Kitabı oku: «Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3», sayfa 6
Calabria
La metropoli più cospicua della Calabria sotto i Greci fu la Chiesa di Reggio. I Patriarchi di Costantinopoli al Trono loro l'avean sottoposta, e come si vide nel sesto libro di quest'Istoria, le aveano assegnati tredici Vescovi suffraganei, i Vescovi di Bova, di Tauriana, di Locri, di Rossano, di Squillace, di Tropeja, di Amantea, di Cotrone, di Cosenza, di Nicotera, di Bisignano, di Nicastro e di Cassano. Restituita poi da' Normanni questa metropoli al Trono romano, ritenne la medesima dignità, onde nelle antiche carte istromentate a' tempi di questi Normanni, e spezialmente del Duca Roggiero intorno l'anno 1086 si chiamano sempre Arcivescovi; e Gregorio VII intorno l'anno 1081 consecrò Arcivescovo Arnulfo, a cui il Duca Roberto fece profuse donazioni, arricchendo la sua Chiesa di molti beni. In decorso di tempo perdè poi alcuni di questi suoi Vescovi suffraganei.
Il Vescovo di Rossano, restituite queste Chiese al Trono romano, fu innalzato a Metropolitano, e nei tempi di Roggiero I Re di Sicilia, e poco prima, Rossano fu renduta sede arcivescovile: ond'è che fra le memorie, che oggi ci restano di Papa Innocenzio III e dell'Imperador Federico II, spesso degli Arcivescovi di Rossano si favella. Fu questa Chiesa la più attaccata al rito greco, ed ancorchè fosse stata restituita al Trono romano, non volle mai abbandonarlo; tanto che i suoi cittadini non vollero rendersi al Duca Roggiero, se prima non concedesse loro un Vescovo del rito greco; poichè questo Principe ne avea nominato un altro del rito latino in vece dell'ultimo, ch'era morto, onde Roggiero gli concedette il greco127. Ebbe sette monasteri dell'Ordine di S. Basilio, onde tanto più la lingua ed i greci riti si mantennero in quella. Le furono ancora date alcune Chiese per suffraganee; ma da poi furon tutte sottratte, poichè alcune passarono sotto la immediata soggezione di Roma, ed il Vescovo di Cariati, che l'era rimaso, passò poi sotto il Metropolitano di S. Severina, tanto che ora Rossano, non men che Lanciano, non ha suffraganeo alcuno.
Il Vescovo di Cosenza fu pure sottratto dal Metropolitano di Reggio, e passò sotto quello di Salerno, ma poi anch'egli, come si disse, fu innalzato a Metropolitano. Gli altri parte furon soppressi, come quello di Tauriana, ora disfatta, nel cui luogo è succeduta Seminara, parte passarono sotto altri Metropolitani; ed ora le restano i Vescovi di Bova, di Cassano, di Catanzaro, di Cotrone, di Gerace, di Nicastro, di Nicotera, di Oppido, di Squillace e di Tropeja.
Il Metropolitano di S. Severina al Trono costantinopolitano sottoposto, restituito al romano, ritenne pure la medesima prerogativa, e nelle carte date ai tempi del Duca di Calabria Roggiero si ha memoria degli Arcivescovi di questa città. Dal Patriarca di Costantinopoli gli furon dati cinque Vescovi per suffraganei; ma da poi quello d'Acerenza fu renduto Metropolitano, l'altro di Gallipoli passò sotto il Metropolitano d'Otranto, ed alcuni soppressi; ma in lor vece essendosene altri creati, si vede ora il Metropolitano di S. Severina avere per suffraganei i Vescovi di Cariati, d'Umbriatico, di Strongoli, d'Isola, e di Belcastro. Teneva ancora il Vescovo di S. Lione, ma fu poi soppresso, e le sue rendite furono unite alla metropoli: avea eziandio i Vescovi di Melito e di S. Marco, ma questi furon sottratti, e posti sotto l'immediata soggezione di Roma.
Otranto
Al Metropolitano d'Otranto, se si riguarda la disposizione de' Troni sottoposti al Patriarca di Costantinopoli, fatta dall'Imperador Lione, non si vede assegnato alcun suffraganeo: ma da poi Niceforo Foca, secondo che ci testifica Luitprando128 Vescovo di Cremona, intorno l'anno 968, sedendo nella Chiesa di Costantinopoli Polieuto Patriarca, dilatò la provincia di questo Metropolitano, e gli diede per suffraganee le Chiese di Turcico, d'Accrentilla, di Gravina, di Matera, e di Tricarico, comandando al Patriarca Polieutto, che consecrasse i suoi Vescovi. Ma non ebbe questo comandamento gran successo; ed al Metropolitano d'Otranto, restituito che fu da' Normanni al Trono romano, gli furono assegnati altri Vescovi per suffraganei, e fu mantenuta questa Chiesa colla medesima prerogativa, leggendosi, che nell'Assemblea tenuta nell'anno 1068 da Alessandro II in Salerno, v'intervenne anche Ugo Arcivescovo d'Otranto. Gli furono poi da' romani Pontefici assegnati altri suffraganei, i quali oggi ancor ritiene, e sono i Vescovi di Lecce, d'Alessano, di Castro, di Gallipoli, e d'Ugento.
Brindisi e Taranto restituite stabilmente da Lupo Protospata Catapano intorno l'anno 980 all'Imperio greco, a Constantinopolitano Sacerdotes accipiebant, come scrisse Nilo Archimandrita. Ma Roberto Guiscardo Duca de' Normanni, avendo tolta Brindisi a' Greci, restituì la sua Chiesa al Trono romano. Fu riconosciuta per sede arcivescovile da Urbano II, il quale nell'anno 1088 la consecrò; e le fu dato per suffraganeo il Vescovo d'Ostuni: un tempo stette unita colla Chiesa d'Oria, onde gli Arcivescovi si nomavano di Brindisi e d'Oria; ma poi furon queste Chiese divise, e quella d'Oria rimase suffraganea al Metropolitano di Taranto, e Brindisi ritenne solamente quella d'Ostuni.
Taranto, restituita da' Normanni al Trono romano, fu da' Sommi Pontefici renduta metropoli intorno l'anno 1100, e le furon dati per suffraganei i Vescovi di Mottula e di Castellaneta, a' quali da poi s'aggiunse l'altro d'Oria.
Ducato di Napoli, e di Gaeta
La Chiesa di Napoli, come si è veduto nel sesto libro di questa Istoria, non fu da' Greci innalzata a metropoli; ma i Patriarchi di Costantinopoli solamente decorarono il suo Vescovo coll'onore e titolo d'Arcivescovo, onde avvenne, che sopra tutti i Vescovi del suo Ducato teneva egli i primi onori e preminenze. Fu ella innalzata al grado di metropoli da' romani Pontefici nel dechinar di questo decimo secolo, nei tempi stessi, che Capua, Benevento, Salerno, Amalfi, e tante altre Chiese furono da' Pontefici innalzate a questa dignità. Nè Napoli, sottoposta ancora al greco Imperio, poteva esser frastornata dagl'Imperadori di Oriente, o da' Patriarchi di Costantinopoli a ricevere dal Romano questo innalzamento. I Pontefici romani furon sempre tenaci a non rilasciare la loro autorità sopra questa Chiesa, e fortemente riprendevano i di lei Vescovi, i quali da' Patriarchi di Oriente ricevevan l'onore d'Arcivescovi. Ma assai più in questi tempi invigorissi la loro ragione, quando nel Ducato napoletano era rimasa solamente un'ombra della sovranità degli Imperadori d'Oriente, governando i Duchi con assoluto, e quasi independente imperio questo Ducato, ridotto ora in forma di Repubblica.
Ma da qual romano Pontefice fosse stata innalzata Napoli in metropoli, ed in qual anno, non è di tutti concorde il sentimento. Il P. Caracciolo129, per l'autorità di Giovanni Monaco sostiene che da Giovanni IX intorno l'anno 904 fosse stata renduta Metropoli; ma dal Catalogo de' Vescovi tessuto dal Chioccarelli, che giunge sino a Niceta, il quale resse questa Chiesa dall'anno 962 sino al 1000, e da quanto si è finora veduto, non a Giovanni IX in quell'anno, ma a Giovanni XIII dee attribuirsi tal innalzamento: fatto in que' medesimi anni, ne' quali Capua, Benevento ed Amalfi furono rendute Metropoli; ciò che ben dimostra il Chioccarelli130, facendo vedere, che da Niceta cominciarono a chiamarsi tutti gli altri suoi successori Arcivescovi. Ebbe un tempo per suffraganei i Vescovi di Cuma e di Miseno, ma ruinate queste città nell'anno 1207 restarono estinti, e furono unite le loro Chiese colle rendite alla Chiesa di Napoli. Edificata Aversa da' Normanni ebbe pure Napoli per suffraganeo il di lei Vescovo, ma questi poi se ne sottrasse, ponendosi sotto l'immediata soggezione del Papa. Ritiene ora solamente i Vescovi d'Acerra, di Pozzuoli e d'Ischia, a' quali s'aggiunse poi il Vescovo di Nola, che tolto all'Arcivescovo di Salerno, di cui prima era suffraganeo, fu poco prima del Ponteficato d'Alessandro III a quel di Napoli sottoposto. Questi pochi Vescovi furono attribuiti a Napoli; ed a chi considera lo stato presente delle cose, sembrerà molto strano, come Benevento, Salerno, Capua e tante altre città d'inferior condizione ritengano tanti Vescovi suffraganei, e Napoli capo d'un floridissimo Regno tanto pochi; ma chi porrà mente a' secoli trascorsi, e considererà quanto erano ristretti i confini del Ducato napoletano, quando Napoli fu innalzata ad esser Metropoli, ed all'incontro quanto fossero più distesi i Principati di Benevento, di Salerno e di Capua, e quanto gli altri Ducati e Province sottoposte al greco Imperio, cesserà di maravigliarsi. E se questa città nel tempo che fu renduta Metropoli ebbe sì ristretto Ducato, e per conseguenza sì pochi suffraganei, ben in decorso di tempo gli auspicj suoi felici la portarono ad uno stato cotanto sublime, che ella sola potesse pareggiare le più ampie e più numerose province del Regno.
Città ch'a le province emula appare,
Mille Cittadinanze in se contiene.
Gaeta pur sottoposta al greco Imperio, perchè pretesa da' Pontefici, ed a Roma pur troppo vicina, quando fu da' Normanni a' Greci tolta, non fu nè data per suffraganea ad alcun Metropolitano vicino, nè innalzata a Metropoli, perchè il suo picciolo e ristretto Ducato nol comportava; onde il suo Vescovo fu sottoposto immediatamente alla Sede Appostolica; siccome ora a niun altro soggiace.
Ducato d'Amalfi, e di Sorrento
Amalfi in questi tempi meritava, non meno che Napoli, essere innalzata in Metropoli: ella per la navigazione erasi renduta assai celebre in Oriente, e divenuta sopra tutte le altre città, la più ricca e più numerosa, concorrendo in lei per li continui traffichi non meno i Greci, che gli Arabi, gli Affricani, insino agli Indiani; e Guglielmo Pugliese131 ne' suoi versi l'innalza perciò sopra tutte le città di queste nostre province. Ebbe questa città suoi Vescovi sin dal suo nascimento, e ne' tempi di San Gregorio M. si porta per Vescovo Primerio, nè questi vien riputato il primo. La Chiesa di Roma era loro molto tenuta, così per le tante Chiese che gli Amalfitani ersero in Oriente, mantenendovi il rito latino, come per essere stati i primi nella Palestina a fondar l'insigne e militar Ordine de' Cavalieri di S. Giovanni gerosolimitano. Era perciò di dovere, che innalzandosi a questi tempi da' romani Pontefici tante Chiese in Metropoli, ad Amalfi se le rendesse quest'onore, la quale, ancorchè per antica soggezione dipendesse dal greco Imperio, nulladimanco innalzata a sì sublime stato, e governandosi in forma di Repubblica da' suoi proprj Duchi, sola un'immagine ed un'ombra della sovranità de' Greci in quella era rimasa. Tenendo adunque questo Ducato Mansone Duca, quegli che per qualche tempo occupò il Principato di Salerno, fu a preghiere di questo Duca, del Clero e del Popolo amalfitano, da Giovanni XV nell'anno 987 innalzato il Vescovo d'Amalfi a Metropolitano, e gli furono attribuiti per suffraganei i Vescovi del suo Ducato; poichè ciò che scrive Freccia, che nell'anno 904 dal Pontefice Sergio III fosse stata Amalfi renduta Metropoli, non avendo fondamento alcuno, vien da tutti comunemente riprovato. I suoi suffraganei sono li Vescovi di Scala, di Minori, di Lettere, e quello dell'isola di Capri, i quali ancor oggi ritiene.
Sorrento ebbe pure suoi Vescovi antichi; e trovandosi a questi tempi capo d'un picciol Ducato, fu anche ella innalzata in Metropoli. Marino Freccia puro autore di questa istituzione ne fa Sergio III intorno al medesimo anno, che crede essere stata innalzata Amalfi: ma comunemente si tiene, che da Giovanni XIII dopo Capua, si fosse nell'anno 968 renduta questa Chiesa metropolitana, e che Leopardo ultimo suo Vescovo avesse avuto quest'onore. I Vescovi Suffraganei, ch'egli tiene, sono quel di Stabia che ora diciamo di Castellamare, e l'altro di Massa Lubrense a' quali da poi s'aggiunse l'altro di Vico Equense.
Ecco la disposizione delle Chiese delle nostre province cominciata a questi tempi nel declinar del decimo secolo, e perfezionata poi nel principio della dominazione de' Normanni; la quale siccome ha tutto il rapporto alla presente, che vediamo a' tempi nostri, così in niente corrisponde alla disposizione e politia temporale delle nostre province, per cagion che quando fu fatta la nuova distribuzione delle province di questo Regno, multiplicate poi in dodici, siccome ora veggiamo, v'erano già stabilite le Metropoli, le quali secondando la politia dell'Imperio, quella forma e disposizione presero, nella quale trovarono allora gli Stati quando e dove furono stabilite; e quantunque molte città cangiassero poi fortuna, e da grandi divenissero piccole, ovvero da piccole grandi, nulladimanco i Pontefici romani non vollero mutar la disposizione delle Metropoli già stabilite, così perchè si ritenesse il pregio dell'antichità, come anche per non far novità, cagione di qualche disordine. Empierono bensì di più Vescovi il Regno; con ergere molte Chiese in Cattedrali, che prima non erano, per quelle cagioni che saranno altrove rapportate ad altro proposito, ma non mutarono la disposizione de' Metropolitani. S'aggiunge ancora, che, come diremo al suo luogo, la nuova distribuzione delle nostre province in dodici, principalmente fu fatta per distribuir meglio l'entrade regali, e da Ministri che si destinarono, chiamati Tesorieri, per l'esazione di quelle, si multiplicò il numero; tanto che fu veduto nell'istesso tempo il numero de' Governadori, ovvero Giustizieri, essere molto minore di quello de' Tesorieri, e negli ultimi tempi furon fatti pari: ed i luoghi destinati per la loro residenza furon sempre varj, spesso mutandosi, secondo il bisogno del regal Erario, ovvero l'utilità pubblica richiedeva; onde questa nuova disposizione non potè portare alterazione alcuna alla politia dello Stato ecclesiastico.
In questo stato di cose trovarono i Normanni queste nostre province, quando vennero a noi. Altra forma fu data alle medesime, quando passarono sotto la loro dominazione, e quando uniti tutti questi Stati, ch'erano in tante parti divisi, nella persona d'un solo stabilirono il Regno in una ben ampia e nobile Monarchia.
FINE DEL LIBRO OTTAVO
LIBRO NONO
I Normanni, che nel nostro linguaggio non altro significano, che uomini boreali132, siccome i Goti ed i Longobardi, non da altra parte del Settentrione, che dalla Scandinavia uscirono ad inondare l'Occidente. Essi cominciarono la prima volta a farsi sentire nei lidi della Francia a tempo di Carlo M. verso il fine del secolo ottavo; e quaranta anni da poi, o poco meno, cominciarono a travagliare i marittimi Fiaminghi e' Frigioni, sotto i cui nomi si comprendevano allora Trajetto al Reno, l'Ollanda, e la Valacria. I Re di Francia per trattenergli furon a buon patto costretti nell'anno 882, di dar loro la Frisia per abitazione133. Ma non essendo abbastanza soddisfatti di questa provincia, cominciarono ad invadere altri luoghi d'intorno con incendj e rapine sotto Rollone lor Capo, famoso e valorosissimo Pirata, il quale nell'istesso tempo, che i Saraceni con non minor crudeltà inondavano la nostra cistiberina Italia, egli co' suoi Normanni travagliava miseramente, e con inaudita barbarie la Francia. Portarono questi Popoli l'assedio insino a Parigi, invasero l'Aquitania, ed altre parti ancora di quel Reame sotto il regno di Carlo il Semplice; onde non potendo questo Principe resister loro, pensò avergli per amici e per confederati; onde convennero, che Carlo dovesse stabilmente assegnar loro la Neustria, una delle province della Francia per loro sede, e dovesse dar a Rollone per moglie Gisla sua figliuola, come scrive Dudone di S. Quintino134, o sua parente, secondo il parer del Pellegrino135, ed all'incontro Rollone, deposta l'Idolatria ed il Gentilesimo, nel quale questi Popoli viveano, dovesse abbracciare la religione cristiana. Così fu eseguito intorno l'anno 900 di nostra salute136: a Rollone con titolo di Duca fu data stabilmente la Neustria, e sposata Gisla, il quale nell'istesso tempo fu da Roberto Conte di Poitiers tenuto al sacro fonte, dove insieme col nome, si spogliò di quella sua crudeltà e barbarie, e volle nomarsi Roberto dal nome del suo Compare; e seguendo l'esempio del lor Capo gli altri Normanni si resero da poi più culti ed umani. Rimasa questa provincia di Neustria sotto il lor dominio, le diedero dal loro il nome di Normannia, che oggi giorno ancor ritiene.
Da questo Roberto primo Duca di Normannia ne nacque Guglielmo, che il padre creò Conte d'Altavilla, città della stessa provincia. Costui generò Riccardo, dal quale nacque un altro Riccardo: di questo II Riccardo nacque Roberto II, ed un altro Riccardo che III diremo. E da Roberto II ne nacque Guglielmo II, dal quale comunemente si tiene, che fosse nato Tancredi Conte d'Altavilla, quegli che ci diede gli Eroi, per li quali queste nostre province furon lungo tempo signoreggiate137.
Ebbe Tancredi di due mogli dodici figliuoli maschi oltre altre femmine, delle quali una nomossi Fredesinna, che fu moglie di Riccardo Conte d'Aversa e Principe di Capua, un'altra fu moglie di Gaufredo Conte di Montescaglioso, ed un'altra ebbe per marito Volmando138. I figliuoli della sua prima moglie nominata Moriella furono Guglielmo soprannomato Bracciodiferro, Drogone ed Umfredo (i quali, come vedrassi, furono i tre primi Conti della Puglia) Goffredo e Serlone. Gli altri sette gli ebbe da Fredesinna sua seconda moglie, il primogenito de' quali fu Roberto soprannomato Guiscardo, ch'è lo stesso, che in antica favella normanna, scaltro ed astuto, e questi divenne Duca di Puglia e di Calabria, il II fu Malgerio, il III Guglielmo, il IV Alveredo, il V Umberto, il VI Tancredi, il VII ed ultimo fu Roggiero, che conquistò la Sicilia, e stabilì la Monarchia139.
Questi però non furono i primi, che a noi ne vennero: essi, come vedremo, seguirono le pedate di alcuni altri Normanni, che poco prima si erano stabiliti in Aversa, onde bisogna distinguere gli uni dagli altri per non confondergli, come han fatto alcuni Scrittori. I primi vennero a noi intorno l'anno 1016. I figliuoli di Tancredi calarono in Italia intorno l'anno 1035. Ma non tutti, poichè due ne restarono in Normannia, nè gli altri tutti insieme ci vennero, ma secondo che le congiunture furono loro propizie, or due, or tre, ed in altra somigliante guisa incamminaronsi a queste nostre parti; nè maggiore fu il numero de' primi, come vedremo140.
Ciò che apparirà di più portentoso ne' loro successi sarà, come un branco d'uomini che vengono di Francia a traverso di mille sciagure abbiano potuto rendersi padroni di uno de' più vaghi paesi del Mondo: come una sola famiglia di Gentiluomini di Normannia, soccorsi solamente da un picciol numero di suoi compatrioti, abbiano potuto stabilirsi una Monarchia ne' confini dell'Imperio d'Oriente e d'Occidente: abbiano potuto contro due potenti inimici riportar tante e sì maravigliose vittorie, liberar l'Italia e la Sicilia dall'incursioni, e dal giogo degl'infedeli Saraceni, ciò che a Potenze maggiori non fu concesso, e dopo avere debellati i Greci ed i Principi longobardi, fondare in Italia il bel Reame di Napoli e di Sicilia. Certamente a niun'altra Nazione, se ne togli i Romani, è sì fortunatamente avvenuto, che così bassi principj, in tanta potenza ed Imperio fossero arrivati. Le altre Nazioni, come abbiam veduto de' Goti e de' Longobardi, non in forma di pellegrini, di viandanti vennero in Italia, ma con eserciti ben numerosi, che inondarono le nostre contrade, si stabilirono il Regno.
All'incontro se si considererà lo stato infelice, nel quale erano ridotte queste nostre province infra di lor divise, ed a tanti Principi sottoposte; e l'estraordinario valore e bravura di questa Nazione, non saranno per apportar maraviglia i loro fortunati avvenimenti. Si aggiunse ancora che le maniere di guerreggiare usate in que' tempi, non eran come quelle d'oggidì: non vi era allora quasi regola alcuna per assaltare o per difendersi. Un esercito intero si vedeva alcune fiate disfatto senza sapersi nè come nè per qual cagione, e la più grande abilità consisteva, o in una gran forza di corpo incomparabilmente maggiore de' nostri tempi, poichè praticavansi con maggior frequenza quegli esercizj, che posson giovare ad acquistarla; o pure in una bravura eccessiva, che faceva concepire a' combattenti tanta confidenza, donde sovente maravigliosi successi sortivano, o alla perfine in alcune imprese orgogliose, la cui condotta in altra guisa non sarebbesi potuto giustificare, se non dall'avvenimento che ne seguiva.
Questo è quello, che produceva quei vantaggi, che noi ravviseremo ne' Normanni, i quali aveano quel medesimo lustro e grandezza, che nell'azioni de' Romani spesse fiate ammiravansi. Ed in fatti di poche altre Nazioni si leggono tante conquiste, quante dei Normanni: essi posero sottosopra la Francia, e molte regioni di quella conquistarono. Guglielmo Normanno discese da' medesimi Duchi di Neustria, acquistossi il fioritissimo Regno d'Inghilterra, e lo tramandò alla sua posterità. La nostra Puglia, la Calabria, la Sicilia, la famosa Gerusalemme e l'insigne Antiochia passaron tutte sotto la loro dominazione141.
Ma come, e quali occasioni ebbero gli uomini di questa Nazione di venire in queste nostre regioni cotanto a lor remote, e come dopo vari casi se ne rendessero padroni, è bene che qui distesamente si narri; poichè non altronde potrà con chiarezza ravvisarsi, come tante e sì divise Signorie, finalmente s'unissero insieme sotto la dominazione d'un solo, e sorgesse quindi un sì bel Regno, che stabilito poscia con provide leggi, e migliori istituti, poterono i Normanni per lungo tempo mantenerlo nella loro posterità; nè se non per mancanza della loro stirpe maschile si vide, dopo il corso di molti anni, trapassato ne' Svevi, i quali per mezzo d'una Principessa del lor sangue, ad essi imparentata, vi succederono. Non potrebbe ben intendersi l'origine delle nostre papali investiture, e come fosse stato poi riputato questo Regno Feudo della Chiesa romana, se non si narreranno con esattezza questi avvenimenti, donde s'avrà ben largo campo di scovrire molte verità, che gli Scrittori, parte per dappocaggine, molti a bello studio tennero fra tenebre ed errori nascose.
Nel racconto delle loro venture, e di tutti gli altri avvenimenti di questa Nazione, non ho voluto attenermi, se non a' Storici contemporanei, ed a coloro, che più esattamente ci descrissero i loro fatti, la cui testimonianza non può essere sospetta. I più gravi e più antichi fra' Latini saranno Guglielmo Pugliese, Goffredo Malaterra, Lione Ostiense, Amato Monaco Cassinese, Orderico Vitale, Lupo Protospata, l'Anonimo Cassinese, Pietro Diacono e Guglielmo Gemmeticense. E fra' Greci, la Principessa Anna Comnena, Giovanni Cinnamo, Cedreno, Zonara ed altri raccolti nell'istoria Bizantina, i quali Carlo Dufresne illustrò colle sue note.
Guglielmo Pugliese rapporta in versi latini, ancorchè poco eleganti, ma molto buoni per lo stile del secolo in cui vivea, le azioni e' fatti d'armi de' Normanni nella Calabria. Questi scrive, non come un Poeta s'avviserebbe, ma come un Istorico, che vuole solamente ad un racconto fedele insieme ed ordinato aggiunger il numero ed il metro. Arriva il suo racconto insino alla morte dell'illustre Roberto Guiscardo accaduta circa l'anno 1085. Diegli alla luce ad istanza di Papa Urbano II, che nell'anno 1088 fu innalzato al Ponteficato, e dedicogli a Rogiero figliuolo e successore di Roberto Guiscardo. Questo suo poemetto istorico manuscritto fu ritrovato da Giovanni Tiremeo Hauteneo Avvocato Fiscale della provincia di Roven nella libreria del monasterio di Becohelvino vicino Argentina.
Goffredo Monaco, di cognome Malaterra, è un Autore più degno di fede: scrisse egli in prosa molto a lungo l'istoria delle conquiste fatte in Italia da' Normanni, per ordine di Rogiero Conte di Sicilia e di Calabria, fratello che fu di Roberto Guiscardo. Quest'opera essendo stata lungo tempo sepolta in obblio, il di lei manuscritto fu ritrovato in Saragozza infra l'istoria de' Re d'Aragona l'anno 1578 da Geronimo Zurita, che la diede alla luce; ed il Baronio di questo ritrovamento, come d'un vero tesoro ne parla; quindi coloro, che hanno scritta l'Istoria di Sicilia, per non aver letto quest'Autore, in molti abbagli sono incorsi.
Lione Vescovo d'Ostia è un Autore assai noto, e che va per le mani d'ognuno; essendo egli Religioso di Monte Cassino scrisse la Cronaca di quel monastero poco dopo il tempo, di cui saremo per ragionare; ed ancorchè il suo impegno fosse di far apparire al Mondo la santità e grandezza di quel Monastero, nulladimeno ci somministra molti lumi per bene intendere le cose de' Normanni, nel Regno de' quali egli scrisse.
Amato Monaco Cassinense fiorì intorno a questi medesimi tempi: fu anch'egli da poi fatto Vescovo, ancorchè non si sappia qual Cattedra gli si fosse data. Pietro Diacono142 tra gli uomini illustri di Cassino novera quest'Amato, e rapporta esser egli stato intendentissimo delle sacre scritture, e versificatore ammirabile. Fra le altre sue opere, che compose, fu quella de Gestis Apostolorum Petri, et Pauli, indirizzata a Gregorio VII, R. P., e l'istoria de' Normanni143 divisa in otto libri, che dedicò a Desiderio, quel celebre Abate di Monte Cassino, che assunto da poi al Ponteficato fu detto Vittore III. Quest'istoria de' Normanni scritta da Amato, per quel che sappiamo, non uscì mai alla luce del Mondo per mezzo delle stampe: Giovanni Battista Maro nell'annotazioni a Pietro Diacono rapporta, che a' suoi tempi questa istoria si conservava manuscritta nella Biblioteca Cassinense, ove molte cose degne da sapersi intorno alle gesta ed a' riti de' Normanni erano accuratamente descritte. Ma l'Abate della Noce piange questa perdita, e nelle note alla Cronaca Cassinense144, rapporta essere stata tolta da quella Biblioteca, siccome molte altre cose degne d'eterna memoria. Visse quest'Autore intorno l'anno 1070 nel qual tempo, secondo ciò che comportava quel secolo, essendo la letteratura, per lo più presso a' Monaci, ne fiorirono molti altri, come Alberico, Costantino, Guaifero, Alfano, che poi fu Arcivescovo di Salerno, ed altri, che possono vedersi presso Pietro Diacono.
Scrissero ancora de' Normanni qualche cosa Lupo Protospata, l'Anonimo Cassinense, e Pietro Diacono stesso; ma Orderico Vitale, e Guglielmo Gemmeticense molto più diffusamente, oltre di molti Scrittori moderni, che sono a tutti notissimi.
La Principessa Anna Comnena, detta ancora Cesaressa, si rese più famosa al Mondo per la sua mente e per la sua erudizione, che per la sua qualità e per li suoi natali: ella fu figliuola d'Alessio Comneno, detto il Vecchio, Imperador di Costantinopoli, e di Irene. Zonara e Niceta ci assicurano, che questa Principessa amava lo studio con un ardore estremo, e che la sua ordinaria occupazione era su i libri. Non solo s'applicava all'istoria ed alle belle lettere, ma ancora alla filosofia: ella scrisse in quindici libri la Istoria d'Alessio Comneno suo padre, al quale il nostro Roberto Guiscardo mosse una crudelissima guerra, che fu parte del soggetto della sua istoria; ed ancorchè alcune fiate, secondo il costume della sua nazione, manchi di rapportare con esattezza la verità, nulladimanco deve esser creduta, qualora favella in commendazione di Roberto Guiscardo, cui per essere fiero inimico di suo padre, grandemente odiava. Promette ella nel proemio della sua istoria di non dire cosa, per la quale possa essere accusata di compiacenza o d'adulazione, e che non sia uniforme alla verità; nientedimeno si vede, che ciò ch'ella scrive di suo padre, è un elogio continuato. Gli Autori latini non sono di questo sentimento, poichè questi non parlano d'Alessio, che come d'un Principe furbo e simulatore, di cui il Regno fu più notabile per le sue viltà, che per le sue belle azioni: ed in vero la sua ingiusta gelosia fece gran torto a' Franzesi, che crocesegnati militavano sotto il famoso Goffredo di Buglione per la conquista di Terra Santa; ma forse evvi troppa asprezza nelle Opere de' Latini, siccome soverchia lode in quella d'Anna Comnena. Della sua istoria Hoeschelio ne pubblicò gli otto primi libri, ch'egli avea avuti dalla libreria Augustana. Giovanni Gronovio vi faticò da poi; e nel 1651 Pietro Poussin Gesuita gli diede fuori colla sua traduzion latina, che abbiamo della stampa del Louvre. Da poi il Presidente Cousin ce ne ha ancora data una traduzione in lingua franzese, e finalmente Carlo Dufresne l'illustrò colle sue note.
Giovanni Cinnamo visse sotto l'Imperador Emanuele Comneno, i cui fatti egli distese nella sua Istoria: egli è uno scrittore elegante, e si studia imitare Procopio. De' nostri Normanni sovente egli favella, e va ora la sua Storia parimente illustrata colle note di Carlo Dufresne. Cedreno, Zonara e gli altri Scrittori raccolti nell'istoria Bizantina, de' nostri Normanni alle volte anche favellano.
L'occasione che si diede a' Normanni, che fin dalla Neustria si portassero in queste nostre parti, non deve attribuirsi ad altro, che al zelo ch'ebbero questi Popoli della nostra religion cristiana, dappoichè deposta l'Idolatria si diedero ad adorare il vero Nume. Correva allora appo i Cristiani il costume d'andar pellegrinando il Mondo, non tanto come oggi, per veder città e nuovi abiti e costumi diversi, quanto per divozione di veder i santuarj più celebri. Per tal cagione si resero in questa e nella precedente età famosi in Occidente, ed appresso di noi due celebri luoghi delle nostre province, quello del Monte Gargano per l'apparizione Angelica, l'altro del Monte Cassino per la santità e miracoli di S. Benedetto e dei suoi Monaci: ma sopra tutti i santuarj, com'era di dovere, estolse il capo nell'Oriente Gerusalemme, città santa, ove il nostro buon Redentore lasciò asperso il terreno del suo sangue, ed ove fu sepolto.
Fra tutti i Cristiani del Settentrione è incredibile quanto a quest'esercizio di pietà fossero inclinati i Normanni della Neustria: ad essi, nè la lunghezza del cammino, nè la malagevolezza de' passi, nè il rigor de' tempi e delle stagioni, nè la necessità di dover sovente traversar per mezzo di ladroni e d'infedeli, nè la fame, nè la sete, nè qualunque altro si fosse maggior periglio o disagio, recava terrore. Per rendersi superiori a tante malagevolezze s'univan a truppe a truppe, e tutti insieme traversando que' luoghi inospiti essendo di corpo ben grandi, robusti, agguerriti e valorosi, valevano per un'intera armata, e sovente sopra i Greci, e sopra gl'Infedeli diedero crudelissime battaglie; e ruppero gli ostacoli. Solevano con tal occasione, o nell'andare o nel ritorno venire a visitare i nostri santuari di Gargano e di Cassino.