Kitabı oku: «La battaglia di Benvenuto», sayfa 11
Benchè l›urto del piede gli apportasse un cocente dolore, pure il maestro lo sollevò soffiando senza mandare una voce, timoroso che gli scudieri guardando per quella parte vedessero nell›alabarda abbandonata una troppo presta mentita a quanto egli aveva affermato; ma poco gli valse, che al volgere della lanterna la punta forbita mandò un raggio, e tutti ad un punto gridarono: «L›alabarda, l›alabarda!»
«Certo,» rispose crollando la testa il maestro «è l›alabarda, non ho cosa da opporre; ella non è un racconto, al quale si possa dire – non ci credo… è l›alabarda.– Santi Magi di Colonia! siamo giunti a tal tempo, in che l›avere fede in altrui è cosa tanto stolta, quanto l›ingannare è scellerata.»
Così dicendo, parte stizzoso, parte confuso, raddoppiò le guardie, s›incamminò alle scuderie, nè quivi gli occorse vedere il cavallo di Rogiero; quindi scelti alcuni scudieri, commise loro di andarne in traccia a tutta fretta, o di non comparirgli dinanzi, finchè non ne avessero avuta novella.
Rogiero ricuperava i sensi: un acerbo dolore gli fasciava la fronte; i suoi occhi s›incontrarono in un lume che gli ardeva davanti, – gli richiuse prestamente, come se gli fossero stati feriti, domandava lo nascondessero; allora si riprovò a tenerli aperti, e si accorse di non essere più nella stanza di prima, ma adagiato sur un letto magnifico; e quel misterioso, che sì poco aveva favellato, soccorrerlo con tanto affettuosa premura, che maggiore non ne avrebbe dimostrata una madre; onde appena tornato in sè gli udì profferire queste parole: «Benedetto sia Dio, che finalmente s›è rinvenuto!»
Rogiero, presa baldanza, si gettò giù dal letto, e sforzandosi parlare disse: «Or dunque?»
«Or dunque» replicò il Conte della Cerra «il pianto spetta alle femmine… Domani provvederemo a imbalsamare il corpo del padre vostro; – confortatevi di questo, ch›egli sarà suffragato di messe da non portare invidia a nessun›altra anima cristiana che mai uscisse od uscirà fuori di questo mondo; e che le sue ossa, più presto che per noi si potrà, saranno trasportate a Monreale, affinchè riposino accanto a quelle di Federigo. – In quanto a voi, se volete fare il sacrificio del vostro Regno, e della vostra vendetta, all›uomo che vi ha ucciso il genitore…»
«Un di noi due avanti che sia molto deve morire di ferro!» gridò concitato Rogiero.
«Forse ambedue,» disse tra sè il parlante, e poi soggiunse a voce alta: «Avvertite bene, Rogiero; le signorie nuove si distruggono più agevolmente delle antiche, imperciocchè a queste la consuetudine, quando anche manca l›amore, dia una tal consistenza d›inerzia difficile ad abbattersi; nelle nuove, sia per non aver tempo di metter radici, sia per riuscire sempre minori dell›aspettativa di cui le desidera, questa difficoltà non è tanta. – Carlo Conte di Provenza si apparecchia a muovere ostilmente contro questo Regno. – S›inviti a venire, – si aiuti a consumarsi con Manfredi; – facciamo che lo superi, e quando lo abbia vinto, gettiamoci addosso del Conte indebolito dalla sua stessa vittoria.»
«Ebbene?» disse Rogiero.
«Ebbene; si spedisca un messo fedele a manifestare a Carlo quanto ho fino adesso esposto: – queste sono credenziali sottoscritte dai maggiori Baroni del Regno; ormai faccio conto, che Carlo sia entrato in Monferrato: un nostro messo che si affrettasse potrebbe incontrarlo in Lombardia. Dove s›imbattesse in qualche cavallata di Ghibellini, queste altre sono lettere per Buoso da Doara, che il lascerebbe passare. – Ma questo è gelosissimo negozio; dipende dalla lealtà del messo la vita di migliaia di fedeli servitori vostri.»
«Al Cielo non piaccia che dove gli altri affrontano i pericoli per me, io risparmi la fatica,… Porgete… io stesso le recherò…»
«A Carlo d’Angiò? voi stesso, così ammalato?»
«Non monta… porgete. In queste lettere si dà contezza dell’esser mio?»
«Credemmo ben fatto nasconderlo. – Sareste troppo prezioso ostaggio nelle mani del Conte.»
«Sta bene. – Voi, ditemi, chi siete?»
«Io?»
«Voi. Pagate fiducia per fiducia.»
«Principe, che importa a voi sapere chi sono?»
«Sentite: un cumulo di vicende mi trasporta a tal fine ch’è stato sempre il mio abborrimento; forse potrei resistergli: – non voglio, mi affido a voi, mi abbandono intieramente nelle vostre braccia; e ciò non già perchè voi non possiate essere traditori, ma perchè, qualora dal vostro tradimento me ne derivi la morte, io la desidero. Tutto questo sta a dimostrarvi, che in qualunque caso possano gettarmi i vostri disegni, non dirò mai nulla contro di voi, perchè voi non mi potete fare danno. Ora poi vi domando un solo atto di fiducia, e mi chiedete – che m’importa conoscervi? – certo nulla; ma a voi che cosa importa celarvi?»
«Se stesse a me, io di già vi avrei svelato il mio nome, – ma noi siamo molti legati da comune giuramento a non manifestarci a persona; – voi vedete che senza il consenso di tutti io non potrei… la sicurezza loro…»
«Ma e non potrei rompere la cera e la seta che sigilla questo foglio, e leggerne…?»
«Voi nol fareste; e poi…»
«In questo non troverei il nome vostro; v’intendo. Sia come volete. Ordinate che mi conducano fuori; ho bisogno di confortarmi coll’aria fresca.»
«Dove ci rivedremo?»
«A San Germano.»
«A San Germano.»
Ciò detto il Conte della Cerra, fatto un segnale, chiamò l’uomo d’arme Roberto, che lo condusse fuori con quelle stesse cautele che aveva adoperate per introdurlo.
Uscito della stanza, il Cerra scosse pel braccio il Conte di Caserta assorto in cupi pensieri, e gli disse: «A che pensate, Messere?»
«Penso a quanto lo avrei amato, se mi fosse stato concesso per figlio.»
«Egli è senza dubbio un gentil damigello; rammenta i bei giorni della giovanezza di Manfredi.»
«Pur troppo, pur troppo si assomiglia a Manfredi!» gridò il Caserta, e levatosi impetuoso gettò lontana la sedia, e per una delle porte si allontanò.
«Ah» giubbilando nella pienezza del suo feroce sorriso, disse il Conte della Cerra: «l’ho punto su la piaga.» E dopo stette lungamente a considerare il luogo pel quale si era dileguato; alla fine riprese: – «Imbecille! le menti come questa» e si toccava la fronte «non sono nate a soffrire; – se i tuoi disegni, comecchè stolti, gioveranno ai miei, ti aiuterò; altrimenti con un bel prostrarmi, ed un migliore domandare perdono, te pongo sotto la protezione di una forca, me sotto quella del trono— E, gettando per terra il drappo che gli copriva il volto, uscì per una porta diversa da quella per la quale era uscito il Caserta.
Rogiero intanto in compagnia di Roberto camminava con la benda su gli occhi: – gli parve adesso percorrere un sentiero diverso, nè s’ingannò: arrivato a capo di una strada, gli fu tolta la benda, e con immenso piacere vide il suo destriero legato al battente di una porta mezzo in rovina. Questa fu l’unica gioia che avesse in quella notte memorabile; gli si accostava, e amorosamente palpeggiandolo diceva: «Allah, Allah, tu dunque non hai derelitto il tuo signore! Io mi appresto a ramingare per la faccia della terra; vuoi tu essere il mio compagno, e il mio amico? – Bada ch’io sono infelice.» – Il nobile animale, quasi volesse corrispondere alla fede che in lui riponeva il cavaliere, spiccò un lancio, e sollevando tutto brioso la testa dimostrò la sua passione con un sonoro nitrito. Rogiero riprese: «Ciò non t’importa, Allah! e nella lieta e nell’avversa fortuna non sono meno il tuo diletto padrone. – Oh! gli uomini… gli uomini hanno la facoltà di calcolare dove vada a rovesciarsi la tempesta, e cansarsi: dove sta per piegare la fortuna, e tradirti; e questa lor facoltà si chiama ragione!»
Proferite queste parole, pose una mano su l’arcione, e senza toccare staffa saltò leggerissimo in sella; quindi voltosi a Roberto, che s’era rimasto immobile a considerarlo, gli stese la destra dicendo: «Roberto, io temo forte che noi non ci rivedremo se non che nella valle di Giosafatte; ma se mai alcuna altra volta ci riscontrassimo su questa terra, sovvengavi, ed io pure lo ricorderò, che vi ho stretto la mano, come ad amico, nell’ora della mia dipartenza.»
Roberto si stava cupamente mesto; alzò la destra per istringere quella di Rogiero; e quando sentì toccarsela, un subito tremore gl’invase la persona, abbandonò il capo in atto angoscioso sopra la mano che gli aveva offerto Rogiero, – v’impresse un bacio, e lasciò cadervi una lagrima.
«Ch’è questo, Roberto? voi mi avete bagnato la mano.»
«Possa quel Dio,» replicava Roberto levando gli occhi al cielo, e di subito riponendoli a terra «possa quel Dio, che dovrebbe vegliare su la innocenza, accompagnarvi per la via!» – Così favellando si allontanava, ma di tratto in tratto volgeva la testa e il passo, – stava, – proseguiva il cammino: – erano i suoi occhi pieni di lagrime e di sangue; – respirava affannoso. – Certo in cotesto momento si agitava nella sua anima una molto feroce battaglia. Qual poi delle due, o la buona o la trista passione, vincesse non diremo per ora: ciò che possiamo dire si è, che la vittoria si fece manifesta con una orribile imprecazione unita ad un gesto di rabbia, e ad un fuggire alla dirotta verso il castello.
Il pensiero dei casi avvenuti non permetteva a Rogiero di porre gran mente a quanto gli passava sott’occhio; – si partiva anch’egli sospirando; si trovava all’aperta campagna, perchè, dopo l’assedio di Corrado lo Svevo, Napoli non aveva più mura; – lasciò le redini sul collo del cavallo, e chinata la testa si abbandonò a dolorose meditazioni, senza punto badare dove lo trasportasse.
Il destriero in balía di sè stesso seguiva l’istinto che in questi animali comunemente osserviamo, di tornarsene al luogo della loro dimora, e di certo vi avrebbe trasportato Rogiero, se, a caso aombrando per una pietra che gli si parò su la via, non avesse dato uno sbalzo all’indietro, per lo che questi si riscosse, e vide con maraviglia e spavento essere presso al castello capuano: – fu il primo moto quello di allontanarsi quanto più potesse veloce, – ma si fermò. La luna non era per anche tramontata, i suoi ultimi raggi percuotevano languidamente su le invetriate del castello varie d’infiniti colori; i suoi occhi le percorsero tutte, e si fermarono sopra una. Si levò ritto sopra le staffe, stese ambedue le braccia, e «Addio» disse con ineffabile sforzo, e ricadde: allora con ambedue gli sproni ferì i fianchi del suo buon destriero, che, conosciuta la impazienza del suo signore, si dette con incredibile impeto a divorare la via; di lì a poco si nascose nelle tenebre, e nella polvere sollevata: – ora le sole pedate si ascoltano da lontano, sono divenute lievissime, – confuse, – non s’intendono più: – tutte le cose ricadono nel primitivo silenzio.
Chi è che vorrebbe manifestare i pensieri di quell’anima di fuoco espressi con la sola parola dell’addio, o chi volendolo lo potrebbe? Non fu al bel cielo che gli svelava dinanzi tutti i tesori della creazione che s’indirizzò quel tenero sentimento: l’addolorato non bada se si mostri più dolce o più rigido il cielo, perchè le sue interne angoscie lo travagliano maggiori di quelle che possono derivargli dalle stagioni e dai climi. Non fu al torrente che spesso, affacciato dalla rupe, considerò balzare di roccia in roccia, frangersi in candidissima spuma, – diffondersi in minutissimi spruzzi, – nascondersi giù per la bruna vallata, – ricomparire come striscia di argento su la pianura, – e finalmente confondersi lontano lontano; onde alla sua mente ricorsero le idee solenni della morte, della eternità, di Dio. Non fu ai campi dove tolto il cappello al generoso falcone lo vide con gioia infinita affaccendarsi per l’orizzonte in larghissime ruote, desioso di preda; non alla foresta, di cui il frastuono, quando i cavalli, i cani, e i cavalieri perseguitavano il rabbioso cignale, gli suonava gradito all’orecchio, quanto il saluto dell’amico; – non alla patria, chè egli non aveva più patria… – non alle dolci case paterne, chè le amorose rimembranze di queste stanno unite al sorriso e alle carezze che si diffusero sopra la nostra culla, sia che chiudessimo gli occhi al sonno, sia che gli riaprissimo alla luce. Quell’addio fu alla bella addolorata, che gli dette il primo pegno di amore, ponendo il proprio corpo tra il suo cuore e il suo pugnale. L’armonia della voce, e della persona, – quel suo sguardo divino, – l’ambrosia del bacio, – il brivido di tutte le membra al tatto misterioso, gli passarono per la mente come immagini di fuoco. La speranza gli balenò su l’anima, non già come un ragionamento, ma per via d’immaginazione. Parvegli vedere un gran corteggio di cavalieri abbigliati da giorno solenne, – udire un suono incessante di squille, e di trombe; – gli si affacciarono all’accesa fantasia la Cappella della Santa Vergine Incoronata, i sacerdoti, e il rito nuziale; Yole aveva la corona di sposa, l’accompagnava Manfredo; – si accostarono all’altare; – si cominciavano le cerimonie; – ell’erano presso che compite: – un Crocifisso illuminato da mille ceri stava in mezzo del sacrario… Rogiero alzò gli occhi al suo volto… Dio eterno! aveva la fronte livida, – la bocca insanguinata, – gli occhi fuori dell’orbita: – era il volto del tradito suo padre. Cadde la speranza, insorse lo sconforto, e lo trasportò dentro una tenebra profonda: – intese gli sguardi, e vide un corpo lucido di fioco chiarore; – a mano a mano si approssimava; aveva la fronte livida, la bocca insanguinata… sentì il tocco di una mano, poi il ferro di un pugnale; – il ferro e la mano erano freddi ugualmente. – Una forza rovinosa lo strascinò verso una parte; gli alzò la destra già armata di coltello, e gliela spinse a basso: – un gemito sommerso si fece sentire; – la stanza fu a un tratto illuminata… dal seno aperto di Manfredi sgorgavano rivi di sangue; attraverso il corpo giaceva abbandonata una cara creatura, – il fianco di quella giacente era pure sanguinoso, e il volto, più che di assonnata, pareva di morta. Rogiero non potè sostenere più oltre le forme della sua immaginazione, e ricadde sopra la sella; allora fu che, quasi per fuggire sè stesso, spronò duramente il destriero. Il destriero fugge e non si arresta, – il suo corpo gronda sudore, ma egli morirà di fatica prima di non corrispondere al volere del suo padrone. Rogiero, Rogiero, a che giova la fuga? Sia che tu corra, sia che tu posi, la disperazione ti sta confitta nell’anima.
CAPITOLO DECIMO. IL PROPAGGINATO
Almen dovria,
Se iniquo è nel suo cuor, serbar l’esterna
Religion degli avi nostri.
Giovanni Di Giscala, tragedia.
La landa era lunga; la notte era buia. Il cavallo correva a precipizio; chè comunque avvezzo a conoscere i pensieri del suo signore, ed eseguirli, pure questi gli teneva sempre gli sproni fitti nei fianchi, nè se ne avvedeva: trascorse quella landa, – poi un’altra, e un’altra ancora; saltò macchie e fossati, valicò riviere, immergendovisi dentro fino alla testa: grondava il suo corpo sudore, e sangue, nè per anche si rimaneva. Quel corso imperversato avrebbe a certa rovina condotto cavallo e cavaliere, se la ventura non gli avesse sovvenuti di pronto soccorso. Un uomo montato sopra un ronzino, che se ne andava anche egli così fuori di mano a quell’ora, vista quella furia, si mise a tutta briglia dietro Rogiero gridando: «Signor cavaliere, signor cavaliere, per amore di Dio, fermatevi: al confine di questa pianura scorre la riviera profonda; – signor cavaliere, fermatevi, – v’annegherete di certo.»
Rogiero non udiva cotesti gridi, e spronando, e spronando, si avvicinava alla morte. Quell’uomo, benchè cavalcasse un ronzino di trista apparenza, ora animandolo con la voce, ora stimolandolo con le percosse, potè, sebbene a fatica, raggiungerlo, e dirgli di nuovo: «Signor cavaliere, voi volete morire ad ogni costo, per quello ch’io vedo: al fine della pianura corre il torrente… sentite il fracasso che mena da lontano: deh! non vogliate perdere così l’anima, e il corpo; o uccidetevi almeno in parte, dove un prete possa farvi l’esequie… Intendete, ehi! dico, signor cavaliere?» E qui preso per la briglia il cavallo di Rogiero, lo fermò. Questi, trapassando allo improvviso dal moto alla quiete, si rinvenne, guardò attorno, mise una mano alla fronte, e disse: «Dove sono? – Chi sei?»
«Sono un povero cristianello, che vado di uscio in uscio accattando la vita per l’amore di Dio; mi sono trovato sul vostro cammino, ho veduto al barlume il vostro pericolo, e mi sono affrettato ad avvertirvi che qui presso corre il torrente. Voi mi sembrate agitato, signor cavaliere: se non siete di quelli che rinnegano Cristo per un agostaro, perchè così corre il costume, ed amate fare un po’ di bene in questa vita per averne molto in quell’altra, io pregherò San Filippello, e San Gennaro, per la pace dell’anima vostra, e per quella dei vostri morti.»
«Allontánati, e ringrazia i tuoi Santi ch’io non ti tolga la vita in ricompensa di avere salvato la mia.»
«Signor cavaliere, non mi cacciate con tanta villania: se la vostra legge v’insegna ad amare il nemico, come potrete odiare chi vi ha dato soccorso?»
«Te l’ho chiesto io quel tuo soccorso? Se non mi hai lasciato morire, è segno che ti tornava più ch’io vivessi: e se il tuo cervello non ha fatto questo pensiero, lo ha fatto il tuo cuore. Io, così al buio, non posso vedere le tue sembianze, ma tu devi certamente essere uno scellerato: – non sei uomo?»
«Voi aggiungete alla mia miseria l’oppressione del vostro avvilimento. Oh! non così i cavalieri del tempo passato!»
«Uomo! – io non ti disprezzo perchè ti vedo miserabile, ma perchè appartieni alla famiglia degli uomini, e vo’ che tu sappi, il mio disprezzo per essi cominciare da me.»
«Ma dagli uomini non avete avuto la vita?»
«La vita! – Parti forse dono la vita? Sia: – ma io non l’ho chiesta, e non ne devo esser grato. Una vita destinata a finire con la morte, a travagliarsi con le malattie del corpo, con le afflizioni dello spirito, sempre assalita dai bisogni, sempre minacciata dagli elementi… è egli un dono questa vita?»
«Ma l’amore della madre, la carità dei parenti…»
«Non li conosco, non ho obbligo con nessuno: – posso odiare senza rimorso, e vivo odiando. Vattene dunque nella tua mal’ora, e possa incontrarti una morte cento volte peggiore di quella dalla quale tu mi hai liberato!»
«O signor cavaliere, non parlate così, vi scongiuro pel Santo Sepolcro. Da che voi non volete darmi neppure una burba di elemosina, sovvenitemi almeno della vostra compagnia, finchè saremo usciti da questa contrada: sappiate ch’ella va per le guerre della Santa Sede col Re Manfredi tutta piena all’intorno di ladri, e di gente di malo affare; non mi negate questa cortesia, che vi possano guardare sempre benigni gli occhi della vostra dama!»
«Io non vo’ compagnia: se ti senti debole, perchè ti metti in pericolo? La vita deve nudrirsi col dolore: perchè vuoi sfuggire la tua parte, o perchè pretendi che un altro la consumi con te? Io penso a me. Qualora la tua salvezza dipendesse da un moto della mia mano, da un cenno dei miei occhi, – non lo sperare: i tuoi tormenti faranno le mie gioie, perchè conoscerò che non sono maledetto solo. – Non sai che il pianto della disperazione scende rugiada di conforto all’anima disperata? Or via, allontánati: se insisti a voler essere mio compagno, il mio pugnale mi farà solo. – L’uomo non è compagnia conveniente all’uomo: – più tosto il serpente del deserto.» Profferite queste parole, si allontanò. Giunse alla riviera, nè trovando barca da passarla, si dette lungo la riva a seguitarne la corrente, sperando rinvenire un ponte.
Venne il mattino. Spuntava il pianeta nella maestà dei suoi raggi, e spargeva il calore e la luce sopra tutte le cose: le acque del fiume parevano rallegrarsi di rivedere il sole, e il sole le acque del fiume: tremolavano queste agitate dal vento matutino, quello vi diffondeva i suoi raggi: e quindi ne usciva un brillare lucido, spesso, incessante, veloce, che gli occhi non potevano sostenere, ed era pur vago a vedersi: – pareva la gioia di due amici che si abbracciano dopo molti anni di trascorsi pericoli, e di lontananza. La campagna suonava tutta armonia di tinte variate, di canto, e di odori, – il giubbilo della natura! Forse vi ha un’ora del giorno nella quale la terra ci si mostra quale apparve nei primi tempi della creazione avanti che i nostri padri peccassero, e questa è certamente quella in cui il sole ritorna ad illuminarla. Iddio nella sua sapienza la dette in premio al rassegnato, il quale sorge coll’alba per eseguire la condanna del travaglio, che percuote la discendenza di Adamo; o più tosto in ricompensa del suo stato, perchè l›operoso sia povero, e il suo vegliare col sorger del sole è per colui che non lo vide giammai, se non quando comincia a declinare. Venne il mezzogiorno, – il bel mezzogiorno nei sereni di estate. Che mai incontriamo quaggiù che valga l›azzurro dei cieli? L›occhio della bellezza, ci ha detto un gentile poeta, addita la via che al ciel conduce, ma non può assomigliarlo. – La maestà del cielo sta sola come la onnipotenza del suo Creatore. La stella della vita, tutta rigogliosa di giovanezza, gode illuminare quella vôlta divina, e quella vôlta offre un campo sterminato alla pompa dei suoi raggi: – belle ambedue, amano parteciparsi la loro beltà. O figlio della terra! in cotesta ora di conforto non abbassare il guardo a tua madre, che ti sostiene: gli uomini hanno spogliato i campi dei frutti del sudore per mantenere una vita di stento, e di miseria: – non volgere lo sguardo a tua madre, che ti sostiene, o la illusione svanisce: – tienlo fisso nel firmamento; il Creatore ti ha conformato per questo.
Salute, salute, o sole, che susciti, e circoscrivi le vite; salute, o fonte di generazione, e di morte! Tu hai veduto con questi stessi raggi il luogo del nascimento, e la tomba dei nostri primi parenti; tu vedrai quella degli ultimi nepoti: le nazioni scomparvero dinanzi a te come le acque del torrente, come l’arena del deserto. Gli uomini ti hanno maledetto, e tu non hai cessato di spargere le benedizioni della luce sopra di loro; ti hanno offerto incensi, e preghiere, come a un Dio, e tu non hai aumentato i tuoi fuochi; – sempre grande, sempre immutabile nella tua bontà. Spesso una nuvoletta, figlia di vapore terreno, ingombrò quelle vôlte destinate a te solo, e tu la vestisti di tal candidezza, che parve la fronte della innocenza: ma ella si annerò come l’ingrato, e mosse guerra ai tuoi raggi; – il sereno fu spento, ma per noi; – la procella fremè, ma sopra le nostre teste; – il fulmine era sotto di te, e la tua luce, sempre bella e pacata, rise della sua tenebrosa vita di un’ora.
Saranno dunque eterni i tuoi raggi? Donde traesti le tue fiamme? Come le mantieni? Sopravviverai all’ultimo dei viventi? Sei per te, od una forza ti costringe ad essere? No: – adoriamo: – egli è lucido, e caloroso.
Venne il crepuscolo della sera, il quale, tuttochè screziato con più gran numero di colori di quello della mattina, nonpertanto scende tristamente mesto. Un raggio di oro e di porpora infiamma que’ confini, dove pare che il cielo inchinandosi si unisca all’oceano; ma quel raggio è di cosa trapassata, ed ha la impronta della sua decadenza: – sembra la fama di un potente, che, comunque scomparso dalla faccia del mondo, abbia depositata la sua memoria nella istoria, e come può meglio si rinnuovi con essa nei secoli futuri. Questa agonia tra la luce e le tenebre dura solenne quanto quella tra la vita e la morte; ella si unisce a tutto ciò che si agita di affettuoso nel nostro cuore: abbandona l’operaio il travaglio, il filosofo la meditazione, per lasciare l’anima in balía dei suoi malinconici sentimenti. Questa ora è la prova dei teneri cuori: se un nemico trovasse il suo nemico, e lo domandasse di perdono, questi quantunque capace di ritornare nella notte ai proponimenti di vendetta, e ad eseguirli, non potrebbe ricusarlo adesso. – Infelice colui, che vede il giorno che muore senza sentirne pietà! – mille volte più infelice di quello, che può vedere il giorno che nasce senza sentirne allegrezza!
Tutta questa maravigliosa vicenda della Natura si era operata innanzi gli occhi di Rogiero, il quale comecchè non le ponesse mente, ne sentiva gl’influssi: furono i suoi pensieri la mattina feroci, erano adesso pieni di mestizia. Già il suo cavallo da qualche tempo camminava a stento nell’interno d’una foresta; Rogiero si guardò attorno per vedere alcuno abituro di cristiani, ma il suo occhio si smarrì inutilmente tra le fronde: tese l’orecchio: – da per tutto silenzio, meno il susurro misterioso, che fanno gli alberi, quantunque agitati da poco vento. Scese; si sentiva il corpo indebolito; tolse il morso al cavallo, che tutto lieto nitrì, come se durare ogni travaglio pel suo signore fosse dovere, e la cessazione di questo travaglio meritasse la sua riconoscenza. Rogiero lo palpò con affetto, e quando, ponendogli una mano sul fianco, lo sentì grommoso di sangue rappreso, e dare una scossa leggiera per la puntura della piaga inasprita, dimenticando ogni altro suo affanno, proruppe in voce lamentevole: «Allah! mio buon destriero! vedi che cosa si ricava dall’uomo scempio per la sciagura! Ahimè! comportarci con l’amico, come si farebbe co’ più crudeli nemici, è segno manifesto di mente ammalata.» – E sollevò gli sguardi al firmamento, e mormorò. Dipoi, tutto armato come era, si stese sul terreno, facendosi guanciale della rotella. Molta l’opprimeva la stanchezza; da prima la sua mente si fissò in un pensiero solo; di lì a poco una serie infinita di pensieri gli si avvolse per la testa; essi erano in principio distinti, ma spesso interrotti; e succeduti da altri disordinati, e senza séguito, diventarono finalmente confusi: gli occhi aggravati, lento lento si chiusero, e Rogiero sì addormentò.
Rimase alquanto tempo in quello stato, allorchè uno schiamazzo di risa, di bestemmie, e di male parole, come usa fare la gente della plebe, tutto ad un tratto lo risvegliò. A breve distanza da lui, tra le frasche della boscaglia, vide un gran fuoco, e innanzi a quello uomini di fiero aspetto, tutti coperti di arme, che tripudiavano in orribile maniera: sentì pure, allorchè quei loro stridi infernali diminuivano, una voce piangente lamentarsi, e a quella voce rispondere con risa smoderate, ed ingiurie. La più parte degli uomini di quel tempo si sarebbe fatto il segno della salute, e fuggendo, come se mille diavoli la cacciassero, avrebbe giurato di avere veduto il Sabbato, – le oscene tresche delle streghe al lume della luna; – il demonio in forma di caprone nero accogliere le adorazioni della congrega, – scannare un bambino, – offerire il suo cuore sanguinoso su l’altare nella messa di esecrazione, celebrata con l’ostia nera; e simili altri errori, di che la buona gente d’oggidì schernisce l’antica, come se fosse sicura, che la veniente non riderà di lei per le stoltezze delle quali a sua posta va ingombra. Rogiero, sguainata la spada, studiando il passo, si accostò al luogo dello spettacolo; di lieve conobbe com’essi fossero masnadieri, ma non così súbito si accôrse della cagione della loro gioia. Osservando meglio, gli venne fatto vedere un uomo, che dalla voce, sebbene alterata per la presente paura, e pel pianto, gli parve quel desso, che la mattina lo aveva richiesto della sua compagnia. Le sue vesti erano veramente da povero: portava gonnella grigia con sarrocchino ornato di conchiglie, come correva l’usanza di coloro che tornavano di Terra Santa; poteva avere cinquanta anni; di corpo sottile; e sembrava dover essere destrissimo; il volto pallido, tutto increspato di rughe; gli occhi infossati, all’intorno lividi; mala pupilla nerissima.
«Nota bene, perchè io non vo’ che tu creda che noi ti usiamo villania, e devi persuaderti tu stesso, che è bene che tu muoia. Ti abbiamo frugato da capo ai piedi, e non ti abbiamo trovato nè immagine di Santo, nè corona di Madonna, ma sì questa borsa piena di agostari lucidi e nuovi, che fa piacere a vederli: questo già, come pensi, è meglio per noi; ma tu vedi bene come non paia merce da pellegrini cotesta: e poniamo anche che fosse, come hai potuto, tapinando pel mondo, raccoglierli tutti nuovi, e di uno stesso anno? Dunque non sei un pellegrino. Rimarrebbe a vedere se sei ladro, o spione; ma risparmierò questa ricerca, perchè in ogni caso bisogna che tu muoia: se sei ladro, come pare, la gelosia di mestiere, il timore di vedere l’arte in mano di troppi, adesso che gli affari si fanno scarsissimi, ci consigliano ammazzarti: se spia, il piacere della vendetta, la certezza che tu non ci nuocerai più in avvenire, ci consigliano parimente ammazzarti. La carità, fratel mio, è pure la grande virtù, ma ho inteso sovente, che, per dirsi perfetta, deva cominciare da sè stesso: ora la tua carità procede affatto opposta alla mia; tu sei debole, ed io sono forte; tu fuggivi, ed io ti ho raggiunto, dunque ti uccido. Che parti, so di logica io?»
Questo discorso fu tenuto da un masnadiere, che sembrava avere una certa preminenza su gli altri: egli compariva di bel sembiante, giovane, e grande; il suo viso, dal mezzo in su, pel sopracciglio nero quasi sempre aggrottato, la fronte rugosa, gli occhi minaccevoli, veramente spauriva terribile; dal mezzo in giù, la bocca vermiglia, sempre ridente, lieta di candidissimi denti, lo dinotava amante dello scherzo e della gioia; era in somma il suo volto una contradizione, e la sua anima ancora più: indole unica tra noi, ch’io non posso con sommo mio rammarico svolgere a lungo in questa storia, però che quegli che la possedè ebbe a piegare ad immaturo destino. Al fine delle sue parole, i circostanti urlarono a coro: «Ha ragione Drengotto, ha ragione!»
Il mal capitato pellegrino, quando conobbe di potere essere inteso, si gettò ai piedi del masnadiere, e: «Bel cavaliere,» gli disse «non vogliate porre le mani nel sangue innocente, che so che commettereste troppo grande peccato. Io vi giuro alla croce di Dio, che non sono ladro, nè spia. Quegli agostari ho avuti da un Barone di Chieti, che mi albergò una notte per carità nel suo castello, e mi ordinò recarli all’Abbate di Montecassino, affinchè ne fosse detto tanto bene secondo la sua intenzione. Intesi dire pel vicinato ch’egli in sua gioventù s’era fatto reo di molti omicidii, e di altre male opere; ed ora che sentiva con la vecchiezza avvicinarsi la morte, il pentimento gli aveva toccato il cuore, e gli si era cacciato addosso una súbita paura del demonio… e voi, signor cavaliere, non temete il demonio?»