Kitabı oku: «La battaglia di Benvenuto», sayfa 36
Chi temerario ardisce avvicinarsi ai dormenti Reali? È odio, è amore, che conduce i suoi passi? Egli si accosta furtivo, come l’animale che la natura provvide di frode: – ma è la prima volta che la virtù ha tolto la forma del vizio? la prima, che la innocenza fu sospesa con un capestro in alto, perchè servisse di esempio ai popoli? Il Cavaliere si accosta cauto, sommesso; punta su la terra il calcio della lancia, vi si appoggia con la gravità del suo corpo, e si ferma a vedere. Oh! bello splende il viso di amore quando il sogno leggiadro lo accarezza con l’ultima piuma delle sue ale; bello quando la speranza gli si diffonde intorno, come una atmosfera di profumo; bello quando le labbra gli tremolano nel brivido della gioia: allora i poeti fantasticano dell’alito delle Grazie che gli sommuovano i capelli, perchè ad ogni soffio di vento variando forma appariscono più vaghi; e fingono Silfi invisibili, i quali si aggirino per l’aria alternando arcana armonia, che orecchie corporee non distinguono, ma che scendendo soavemente nell’anima così la innamorano di quello incanto: altre e più gioconde cose essi immaginano, pure non vi ha poesia che giunga a narrare quello che suscita l’aspetto della bella addormentata. Allorchè in placida notte di estate l’orizzonte sereno quanto l’anima dell’innocente ricopre la terra come di una insegna di gloria coll’azzurro purissimo, trasparente, e le miriadi dei corpi celesti esaltano nella gioia della luce la magnificenza del Creatore, allora soltanto l’anima commossa può trovare immagine che si assomigli al volto della mesta addormentata: – quale di questi due spettacoli racchiuda parte maggiore di vaghezza, ella nè sa nè può ridire a sè stessa; ambedue opera divina, ambedue sapienza dello innamorato pensiero di Dio; – tacita, tacita, l’anima gode nella voluttà delle sue sensazioni.
Sia che la mente di Yole, come quella che non v’era assuefatta, mal potesse sopportare qualunque diletto, sia che veramente ne derivasse uno di soverchio acuto dalla vicenda dei sogni, si sveglia improvvisa, pronunziando: – «Rogiero.» – Rogiero appoggiato su l’asta le comparisce dinanzi; ella si leva, e facendoglisi vicino gli parla piacevole: – «Perchè t’involasti da noi? Il Re ha chiesto del salvatore della sua figlia.»
«Oh! s’egli sapesse ch’io fui quegli che andai fino alle sponde dell’Oglio per affrettargli contra quei nemici che adesso gl’investono il Regno, – se a lui fosse noto che io sono un condannato, certo non vorrebbe dimandare di me.»
«Tu facesti questa ingannato, nè vi sarebbe tuo mortale nemico che non ti riputasse degno di pietà, non che di perdono: ma tu spontaneo pel suo onore hai combattuto in campo chiuso a Benevento, tu a rischio di vita l’hai ammonito di guardarsi dai traditori, tu lo hai salvato a San Germano: – magnanimo è il cuore del Re.»
«E che giova scoprirmi? Premio di averi non attendo; – il premio che desidero, il figlio di Federigo non sarà per concedermi mai: lasciami dunque morire sconosciuto.»
«Ah tu non morrai!»
«Perchè dovrei vivere? Chi non anteporrebbe la morte onorata alla vita di affanno? Forse non ho assai tempo sopportato la esistenza? Io non voglio rinnuovare le antiche querele, ma ti giuro pel tuo amore, che nella pianura di Benevento mi metterò in abbandono del corpo.»
«E se tu parti, pensi ch’io vorrò rimanermi sola in questo deserto di dolore?»
«Ed io forse te lo comando? No, Yole, – no; il cielo ci ha destinati di fine immatura alla fossa… io abborro le vanità degli augurii, nondimeno questo fine mi predissero… Muori, bella infelice, poichè la morte sola può darti riposo… e se mi prometti che nell’ora nella quale i parenti lacrimosi circondando il tuo letto saranno facili ad ogni inchiesta di te moribonda. – se mi prometti che in segno del loro affetto tu li domanderai di essere tumulata nel mio sepolcro, – allato alle mie ossa… oh! ben tristo contento è questo ch’io ti chiedo, Yole; pur l’unico che amo diffondere su l’amarezza dei miei ultimi giorni.»
«Io aveva pensato a questo.»
«Un medesimo Angiolo dunque custodisce le nostre anime, e v’ispira i medesimi pensieri… Allora quando, scoperchiata l’arca nella quale mi avrà deposto la pietà dei miei fratelli d’arme, ti caleranno a dormire meco, – certo il mio cadavere stenderà le braccia per darti un amplesso; egli riterrà il gelo della tomba, ma sarà eterno…»
«Purchè eterno! – Dimmi, o caro, e lo sentirò io? – Tu lo sentirai?»
«Ne ho interrogato i sepolcri, essi mi hanno risposto silenzio, e tenebre.»
«E la seconda vita? – La desiderata…»
«Spera. – La giustizia non può riposare i perduti che mi hanno trafitto la madre… Se poi…»
«Tua madre trafitta! Oh! tu mai mi favellasti di tua madre… Parlami… parla di tua madre…»
«Chi ti parlò di mia madre? Taci, non dirlo… sappi che forse vivremo… allora io te la farò conoscere… chi sa che adesso non ci preghi la pace, non ci guardi dall’alto, non pianga sopra di noi, se gl’immortali piangono!… tu la conoscerai in Paradiso… adesso non aggiungerne parola… terrei per maledetto il cielo sotto il quale fosse raccontato quel mistero di perfidia, e quasi tengo per avvilito me stesso per averlo, ahi! troppo acerbamente, conosciuto.»
«Io tacerò, mi allegrerò, poichè tu lo vuoi, nel segreto desio di rivederla alla patria dei buoni: io ho inteso sovente tenere proposito di premii futuri, di vita senza fine, di gioie che non si distinguono con gli affanni, di seggi sereni sopra le tempeste, e ne ho avuto fede con tutta l’ansia dell’anima mia…»
«E tu la custodisci come un tesoro… ella ti conforterà…»
«Se così non fosse, io mi dispererei: contenti per noi. pregheremo pace per quelli che lasciamo su la terra, – per l’ottima madre mia…»
«Pel generoso tuo padre…» E così discorrendo volse Rogiero gli sguardi al luogo dove giaceva Manfredi. – Santa Maria! – Il Re, seduto puntando la manca sul terreno, abbracciandosi con l’altra il destro ginocchio, stava in ascolto col mento levato. Rogiero si mosse per fuggire: Yole si resse ad un tronco.
«Fermati, Rogiero;» parlò Manfredi al fuggitivo «tu fuggi invano; vieni, porgimi la destra, tanto che io possa alzarmi in piedi.»
Rogiero obbediva. Manfredi continuava: «Tu ami? e ti par gioia? Guarda,» e gli additava la sua reale famiglia prostesa su la terra «coteste sono le gioie dell’amore.»
«Oh! se le avessi…» rispondeva Rogiero.
«Malediresti il giorno che ti salutarono col nome di padre. – Ma il consiglio non giova, che noi fummo condannati ab eterno all’angosciosa esperienza… Vuoi ch’io mandi una fiera imprecazione su la tua testa? e tu pure le abbi… ma da cui? Tu hai levato lo sguardo su la figlia del Re; sangue d’Imperatori è la figlia mia: parla, quale è il tuo, Rogiero?»
«Il mio! Io non lo so.»
«Nessuno fu presente al tuo nascimento? nessuno ti nudriva? nessuno ti educava? Sopra ogni altro animale lo infante, abbandonato ai suoi bisogni, muore.»
«Mia madre trafitta di piaga insanabile mi partoriva; – innanzi tempo il dolore mi spingeva fuori dell’utero materno… fu levatrice il sicario… Oh! per pietà, mio dolce Signore, lasciate la storia della mia vita nell’oscurità della colpa; a me pure non ne sono manifesti che alcuni brani sanguinosi; nondimeno tanto ne conosco, da giurarvi, che per mia stirpe non sarebbe contaminata la divisa che mi concedeste a Benevento.»
«E il nome di tua madre?»
«Re, lo saprete, quando mi sarà gloria rammentarlo.»
«Tu prima mi hai tradito, poi hai combattuto i miei traditori: perchè ti fu più facile commettere il fallo, che emendarlo?»
«Io vidi il vostro fratello…»
«Qual fratello?»
«Enrico lo Sciancato, e me lo mostrava il Caserta…»
«Dove lo vedesti? Vive egli?…»
«Moriva tra le mie braccia consumato dall’angoscia, perduto nello intelletto, miserabile monumento di persecuzione e di pietà. Mi dissero ch’io nasceva da lui, ed ei mi riconobbe; mi sacramentarono voi essere il suo carnefice, ed egli pure lo affermava; forse così lo educarono a credere chi sa da quanti anni, ed io…»
«Tu corresti a vendicarlo, e bene operasti; nel desiderio, non già nel mezzo: non avevi allato il pugnale? perchè andare per la vendetta a chiamare lo straniero fino a Cremona?»
«Ragiona ella la passione? S’io avessi serbato volontà su i miei moti, mi avrebbero così vilmente ingannato? Allorquando la mente imprendeva a meditare le sofferte sventure, una voce, che pareva dipartirsi dal cielo, mi rampognava, gridando: Rammentati di tuo padre – Oh! io sono più infelice che reo. All’Abbazia di San Vittorino nella Campagna Romana un antico vassallo della mia famiglia, il trucidatore di mia madre, mi manifestava la frode…»
«Perchè incitarti contro di me? perchè hanno pervertito il cuore del fedele? commesso la mia rovina al braccio che mi difendeva? mancavano scellerati in questa terra? Questo è caso stupendo, nè io giungo a penetrarlo. E tu allora che facesti?»
«Piansi di rabbia, e mi affrettai a salvare il mio buon Signore. Arrestato presso Santa Agata dei Goti, mi trasportarono a Benevento, e mi gettarono entro una prigione, dove traverso una porta udii congiurare la vostra rovina: non pertanto io era condannato a morirvi di fame, se altri non mi soccorreva… la vostra nobile figlia mi soccorreva…»
«E a te chi fu che lo disse?»
«Molte sono le vie del Signore, o padre mio: uno spione del Caserta, sorpreso notturno nelle più secrete stanze del reale palazzo, mi svelava il delitto…»
«Allora io venni a farvelo manifesto…»
«Perchè non dirmi i nomi? a qual pro il misero?»
«Messere lo Re, quantunque Rinaldo di Aquino mi abbia fatto colpevole, e molte volte insidiato la vita, tuttavolta mi è congiunto per sangue: – il tempo chiarirà questo fatto. Io condussi in quella notte la vostra sacra persona al luogo della congiura, perchè non mi venne in pensiero modo migliore; sperava la mia fedeltà avrebbe fatto perdonare la perfidia del congiunto. Piacque al cielo ordinare altramente: allora desiderai risparmiargli la vergogna; lo ammonii con lettere segrete a ritrarre il passo dal turpe sentiero: – stolto! credei l’uomo fosse capace di ravvedimento. Attesi alla morte del Cerra, egli era il più pericoloso di tutti; così sperai spaventare i rimanenti congiurati, e voi, mio Re, avvisare del pericolo.»
«E sono fuggiti tutti i traditori?»
«Tutti, almeno quelli ch’io conosceva, si rifugiavano col Caserta nei castelli della frontiera.»
«Tu hai fatto il bene di tua volontà, il male per colpa altrui; molti furono i pericoli che corresti per noi; tu meriti un premio, l’avrai.»
«O mio dolce Signore, io null’altro desidero che morire per voi: serbate la mercede ad altri che se la fanno cagione dell’opere; io non vorrei che un premio, e questo conosco troppo alto per me, nè già oso chiederlo. Volgono anni molti che io amo Yole coll’amore dei Santi; per lei vinsi al torneo della vostra coronazione, per lei divenni gagliardo, per lei cortese; ogni atto, ogni pensiero, fu per piacere a lei; io non posso bandire adesso la sua immagine dal cuore, nè ella lo può; noi ci amiamo di amor disperato, nè vogliamo essere uniti che dentro il sepolcro.»
«No, siatelo in vita: tu l’hai salvata, ella è cosa tua. Bada a quello che fai prima di accettarla,» disse Manfredi sorridendo; «bada, è dono funesto quello che ti faccio.»
«Tra le braccia di Yole cantici celesti mi parranno anche le strida dei dannati.»
«In verità, nessuno può fuggire il suo destino. Dammi la destra, Rogiero, e tu, Yole, la tua.» – Tale favellando, Manfredi aveva preso le mani dei giovani tra le sue, e le accostava: il fuoco presso ad estinguersi mandava, lambendo ad ora ad ora gli arsi tizzi, una cotal luce incerta di colore azzurro, appunto come crede la gente che divenga allorquando qualche ombra di trapassato striscia vicino alle lampade, e va via; – già le estremità delle dita si toccavano, – già s’impalmano; – rifulge improvvisa la fiamma, e si diffonde su la faccia di Rogiero: – noi lo abbiamo riferito, ella spirava tristezza, il tempo aveva numerato su la fronte dell’infelice gli anni che vide trascorrere; pure una volta compariva leggiadro di bel vermiglio, adesso bianco, la guancia arida. – Manfredi vide, o gli parve vedere, la imagine viva di una defunta ch’egli non rammentava senza gemere; e se la memoria di lei lo sorprendeva a mezzo della gaia canzone, le note gli spiravano sopra le labbra, e la mano errava ignara di quello che facesse: allontanava con impeto i giovani, e tenendoli discosti per quanto giungevano le sue braccia, gridava: «Io vi giuro pe’ Santi del Paradiso che voi non potete essere mai uniti!»
Levarono gl’innamorati un urlo di terrore, e anelanti si apprestavano a domandarne la cagione, quando li percosse uno scalpitare di cavalli sempre crescente, e un gran lume che veniva dalla via battuta che circondava la selva.
«Siamo inseguiti!» – esclama Manfredi, e atteggiandosi a disperata difesa si pone a schermo dei suoi.
«Siamo inseguiti!» – esclama Rogiero, e ricoprendo Yole del suo corpo, tenta col calcio dell’asta Ghino, che dormiva gagliardamente; questi si scuote grondante sudore, si pone le mani al collo, e tasta più volte.
«Ah!» prorompeva tra lieto e pauroso «dunque non è vero che me l’abbiano tagliata? fu mal sogno quello che me la fece vedere confitta al patibolo?»
«Ghino? i nemici…» – ripeteva Rogiero.
«Ove sono eglino?»
«Là, su la via.»
«Io non vedo che lumi, Santo Ambrogio! i lumi non sono nemici; potrebbero essere anche amici; vado ad esplorare.» E balzando in piedi staccò l’elmo dal pino, se lo allacciò alla testa, prese l’asta, e s’incamminò fuori della selva.
«Voi non andrete solo,» disse Manfredi «io vo’ esser con voi.»
«Il ben venuto, Messere.»
«Nè io rimarrò:» parlava Rogiero «non siamo noi fratelli di arme, messer Ghino?»
«E a voi pure ben venuto: andiamo con l’aiuto dei Santi: – fate piano, che il fanciullo non si svegli, e non prenda paura;» – ammonì passando presso Manfredino, e gran tratto di via percorse su le punte dei piedi: lo imitavano i sorvegnenti; Manfredi represse fino un sospiro che gli si levò dal cuore profondo.
Giungevano alle ultime piante della foresta; videro una grossa squadra di Saraceni che portando moltissimi arbusti di pino accesi spandevano quel chiarore: guardarono più attenti, e riconobbero l’Amira Sidi Jussuff, e il Conte Giordano d’Angalone, che, montati sopra corsieri di battaglia, s’inoltravano abbattuti, senza dirsi parola. Arrivati che furono presso al luogo dove si celava Manfredi: – «Messer Conte,» domandò l’Amira a Giordano «guarda un po’ in cortesia se il terreno parti piano a bastanza per potervi combattere.»
«Jussuff, e’ par fatto a posta; nondimeno ti prego, aspetta che aggiorni.»
«Ho io indugiato a commettere il peccato? perchè indugierò ad emendarlo? O buon Manfredi, dove ti potrà raggiungere il tuo servo fedele?»
«Sia fatta la tua volontà; tanto, la morte non potrà giungermi amara quanto la novella che per mia colpa Manfredi ha perduto San Germano, e forse anche il Regno.»
«Dio nol voglia, Conte Giordano…»
«E dì, Amira; sai tu che la reale famiglia sia salva?»
«Sì, puoi morire con questa certezza.»
«Amira, ascoltami: nè io, nè tu, sappiamo su quale delle nostre spade adesso si posi la morte: non già per minacciarti, vedi, ma non potresti essere tu l’ucciso?»
«Guarderò di non esserlo; pure potrei.»
«E allora chi condurrà a Manfredi questa tua squadra quasi intatta, che di sì opportuno sussidio gli tornerebbe nei casi presenti? Se ami giovargli vivo, già non vorrai danneggiarlo morto!»
«Tu favelli le parole del savio, Conte Giordano: così tu avessi favellato sempre! Omar, Hussein, Soraka!» appellava Jussuff rivolto allo squadrone: i chiamati uscirono di fila, ed egli comandò loro: «per la fede che vi tiene soggetti a me vostro Amira v’impongo, che se questo Cavaliere mi ammazzerà, voi vogliate obbedirgli, finchè vi conduca a Manfredi, come se fosse mio figlio… Oh! il mio figlio! raccomandatelo a Zuleika, e ditele che gli sia buona madre… Soraka, e tu aggiungi da mia parte, che abbia cura di Zekim, il cane del mio amore, e divida il suo pane con Borak, il compagno delle mie battaglie, finchè piaccia al Profeta di chiamarlo ad altra vita… Povero Borak!» aggiunse lisciando il suo cavallo lungo il collo «per te non si farà luogo in Paradiso; ormai è destinato; sette sole saranno le bestie che entreranno lassù… veramente tu sei più bello dell’asino di Aazi, e del bove di Sidi Musa, quando anche fossero bianchi quanto la brinata… Oh, povero Borak! non ti rivedrò in Paradiso, tu sei diseredato.» Dopo nuove carezze, traendo la briglia, lo spinse di un lancio verso il Conte Giordano, e: «Messere,» gli disse «il mio testamento è finito: tu hai nulla a disporre?»
«Nulla fuor che tu dica a Manfredi, che il mio ultimo sospiro fu per Dio, il penultimo per lui.»
«Allora possiamo cominciare.» – E sguainò ognuno la spada, e prese campo per precipitarsi più impetuoso contro l’avversario.
«Abbasso le spade! – si accosta il Re.» – Questa voce usciva dal maschio petto di Ghino mentre i due Cavalieri stavano per ferirsi, i quali maravigliati voltandosi videro Manfredi che si affrettava a gran passo verso di loro. Smontarono ambedue da cavallo, e con essi i circostanti Saraceni. Jussuff giunto allato di Manfredi si prostrò, secondo il costume degli Orientali, toccando con la barba la polvere, e lamentandosi in suono di pianto diceva: «Deh! fammi degno, o Signore, d’essere da te calpestato; tanto cadde basso l’anima mia, che porta invidia alla morte della cosa strisciante!»
Per altra parte il Conte Giordano, atteggiato ad ossequio, preso la mano di Manfredi, e accostandosela alla bocca la baciava sospirando: «O mio buon Re!…»
«Io ti ho tradito,» riprendeva Jussuff «come Iscariotto tradiva il figlio di Maria, nè il mio supplizio sarà niente meno terribile.»
Racconta la Cronaca che Manfredi in altri tempi avrebbe tenuto la promessa a Jussuff di trargli il cuore dal petto, e sbatterglielo su per le guance; ma che essendo venuta la stretta, nella quale gli era di mestieri condursi non come voleva, sì bene come poteva, gli ponesse la destra sul capo, e favellasse in questa sentenza: «La freccia se non è lanciata non piaga, l’arco se non è teso non iscaglia; ben sei tu stato la freccia, ma il colpo non si partiva da te. Sta scritto nel libro della legge, che l’uomo non può mutare in bianco un capello nero; anzi noi pensiamo che non varrebbe a svellerlo nemmeno, laddove i destini non lo consentissero: già da tempo che non ha misura, l’influenza dei pianeti aveva decretato quello che adesso si è compíto; sta di buon animo; se la fortuna di Manfredi può ristorarsi, sarà ristorata; – se credi di averne offesi, noi ti perdoniamo.»
«Generoso! E a te conceda Dio grande che le bandiere dei tuoi nemici ti formino la tenda che ti ripari dal sole di state; – te esaltino le anime dei profeti su la testa di Carlo.»
«Lo speriamo… dalla spada però.»
«Sì, speralo, perchè ogni buona opera dee ricevere il suo premio anche in terra, e tu ne avanzi molti di questi premii. Or via, lasciami condurre a fine il mio duello, e poi mi ti porrò al fianco per non lasciarti mai più. – Fedeli,» aggiunse parlando ai Saraceni «s’io muoio, questi è il signor vostro; ogni ferita che darete in pro suo, sarà la migliore esequie che farete al mio spirito. A noi, d’Angalone.» – E levò la scimitarra.
«Fermati, Amira, tu fai torto alla persona del Re!» esclamò, interponendosi, Manfredi.
«Oh! fatti in là, pel capo di tuo padre, Manfredi: non volere ch’io maledica il momento che ho veduto il volto del mio Muleasso.»
«Lasciate, Messer lo Re,» supplicava il d’Angalone; «egli ha sete del mio sangue.»
«Non del tuo sangue, Conte; della mia fama.»
«Tu ci hai perduto una terra bene afforzata, e bella; ora ne vorresti perdere l’amico. Sappi, Jussuff, che senza sgridarti con la più leggiera rampogna, noi potremmo perdere tre, dieci città, il Regno, non l’amico della nostra fanciullezza.»
«Nè io ti fui meno amico di Giordano: tu vuoi che la infamia mi copra; ebbene ella coprirà la mia fossa, non già la mia vita.» – Ed altamente crucciato trasse un pugnale ritorto, levando il braccio quanto meglio poteva, per fendersi il seno. D’Angalone, che gli stava vicino, fu presto a trattenerglielo quando scendeva, gridandogli nell’orecchio: «Se il Profeta ti aiuti, tu commetti peccato.»
«Insegnami dunque la via di non commetterlo!»
«Noi te la insegneremo,» disse Manfredi; «già altra volta ti pregammo a differire la querela; differire non significa rimettere, e tu potrai riassumerla, allorchè avrà disperso questo turbine colui che lo ha ragunato.»
«Ben lo farei, perchè tu ne fossi contento; ma io non ne conosco esempio nelle storie che mi hanno narrato i miei padri.»
«E sì che se ne trovano meglio di cento! Mollak,» chiamò Manfredi «non è egli vero che nelle vostre storie occorrono molti esempii di Amiri, e di Raiah, che hanno differito il duello secondo la volontà dei loro signori?»
Erano i Mollak nei campi dei Saraceni quello che sono nei nostri i cappellani militari, se non che avevano alcuni attributi più cospicui, come essere consultati negli affari civili, sedere secondi dopo gli Amiri nelle assemblee militari, avere reputazione di sapienti, e molti altri che troppo vi vorrebbe a numerare. Il chiamato mostrava forse sessanta anni; venerando per pelame bianchissimo, di volto era acceso, gli occhi avea piccoli, neri però, luccicanti come due prugnole; rideva sovente, ma quel sorriso era fitto, nè compariva per altro segno che pel tremolio dei peli che in copia gli coprivano le labbra; e siccome cotesto moto poteva derivare dal più leggiero alitare dell›aria, così egli rideva sul viso alla gente senza che essa se lo pensasse: pel resto, maliziato quanto un mercante che vende, attento quanto un giudeo che compra, ipocrita un po› meno dei galantuomini del secolo diciannovesimo: e pure i Saraceni lo reputavano un Santo; e s’egli avesse raccontato loro che la sua mula gli aveva tenuto proposito di teologia, glielo avrebbero creduto; se affermato essere uno dei sette dormienti che dormirono settemila anni, sette giorni, sette ore e un quarto, glielo credevano; se prometteva di staccare il sole dal firmamento, gli si gittavano ai piedi a misericordia che nol facesse, perchè ne sarebbero rimasti inceneriti. – Poveri Infedeli! Dio sa quanti Santi di questa forma venerano adesso nelle loro meschite. – Udita che ebbe costui la chiamata, piegando in croce le mani sul petto profondamente si curvò, e disse: «Il Signore illumini i passi della tua gloria: molti sono nelle storie gli esempi che richiedi.»
«Io non gli ho mai saputi.» interruppe l’Amira.
«Questo deriva da non averli imparati. Raccontano le storie dei vecchi tempi, come quando Ruggero il Normanno ci rapì la signoria di Sicilia, un Roberto Sorlone suo prossimo consorte s’inoltrasse con una masnada di cavalieri sino nel contado di Gerami. Ora dominava in Gerami il lodato nella fede del Profeta Sidi Cheik-Alì padre della bella Zulema: era Zulema l’amore di Ibrahim, e di Rhèdi; giovani principali nelle loro tribù, pari di anni, di vigoria, e di valore; ambedue facevano risuonare la notte serena delle loro arpe armoniose, ambedue cantavano sotto le gelosie della bella Zulema, e lei dicevano corona di vita, pupilla degli occhi, e sè stessi assomigliavano agli usignuoli innamorati della rosa della valle, e scongiuravano la vergine a risguardarìi almeno nello estremo sospiro, che divisavano esalare sotto il suo balcone. La notte che precedeva la battaglia cadde un ranuncolo, il quale tra i fiori meglio si assomiglia al cuore; ognuno lo voleva intero per sè; vennero a contesa: se non accorreva la gente, si finivano a morsi: Ibrahim spezzò l’arpa sul capo di Rhèdi; convennero di andare per le spade, e conoscere a cui sarebbe rimasta la vergine. Sidi Cheik-Alì gli accolse nella sua dimora, e chiamava la figlia: venne la bella dall’occhio di gazzella, dal piè di cervo, vermiglia sì come il granato; a lei trascorsero gli sguardi, a lei i pensieri di tutti: fremevano di piacere alla vista dell’huris mortale. – Costei, parlò accennandola Cheik, non sarà per cui uccide il mio amico; sposo di mia figlia si dirà quello che nella vicina battaglia ucciderà il mio nemico. – E sparve Zulema, e con essa la luce dagli occhi dei giovani. – Là presso la rupe che adesso chiamano di Sorlone, il primo albore del giorno vide due cavalieri in agguato; si avanzarono i Normanni, gli precedeva Roberto, splendido di armatura di oro, e di piume rosse; gli si avventarono i due cavalieri nascosti: – il sangue di Sorlone ha dato il nome alla rupe.» «Chi dei due l’uccise, Ibrahim o Rhèdi?» domandarono a un tratto Jussuff e Ghino, che attentissimi ascoltavano.
«Ambedue lo ferirono. Rhèdi rimase sul campo; Ibrahim tutto sanguinoso tagliò la testa di Roberto, e senza pure fermarsi a fasciare le ferite corse a deporla ai piedi di Zulema; quivi cadde, e andò a dimorare co’ suoi maggiori. Pe’ savii della guerra fu dichiarato vincitore Ibrahim.»
«Furono ingiusti! « esclamò Ghino «pari il coraggio, pari la gagliardia; un dito di ferro che più o meno s’incarni, non vale a distinguere il prode.»
«Tu hai proferito la parola del savio,» fissandolo con lieta faccia disse Jussuff a Ghino; «io consento teco…» «Ed io te ne dirò delle altre, se tu vorrai ascoltarle: tu devi, se sei quel Cavaliere dabbene che affermi, e pel quale ti tengo, donare la tua querela al Re Manfredi; il prò di tutti anteponi al tuo: che cosa pensi che sia il malvagio? un uomo che procaccia il suo bene col danno altrui… e poi tu non sacrifichi cosa di conto nel differire l’abbattimento; questo ti afferma il tuo Mollak; questo ti giuro ancora io, che spesso intervenni a duelli per le terre d’Italia.»
«Tu lo giuri, straniero?»
«Per la mia fede,» rispose Ghino, toccandosi la fronte, «io non ti vorrei disonorato, neppure se la tua infamia fosse la mia gloria.»
«Ti credo, la tua parmi faccia di uomo giusto;» – soggiunse l’Amira, e con la punta del pugnale s’incise a fior di pelle la mano manca, e ne scosse alquante stille di sangue. – «Serbami, o terra,» imprecava «questo mio sangue, e la mia vergogna; se io un giorno verrò a domandartelo pagandoti in cambio quello del mio offensore, tu me lo renderai incontaminato; ma se io muoio senza ricattarlo, tu me lo verserai intorno alle tempie, e fa che sia un testimonio contro di me nel giorno del Giudizio. Conte Giordano d’Angalone, non ti guardare da me nè dai miei; noi torniamo amici, finchè il Re ha nemici.»
«Come vi piace, Jussuff.»
«Ora andiamo ad assicurare i nostri,» comandava Manfredi «che stanno con sospetto.» – E fu eseguito il comando. Per quella notte non si dormì più; si rinnovarono i fuochi, si alternarono dei bei ragionamenti. Manfredi sedè in mezzo a Jussuff, e al d’Angalone: la Regina gli accarezzava, Yole gli accolse con un sorriso, e si chiamarono paghi. L’Amira interrogato del come si trovasse col Conte Giordano, rispondeva: «E’ dovete sapere, o miei signori, che dopo la chiamata del Re, che passò di sotto ai miei quartieri, io mi distesi sul terreno a piangere sopra la passata e la presente sventura; allorchè udii un susurro che parve trapelare dal pavimento, e bisbigliarmi agli orecchi: – I Provenzali ardono il palazzo del Re, quivi è rinchiuso il tuo offensore; s’ei muore, chi può sanarti dal vituperio? hai dimenticato, che il rimedio sta nella mano di colui che ti ha piagato? – Mi levai subitamente, e pensai che se io non poteva combattere, sì lo potevano i miei; li feci armare, e li condussi al palazzo. Io non so che si avessero i nemici; stavano fermi, come se temessero di andare oltre; li percotemmo, gli sbandammo, entrammo nelle carceri, e ne estraemmo il Conte Giordano; lo avvisava del caso pel quale era accorso a salvarlo, egli mi rispose piangendo: – da che Manfredi fuggiva per perfidia dei suoi, non voler vivere per sopportarne i rimproveri, odiare la vita. – Io gli soggiunsi, che pur troppo aveva ragione, ma ch’io non avea potuto prevenire il fatto; solo vendicarlo; e averlo vendicato; che le teste dei Raiah preposti al presidio della porta del Rapido erano state sepolte in luogo separato dai corpi loro; – gli detti arme e destriero, ed uscimmo. I Provenzali già occupavano il palazzo.»
«E lo ardevano essi?» – domandò Manfredi.
«No, lo serbavano perchè Carlo vi pernottasse.»
«O Carlo! tu già godi il contento di riposare le membra nel letto dei vinti; – tu lo godi, ma ne attesto il mondo se questo ti avviene per la viltà del figlio di Federigo!»
«Ormai che Carlo ha posto piede nel Regno, qualche cosa dobbiamo concedergli.»
«Che hai detto, Amira? Sono uscite dalle tue labbra queste parole?»
«Sì certo: non è egli Cristiano? non vorrai tu dargli la terra per seppellirlo?»
«Che io non sia costretto a concedergli altro! – Prosegui il racconto.»
«Egli è finito, mio Re: noi provammo di tentare anche una volta la fortuna; i nemici stavano avvisati; molti uccidemmo, molti anche dei nostri rimasero uccisi: due volte, mentre io correndo senza spada per la mischia animava i Saraceni, d’Angalone mi coprì con lo scudo, e mi difese dai colpi nemici. – Giordano, io ti dissi grazie allora, e te lo dico adesso, e sempre. – Intanto i Provenzali circuivano la terra, e le prime fanterie cominciavano a spuntare dalla porta d’Abruzzo; correvamo pericolo d’essere tolti nel mezzo; sapeva salvo Manfredi, meco traeva il d’Angalone; quello che desiderava, aveva conseguíto; serrammo le file, e prostrando quanto si oppose al nostro cammino, ci mettemmo per l’aperta campagna.»
Le ombre dalla parte di Oriente cominciavano a diradarsi, riprendevano gli oggetti la forma distinta, e il giorno era vicino a comparire. Le trombe accennavano la partenza; il Re montò in sella; lo seguitavano i suoi; valicarono poco lontano dal luogo dove avevano passato la notte il fiume Volturno, e per la via di Telese si avvicinarono a Benevento. Corre la fama, che Manfredi, vedendosi attorno tanta gente fedele, ripetesse sovente questa sentenza: «Anche la sventura è buona a qualche cosa; io ho provato questa gente, e mi posso affidare in lei quanto alla lama della mia spada.»