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Kitabı oku: «La battaglia di Benvenuto», sayfa 37

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CAPITOLO VENTESIMOTTAVO. LA BATTAGLIA DI BENEVENTO

Ma egli ha più paura della vergognosa vita, che

della bella morte, e si mette tutto nella misericordia

del Signore, e alza la mano destra, e

si segna, e poi piglia la spada, e volta il cavallo.....

Tavola Rotonda, C. 28.

Impari la morte il Re che fu vinto. Il giorno destinato per termine della gloria, quel giorno medesimo, chiuda le palpebre della sua vita mortale. Dal campo dove lo prostra la forza si guardi attorno, – qual lusinga lo affida? Non v’è braccio che si levi per lui: – il pianto dei desolati, che si smarrisce nell’urlo della vittoria, adesso solo, insistente, gli si addensa su l’anima. Se tra lo avvilimento di essere tratto in trionfo dietro il carro del vincitore, e la morte, ha scelto lo avvilimento, meno che rettili furono coloro che lo sopportarono, e la corona cadde su la sua testa come l’embrice su quella di Pirro. Non si sgomenta allo insulto dei codardi che accorrono quasi a festa per riparare all’ombra della grande caduta? – Non lo tormentano gli scherni dei traditori? – Al confine della sua meditazione non vede una vendetta di sangue, una giustizia sul taglio della spada nemica? – Il vincitore teme Dio, – non lo ucciderà: conviene all’uomo dal quale pendevano milioni dei suoi simili gustare l’amarezza di anelare dubbioso per lo suo stesso destino? – L’ora di passione è trascorsa; – mezza eternità non varrebbe a compensarla!… egli vivrà; – ecco la vita: – fisso sopra un diadema, che non ornerà più le sue tempie, nè quelle dei suoi figli, struggersi al suo fulgore a mano a mano che si accosta al tramonto della speranza, sì come il fiore, che fu ninfa, alla vicenda quotidiana dell’astro che ha cessato di amarla: – avventarsi contro i ferri della carcere, e morderli, e insanguinarli, e stramazzare rifinito di forza nella disperazione della impotenza; – i suoi pensieri sono l’avvoltoio che gli divora le viscere; – teme ogni cibo; – non beve liquore se prima non lo abbia speculato traverso la luce; – non avventura un passo, se non tenta il luogo dove gli è forza posare il piede; – lo spaventa la propria ombra… E i figli? – non può vederli, nè vuole. – A che ammaestrarli? A maledire? – Più della sua voce li farà germogliare nell’odio il cigolío delle catene. – Mostrerà loro la sua miseria? – Non basta quella che sopportano? – Ascolterà rinfacciarsi la vita, – la truce rampogna di averli generati? – Egli non vuol vedere nè udire anima viva; feroce gli è diventata la mente, l’intelletto salvatico: – nessuno gli parla, e pure tende l’orecchio a voci sconosciute, e risponde. Sovente una rimembranza di vittoria gl’infiamma lo sguardo: allo improvviso lo abbassa, e mira un oggetto tanto miserabile, che la stessa pietà non ha lagrime per compiangerlo: gli si chiude lo sguardo, e il cuore con quello, così stretto, che non lascia sfuggire un sospiro. – Sempre esalta la vittoria, quantunque talvolta la disfatta non avvilisca; ma l’anima di bronzo che può sopravviverle ha pagato pena maggiore del premio della corona.

Io non impreco nessuno, e se una cenere si commuovesse entro la sua cella di morte, e mandasse un singulto… oh! io non ho voluto aggravare la mano sul Grande che dorme. – Stanno oltre il sepolcro nel giudizio di Dio il premio e la pena, nè la polvere ardisce usurpare l’attributo dell’Onnipotente. – Quali occhi però seguiranno il Fatale fino alla tomba senza versare lagrime di sangue? – Circondato di fastidii che avvelenano la esistenza e non danno il conforto delle grandi sventure, – di gemere senza vergogna, – trafitto di minutissime piaghe dalle quali a goccia a goccia distilla la vita, – costretto a limosinare il pane presso coloro che pel battesimo di fuoco erano della sua religione… che il cielo sia pio di riposo alla cenere del guerriero! dovea egli, – lo immenso, che aveva riguardato l’universo da tale una altezza, che appena a mente umana è concesso immaginare, – lasciarsi cadere sì basso? A lui stava morire per la spada dei valorosi, o per la perfidia della paura. – Non si aspettava a questo? E che? colui che indagava schernendo i vizii degli uomini, e li toglieva a fondamento della propria potenza, doveva affidarsi alla virtù? Nell’Isola, dove, nuovo Prometeo, lo incatenava un odio profondo, ogni giorno lo infiammato pianeta gl’insegnava come doveva morire l’uomo, che non aveva conosciuto pari sopra la terra, però che quivi il sole, non come nei nostri climi, sia accompagnato dal mesto crepuscolo, ma comparisca improvviso nella pienezza dei raggi sul firmamento, ed improvviso lo abbandoni allo impero dell’ombre. – Chi sa quante volte lo austero contemplando l’esempio solenne piegò vinto la faccia, e mormorò parole di dolore su la perduta occasione! – Oh! se, cadendo, in lui non fosse scomparso l’eroe! Oh! s’egli stesso non avesse svelato il segreto che il suo cuore era composto di creta come negli altri figliuoli di Adamo! Se la curva della sua vita non impallidisse al tramonto, e sfolgorante di luce si perdesse nel silenzio dei secoli, – qual nato di donna potremmo noi assomigliargli? – La Sapienza che governa il creato forse volle mostrare con la vicenda solenne gli estremi dove può suscitare e deprimere un’anima immortale? Se così è, mi spavento, perchè l’ultima azione di Colui, che poteva numerare con le vittorie i suoi anni, la gente maravigliata non distingue ancora se deve attribuirla a costanza, o a viltà.

* * *

Bello è il riposo della vittoria, più bello il mattino salutato dal cupido pensiero dell’acquisto. Il destinato Carlo appena vede diradarsi le tenebre, chiamati gli scudieri, si fa allacciare la più grave armatura; mille volte li rimprovera della lentezza loro, ed egli con la sua impazienza dà cagione alla dimora; alla fine esce armato; lo antiguardo lo aspettava su la piazza in punto di mettersi in cammino; accolto con iterati applausi, risponde modesto: «Non abbiamo anche vinto.»

Gli ordini sono trasmessi, il muoversi cominciato: Carlo perseguita il suo emulo con la cupidigia del falco pellegrino, che ben egli sapeva, spesso la fortuna cangiarsi per un’ora d’accidia, – e i suoi invincibili su quei primi bollori; – non prese la strada di Capua, come troppo lunga; se ne andò a Venafro, dove, conoscendo che i fatti incomportabili commessi a San Germano gli alienavano i Napolitani, ed anche con istanti rimostranze ammonito dal Legato apostolico, volle riparare al fallo: accolse pertanto con lieta fronte i Sindaci della città, e li rimandò con parole amorevoli; – andassero, – impose loro, – e dicessero ai cittadini, lui essere venuto per ristorare la religione, e per vendicarli: – poi si condusse a visitare le ossa di Santo Nicandro martire, dalle quali ogni anno scaturisce un chiarissimo liquore chiamato manna; – veramente quando egli le visitò, il tempo del miracolo era scorso; nondimeno, tanto seppe il Conte di Provenza pregare il Legato Pignattelli, e il Pignattelli i Monaci, e i Monaci il Santo, ch’ei fu contento per quella volta di rinnuovarlo fuori di stagione. Non è da dirsi se la gente ne levasse rumore: rammentava, Manfredi mai aver visitato quelle sante ossa, mai per lui avere rinnuovato il prodigio; essere Carlo vero Cristiano, verace campione della Chiesa, – Manfredi eretico, non volere più oltre sopportare il dominio di un reprobo, di uno scomunicato. Lo Arcivescovo di Cosenza levava l’interdetto, e profondeva a piena mano i tesori delle indulgenze; le campane suonavano a gloria; i preti chiamavano il nuovo signore – braccio di Giuda; – i cittadini, – invitto e cortese; – pochi più prudenti tacevano, e aspettavano. – Il breve soggiorno che fece a Venafro sanò la sinistra impressione derivata da San Germano, assicurò i dubbiosi, confermò i parteggianti: abbandonava questa città accompagnato dai voti della gente, e costeggiava il fiume Volturno verso la foce per valicarlo con maggiore sicurezza, perchè sebbene egli s’ingrossi quanto meglio va accostandosi al mare, nondimeno scorre sempre meno rapido che sopra Venafro, a cagione che quivi sboccano quasi istantanei i fiumi Cavaliere, e della Lorda. Tentato il luogo più agevole a guadarsi, già erano passate alcune compagnie, quando Carlo osservò per la campagna una brigata, che faceva sembianza di piegare alla sua volta; soprastette dubbioso di ciò che fosse per recare; allorchè fu vicina, dalle vesti e dalle insegne conobbe essere ambasciatori: venivano deputati a rendere omaggio al Signore da Rocca d’Arce, Rocca d’Evandro, Rocca Guglielma, Rocca Monfina. Castel Forte, e da molte altre terre, parte spontanei, parte istigati dal Conte Rinaldo. Furono i ben venuti: Carlo li confortò a rimanersi fedeli; aggiunse non volere introdurre presidii entro le rôcche per non mostrare di aver sospetta la fede loro; – in sostanza, perchè non voleva diminuire l’esercito, e divisava di assaltare grosso il nemico, conoscendo che nella condizione in cui si erano ridotti gli eventi, la somma delle cose pendeva dallo esito di una battaglia; – poi gli accomiatò pieni, egli di carezze, e il Legato d’indulgenze. Traghettato il Volturno, si cacciava a gran corso per la via che s’inoltra alle falde dei monti del Matese, tanto che al declinare del giorno giunse ad Alife. Anche questa città gli schiuse le porte; e se meno era severo, lo portavano i cittadini per le vie quasi in trionfo: Carlo represse il moto, ed essi si contentarono di urlare tanto alto, da soffocare la voce della coscienza che li chiamava traditori. Se però v’è ragione che scusi il tradimento, gli Alifesi l’avevano. Essi serbavano in mente l’ingiuria di Federigo II, che per mezzo del Conte di Celano distrusse col ferro e col fuoco quella loro patria infelice: ben lo supplicavano i mal condotti di perdono, lo Imperatore fu inesorabile; egli morendo lasciò agli Alifesi un legato di vendetta, ed essi lo fecero pagare al suo figliuolo: certo, turpe il misfatto, turpissima la vendetta; ma dalla colpa nasce la colpa, e la infamia si perpetua nel mondo. – Talese non resse meglio di Alite: un’antica memoria raccontava che i ruderi di una città, che si vedevano circa un miglio distanti da questa terra, fossero un’altra Talese, rovinata dai Saraceni; e però i Talesi gli odiavano, e per cagione loro anche Manfredi avrebbero desiderato morto; tuttavolta, al primo apparire dei soldati di Carlo chiusero le porte, e mostrarono far testa. Si apparecchiavano i Provenzali all’assalto, quando l’Arcivescovo di Cosenza, parato degli abiti pontificali, si condusse sotto le mura, ed intimò i cittadini ad aprire; se resistessero, mal per loro; aspettassero, e tra breve, condegno castigo in questa vita, e nell’altra. Talese venne in potere di Carlo al modo stesso che Gerico in mano dei Giudei, se non che in Talese non caddero le mura. Carlo non prese altra vendetta di quell’ombra di resistenza che di poco onorarla del suo aspetto; andò oltre, e diresse il suo cammino a Santa Agata dei Goti: non già ch’ei sperasse averla come l’ebbe, ma perchè, se la battaglia doveva definirsi nella pianura di Benevento, bisognava che se ne assicurasse, come quella che troppo da presso minacciava alle spalle. Il destino gli concedeva più del desiderio; e sì che di propria natura il desiderio suole essere intemperante. Lontano due miglia da Santa Agata occorse in una solenne ambasceria, che gli consegnava le chiavi della terra, e con umili preghiere gliela raccomandava. Rispose, l’avrebbe come figliuola. Tanto inaspettata prosperità commoveva così il cuore di Carlo, comecchè di salda tempera, che a mala pena facesse distinguergli quali parole adoprasse: entrò giubbilante in Santa Agata, e fu visto, mentre passava la porta, curvarsi dall’arcione, e baciarne lo stipite. Romani e Francesi, in quel più tosto viaggio che conquisto dicevano apparire chiara la mano della Provvidenza; Carlo stesso cominciava a persuadersene: quell’essere destinato pare a tutti un bel che, e seduce le menti più forti. Senza prendere riposo, armato come era, si condusse alla Chiesa che serba le sacre reliquie di Santo Menna il Solitario, e rese grazie all’Altissimo; nell’uscire del tempio incontrò un capitano che aveva lasciato alla porta, il quale gli si accostò affannoso, come chi si è travagliato nel correre, e gli disse: «Messer lo re, gente con l’insegna bianca è venuta alla porta; dovrò introdurla dentro io? Ella demanda parlarvi.»

«Sì, introducetela tosto, sire La-Croix; non aspetti l’amico alla porta dell’amico; ci troverete al palazzo dei Sindaci.»

Carlo per questa volta s’ingannava; non erano amici coloro ch’egli accolse nella sala del palazzo della città con maniere semplici e dimesse, affinchè prendessero buona opinione di lui; per questa volta seminò su la sabbia; non ne rimasero punto edificati; anzi un Cavaliere, che pareva il principale dell’ambasciata, con soldatesca ruvidezza gli domandò: «Siete voi Carlo Conte di Provenza?»

L’alterezza del Conte rimase trafitta da così aspra interrogazione, onde, riassumendo quel superbo contegno che gli era naturale, rispose: «Siamo.»

Il Cavaliere senza inchinarsi soggiunse: «Or via, sire Conte, la Serenità di Manfredi I, Re di Sicilia, mio signore, mi manda a voi ambasciatore, affinchè, se vi piace, consentiate una tregua di un mese a patti, e…»

«Quale è il vostro nome, bel Cavaliere?» interruppe Carlo.

«Giordano dei Marchesi di Lancia.»

«Ebbene, bel Marchese di Lancia, tornate presto, e riferite al Soldano di Lucera, che noi non vogliamo con lui nè tregua nè pace, e che noi tra poche ore metteremo lui nell’Inferno, od egli metterà noi in Paradiso.»

Così favellava Carlo, insolente per arte e per natura, Un Cavaliere del séguito di Giordano, il quale teneva lo scudo traverso del petto a bello studio, affinchè meglio si vedesse, e su lo scudo mostrava il fulmine, che, cadente dalle nuvole, abbatteva una torre, col motto da man celuta scende; il nostro Ghino insomma, il quale si era fatto aggiungere all’ambasciata, e per disprezzo, od anche per iattanza (imperciocchè questa sia il pelo vano della bravura, come il timore della prudenza), portava quella insegna, onde i Cavalieri francesi riconoscessero in lui il vincitore del torneamento di Roma, mal comportando il superbo parlare esclamava: «Sire Conte, da quel valente uomo che siete, accettate la tregua, che in verità io vi giuro sarà per voi tanta vita trovata.»

«Che cosa favella quel membruto, che, se mal non vediamo, ci pare il vincitore del torneo di Roma?» domandò Carlo ad alcuni suoi Baroni.

«Egli brava, e minaccia…»

«Egli brava!»

«O sire Conte,» aggiunge Ghino «da quel valente uomo che siete, accettate la tregua, perchè non sempre troverete traditori che vi lascino il passo, non sempre i Saraceni che abbandonino il posto, nè Benevento,…»

«Bel Cavaliere,» favellò Carlo facendosi presso a Ghino «tu dunque ci prometti una battaglia prima di entrare in Benevento?»

«Cavaliere di ventura, pensi ch’io mi sia aggiunto ai tuoi nemici per vederti trionfare?»

«Nè più gradita, nè più cortese ambasciata potevi farci di questa; abbine in guiderdone questo nostro stocco…»

«Mi basta il mio per ucciderti, Conte; – me lo trasmise mio padre, come a lui lo aveva trasmesso il mio avo: noi Italiani non abbiamo costume di tenere molte spade, perchè non siamo usi a renderle.»

Carlo strinse le ciglia, e interruppe: «Or sia come desideri, bel Cavaliere; solo ti ricerchiamo di un dono, ed è, che tu voglia portare a Manfredi lo Svevo il nostro guanto in segno di sfida per la battaglia di domani, e dirgli da nostra parte che cessi una volta di fuggirne dinanzi: certo, eroe non lo credevamo noi, ma almeno uomo. Quando ci partimmo di Francia conducemmo in nostra compagnia gente di arme, stimando venire al conquisto di Napoli; se potevamo supporre quello che è avvenuto, avremmo condotto damigelli, Trovatori, ed assediato le città con le Corti di amore: che si direbbe in Corte del Re Luigi, se il Conte di Angiò senza un affronto premesse il soglio dei Reali di Napoli? Sono così fatti i discendenti di Federigo? Oh! di grazia, riporta al tuo signore che non c’invidii la fama di una vittoria, che non privi sè stesso di una bella gloria, perchè la più onorata azione della sua vita sarà di morire per le mani di un figlio di Francia.»

Voleva rispondergli Ghino, ma il Conte gli volse le spalle, e si condusse in altra stanza: guardò il guanto che gli era rimasto, vide che appena gli avrebbe coperta la metà della mano, e sorrise; poi tendendo il braccio verso la porta dalla quale era scomparso il Conte, esclamava: «Io terrò per me questo guanto, e ti giuro, Conte. che quando abbiano i tuoi la vittoria, lo che tolga il Barone Messere Santo Ambrogio, tu non godrai del frutto, se il braccio mio, e de’ miei compagni, non viene meno alla impresa.»

Si avvicinano i tempi fatali. – Manfredi, alla dimane convocato il consiglio dei suoi, così favellava al Conte Giordano d’Angalone: «Or via, vedete, Giordano, se vero è stato il nostro presagio? Non ve lo dicevamo noi, che da questa tregua non avremmo ricavato altro che la infamia di averla proposta?»

«Messere lo Re, tristo è chi perde; voi per vincere dovevate fare questo; il nemico non si lasciò andare all’amo; provvedasi ch’ei vi sia costretto.»

«Esponete, Giordano.»

«Le medesime cagioni che dovevano rovinare la impresa di Carlo a San Germano la rovineranno a Benevento; prendiamo la lepre col carro; non vi dolga indugiare; soprastando si consuma il nemico; Vostra Serenità s’ingrossa della gente che Corrado di Antiochia tiene in Abruzzo, di quella che i Conti Federigo, di Ventimiglia, e i Capece, ragunano in Calabria e in Sicilia, ed offre eziandio spazio di tempo necessario ai Baroni per condurre le taglie.»

«Conte d’Angalone,» interruppe Manfredi «oggimai le cose non sono più intere come a San Germano; adesso sarebbe danno quello che allora appariva lodevole; l’onore nostro chiede l’ammenda.»

«Salva vostra grazia, Messer lo Re, voi sapete meglio che altrui gli affari del Regno non governarsi con le canzoni dei Trovatori, e l’onorato esser chi vince…»

«E che dunque?» interveniva terzo Ghino di Tacco «da che questo ladrone provenzale fu sì veloce a investire il Reame, e si mostra così presto di lingua, e insolentisce fino a mandare il guanto di sfida al figlio dell’Imperatore,» e qui mostrò il guanto che gli aveva consegnato Carlo «saremo noi sì codardi da non rispondere alia chiamata?»

«Da quando in qua, bel Cavaliere,» soggiunse il d’Angalone «dobbiamo combattere quando piace al nemico? forse i duelli hanno altra legge, ma nelle battaglie il tempo utile è sempre il tempo onorato…»

«Voi parlate da quel maestro di guerra che siete,» interruppe il Marchese e Conte di Lancia; «tuttavolta pensate, per i sussidii che abbiamo trovato in Benevento noi superare di già l’esercito di Francia; ponete mente che questa scorreria di Carlo si diffonderà con la fama di una vittoria, e certo sarà sovvenuto dalla Chiesa, assuefatta ad aiutare, allorchè conosce di farlo con certezza di premio; e poi, – io lo dico con l’angoscia dell’anima, ma pure l’esperienza mi costringe a dirlo, – chi sa la dimora quanta gente del Regno, lusingata dalla novità, delusa dalle promesse, e forse anco condotta dal proprio mal talento, può ribellare al nostro Re? questo è un incendio che bisogna arrestare a ogni patto; l’esempio si allarga contagioso: e dove si sparga per le provincia nei avremo guerra esterna, e civile, quando ora l’avremmo soltanto esterna.»

«Machatub Ruby!» esclamò l’Amira «è destinato: se Allah vuole, tu troverai successa l’avventura mentre provvedi a resisterle: se dobbiamo vincere, bastano quelli che abbiamo, se perdere, non bastano quelli che verranno.»

«Io vi dico che le probabilità del vincere non sono mai troppe, e cotesta vostra dottrina non giova all’anima nè al corpo, e poi gli Evangeli la condannano.» Così rispondeva il savio Giordano; e comecchè solo a sostenere la sua opinione, sarebbe co’ savii argomenti venuto a capo di svolgere Manfredi, allorchè un suono di trombe gli troncò in bocca le parole. Assorse Manfredi impugnando la spada, assorsero i convocati, gridando: «arme! arme!» Lo stesso Giordano, senza che il suo cervello vi contribuisse per nulla, travolto dalla chiamata guerriera, trovò la sua mano su l’elsa, e la voce «arme» su l’estremo contorno del labbro.

«Ed arme sia!» esaltato di nuovo ardore esclama Manfredi; quindi velocissimo comandava: «Conte d’Angalone, Calvagno, prendete con voi le compagnie dei Tedeschi, e formatene una sola schiera più tosto profonda, che larga su la fronte; sia essa l’avantiguardia, assalti la prima, tenti sforzare le file nemiche, e s’inoltri più e più sempre, senza sbandarsi, – dovesse anche riuscire alle spalle di Carlo: – voi, Conte Lancia, Ghino, co’ vostri Toscani, e Lombardi, e tu, Jussuff, con tutti i tuoi Saraceni, comporrete la battaglia, seguirete immediatamente l’avantiguardia, non troppo presso però, – a mezzo tratto di freccia, – vi prevarrete della impressione dei Tedeschi, che reputiamo infallibile; cacciatevi dietro di loro, sbandatevi, scendete, se fa di mestieri, da cavallo, e scompigliate le file; – a voi, Rogiero, affidiamo lo stendardo reale; – noi al capo del ponte co’ Pugliesi comanderemo alla riscossa; – andate, provvedete: vi raggiungo all’istante; già non vi conforto a mostrarvi valenti, solo preghiamo la fortuna a favorire la valentia vostra.»

* * *

«Elena, dolcissima donna mia,» favella Manfredi correndo armato di piastra e maglia verso la Regina, e le strinse con la mano aspra di ferro la sua delicata così fortemente, che per assai tempo vi portò la impronta violetta; «Elena – addio! avanti che il sole tramonti io sarò vittorioso, o morto.» – Poi senza attendere risposta si volse ai figli, e gli abbracciò, e li baciò: «Voi sarete felici, spero; se però la fortuna statuisse altramente, sovvengavi in ogni caso voi esser nepoti d’Imperatore, figli del nobile Manfredi; l’unico insegnamento che un Re vinto può dare ai suoi figli per ben condurre la vita è di saper morire; una, voi lo sapete, è la via per cui si viene alla luce, perchè una la cagione del vivere; innumerabili quelle per le quali si fugge, perchè innumerabili le cagioni del morire; se la natura ci aggravò di travagli, ne concesse anche il modo di deporli: non temete la morte; bugiardo è chi l’afferma terribile; più l’uomo le si avvicina, meno gli apparisce repugnante; al punto di abbracciarla, par bella; serbate, miei figli, i vostri giorni contro la persecuzione, contro la miseria, ma non obliate che il cielo ha fatto un asilo contro la infamia – sotterra…» Piangevano tutti; Manfredi gli sogguardò amoroso, e soggiunse: «In questa guisa dunque voi date animo al vostro Re per la vicina battaglia? Conviene accompagnare col pianto un guerriero al pericolo? In verità vi giuro, che avanti che sia molto coteste lacrime bagneranno le gote alla donna del Provenzale… Ma se il destino… Oh dove sei, mio fedele Benincasa!

«Mancano fedeli alla vostra sacra persona?» esclamò avanzandosi con passo sicuro il medico del Re, chiamato Giovanni da Procida; «se il mio Re vorrà onorarmi dei suoi comandi, per quanto basta la vita, io giuro adempirli.»

«Figlio generoso di generoso padre, noi non dubitiamo della tua prodezza; se tu avrai il senno del Benincasa, oltre il nome, e il sembiante, non sapremmo qual differenza sarebbe tra voi; pure tanto mi giunge gradita la tua offerta, che noi vogliamo, sebbene giovane, affidarci a te solo: se il fine del nostro regno è fisso lassù, se la stirpe di Federigo non deve più reggere le terre di Sicilia, tu condurrai in salvo la moglie, e i figli nostri, a Lucera, o meglio a Manfredonia… Mia diletta, tu riparerai, come o piace, in Epiro presso tuo padre, o in Aragona alla Corte di Piero: certo tu avrai perduto la corona, perduto me tuo consorte, che avresti amato anche senza corona; – ti rimarranno i figli. – i figli, Regina, sostegno ai tuoi anni cadenti, consolazione delle passate sciagure; – il sapervi salvi anche dopo la mia morte, m’invigorisce lo spirito. Or via, un abbraccio… non piangete così… voi non conoscete s’egli sia l’estremo. Dio solo lo sa.» Poi si sciolse dagli amplessi loro, parlando a Giovanni di Procida: «Abbilo fermo, a Manfredonia; nè finchè giunganti galere di Catalogna, o di Grecia, nè per minaccia, nè per prego…»

Rogiero, il quale, finchè Manfredi stava stretto nelle braccia dei suoi, era rimasto immobile, forse quattro passi discosto, adesso osò sollevare gli sguardi, e muovere un piede: tentò parlare, – le parole uscivano imperfette, tremolavano i labbri convulsi; lo guarda Yole fisso fisso senza battere palpebra, con le pupille smarrite pel bianco dilatato in terribile maniera; tenta anch’essa rispondergli, si affollano le voci alla gola, vi lasciano l’angoscia dello sforzo, e tornano a gravitàrle sul cuore; riprova: – ogni potenza dell’anima, ogni facoltà del corpo è impiegata in quel conato; le vene che le errano su pe’ cigli, e per le tempie, sporgono turgide, e di colore di piombo; la faccia va tinta di un sangue rappreso; tutta la vita sembra debba sgorgare in que’ detti; soccombe la natura allo sforzo inusitato, un lungo strillo strazia le orecchie, e il cuore dei circostanti; – Yole bianca, sciolta nelle membra, stramazza come statua percossa dal fulmine. Le trombe provenzali chiamano un’altra volta il nemico a giornata; pare a Manfredi intendere in quel suono una voce di scherno, balza alla porta gridando: «Svevia! Svevia!» Rogiero vede partirsi il Re, guarda Yole, alza la mano al cielo sospirando: «Ch’io la rivegga lieta, o non la veda più!» e fugge. – Elena sorreggendo la figlia non può seguitare Manfredi co’ passi, lo segue con un grido; solo Manfredino corre dietro le poste paterne chiamando: «O padre mio, padre mio! ritornerai stasera?» – Fanciulletto infelice! ode prima dei passi distinti, poi rumore confuso, alla fine più nulla; ritorna piangente con le mani entro i capelli, e lamenta per via: «Il padre è sparito, – sparito, e non mi ha promesso di ritornare stasera.»

Lo esercito di Carlo, giunto sul vertice dei monti vicini, ammirava la città di Benevento, tanto famosa per la bellezza e antichità sue, non meno che per l’erronee credenze dei popoli. La sua origine si smarrisce nelle tenebre della Mitologia, sebbene non manchino scrittori che affermino averla edificata Diomede Re degli Etolii dopo la guerra troiana. Poche novelle ci avanzano di lei durante la dominazione dei Romani, imperciocchè la storia di questa nazione assorba ogni altra storia dei paesi conquistati; e finchè ella fu, Roma sorpassò la universa Italia. Narrano le Cronache, Totila averla tolta dalla signoria dei Greci; ma la sua grandezza comincia dopo la conquista dei Langobardi, chè Otari sommettendo la Italia fino all’ultima Reggio di Calabria, ne fondò un nobilissimo Ducato, donandolo a Zetone suo generale. Noi non faremo la cronologia dei Duchi che successero; solo diremo, che per la venuta di Carlomagno in Italia non fu distrutto il Ducato a patto che Arechi Duca si radesse, e facesse radere la barba ai Langobardi, coniasse moneta col nome di Carlo, e rovinasse le fortezze di Salerno, di Acerenza, e di Conza. Grimoaldo generoso figlio di Arechi non li serbava, allegando sè esser libero, e ingenuo per lato di madre e di padre, e sempre si manterrebbe libero con lo aiuto di Dio. Nè i fatti suonavano diversi: si vendicava in libertà, si faceva ungere dai Vescovi, a modo dei Re, adoperava corona reale. I Duchi che tennero dietro a questo Grimoaldo fino ai Normanni, non vanno distinti che per la varia immagine impressa su le medaglie, – o per qualche delitto. I nuovi signori duramente calcando i popoli fecero sì che implorassero lo aiuto di Papa Lione IX, il quale si condusse in Germania presso lo Imperatore Arrigo III, e seco lui convenne di permutare il censo delle cento marche d’argento e del cavallo bardato, imposto da Benedetto II su la Chiesa di Bamberga, con la signoria di Benevento, pur che di sue milizie lo accomodasse per conquistarla: riuscì l’opera a Papa Lione pel molto favore dei popoli, ed investì del Ducato un Raidolfo langobardo, che in breve fu cacciato da Anfredo normanno Conte di Puglia, fratello maggiore del Guiscardo. Per la nuova ingiuria crebbero le asprezze tra Roma e i Normanni, e ne derivò una serie fastidiosa di piccoli affronti, la quale non ha altro di comune con le grandi battaglie tranne la strage. Finalmente nell’anno 1059 furono composte in pace queste contese nella città di Melfi, e Benevento fu restituita alla Santa Sede, per esserle tolta di nuovo nei tempi successivi. Il maggior danno però che soffrisse la straziata città venne da Federigo II, il quale nel 1242, dopo averla sottomessa, ne spianava le mura. Ella portava impressi i segni della ferocia e della ambizione di coloro che l’avevano conculcata prima, poi scelta a dimora; era il suo aspetto medesimo la storia delle sue vicende, chè presso a lei si ammirava un arco trionfale di marmo pario eretto a Traiano per la strada ordinata a sue spese da Brindisi a Roma; – parte delle mura non demolite da Federigo mostravano la strana foggia di architettare portata dai Settentrionali in Italia; le nuove riparazioni, e le otto porte costruite per comando di Manfredi, – il risorgimento delle arti. Il castello fondato dalla Chiesa per istanza del Governatore pontificio, inalzandosi con le brune sue torri su la città, avvertiva, o forse avverte ancora al viatore, qual fosse in quei tempi la solenne maestà dei successori di San Pietro.

Il Conte di Provenza più la guardava, più gli pareva degna di essere conquistata; la circondò molte volte degli occhi per iscoprirne il debole nel quale far breccia, e tentare l’assalto; la conobbe munita con tanta maestria di guerra, che impossibile cosa fosse espugnarla per forza; – gemè, si volse a considerare la sottoposta valle; – spaziosa compariva, e degna di combattervi campale battaglia; i fiumi Calore, e Sabato, confuse le acque alla estremità di Benevento, l’attraversavano, e un ponte magnifico dava il passo dall’una all’altra sponda: domandava come avesse nome la pianura, – gli rispondevano: – Santa Maria della Grandella. —

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
740 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain
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