Tu, abbandonavano la foresta scendendo nella pianura. Romero, che dopo quella forte commozione era stato ripreso da una febbre violenta, era stato collocato su di una nuova barella sorretta da quattro robusti indigeni, non potendo assolutamente montare ancora a cavallo. Than-Kiú, come sempre, lo vegliava, cavalcando presso di lui.
Le bande s’affrettavano, temendo di venire sorprese dai soldati spagnuoli del generale Lachambre, i quali avevano cominciato le loro operazioni per impossessarsi delle rive dello Zapatè e scacciare gl’insorti da S. Nicola, coprendo contemporaneamente Pamplona per impedire che venisse occupata dal nemico.
Hang-Tu avvertito di tuttociò dai due meticci che gli avevano condotte quelle due bande, da loro incontrate nei pressi dello Zapatè mentre stavano eseguendo una ricognizione, aveva dato ordine di tenersi lontano dalle strade che potevano già essere state occupate dalle avanguardie spagnuole e di avanzarsi attraverso le piantagioni e le foreste, volendo evitare qualsiasi combattimento.
Sapeva ormai che S. Nicola non era lontana che sette od otto miglia e voleva condurre colà intatte le bande, tanto piú che era stato informato come i ribelli disponessero di poche forze per difendere la borgata contro le agguerrite truppe di Lachambre.
Alla sera, dopo tre ore di marcia attraverso a piantagioni mezzo distrutte dal fuoco, forse appiccatovi dagl’insorti per poter meglio scorgere l’avanzarsi dei nemici, le due bande si accampavano in mezzo ad un piccolo bosco che coronava la cima d’una collinetta, e che le metteva al coperto da qualsiasi sorpresa.
Hang-Tu, seguito da alcuni meticci del suo drappello, salí sulla piú alta cima, dalla quale poteva dominare una vasto tratto del paese ed anche buona parte delle rive dello Zapatè.
Da quella posizione elevata scoprí subito, verso il nord, al di là del fiume, numerosi punti luminosi brillare fra le tenebre. Suppose che fossero fuochi delle bande insorte accampate intorno a S. Nicola.
– È vero, – dissero i meticci, che avevano guidato le due bande. – A S. Nicola, si veglia per tema d’una sorpresa notturna.
– Domani mattina possiamo giungere alla borgata, – disse Hang, – purché gli spagnuoli non abbiano di già occupate le rive dello Zapatè.
– È quello che io temo, capo, – osservò uno dei due meticci. – Vedo dei fuochi brillare sotto i boschi che si stendono lungo le rive del fiume e precisamente dinanzi a noi.
Hang-Tu abbassò gli sguardi verso il fiume, le cui acque scintillavano all’orizzonte, sotto i primi raggi dell’astro notturno che allora sorgeva dietro le foreste e scorse infatti alcune luci tremolanti sotto la cupa ombra degli alberi. La fronte del capo degli uomini gialli s’aggrottò.
– Ci avrebbe già preceduti il nemico? – mormorò. – Non ho grande fiducia che S. Nicola possa resistere a lungo alle brigate vittoriose del generale Lachambre, ma infine una buona resistenza la si poteva tentare.
Poi volgendosi verso i due meticci, chiese:
– Credete che quei fuochi siano di qualche capo spagnuolo?
– Lo crediamo, capo, – risposero.
– Se cosí fosse, avremmo la via tagliata.
– Possiamo mandare alcuni cavalieri in esplorazione.
– È quello che farò. Date intanto ordine che si spengano nel nostro campo tutti i fuochi, onde non attirare l’attenzione del nemico ed esporci ad un inutile attacco. Darete pure ordine che nessuno si corichi e che si tengano pronti a ripartire.
– Vuoi forzare il passo del fiume, capo? – chiese un meticcio.
– Si vedrà piú tardi che cosa ci converrà fare. Quattro uomini di buona volontà risalgano a cavallo e si rechino sulle rive del fiume.
Quattro meticci della sua piccola banda si fecero innanzi, dicendo:
– Siamo pronti a partire.
– Andate, guardate e tornate presto a riferirmi ciò che avrete veduto. Soprattutto siate prudenti e non fatevi sorprendere.
Ridiscese il colle e attraversato il campo, entrò in una capannuccia improvvisata, con rami d’albero, sotto la quale era stato ricoverato Romero.
Il meticcio, che ricominciava a migliorare, essendo cessata la febbre, stava parlando con Than-Kiú, La quale si teneva seduta presso di lui; vedendoli uno vicino all’altra, corrugò la fronte, ma fu un lampo. Il suo viso aveva prontamente riacquistata la consueta serenità.
– Mi sembra che tu stia meglio questa sera, – disse a Romero.
– Sí, fratello, – rispose il meticcio, tenendogli la mano.
Hang finse di non vederla e andò ad accoccolarsi presso la porta della capannuccia.
– Hang, – disse Romero, alzandosi a sedere. – Tu sei in collera con me, è vero?…
Il chinese non rispose. Si era preso fra le mani il capo e pareva che meditasse.
– Hang, – ripeté Romero. – Tu sei in collera, perché io ti ho strappato dalle mani il maggiore d’Alcazar.
Anche questa volta il chinese non rispose. Than-Kiú si era alzata pallidissima e guardava ora l’uno ed or l’altro, con viva inquietudine.
– Hang, – diss’ella.
Udendo la voce della fanciulla, il chinese aveva alzato il capo, passandosi prima una mano dinanzi agli occhi, come se avesse voluto allontanare una visione o strapparsi qualche furtiva lagrima.
Than-Kiú l’aveva veduto e gli si era avvicinata mormorandogli in un orecchio, ma in modo che Romero non potesse udirla.
– Tu hai pianto, Hang.
– No, – rispose il chinese, con voce appena intelligibile e scotendo il capo. – Meditavo.
– No, tu cerchi ingannarmi. Tu piangi e forse per me.
– Taci!…
Poi si alzò, dicendo con voce tranquilla:
– Non t’avevo udito, Romero. No, Hang-Tu non ha cessato d’amare il suo fratello d’armi, né si pentirà di ciò che ha fatto. Hai voluto salvare il padre della donna bianca: forse hai fatto bene. Certe generosità, talora possono diventare preziose. Orsú, non se ne parli piú mai.
– Ma mi sembri commosso, Hang.
– No, Romero, sono preoccupato perché comincio a dubitare dell’avvenire.
– Vuoi dire?…
– Che la sfiducia comincia a infiltrarsi nel mio animo e che i sogni tanto accarezzati stanno per svanire tutti. Anche il grande ideale comincia ad impallidire.
– Parli dell’insurrezione forse?
– Sí e anche d’altro.
– Forse che tu non hai piú fiducia nella nostra causa?
– Hang-Tu legge talvolta nell’avvenire e l’ha veduto ben fosco.
– Forse che nuovi disastri hanno colpito la nostra causa?
– No, ma prevedo che quest’insurrezione finirà in una catastrofe.
– Non lo credo.
– Sai, Romero, che il generale Lachambre è già giunto sulle rive dello Zapatè e che le sue brigate accampano a due miglia da noi?…
– Di già?… – esclamò Romero, con doloroso stupore.
– Sí e aggiungerò che la presa di S. Nicola è forse questione di ore.
– Ma noi andremo a difenderla.
– E chi ci aprirà la via attraverso le truppe spagnuole?… Queste due bande, che non contano dieci meticci? Tu sai già quanto valgono i tagali ed i miei compatriotti.
– Siamo tagliati fuori da S. Nicola?…
– Tutto lo indica.
– E che cosa pensi di fare?…
– Tenterò di attraversare lo Zapatè senza impegnare battaglia.
– E se tu non riuscissi?…
– È a te che domando che cosa si dovrà tentare. In questa provincia non vi è piú nessuna borgata sulla quale ripiegare e tentare una difesa disperata. Il nostro piano di distrarre le forze che marciano su Cavite lo credo fallito e senza alcuna speranza di rimedio.
– Ebbene, Hang, noi andremo a Cavite. È là che batte il cuore dell’insurrezione e là andremo a difendere strenuamente il baluardo della libertà.
– E lo potremo noi o sarà troppo tardi? Sai che le truppe del generale Polavieja s’avanzano lungo la penisola?…
– Cercheremo d’ingannarle.
– O verremo presi e fucilati.
– Vi è il mare, Hang.
– Ma la baia è guardata dalla flottiglia spagnuola, la quale blocca strettamente Cavite.
– Ma si può, approfittando di una notte oscura, violare il blocco e sbucare sotto le mura della città.
– È vero, – mormorò Hang-Tu, come se parlasse fra sé. – Con uomini decisi a tutto, si può tentarlo.
Si era alzato e si era accostato alla porta, porgendo ascolto ai rumori del campo.
– Vado a vedere se gli uomini mandati in esplorazione sono giunti, – disse. – Dalla loro risposta può dipendere la nostra sorte e fors’anche quella delle bande che difendono S. Nicola.
Fece un gesto d’addio a Romero ed a Than-Kiú ed uscí.
Tutti i fuochi erano stati spenti nell’accampamento, ma nessuno dormiva. Chinesi e tagali si erano coricati accanto ai loro cavalli, tenendo le armi a portata della mano, per essere pronti a partire.
Hang-Tu fece il giro del campo visitando i posti di guardia, temendo sempre una sorpresa da parte degli spagnuoli che ormai supponeva molto vicini, poi andò a sedersi su di un’alta roccia, dalla quale dominava il corso dello Zapatè e poteva distinguere i fuochi che ardevano sulle sue rive.
Non pensava; spiava con ansietà il ritorno degli uomini mandati ad esplorare i dintorni.
Trascorse una mezz’ora, poi un’ora, senza che nulla potesse scorgere. In fine vide alcune ombre gigantesche galoppare celermente per la pianura e gli acquitrini che si estendevano dietro lo Zapatè, e dirigersi verso il colle occupato dalle due bande.
Credette dapprima che fossero cavalleggeri spagnuoli in esplorazione, ma poi s’accorse che erano i suoi quattro meticci.
Lasciò la rocca e scese incontro a loro.
– Gli spagnuoli? – chiese, quando lo ebbero raggiunto.
– Sí, capo, – rispose uno dei due meticci. – Abbiamo dinanzi a noi una brigata del generale Lachambre.
– Ah!… sfortuna!… – esclamò Hang. – Si prepara ad assalire S. Nicola?…
– Sembra che domani, all’alba, debba cominciare l’assalto. Una parte delle truppe ha già guadato il fiume e gli altri si preparano pure a passarlo.
– Credete che sia possibile a noi di attraversarla senza venire scoperti?…
– Forse, passando in mezzo alle paludi, – disse un altro meticcio.
– Vi passeremo, – rispose Hang, che pareva avesse presa una pronta decisione. – Fate levare il campo.
– E Don Ruiz?…
– Lo condurremo con noi. Non sarebbe prudente lasciarlo indietro, fosse pure sotto una buona scorta. Affido a voi l’incarico di vegliare su di lui.
– E noi lo difenderemo, – risposero ad una voce i quattro meticci.
Gli uomini delle due bande, avvertiti di quanto accadeva, si erano prontamente alzati e si erano ordinati su due colonne, senza far rumore. Hang-Tu li passò in rivista, scelse venti uomini per formare un piccolo corpo d’avanguardia poi, appena ricevuto l’avviso che Romero e Than-Kiú avevano lasciata la capannuccia, diede il comando della partenza, mettendosi al comando del primo gruppo.
I duecento uomini scesero la collina nel piú profondo silenzio e tenendosi sempre sotto l’ombra delle piante, onde i raggi della luna non si riflettessero sulle loro armi, poi giunti nella pianura si cacciarono in mezzo alle piantagioni.
Hang-Tu, coi suoi venti uomini, si era portato piú innanzi per esplorare il terreno e per non cadere in qualche imboscata. Procedeva cauto, sostando di frequente per ascoltare e non riprendendo la marcia se non quando era ben certo di non aver dinanzi il nemico.
Gli premeva attraversare il fiume inosservato, poiché al primo allarme poteva tirarsi addosso l’intera brigata che accampava sulle rive e venire schiacciato senza combattimento.
Giunto a cinque o seicento passi dallo Zapatè, comandò ai suoi uomini di scendere da cavallo per tema che venissero scorti, e di avviluppare le teste degli animali nelle gualdrappe, onde impedire loro di nitrire, poi si spinse audacemente innanzi attraverso ad un terreno fangoso che annunziava la vicinanza d’una palude.
La colonna, che lo seguiva ad una distanza di tre o quattrocento metri, aveva imitato quelle prudenti manovre e s’avanzava lentamente, lungo un argine coperto da macchioni di bambú.
Il terreno diventava cattivissimo, soprattutto pei cavalli, i quali talvolta affondavano fino a mezza gamba in una mota tenacissima, ma Hang-Tu non si arrestava. Sentiva dinanzi a sé scorrere il fiume e alla sua destra vedeva brillare, attraverso le piante, i fuochi degli accampamenti spagnuoli. Guai se veniva sorpreso in mezzo a quel pantano che rendevano impossibile qualsiasi carica; era la perdita di tutti. Ad un tratto alcuni insorti dell’avanguardia, che si erano spinti piú innanzi, furono visti abbandonare precipitosamente i loro cavalli che si erano affondati fino al ventre e retrocedere precipitosamente.
Hang-Tu, credendo che fossero stati scoperti da qualche drappello di nemici accampati sulle rive del fiume, si preparava a balzare in sella per slanciarsi avanti, quando udí alcune parole che gli agghiacciarono il sangue nelle vene.
– Le sabbie mobili!… – avevano detto gli uomini che retrocedevano. – Non avanzate!…
– Maledizione!… – esclamò il chinese. – Le sabbie mobili dinanzi e gli spagnuoli ai fianchi!… Se riusciremo a salvarci saremo bravi.
Guardò se la colonna lo seguiva o se si trovava ancora sull’argine e la vide ormai impegnata nella palude. Malgrado il suo straordinario coraggio, provò un fremito di terrore.
– Il cielo vegli su di noi, – mormorò.
Non vi era da pensare a retrocedere. Poteva accadere qualche confusione, la quale non avrebbe tardato ad attirare l’attenzione della brigata del generale Lachambre. Bisognava andare innanzi a qualsiasi costo, tanto piú che l’alba non era molto lontana.
Non era però possibile passare là dove erano stati abbandonati i cavalli. Le povere bestie in pochi istanti erano state inghiottite dal fango e tutti gli altri non avrebbero avuto di certo migliore fortuna.
– Deviamo, – disse Hang, – forse procedendo parallelamente alla riva, potremo trovare qualche passaggio. Due uomini, i piú lesti ed i piú leggeri ci precedano, e due altri si rechino ad avvertire il grosso della banda del pericolo ed a raccomandare il piú profondo silenzio. Si tratta della vita di tutti.
Due tagali, scelti fra i piú agili, si posero alla testa dell’avanguardia, esplorando il terreno con le aste delle loro lunghe lance. Ben presto s’accorsero che era impossibile giungere direttamente sulle rive dello Zapatè, ma deviando a destra riuscirono a trovare un fango piú solido che poteva permettere il passaggio.
L’avanguardia ed il grosso della colonna li avevano seguiti in quella nuova direzione, procurando di tenersi esattamente sulle loro tracce per tema che a destra od a sinistra si trovassero altri banchi di sabbie mobili. Tutti erano discesi da cavallo per alleggerire le povere bestie, le quali faticavano assai a levare le zampe da quella poltiglia tenace.
Percorsi altri duecento passi, le due guide, vedendo numerosi gruppi di canne palustri crescere qua e là sulle rive del fiume, tentarono di tagliare la palude in linea retta, ma dovettero tornare ancora, lasciando un cavallo fra le sabbie mobili.
Hang-Tu cominciava a diventare inquieto. Le stelle impallidivano rapidamente e l’alba stava per fugare le tenebre.
Già verso gli accampamenti della brigata spagnuola si udivano rumori crescenti e qualche squillo di tromba. Forse la sveglia non era lontana.
– Presto, presto, – ripeteva Hang. – se ci sorprendono qui, siamo perduti.
Le due guide continuavano ad avanzare scandagliando il fango e affrettando il passo piú che potevano, cercando sempre un passaggio che permettesse di raggiungere l’argine del fiume, il quale ormai non era lontano che un centinaio di metri.
Finalmente si sentirono sotto i piedi un tratto di terreno inondato bensí, ma resistente.
– Avanti!… – esclamarono. – Siamo salvi!…
L’avanguardia ed il grosso della colonna si erano precipitati dietro di loro. L’alba allora spuntava e negli accampamenti spagnuoli le trombe suonavano la sveglia.
Le due guide erano già giunte a pochi passi dall’argine, quando in lontana si udí una voce tuonare:
– Chi vive?
– Silenzio, – aveva detto Hang-Tu ai suoi uomini. – Tacete ed affrettatevi.
– Chi vive?… – ripeté la voce con tono minaccioso.
Hang-Tu invece di rispondere balzò in sella armando il fucile, imitato da tutti gli uomini dell’avanguardia. Uno sparo rintronò.
Una delle guide, che era già salita sull’argine, colpita dalla fucilata della sentinella spagnuola, allargò le braccia e cadde nella palude.
Hang-Tu, con una spronata, si spinse innanzi e costrinse il cavallo a salire sull’argine. Un secondo sparo rintronò, ma la palla si perdette altrove.
– Avanti!… – urlò il chinese.
Tutta l’avanguardia si era precipitata dietro di lui e si era raggruppata sulla riva dello Zapatè, coi fucili in mano.
A trecento passi vi era un piccolo posto spagnuolo, nascosto dietro l’argine. Si componeva di soli pochi uomini, ma aveva aperto arditamente il fuoco, mentre nell’accampamento si udivano le sentinelle a gridare:
– All’armi!… All’armi!…
Già alcune palle avevano scavalcato piú d’un cavaliere dell’avanguardia ed abbattuto piú d’un cavallo.
Hang-Tu si pose alla testa del drappello e caricò a fondo colla catana in pugno. Gli premeva di respingere quel piccolo posto, per lasciare tempo al grosso della colonna di passare il fiume. Sfuggí miracolosamente al fuoco di due scariche e si slanciò in mezzo a quel piccolo gruppo di soldati, costringendolo a disperdersi.
– A terra, – gridò ai suoi uomini. – Occupate l’argine e tenete testa al nemico. Mi bastano due minuti. – Poi, mentre i cavalieri balzavano precipitosamente di sella, aprendo il fuoco sui primi drappelli di spagnuoli che accorrevano dall’accampamento piú vicino, tornò indietro per dirigere il guado del fiume.
Capitolo XXII. FRA IL FUOCO E L’ACQUA
Il grosso della colonna era giunto disordinatamente sulla riva dello Zapatè, credendosi assalito anche alle spalle e sui fianchi, ma nessun cavaliere aveva ancora osato slanciarsi in acqua, poiché le lance di alcuni tagali non avevano trovato fondo.
Il fiume, ingrossato da qualche recente acquazzone, correva rapido, frangendosi furiosamente contro i due argini e da quella parte non offriva alcun guado. Vi era quindi il pericolo, con tanti cavalli e con il pànico che aveva cominciato ad invadere le due bande, che il passaggio terminasse in una catastrofe.
Hang-Tu con uno sguardo aveva compresa la gravità della situazione, ma aveva pure capito che non vi era da esitare. O passare rapidamente il fiume, o farsi sterminare dai soldati spagnuoli che già accorrevano con forze imponenti da tutti gli accampamenti.
L’avanguardia, riparata dietro l’argine, si difendeva vigorosamente con scariche micidiali, ma non avrebbe potuto resistere a lungo all’irrompere della brigata.
– In acqua!… – gridò Hang-Tu.
In quel momento si rammentò di Romero e di Than-Kiú e s’arrestò, gettando uno sguardo angoscioso sui cavalieri che s’affollavano confusamente sulla riva.
– Romero!… – gridò.
– Eccomi! – rispose una voce.
Il meticcio Stava per raggiungerlo, aprendosi impetuosamente il passo fra le bande. Udendo i primi spari, si era gettato dalla barella, malgrado le preghiere di Than-Kiú e dei meticci incaricati di vegliare su di lui, e fattosi condurre un cavallo lo aveva montato.
Aveva pur lui compreso la estrema gravità della situazione e da vero capo, non badando ai dolori causati dalla ferita, accorreva in prima fila per organizzare la difesa e guidare le bande attraverso il fiume. Than-Kiú lo aveva seguito coi quattro meticci.
Vedendosi di già sulla riva, Hang-Tu aveva respirato liberamente.
– Puoi reggerti, Romero?… – chiese.
– Sí, – rispose il meticcio.
– Than-Kiú, lascia il tuo cavallo e sali dietro di me.
– L’acqua non mi fa paura, Hang, – rispose la fanciulla.
– Ma la corrente è rapida. Sali e aggrappati a me. Il mio cavallo è vigoroso.
Than-Kiú obbedí.
– In acqua!… – gridarono i due capi.
Spronarono i cavalli e si slanciarono arditamente nel fiume. I loro uomini, incoraggiati nell’esempio e spaventati dall’accorrere degli spagnuoli, i quali avevano già aperto il fuoco, li seguirono confusamente. Quelli che erano rimasti senza cavalli erano balzati in groppa a quelli dei loro compagni o si erano attaccati alle code.
La corrente, che era rapidissima, trascinava uomini ed animali, minacciando d’inghiottire gli uni e gli altri. Per maggior disgrazia l’avanguardia, oppressa dal numero, aveva abbandonato l’argine balzando pure in acqua, sicché gli spagnuoli, giunti sulla riva, sparavano sui cavalieri della retroguardia, spargendo il terrore e la morte.
Hang-Tu e Romero, in testa a tutti, con furiose speronate cercavano di mantenere a galla i cavalli e di guidarli verso alcuni banchi di sabbia che si vedevano emergere nel mezzo del fiume, mentre Than-Kiú, pur tenendosi stretta al chinese, colla sinistra faceva fuoco contro gli spagnuoli, bruciando tutte le cariche della sua rivoltella.
Dietro di loro si dibattevano i chinesi ed i tagali, urlando come indemoniati. Presi da un pànico ormai irrefrenabile, si urtavano confusamente per essere i primi a giungere sull’opposta riva, imbarazzando le mosse dei poveri animali, i quali non si mantenevano a galla che con sforzi disperati.
Di quando in quando alcuni cavalieri e cavalli, colpiti dalle palle del nemico, scomparivano, trascinati dalla corrente, andavano ad urtare, violentemente contro gli altri, causando nuove disgrazie.
Le grida dei fuggiaschi, le urla dei feriti, i nitriti dei cavalli, gli spari ed i muggiti delle acque, formavano un baccano assordante tale da impedire ad Hang-Tu e Romero di dare qualsiasi ordine, per evitare che quella precipitosa ritirata si convertisse in un completo disastro. Invano urlavano ai loro uomini di tenersi lontani gli uni dagli altri, per non imbarazzare le mosse dei cavalli e raccomandavano la calma; la loro voce veniva coperta da quel fracasso assordante.
Le linee erano state rotte. Alcuni cavalli, impotenti a resistere all’impeto della corrente, erano stati trascinati lontano e si vedevano dibattersi a tre, quattro e perfino cinquecento metri dal luogo ove si erano tuffati; altri invece, erano stati respinti verso la riva ed i loro cavalieri erano caduti sotto il fuoco del nemico od erano stati fatti prigionieri.
Intanto Hang-Tu, Romero e dieci o dodici altri che non li avevano abbandonati, erano giunti sui primi banchi e là si erano arrestati in attesa dei compagni. Vedendo che gli spagnuoli non cessavano il fuoco e che continuavano ad ingrossare, si nascosero dietro ai cavalli e cominciarono a sparare.
I cavalieri che giungevano a due o tre alla volta, li imitavano per rendere meno disastrosa la ritirata degli altri che si trovavano ancora nelle acque profonde.
Le palle s’incrociavano sopra il fiume con strani miagolii. Cadevano uomini d’ambo le parti, Ma soprattutto insorti, le cui bande si assottigliavano rapidamente, mentre le compagnie nemiche ingrossavano sempre.
Dei duecento insorti, che erano entrati nel fiume, ne rimanevano centocinquanta; gli altri erano stati inghiottiti dalle acque ed i loro cadaveri, unitamente a quelli dei cavalli, si vedevano arenati presso i banchi o lungo le rive.
Hang e Romero, frettolosi di salvare i rimanenti e di sottrarli a quelle scariche micidiali, appena videro approdare gli ultimi cavalieri, comandarono nuovamente la ritirata.
Ormai la riva era vicina, e dietro gli alberi che la coprivano potevano trovare un ottimo rifugio.
Attraversarono rapidamente i banchi sempre sotto il fuoco che faceva grandi vuoti fra le fila degl’insorti, e si cacciarono in mezzo agli alberi, dove sostarono per attendere i compagni che avevano approdato due o trecento metri piú lontano.
– Presto, presto! – gridava Hang, – o avremo addosso anche le truppe che hanno guadato il fiume prima di noi.
Gl’insorti giungevano alla spicciolata, alcuni ancora a cavallo, altri a piedi e quello che era peggio, senz’armi, avendo dovuto abbandonarle per salvarsi a nuoto.
Quando Hang-Tu se li vide tutti intorno, ordinò ai cavalieri di prendersi in sella i compagni che avevano perduto i loro animali e diede il comando della partenza, sperando di poter giungere a S. Nicola prima che il generale Lachambre ordinasse l’attacco.
La borgata tenuta dagl’insorti non era lontana e con una rapida galoppata si poteva raggiungerla in meno di tre quarti d’ora.
Tutta la colonna si era lanciata al galoppo, inoltrandosi in una vallata in mezzo alla quale scorreva un piccolo affluente dello Zapatè, procurando di tenersi nascosta in mezzo agli alberi che coprivano il fondo ed i due pendii.
Dalla parte del fiume le detonazioni erano cessate, ma piú oltre, verso S. Nicola, si udivano squillare le trombe degli spagnuoli. Pareva che il generale si preparasse ad assalire.
– Speri di giungere in tempo? – chiese Romero, che cavalcava a fianco di Hang. Conduciamo con noi rinforzi già stremati dalla lotta e dalla fatica e inoltre avviliti.
– Faremo quanto potremo. La presenza nostra può incoraggiare gli insorti ad una disperata resistenza. Quello che temo, è di trovare la via tagliata.
– Cercheremo di girare le posizioni spagnuole. Forse S. Nicola non è ancora stata circondata.
– Speriamo, Romero. E la tua ferita?…
– È già un po’ cicatrizzata. Fra tre o quattro giorni tutto sarà finito.
– Non ti producono dolori le scosse del cavallo?
– Sí, ma sono sopportabili.
In quell’istante, verso il fondo della valle, si udirono a squillare delle trombe, mentre piú in alto si udivano muggire le conche di guerra delle bande insorte.
Hang-Tu, con una violenta strappata, aveva fermato il cavallo, guardando con inquietudine verso l’estremità della valletta.
– Che gli spagnuoli si muovano? – chiese.
– Lo credo, – rispose Romero, che si era pure arrestato. – Questi squilli comandano l’apertura del fuoco.
Aveva appena cessato di parlare che si udirono rimbombare in alto, con immenso fragore, due cannonate, poi subito dopo una terza dalla parte di Zapatè.
– Giungeremo troppo tardi!… – esclamò Hang, con rabbia.
– O non vi potremo nemmeno giungere, colle poche forze di cui disponiamo, – disse Romero.
– Perché?…
– Guarda lassú. Non vedi le schiere spagnuole avanzarsi attraverso i boschi, in masse considerevoli?… Tutta la prima brigata del generale Lachambre muove all’attacco e forse la seconda ha già guadato il fiume e si avanza per tagliare la ritirata agl’insorti.
– Non importa, Romero; caricheremo a fondo e passerà chi potrà.
Poi rizzandosi sulle staffe e snudando la catana, urlò:
– Avanti chi non teme la morte!…
La colonna si era slanciata al galoppo addentrandosi nella stretta valle, la quale terminava in un’aspra salita che doveva sboccare nei pressi di S. Nicola. Cercavano di affrettarsi, ma la natura del suolo, il quale era ingombro di macigni enormi, di gruppi di alberi e di cespugli, la costringeva di frequente a rompersi o a rallentare. Alcuni cavalieri, sia che possedessero cattivi animali o che si sentissero poco tentati di appressarsi alle forti colonne spagnuole, cominciavano a rimanere indietro per poi dileguarsi al momento opportuno.
Intanto verso S. Nicola l’attacco era cominciato con grande vigore e con molto slancio da parte delle due brigate del generale Lachambre, il vincitore di Salitran.
Il cannone rombava incessantemente e la moschetteria crepitava dovunque. Al di sopra degli alberi si vedevano alzarsi nubi di fumo bianco, mentre al di sotto si udivano le trombe a squillare la carica e i soldati a gridare.
– Viva il Re!… Viva la Reggente!…
Pareva che le bande insorte, trincerate nel borgo, si difendessero disperatamente, poiché anche lassú il fuoco di moschetteria si manteneva vivissimo, quantunque alcune case incendiate da qualche granata, ardessero come zolfanelli.
Romero e Hang nondimeno s’avanzavano sempre, benché si fossero accorti che la loro colonna andava assottigliandosi rapidamente. Sperava ancora di giungere inosservati alle spalle delle truppe spagnuole, di aprirsi il passo con una carica furiosa e di entrare al galoppo in S. Nicola.
Il loro piano doveva però in breve fallire. Alcuni spagnuoli che salivano pure la valletta attraverso i boschi, accortisi della presenza di quel gruppo di cavalieri, avevano dato l’allarme e, presa posizione in mezzo ad alcune rupi, avevano cominciato a far fuoco.
Hang-Tu e Romero, visto che i loro uomini esitavano a spingersi innanzi, si gettarono nei boschi di fronte per sottrarsi a quelle scariche, ma s’avvidero ben presto che anche da quel lato correvano il pericolo di venire, se non distrutti, almeno decimati.
Altri soldati che occupavano le alture della valletta, avevano pure aperto il fuoco ed avendo veduto che non riuscivano a danneggiarli, avevano cominciato a rotolare attraverso gli alberi macigni enormi, i quali scendevano con grande fracasso, balzando e rimbalzando e schiantando, nella loro corsa, non poche piante.
Alcuni chinesi e tagali, spaventati, avevano abbandonata la partita battendo precipitosamente in ritirata.
– Hang, – disse Romero, – stiamo per venire schiacciati entro questa valle.
– Ma lassú si combatte ancora, – rispose il chinese.
– Ma credi tu…
La frase gli fu troncata da una serie di spaventevoli detonazioni, che rombavano dalla parte di S. Nicola. Erano scoppiate delle mine od era saltato il deposito delle munizioni degli insorti?…
Hang-Tu stava per ridiscendere verso la valle, quando si udirono a echeggiare, verso l’estremità, delle grida confuse ma che parevano emesse da centinaia di persone, seguite subito da un terribile fuoco di moschetteria.
Romero e tutta la colonna si erano slanciati dietro al chinese e videro scendere nella valle, a precipizio, parecchie centinaia d’uomini mescolati, in una orribile confusione a numerosi gruppi di cavalli lanciati al galoppo.
Bastò loro un solo sguardo per comprendere di che cosa si trattava. Erano le bande insorte di S. Nicola che fuggivano all’impazzata, incalzate vigorosamente dalla prima brigata del generale Lachambre, la quale doveva avere già superate e conquistate le trincee.
Quell’onda di fuggiaschi, in pochi istanti, giunse addosso alla colonna. Era composta di meticci, di tagali, di chinesi, di malesi, di uomini e di donne, ma tutti invasi da un pànico irrefrenabile. Hang-Tu e Romero si erano slanciati in mezzo agli insorti per arrestarli, ma la loro voce non si udiva piú fra quell’urlío formidabile e gli spari che rimbombavano nella stretta valle, destando tutti gli echi.
– Fermatevi!… – tuonavano. – Volgete la fronte al nemico!… Noi siamo i capi dell’insurrezione!…
Nessuno badava a loro. Tutti fuggivano, gareggiando di velocità, gettando le armi e le munizioni per essere piú leggeri, urtandosi, spingendosi e calpestando coloro che cadevano. I cavalli che si trovavano in mezzo a loro, in gran parte privi dei loro cavalieri, accrescevano la confusione ed il numero delle vittime.
