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Kitabı oku: «La battaglia di Benvenuto», sayfa 35

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Ora non torni grave, di grazia, se adoperando un privilegio comune ai Novellatori, noi, per tornare un passo indietro, dobbiamo alcuna cosa raccontare della Regina Elena, e dei suoi figli.

Corrado di Pierlione Benincasa preposto alla custodia del palazzo reale di San Germano, conosciuta disperata la difesa della terra, maravigliando di non vedere comparire Manfredi allo scampo dei suoi, e però timoroso che fosse rimasto ucciso, ragunati in fretta quanti cavalieri stavano in palazzo, favellava: «Signori Cavalieri, chiunque tra voi desidera comperare la vita con la vergogna, esca immediatamente, e vada a ricovrarsi ove la coscienza gli detta; chi poi ama restare fedele al suo Re, sappia che non gli rimane altro che una morte onorata.»

Rispondeano volere serbarsi fedeli a Manfredi, non temer la morte, sì bene spaventarli il vituperio. Corrado esclamava commosso: «Protegga il cielo, a cui piacciono i generosi fatti, la valentia, e fedeltà vostre.» Quindi rinforzava le porte, disponeva i soldati, e commettendosi intero ai voleri della Provvidenza, sovente a lei si raccomandava. Fatto quanto conveniva a savio capitano, si conduceva dalla Regina. – Vacillava il servo fedele salendo le scale, piangeva, e giungendo le mani di tratto in tratto, tra i sospiri prorompeva: «O casa del nobile Manfredi, in quanto abbassamento caduta! « Alle damigelle, e ai fanti, che gli si paravano sul cammino, e gli domandavano ansiosi: «Che nuove, Messere?» rispondeva: «Raccomandatevi a Dio; « – e passava oltre. Giunto alle stanze della Regina, si fermò, terse le lacrime col rovescio delle mani, e bussò sommesso: gli apriva Gismonda; entrava Corrado ostentando fermezza, ma quando vide la famiglia del suo signore, non potendo frenarsi, dette in uno scoppio di pianto, e s’inginocchiò a piè del letto dove giaceva la Regina.

«Che è questo, Gran Cancelliere?» – domandava la nobile Elena.

«Madonna, la terra è presa…»

«Presa! – e Manfredi?» Corrado non rispondeva. «Vergine gloriosa! sarebbe egli morto?»

«Morto!» – gridarono a un tempo Yole e Manfredino.

«Morto non so, Madonna… e vivo nemmeno… pure per noi è morto perchè non ci soccorre.»

«Avrà abbandonato i dieci per salvare i cento. Rimane scampo nessuno, Cancelliere?»

«Nessuno. – Or che faremo?»

«Gismonda!» con voce altera chiamò la Regina «portatemi la clamide reale, e la corona.»

Le furono portate; se ne ornò le spalle e la testa, dipoi scese dal letto, si compose con bel decoro sopra un sedile, si pose i figli a destra e a sinistra; quindi parlava a Corrado: «Vedete, Cancelliere, quello che a noi rimane sappiamo, – morire da Regina; se noi fossimo Cavaliere, non avremmo dimandato a persona quello che dovremmo operare.»

«Nobile Madonna, non parlate così, chè a me, e ai miei ho provveduto secondo i termini dell’onore: solo sono venuto a ricercarvi, se a voi fosse nota alcuna segreta uscita per mettervi in salvo, e ad avvertirvi che mentre noi difenderemo la porta del palazzo, voi, e i vostri figli, fuggiate dalla rabbia nemica.»

«Noi non conosciamo mezzo alcuno di salute: e quando anche lo conoscessimo, dovrebbe bastare per tutti, o per nessuno.»

«Magnanima! Addio dunque, mia dolce signora: state pur sicura che a voi non verranno i Francesi se non per questa via,» e si toccò il petto. «Piacciavi intanto ch’io possa esser degno di baciare per l’ultima volta la real destra, e assicurarmi della grazia vostra, se mai feci cosa che tornasse in dispiacere alla Vostra Serenità; – del resto rammentatemi nelle vostre orazioni.»

Tolse in collo Manfredino, lo baciò su la fronte, e riponendolo in grembo alla madre, supplicava con devoto fervore: «O Gesù per noi crocifisso, fa che il tuo servo possa salvare questo innocente fanciullo! – Sentite, sentite, l’assalto è già cominciato, bisogna ch’io vada. – Svevia! Svevia, Cavalieri!» – gridò correndo verso la porta, dove arrivato si voltò alla Regina iterando la preghiera: «Raccomandatemi a Dio.»

Durava da un’ora l’assalto; ma quantunque i Baroni pugliesi tenessero il fermo con ammirabile costanza, si vedeva chiaro che non potevano durare più a lungo: quando all’improvviso i colpi nemici cominciarono a farsi più rari, poi a cessare del tutto; anzi sentirono che si sbandavano alla dirotta, e dopo alcuni istanti con incredibile gioia suonare da per tutto: «Viva Manfredi!»

«Aprite al Re!» – urlavano cento voci; e quelli, riconosciuta l’Aquila di argento, schiudevano la porta. Entrava Manfredi accompagnato da pochi cavalieri; i rimanenti si fermavano avanti la porta; si inoltrava palpitante, trascorse la corte, giunse alla scala; – era buio, – nel porre il piede sopra il primo gradino inciampa in un corpo, – sorge un gemito profondo, e un lamentare sommesso, che diceva: «Chi mi calpesta?» – Vengono le torce; Manfredi riconosce nel moribondo il fedele Benincasa: – ferito mortalmente di una freccia nel petto, erasi il leale Barone quivi condotto per morire tranquillo.

«Corrado, mi riconosci?» gli domandò pietoso Manfredi.

«Ah! se vi riconosco?» rispose il moribondo levando le pupille velate «voi perdete un fedele… ed io… muoio contento di aver salvato il vostro sangue…»

«No, tu vivrai, Corrado! « proruppe Manfredi, e si curvò sul giacente… aveva esalato l’ultimo fiato: una lacrima scese sul volto del morto dal ciglio del Re, che si allontana, prorompendo in singhiozzi convulsi. – Allorquando il Provenzale si fu impadronito di San Germano, la plebe stolta, per piacere al nuovo signore, cinse di un capestro il collo del fedele Benincasa, e lo strascinò a vituperio per le strade della città, – solito premio che gli uomini sogliono dare alla virtù sfortunata! – Il tempo però che rende a tutti le sue giustizie ha ormai sentenziato se in quel momento l’avvilito fosse Corrado Benincasa, o il Conte di Provenza, che vide cotesto scempio, e potendo nol volle impedire. Certo io ho fede che l’Angelo della Vendetta gli notasse quell’opera, e che fino da quell’ora Carlo d’Angiò si rendesse degno dell’ira divina, che così acerba lo colse nei Vespri Siciliani: se così non fu, io mi dispero sul destino della creatura.

Udiva la famiglia del Re Manfredi i passi accelerati che si dirigevano alla sua volta; udirono toccare le imposte; si nascose Manfredino dietro il manto della madre, gittò un grido Gismonda, sorse la Regina, e Yole le si fece appresso per sostenerla.

«Non bisogna…» – parlò la nobile Elena rimuovendo da sè le braccia della figlia, e si atteggiava in altera sembianza.

Si spalancano le imposte… «Vergine benedetta! Manfredi!» – Il Re non proferisce motto, corre verso la Regina, si pone la spada tra i denti, e cingendo del braccio diritto la moglie, del manco il figliuolo, li porta fuori della stanza.

Un Cavaliere, avvenente di forma, comechè vestito di ferro da capo a piedi, quel desso che aveva salvato su la piazza la dolorosa dalla rabbia del soldato, si accosta a Yole, e le porge la destra; – si tinge di rossore la modesta, e sdegnosa repugna; – le si avvicina il Cavaliere, e le dice una parola. – Che le ha egli detto? forse l›ha toccata con qualche breve di magia?… non so; ma ella gli si avventa al collo dimentica del verginale decoro, sì come donna innamorata; egli la stringe col manco braccio alla cintura, e levatala da terra se la porta dietro Manfredi. Qualunque fosse la passione che in quel punto agitava Yole. non valse però a vincere in quell›animo gentile la cortesia per la quale andava famosa su tutte le damigelle d›Italia; quindi è che non anche toccava la soglia della stanza, che volse la faccia, e parlò: «Dov›è Gismonda?»

«Eccomi!» rispose la damigella, che tratta da un altro Cavaliere le camminava vicina; «io vi vengo dietro, mia dolce signora.» – Yole le sorrise, e parve contenta.

Scendendo le scale, il Cavaliere che teneva per cimiero la Lupa, scorgendo il Re impacciato nel portare la Regina e il figliuolo, gli favellava: «Monsignore, così non potete durare.»

«O come ho a fare io?»

«Datemi il figlio.»

«Il figlio! tu vuoi il figliuol mio? s›io te lo do, lo riporrai sano e salvo nelle braccia paterne?»

«Spero… almeno egli non morrà prima di me.»

«Prendilo dunque!» – e glielo porse. Il robusto Cavaliere lo sollevò con la destra, e siccome il fanciullo nel distaccarsi dal padre menava un lamento, lo rampognò così: «Non piangono i figli dei Re.» – Allora Manfredino si tacque, e il Cavaliere se lo adattò sul braccio sinistro dicendogli: «Tenetevi stretto al mio collo:» – la qual cosa avendo egli fatta, lo ricoperse con lo scudo per modo, che da nessuna parte poteva essere offeso. «Ora potete dormire perchè siete sicuro,» – soggiunse, e si precipitò giù per le scale, che, per non funestare gli sguardi dei Reali di Napoli, aveano sgombrato del cadavere del povero Benincasa.

Uscivano all›aperto; – i nemici erano scomparsi. Da lontano s›intendeva un cozzare di spade, un gridare confuso Svevia! Mongioia! Stupivano, non s’immaginavano che cosa potesse essere; si valevano della buona occasione, e montati in sella, tolte in groppa le donne, spronavano verso la porta di San Giovanni. Senza incontrare avventura che meriti di essere raccontata, pervennero alle mura, le passarono, e si cacciarono alla campagna, gridando sovente con allegre voci: «È salvo il Re!»

Manfredi, spesso ricorrendo con la mente ai casi avvenuti in quella notte memorabile, esclamava tra contento e turbato: «Anche la sventura a qualche cosa è buona; s’ella non fosse stata, io non avrei mai conosciuto questi fedeli che mi circondano.»

Mi volgerò io a contemplare per l’ultima volta la vinta città? Mi volgerò, – che l’Angiolo non me lo ha vietato sotto pena di tramutarmi in istatua di sale. – Ecco, ella arde come Gomorra; l’una colpevole di ribellione al suo Dio, l’altra colpevole di fedeltà al suo Re: le dico ambedue colpevoli, perchè altramente non saprei andare capace, come una stessa rovina le percotesse, Poc’ora d’incendio abbrucia opere intorno alle quali sudò anni interi la industria; le dimore del superbo, i poveri ricoveri, cadono adesso nella comunione della distruzione: vi furono figlie stuprate sotto gli occhi dei padri, mogli sotto quelli dei mariti, e guai a loro se facevano cenno, se mettevano un grido, un gemito; i cittadini, parteggianti per Carlo o per Manfredi, purchè doviziosi, rubati; le case saccheggiate, i repugnanti uccisi, i paurosi scherniti; e sì che il Conte di Provenza diceva a cui ci voleva credere, essere venuto a levare dal collo dei Pugliesi quella oppressione sveva, e si faceva chiamare liberatore. Le cose e le persone sacre nulla meglio rispettate; sacerdoti venerabili per santità, per anni e per dottrina, dalla proterva soldatesca manomessi; monache con sacrilega inverecondia su i gradini del santuario contaminate; i voti dalla divozione dei Fedeli appesi alle immagini, se di oro o di argento, intascati; se di cera. lasciati stare; le stesse immagini dei Santi, se di metallo prezioso, arruffate; se dipinte, lasciate stare. – Che più? – refugge l’animo al fiero racconto: – diffusi i sacri olii per terra, o consumati in ungersi le barbe; sparso sul pavimento il mistico pane, ghermivano i ricchi vaselli per quindi giuocarseli a zara, o Dio sa in quale altro uso disperderli: – e sì che il Conte di Provenza protestava essere venuto a ristorare la Religione del Regno, e si diceva figliuolo primogenito della Chiesa.

Ecco come da rimotissimi tempi costumano gli italiani uomini ricevere la libertà. – Assicura la gente cosa preziosa essere la libertà, ed io di leggieri concorro in questa sentenza, considerando il grave prezzo di averi, e il molto più grave di vite che ne ha finora sborsato; – tratta dalla ingannevole lusinga, non badò la tradita, se legittimi mandatarii fossero coloro nelle cui mani sborsava… essi furono falsificatori: – ella pagò male le tre, le dieci volte, – e sempre; peggio per lei: chi non ha il senno, abbia la pazienza. Tanti misfatti si commisero a nome di questa libertà; in tante e sì strane forme si è presentata al mondo ingannato, e ingannatore; così sovente ha nascosto il volto della stessa tirannide, – che oggimai ho fede non viva uomo di sano intelletto che al solo intenderla rammemorare non si sgomenti: e però quell’intemerato Parini, che ai suoi tempi l’aveva veduta tragica, e comica, e democratica, e aristocratica, e consolare, e fescennina, e perfino ballerina, allorchè tenevasi in sua presenza proposito di lei, interrogava tutto smarrito: – Libertà! di che sorta? – Queste opinioni stanno qui con la medesima convenienza dell’orazione di Tizio nell’Inferno, che conforta gli eternamente perduti ad apprendere giustizia: non v’è cera che turi le orecchie all’umana imbecillità; elleno stanno aperte alla prima Sirena che voglia susurrare dentro di quelle la canzone della frode.

Nè si presuma essere diventati in nulla migliori; siamo i medesimi di tre e cinque secoli passati, strascinanti di età in età la soma del vituperio sul basto della ignoranza. Mancano i fatti nequitosi? segno è che manca chi inciti, non gli animi, non le voglie pronte a commetterli; imperciocchè la più parte di noi non abbia nemmeno volontà propria a mal fare, e penda sospesa ai confini del vizio e della virtù, aspettando la spinta per traboccare: quindi è che io non ho mai avuto in iscopo di predicare al deserto, tentando di migliorare i miei simili, – no; possa l’anima mia diventar quella di un avvocato, se mai ho avuto in pensiero cosa sì fatta: ciò che ho scritto, scrissi per dimostrare altrui che so, come dicevano i nostri vecchi Fiorentini, quanti piedi entrano in uno stivale, e distinguo i bufali dall’oche, e che, quando la cerco, mi ritrovo anche io, e non capisco il come, una testa rotonda sopra due spalle quadre.

CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO. LA NOTTE DOLOROSA

Un angioletto con le man di rose

Chiuse gli occhi infelici in tanta angoscia.

San Benedetto.

Tristo è il regno delle tenebre, tristo quanto i pensieri del Re fuggitivo. – Nei lunghi anni del fastidio della vita, avviene talvolta al decrepito di revocare alla mente il riso della perduta giovanezza, – però che non vi sia secolo di affanno che non contenga il suo minuto di gioia; – allora il sangue gli si squaglia, meno languide gli battono le arterie, gli si infiamma la faccia di un crepuscolo di rossore; quando all’improvviso su la bocca del sepolcro, ov’ei schifosamente si appiglia, lo assale più feroce che mai la immagine della morte, e gli gela la speranza: così lo spirito di Manfredi in quella notte memorabile, se ricorreva sopra alcune delle passate vicende per ricavarne sollievo, di subito la pienezza delle sventure presenti, il timore delle future, lo sconfortavano; a lui avevano tolto i destini anche il bene della lusinga! – Procedeva in silenzio; avrebbe potuto mostrarsi lieto, narrare eziandio la dilettosa leggenda, chè su quanti uomini vivevano al mondo egli era valente a dissimulare; – simile in questo alla terra del suo Regno, che innamora il risguardante co’ tesori della creazione, mentre il vulcano le prepara rovina dentro le viscere; – nondimeno conoscendo che a nulla poteva giovargli l’ostentarsi lieto, e che quando anche gli fosse giovato, nessuno gli avrebbe creduto, si lasciava in balía delle proprie afflizioni. I seguitanti, persuasi che se rimaneva via di salute, Manfredi l’avrebbe veduta prima di loro, che la sventura non lo prostrava, ed egli era uomo da fare tutto da sè, procedevano pur essi in silenzio. Senza posarsi un momento giunsero a San Pietro in Fine, terra otto miglia distante da San Germano; – volevano quivi fermarsi, non parve sicuro il luogo; convennero proseguire la corsa; – i cavalli sebbene stanchi giustificavano la fiducia che i cavalieri avevano riposto nella loro bontà.

«Soffri?» interrogava Manfredi la nobile Elena, la quale, intirizzita dal vento ghiacciato, dolorosa pel lungo dimorare in una stessa positura, e per la malattia di languore che da tempo remoto la travagliava, aveva disciolto un gemito sommesso.

«Io? – Pensa a salvarti, pensa a salvare i miei figli.»

«Tu soffri.» – insiste Manfredi.

«Oh non badarvi! – Forse chi sa che questi miei patimenti non sieno accettati in parte di espiazione!»

«No, no: il bianco è bianco, nè il loglio muta natura al buon grano; ogni anima pensi per sè: nella valle di Giosafat ciaschedun vivente risponderà per i proprii peccati. Tu non devi soffrire per me.»

Adesso si trovavano alle falde della montagna Cesima, su la cima della quale anche oggigiorno scorgiamo la terra di Presenzano. Manfredi ordinò che lasciassero la strada battuta, e piegando a destra s’internassero alquanto nella selva dei pini che ingombra il declivio del monte, perchè quivi intendeva posarsi. Giunse gradito il comando, chè la fuga precipitata, e l’aria pungente della notte, avevano avvilito i più gagliardi. Forse cento passi andarono pel bosco, e si fermarono: in meno che non si dice sorse un bel fuoco a ravvivare le membra. I Reali erano discesi; Manfredi si volse attorno, e vide al suo fianco Elena, al fianco d’Elena Yole… mancava Manfredino; nel tornare alla primiera situazione, mira il Cavaliere che glielo porgeva sano e salvo; lo prese il Re tra le braccia, il fanciullo gli rise, e alzando le mani gli accarezzò le guance: il volto paterno non sostenne severo la cara sembianza, e chinato su la fronte del figlio lo baciava affettuoso.

«Noi dunque non abbiamo perduto nulla?» – favellò Manfredi poichè di nuovo ebbe guardato i suoi.

«Abbiamo perduto Benincasa:» – rispose Yole con voce soave.

«In verità, figlia mia, voi avete parlato una molto savia parola.»

«Certo,» s’intromise in quel ragionamento il Cavaliere «non si vuol negare, che meglio per tutti saria stato che il Gran Cancelliere sopravvivesse, nondimeno non merita grave compianto; s’egli ha perduto la vita, si acquistò la fama, la quale in sostanza è la vita dei valorosi, e appunto per questo vivono i prodi Cavalieri, e se per conseguirla morirono, bene augurosa e felice deve la morte loro riputarsi: – forse il mondo maligno, uso più tosto a rammentarsi dei fatti che lo addolorano, che di quelli che lo stupiscono, non serberà che tra pochi la fama di questo valente; ma quei pochi saranno coloro, che non misurano la virtù dalla fortuna, che in qualunque parte della terra, in qualunque tempo incontrino la rinomanza di un forte, la salutano come sorella, e le innalzano un tempio nel proprio cuore: – degli altri, pe’ quali il solo cibo distingue la vita dalla morte, non vuolsi far conto; – sempre nelle mie orazioni ho supplicato il Signore di due cose, – che mi preservi dalla lode degli imbecilli, – e dal disprezzo dei generosi.»

«Ben detto,» approvò Manfredi «così è; di rado avviene che un forte braccio si unisca ad una trista mente: Cavaliere, in cortesia, io vi ricerco di un dono.»

«Qual dono? Monsignore, parlate.»

«Voi mi avete donato, che mi svelerete chi siete.»

«Questo sarà un dono che voi farete a me, Monsignore, piacendovi ricercare le condizioni di un’umile persona, quale io mi sono; però non è tale il mio volto che ami rimanersi celato, nè tale la mia fronte, che non possa senza impallidire sostenere la vista dei valenti: ecco, guardatemi il sembiante; sia buono, sia sinistro, io lo tengo quale me lo ha dato la natura.»

E si alzò la visiera, e il Re vide una testa, quale i cieli concedevano agl’Italiani, quando con la testa concedevano anche la facoltà di sentire la vergogna; nondimeno non rammentava averla mai più veduta, e già moveva le labbra per domandare del nome, allorchè aggiunse il Cavaliere: «Voi non mi conoscete di vista, nè io conosceva voi, sebbene per fama io fossi innamorato delle virtù vostre. Voi dunque vedete, Monsignore, in me un cittadino, che bandito dalla sua patria ne porta per cimiero la insegna,» ed additò la Lupa»affinchè vegga quali sieno le geste del figlio che ha cacciato, e si addolori che non sieno operate per lei, nè in alcuno suo onore ridondino; in me voi vedete un uomo, che perseguito dai suoi simili si vendica compassionandoli, e rendendo loro bene per male; in somma io sono Ghino di Tacco da Turrita…»

«Voi Messer Ghino!» – ripeteva il Re stupefatto; e quanti quivi erano Baroni pugliesi si restrinsero a contemplare l’uomo che aveva levato di sè una fama da contendere con quella de’ più illustri Capitani di eserciti. Ghino si rimaneva immobile, atteggiato in cotale mossa guerriera, non ostentata per arte, ma da lunga consuetudine propria delle sue membra. Manfredi, soddisfatto il desio di guardarlo, aggiunse commosso: «O nobil sangue, come avvilito! Anima grande, a qual punto ridotta! In qual modo avete sofferta la vita? in qual modo l’avete guardata dalla morte? – dalla infamia?»

«O signor mio, io ho scorso questa terra, che delle antiche glorie si fa manto alle vergogne moderne, e l’ho veduta piena di delitti; il mio braccio ha vegliato per la innocenza, e la gente mi ha benedetto; – e poichè dura eterna la guerra della ingiustizia contro la debolezza, io non ho posato che pochi momenti.»

«E in quei momenti?»

Ghino abbassò gli sguardi, ed esitando aggiunse: «La gente dice che ritorna l’antica comunione delle cose; – l’uomo ha diritto all’esistenza, – io ho chiesto un pane, e l’ho tolto a cui me lo ha negato.»

«Ma perchè non veniste alla mia Corte? Qual è il Cavaliere, che sotto l’ale dell’Aquila di Manfredi non abbia trovato ricovero contro il flagello della fortuna? Avete temuto che noi ci mostrassimo meno cortesi con voi che con gli altri? Ghino, ci avete fatto torto.»

«No, Monsignore, mai ho dubitato della vostra cortesia, sì bene molto ho temuto che in me fosse petulanza esperimentarla. Suona di Ghino diversa la voce: – chi mi ha ridotto in tale stato, per onestare il misfatto agli occhi della gente, e forse anche per superare il grido della propria coscienza, schiamazza a piena bocca ch’io sono un fuggito dal capestro, un periglioso ladrone; – così veramente non dice il salvato dalla ferocia del Barone, non così le difese donzelle, non così i castelli tutelati dalle libidini del prepotente vicino; nondimeno il male urla più forte del bene, e la mia condizione parla contro di me. Era dunque generosità invocare la vostra luce, affinchè rischiarasse la tenebra che la umana malignità ha deposto sopra il mio capo? Intanto attendeva ad operare incontaminato, e spesso il mio labbro diceva: gli uomini al fine cessano di essere ingiusti; – ma il mio spirito non lo sperava: e quando mi ristoreranno del nome che mi hanno rapito (inverecondo, e pure inevitabile fatto, che alla stolta moltitudine appartenga chiamarne buoni, o malvagi!), allora, io pensava, riparerò alla Corte del nobile Manfredi; – forse fu questa superbia, forse venerazione per Vostra Serenità; – ad ogni modo credeva, e tuttavia credo, non ogni Ghibellino sia per giovare al figlio di Federigo.»

«Voi vi apponeste al vero, valoroso Barone, quando pensaste che non tutt’uomo, che odiasse Roma, fosse degno di amare Manfredi; pure vi dilungaste dal retto, allorchè ci negaste il cuore o la mente di distinguervi tra mille che gridano parte per far tacere la legge. Assai lungo tempo corre che noi desideravamo vedere la persona vostra, ed ora ringraziamo il destino, che, prima di finire i nostri giorni, ci ha conservato a tanta dolcezza.»

«Nobile Manfredi, grandi novelle udimmo raccontare della cortesia vostra; tuttavolta, per quanto dica la gente, io vedo adesso ch’ella vince le parole.»

«E se il cielo assente che questo non sia lo estremo dei Regni Svevi sopra le terre di Puglia, voi non vi partirete più dal nostro fianco, noi vi faremo condottiero di una parte delle nostre compagnie, e avrete nel Regno stanza e vita onorate: – compíta suonava per la Cristianità la fama della Corte di Manfredi nella gloria dei Trovatori, adesso con Ghino da Turrita compíta sarà anche quella della gloria delle armi; – se tanto ci frutta la sventura, noi davvero non sapremmo più invocare la fortuna. Ora che vi pensiamo, in questa notte stessa ci si offerse agli sguardi uno di vostra gente, Messer Ghino, che più volte ne ha sovvenuto di consiglio, – che uccise a Benevento un traditore, – sì certo, era desso: – Yole, dov’è il Cavaliere che vi ha menato in groppa?»

Yole declinò la faccia, forse per celarne il rossore, e rispose: «Ei si partiva.»

«Se il Cavaliere ama restarsi celato, sarebbe scortesia volerlo conoscere; non pertanto abbia le nostre grazie, e voi, Messer Ghino, preghiamo di fargliele note; ditegli ancora, che se guiderdone di onori, o di facoltà, può in parte sdebitarci dell’obbligo che verso lui professiamo, un desiderio della vita di Manfredi è di mostrarglisi grato.»

Più a lungo sarebbonsi tratti i colloquii; e tuttavia favellando gli avrebbe côlti il mattino, così grande diletto ricavava l’uno dall’altro, se in quell’istante la Regina, aggravandosi, come stanca, sul braccio di Manfredi, non gli avesse rammentato che quivi erano discesi per riposarsi; però egli si tolse il mantello, e stesolo sul terreno vicino al fuoco, con un mesto sorriso lo additava alla nobile Elena, e le diceva: «Qui giaci, Regina: oh! il giorno in che tu fosti assunta sposa al reale mio talamo, tu non pensavi, infelice! che avresti passato una notte di dolore sopra il nudo terreno: – chi te lo avrebbe detto! un ciel sereno pareva dovesse essere la tua vita; e se tra tante immagini di contento balenò al tuo pensiero l’ora solenne della pace, certo tu la vedesti splendida come il tramonto di un sole di estate.»

«Mio dolce consorte, dal Signore si diparte la gioia, dal Signore lo affanno, ed io ho benedetto sempre i suoi santi voleri.»

«Soffrire è la virtù della bestia da soma; nondimeno grande pietà sarebbe stata quella di concedermi o meno angoscia, o più pazienza: ma tu, Regina, insegnami come fai a sopportare, senza maledire il tuo nascimento.»

«Abbi in pensiero che la Provvidenza vive di giustizia; misericordiosa è se ti consola, più profondamente misericordiosa se ti travaglia; l’angoscia patita sarà tanta via che troverai aver fatto verso il Paradiso, ogni spasimo un passo pel quale ti avvicini al principio di tutte le perfezioni.»

«Riposate, Elena; ormai veggo ch’è tardi per me apprendere sì fatte dottrine: il dolore sopprime la fede, almeno entro il mio spirito: – a tempi più tranquilli serbo di chiamare alcun sacerdote sapiente… Ridete, messer Ghino? – e che pensate sia alchimia un sacerdote sapiente? Il mio Regno ne conta adesso, che la stagione corre contraria, meglio di cinquemila; or non volete che questo capitale renda l’uno per le cinque migliaia? Sì, in verità, io voglio restringermi seco, e disputare intorno questa teologia.»

Manfredi aveva in mala parte interpretato il riso di messer Ghino per insolentire contro coloro, cui egli chiamava suoi nemici: questi non rispose parola, ma toltosi il mantello dalle spalle, lo piegò a più doppii, e dipoi, curvatosi sul luogo in che si apprestava a giacere la Regina, parlò: «Nobile Madonna, ruvido è questo panno, nè per nulla conveniente alle vostre membra delicate; nondimeno se di tanta grazia lo volete far degno che possa sopportarvi il fianco, io vi giuro per la fede di Cristo che appartiene a Cavaliere onorato.»

«Gran mercè, Cavaliere;» soggiunse Elena con donnesca leggiadria «nè uomo al mondo vorrebbe negare, che, posandomi io sul mantello di Manfredi, e su quello del virtuoso messer Ghino, non mi fossi giaciuta sopra il letto dell’onore: non pertanto io vi prego a tenerlo; la notte stringe rigida, l’aria pungente, e voi potreste per avventura averne bisogno.»

«Oh! sì,» scuotendo la testa replicava Ghino «sarebbe l’ora che io non avessi imparato di farne a meno: o nobile Madonna, da che io conobbi che i miei nemici avevano arso il castello dove solevano riposarsi i miei maggiori, io non ho avuto altro letto che la terra, e spesso altra coperta tranne il cielo; – il cielo si mostrava tempestoso, e il fulmine talora mi ha rotto il sonno, ed io balzando esterrefatto ne ho veduta l’ultima striscia infuocare le nuvole, e la faccia aveva invetriata di gelo, e i capelli rappresi dai diacciuoli, e il terrore mi premeva la fronte, perchè la vendetta mi stava lontana: – adesso il cielo è sereno, la vendetta compíta, e il fuoco vicino, sì che, se voi non avete altra scusa migliore per rifiutarlo, ecco, io l’ho disteso.» E sì dicendo allargava il suo mantello per terra. Terminata l’opera, salutava i Reali in atto ossequioso, e allontanandosi augurava: «Possa esservi apprestato migliore letto domani!»

«Lo speriamo!» rispose Manfredi; – e la Regina: «sia fatta la volontà di Dio.»

Ghino, recatosi dalla parte opposta dei Reali di Sicilia, slacciasi l’elmo, e lo appende al ramo di un pino; appoggia l’asta al tronco, poi si adagia sul terreno, la nuda testa sovrappone allo scudo, s’interna la spada tra le gambe, e aggravata la guancia sopra la destra palma, dopo pochi momenti si addormenta. E così tutti: solo Manfredi, che giaceva traverso alla estremità dei mantelli dove posavano i suoi, con la faccia rivolta alla fiamma, stava, sorreggendosi il capo, a considerare la vicenda di un arbusto infuocato: apparve da prima scintillante di una bella luce dorata; a poco a poco, scarseggiando, l’umore, rossastra; quindi, vie più crescendo il difetto, di un colore tra azzurro e verde; – allo improvviso ricomparve dorata, perchè tutte le cose vicine ad estinguersi prorompono in un baleno di vita, – e si spense; allora prese a sollevarsi un fumo denso da prima, poi meno cupo, – cenerino, – di bianco pallido; – finalmente anch’egli si tacque; – un tristo pugno di cenere era avanzato dall’oggetto lucido, diletto degli occhi: perchè così attento considerava Manfredi un caso che inosservato passa le cento volte nella nostra vita? Oh! arguto osservatore è il disastro, e la cagione egli la susurrò con queste parole: «È finito; – anche la rinomanza è fumo; l’eternità e l’oblio ingoiano le virtù, e i misfatti: ma almeno del tizzo rimase la cenere; di noi che rimane?» – E il sonno gli si aggravò su le palpebre. Sul principio ora le chiudeva, ora si sforzava di riaprirle, quasi volesse contendere alla potenza del sonno: – ma chi valente contro di lui? Manfredi giacque, come uomo spento ai sensi, o chiamato a sensi diversi. Benefico giunge il conforto del sonno alle membra stanche, dono prezioso agli umani travagli, balsamo alle ferite dell’anima; ma non valeva meglio che nè la stanchezza, nè i travagli, nè le ferite, opprimessero la nostra schiatta infelice? Non valeva meglio non mandare il male, che apprestare il rimedio? Non basta il sonno che dormiamo dentro il sepolcro? Perchè concludere ogni giorno di vita con una notte di morte? – Audace! confinati dentro il cerchio della tua imbecillità; che ti giova logorarti la mente dietro la scienza non concessa ai tuoi sensi? Il tuo cervello non ha nervi che bastino; tu morrai come l’avaro, consumato d’inedia sopra i tesori raccolti; più veglierai a conseguire sapienza, più andrai convinto che nulla può sapersi; arcane governano i mortali le leggi del firmamento, arcane quelle della terra; il tuo simile, tu stesso sei un mistero a te stesso. – E perchè dunque non concederci intelletto, non sensi capaci a comprendere le maraviglie dell’universo? Perchè il nostro senno si rassomiglia al sole della terra boreale? Il culto della ragione non deve anteporsi alla idolatria della maraviglia? O s’era destino che nudi d’ingegno dovessimo nascere, vivere, e morire, perchè ci tormenta una volontà che mai non si appaga? perchè una sete che non si estingue? perchè una curiosità che s’inferocisce contro quello che non può penetrare? un desiderio che infuria in proporzione degli impedimenti che trova? Io ne ho domandato alla gente che ha nome di savia, e mi ha detto: pazienza, – ed io le ho risposto, che le selci calpestate non mormorano, e se tali dovevano essere le nostre condizioni, sarebbe stata misericordia tagliare le mani a Deucalione e Pirra, che gittandole dietro le spalle, di pietre le convertirono in uomini: intanto questo sentimento di sapere, e la impotenza di soddisfarlo, è un inferno anticipato, ed io per me ho speranza che sopra ogni altra espiazione valga un giorno a farne perdonare di molti peccati. Ma il sonno non si posa uguale su tutti, anzi egli veste la sembianza che trova; puro comparisce soltanto sopra la faccia di Manfredino; quivi non trova dolore nè gioia, – vi trova stanchezza, ed egli si mostra sotto la forma del riposo, perchè il riposo è la sua essenza: mesto, solenne, investe la fronte della Regina Elena, e, se Dio mi perdoni, somiglia un esperimento che la morte imprenda a fare su quel pallido volto: – nel punto in cui la vita si parte, e la morte comincia, non atterrisce il suo aspetto sopra il sembiante della bellezza; raccoglie invece gli ultimi fiati, lo estremo agitarsi dei muscoli del labbro, e ride, – il riso del serpente però… e poi tocca la pelle, e la pelle si corrompe, – soffia sul corpo, e il verme si affaccia dalle narici: – volgiamo lo sguardo dalla immagine della putrefazione, assai tornerà amaro soffrirla, – non ci fermiamo a meditarla. Qual è il sonno di Ghino? La battaglia: co’ moti del sopracciglio consente ai colpi che finge, e: – avanti! – grida, come nel furore di un assalto, – avanti! – ad un tratto impallidisce, allunga la mano in cerca dell’asta, e quasi si leva a sedere esclamando: – fate testa, vituperati, – alla riscossa, – alla riscossa… abbiatene cura, egli è ferito… io gli ho concesso sotto fede i quartieri. – Ricadde riverso con le mani abbandonate, e mormorava tra i denti: – siatemi voi testimoni ch’io giacqui morto d’una freccia nel petto. – Qual favella potrebbe ridire come dorma Manfredi? Il suo non è sonno, ma continuazione di spavento; inarca le membra irrigidite, quasi sorpreso dall’atroce convulsione che chiamano tetano; stringe le pugna, ha i capelli irti, spalanca gli occhi come ossesso, la pupilla gli trema; dalla gola contratta, attenuata, pare che voglia ricavare un grido; terribile è lo sforzo, ma si risolve in singhiozzo; muta positura, rannicchia le membra, non altramente che se un cerchio di fiamme lo circondasse; prorompe in guai lamentosi, ed ambe le mani con súbita violenza percuote su la bocca, a modo di persona che si affanni impedire un liquore che sgorga. Corre fama che Manfredi sognasse il giorno del Giudizio finale, e che tratto innanzi all’Eterno Vendicatore sentisse le sue colpe traboccare dalla lingua per accusarlo, e ch’egli nello spaventevole caso facesse schermo con le mani, perchè non uscissero: miserabile! Dio dove era quando ei le commise?

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
740 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain
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