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Kitabı oku: «La vita italiana nel Trecento», sayfa 19

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E così il suo dolce fantasma si tramuta dentro il suo spirito in fantasma odiato e pauroso, e così ciò che era ieri l'essere che lo inebriava, oggi diventa quasi un oggetto di terrore per lui.

Avvertiamo bene però. Neppure questo sentimento di amore e di odio, di fede e di dubbio è costante nel Petrarca. Alla sua passione manca delle grandi passioni il carattere vero, l'esclusività, l'idea fissa e terribile. Il pensiero amoroso del Petrarca non è, come quello del Leopardi, il possenteDominator di sua profonda mente. Il Petrarca si divora bensì il cuore, ma se lo divora non per Laura sola. Tutti i suoi ideali, tutti i suoi amori combattono in lui: egli corre dietro a tutti e sembra che non possa mai raggiungerne alcuno, e in quello appagarsi. Gli studi, i viaggi, gli amici, Roma, l'Italia, l'arte, la gloria, la religione, la natura sono altrettanti rivali di Laura, e riescono spesso a vincerla, il suo amore è reale, ma è intermittente, ed è, come fu tutta la sua vita, un combatter continuo tra desideri e paure, tra speranze e disinganni, tra i sogni della notte e le brame del giorno, tra quell'eterno sì e no che gli martellava in tutte le cose il cervello.

Di questo stato permanente dello spirito del Poeta si risente, e non poteva essere a meno, il suo canzoniere. Che anche qui, come nel Secretum, apparisca la verità della sua passione, chi potrebbe mai mettere in dubbio? Basterebbe a provarlo quel verso che contiene in sè tante cose, che è come, da solo, un intero poema d'amore, quel verso dov'egli chiama Laura: Colei che sola a me par donna; quel verso che il poeta stesso commenta dicendo come per quante cose egli guardi non ne veda mai che una sola:

 
… per ch'io miri
Mille cose diverse attento e fiso
Sol una donna veggio…
 

come l'abbia negli occhi, come l'oda dovunque:

 
Parmi d'udirla, udendo i rami e l'ore
E le fronde e gli augei lagnarsi e l'acque
Mormorando fuggir per l'erba verde.
 

Questo sentimento esclusivo, questa unicità d'immagine, questo pensiero affascinatore fu senza dubbio qualche volta proprio del Petrarca, ma solamente qualche volta, potrei forse dire qualche rara volta. Il più spesso erano ondeggiamenti, erano titubanze e incertezze. E la prima incertezza quella della natura dell'amor suo, come l'amava egli questa donna di cui andava cantando? L'amava come una donna o si contentava di adorarla come cosa celeste? Per quanto egli gridi che l'amor suo è puro, che lo guida a Dio, che gli mostra la via della salute eterna, noi possiamo esser certi che nel suo petto bollirono anche cupidi desideri e che invidiò Pigmalione perchè potè ottenere mille volte quello ch'egli si contenterebbe di avere una volta sola:

 
Pigmalion, quanto lodar ti dei
Dell'immagine tua, se mille volte
N'avesti quel ch'io sol una vorrei.
 

E fu questa, del resto, una fortuna per l'arte; poichè a questo amore reale per la donna, noi dobbiamo quello che c'è di più bello, di più schietto, di più profondo nella poesia Petrarchesca. A questo sentimento dobbiamo, come ha detto un moderno, se il Petrarca “cominciò a svolgere gentilmente l'umano dalle fasce teologiche nelle quali lo aveva stretto il medioevo, e lo sollevò e lo ricreò da quelli annegamenti divini a cui la mistica lo abbandonava„.

Ma l'amore reale per la donna si confondeva troppo spesso in lui ad altri sentimenti. Ora era il pensiero del cielo che lo assaliva, e allora chiamava perduti i giorni che aveva consacrati a Laura, chiamava dispietato il suo giogo:

 
Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
Dopo le notti vaneggiando spese,
Con quel fero desìo che al cor s'accese
Mirando gli atti per mio mal si adorni,
Piacciati omai, col tuo lume, ch'io torni
Ad altra vita ed a più belle imprese;
Sì ch'avendo le reti indarno tese,
Il mio duro avversario se ne scorni.
Or volge, Signor mio, l'undecim anno
Ch'io fui sommesso al dispietato giogo
Che sopra i più soggetti è più feroce.
Miserere del mio non degno affanno,
Riduci i pensier vaghi a miglior luogo,
Rammenta lor com'oggi fosti in croce.
 

Altre volte si sente stanco e vorrebbe riposarsi e invoca Gesù e cerca consolazione nelle parole evangeliche:

 
O voi che travagliate, ecco il cammino,
Venite a me, se 'l passo altri non serra.
 

Altre volte, ancora, piange la libertà perduta e paragona l'amore per Laura agli scogli, al porto l'amore di Dio. Tetri pensieri gli invadono l'anima, anche quello del suicidio pur di potersi liberare dalla pena amorosa che l'ange.

 
S'io credessi per morte essere scarco
Del pensiero amoroso che m'atterra,
Con le mie mani avrei già posto in terra
Queste membra noiose e quello incarco.
 

Vorrebbe tornare indietro dal viaggio periglioso, l'assalto di quei begli occhi lo spaventa, grida che non vuol più amare. Ma poi risospira alle dolci catene:

 
Oimè! il giogo e le catene e i ceppi
Eran più dolci che l'andare sciolto;
 

ed è sicuro che non potrà mai guarire dell'amor suo, e divinizza i luoghi dove ha visto Laura, e lei vede dappertutto, la segue, ne disegna il bel viso sui sassi, dice che la sua vita è una guerra,

 
E sol di lei pensando ho qualche pace.
 

Il Petrarca era nel 1337 a Roma, e là scriveva questo sonetto:

 
L'aspetto sacro della terra vostra
Mi fa del mal passato tragger guai,
Gridando: sta su, misero! che fai?
E la via di salire al ciel mi mostra.
Ma con questo pensiero un altro giostra,
E dice a me: perchè fuggendo vai?
Se ti rimembra, il tempo passa omai
Di tornare a veder la Donna nostra.
Io, ch'el suo ragionar intendo allora,
M'agghiaccio dentro in guisa d'uom ch'ascolta
Novella che di subito l'accora.
Poi torna il primo, e questo dà la volta:
Qual vincerà non so; ma infino ad ora
Combattut'hanno, e non pur una volta.
 

Eccovi in questi versi mirabilmente ritratto lo stato dell'animo suo. Perchè fuggendo vai? Se anche fugge, appena si è allontanato da lei, a ciascun passo si rivolge indietro “ripensando al dolce ben ch'io lasso„ e cerca in altre la sua immagine, non vive che della speranza di rivederla, ogni luogo lo attrista, corre da Avignone a Valchiusa, ritorna da Valchiusa a Avignone, parte per l'Italia, per la Germania, per l'Inghilterra; ma sia egli nella foresta dell'Ardenna o navighi sul Rodano e sul Po, dappertutto sogna la “bella bocca angelica„ e anela al ritorno. Poi, quando è tornato, ricominciano per lui nuovi tormenti: ora è geloso di chi gli tiene nascosto il bel viso della sua donna, ora trema per Laura malata, ora gli pare ch'ella abbia il viso turbato, che chini gli occhi, che pieghi la testa, ora si duole ch'ella tenga il velo calato sugli occhi, e di tutto si lamenta e di tutto scrive.

Le lodi di Laura sono infinite nel Canzoniere; ma accanto alle lodi sono infiniti anche i biasimi, i rimproveri, direi quasi gli oltraggi. S'ella pare al Poeta “sovr'ogni altra gentileSanta, saggia, leggiadra, onesta e bella„ gli pare ancora più fredda che neve, alpestra e cruda, spietata e superba, gli pare un'accorta allettatrice che non apre e non serra, non lega e non scioglie:

 
Tal m'ha in prigion, che non apre nè serra,
Nè per suo mi ritien nè scioglie il laccio,
 

che sa a tempo adoperare le soavi parolette accorte, che cerca tenerlo sempre in sospeso. Ma come quelle lodi trascendono il vero, così anche i rimproveri sono certo esagerati. Ossia, Laura è sempre quale se la finge il Poeta, nei vari momenti e nelle varie condizioni dell'animo suo. Questo vedere le cose esteriori secondo le disposizioni del proprio spirito, se è in parte comune a tutti gli uomini, è nel Petrarca abituale, continuo e necessario. Egli non afferra mai la realtà obbiettiva, ma tutto, traversando il suo spirito, ne prende il colore. Ond'è che il Canzoniere, mentre prova da un lato la verità del suo amore, è dall'altro documento novello di quella agitazione e fluttuazione continua che è il carattere fondamentale di lui. Laura fu sicuramente una donna che il Petrarca amò; ma questo amore non ha una storia, rimane sempre allo stesso punto, è più cosa interiore che esteriore. Tanto è ciò vero che l'amore più appassionato nasce quando Laura è morta. Allora ella comincia a sospirare di lui, ha per lui i dolci sguardi e le parole soavi, ha pietà delle sue lacrime, diventa gelosa e pia; ella

 
… al letto in ch'io languisco,
Vien tal, ch'appena a rimirar l'ardisco,
E pietosa s'asside in su la sponda.
Con quella man che tanto disiai
M'asciuga gli occhi, e col suo dir m'apporta
Dolcezza ch'uom mortal non sentì mai.
 

Fra il Petrarca e Laura, finch'ella visse, si frapponevano troppi altri sentimenti del Poeta, perchè egli potesse in quell'unico amore trovare riposo. In Laura viva il mistico travedeva il peccato e la dannazione; il restauratore de' classici studi, una distrazione perniciosa alla sua gloria; il patriotta, un ostacolo al suo ritorno stabile in Italia. Ma tutto questo cessa colla morte di lei, ed egli stesso lo confessa dicendo che non vorrebbe rivederla viva, perchè tornerebbe ad esser per lui un tormento:

 
Non vorrei rivederla in questo inferno.
 

Ogni dissidio ora vien meno, e tutto si muta in pace ed armonia. Quelle che prima gli parevano crudeltà, ora son diventate arti leggiadre. Egli la ringrazia ora di quello che un tempo fu il suo tormento:

 
Oh quant'era peggior farmi contento!
 

dice adesso; adesso che alle sue tentazioni ha posto fine la morte. Ormai egli può dire con sincerità:

 
Benedetta colei ch'a miglior vita
Volse il mio corso, e l'empia voglia ardente,
Lusingando affrenò......
 

Oramai l'angiolo adorato a mani giunte, e la donna cupidamente desiderata, si confondono in un essere solo; in un essere che è la sorella, l'amica, la confidente de' suoi dolori. Insomma, mentre la prima parte del Canzoniere è piena di contradizioni, e in essa si sente l'uomo combattente tra la carne e lo spirito, tra Laura e Dio; la seconda è un mare tornato in calma, dove la donna fatta immortale chiama a sè il Poeta, il quale non aspira più che al cielo, dove si figura che Laura lo aspetti:

 
Ond'io voglie e pensier tutti al ciel ergo
Perch'io l'odo pregar pur ch'i' m'affretti.
 

Ed ora che abbiamo, sebben troppo rapidamente, studiato il Petrarca nelle multiformi manifestazioni del suo ingegno, resta che ci facciamo un'ultima domanda: qual'è il valore estetico del suo Canzoniere, di quest'opera per la quale egli è immortale, e che fa di lui il primo lirico della nostra antica letteratura?

Bisogna, come dicevano i vecchi scolastici, bisogna distinguere. Certo non tutto è perfetto: qualche cosa in lui rimane delle scuole antecedenti, qualche cosa ha aggiunto di suo che non è bello. Certe metafore, certi giuochi di parole, certi artifizi ci dispiacciono. Egli ha scritto anche quando gli mancava l'ispirazione, anche quando l'argomento non gli era che un pretesto poetico. Resta in lui qualche traccia della poesia trovadorica, ed in lui si annunzia quello che sarà più tardi petrarchismo e seicentismo. Quando per esempio egli esorta i suoi sospiri a passare il monte, suppone che si sieno smarriti, non sa se sieno arrivati a Laura, ma conchiude che devono esser giunti perchè non li vede tornare5; quando giuocherella sul nome di Loreta; quando trova modo di parlar del suo amore a proposito di alcune pernici e di alcuni tartufi, che mandava in dono a un amico, allora, oh allora, in verità, noi siamo tentati di rimpiangere che il Petrarca abbia scritto troppi versi. Ma sono minuzie in mezzo ad un tesoro di bellezze divine. Il Petrarca ha il culto della forma, e qualcheduno ben disse di lui, ch'egli è il precursore di Raffaello. I suoi quadri sono smaglianti di bellezza e di finezza: ricordatevi di quei versi dove dipinge Laura giovane e fiorente:

 
Erano i capei d'oro all'aura sparsi
Che in mille dolci nodi gli avvolgea,
E 'l vago lume oltra misura ardea
Di que' begli occhi, ch'or ne son sì scarsi…
 

E ricordatevi di quegli altri dov'è ritratta Laura morta:

 
Pallida no, ma più che neve bianca,
Che senza vento in un bel colle fiocchi,
Parea posar come persona stanca.
Quasi un dolce dormir ne' suoi begli occhi,
Sendo lo spirto già da lei diviso,
Era quel che morir chiaman gli sciocchi:
Morte bella parea nel suo bel viso.
 

Meravigliosa è la plasticità di questi versi; come splendida, solenne, palpitante di affetto è quella visione di Laura nel cielo:

 
Levommi il mio pensier in parte ov'era
Quella ch'io cerco e non ritrovo in terra;
Ivi, tra lor che il terzio cerchio serra,
La rividi più bella e meno altera.
Per man mi prese e disse: in questa spera
Sara' ancor meco, se 'l desir non erra;
I' son colei, che ti diè tanta guerra,
E compiei mia giornata innanzi sera.
Mio ben non cape in intelletto umano:
Te solo aspetto e quel che tanto amasti
E laggiuso è rimasto, il mio bel velo.
Deh perchè tacque ed allargò la mano?
Ch'al suon di detti sì pietosi e casti
Poco mancò ch'io non rimasi in cielo.
 

Dovrò io richiamare alla vostra memoria la canzone:

 
Chiare, fresche e dolci acque?
 

Per qual miracolo, dice a ragione il De Sanctis, la parola, mentre esprime dolore, ti rivela tanta grazia; mentre esprime contento, ti rivela tanta malinconia? È una fusione di tinte, che ti dà la vita nella sua pienezza, nel suo misto di luce e d'ombra.

L'originalità del Petrarca, ha scritto il Quinet, consiste nell'aver sentito per il primo che ogni momento della nostra esistenza può contenere un poema, che non v'è un'ora della vita che non possa racchiudere un'immortalità. E codesta ora, codesto momento il Petrarca li ha cantati colla parola più dolce che fosse mai sgorgata da labbro umano; egli ha convertito in arte ogni lacrima, ogni gioia, ogni desiderio, ogni anelito del suo cuore ammalato, ed ha con ciò aperta la via alla grande lirica di tutti i popoli d'Europa.

IL BOCCACCIO
DI
ADOLFO BARTOLI

Il sabato santo del 1334 una giovane e bella donna, d'alto lignaggio, pregava nella chiesa di San Lorenzo a Napoli; e vicino, tutto rapito nella contemplazione di lei, stava un uomo, dal volto gentile ed arguto, i cui occhi scintillanti pareva volessero a forza attrarre a sè quelli della genuflessa. Ed essa infatti o quel giorno stesso o i successivi vide quegli occhi che chiedevano amore, li vide e sentì penetrarsene nel cuore una fiamma, che per lungo tempo non doveva più spengersi.

Era dessa la figlia del conte d'Aquino e di Sibilla di Sabran, una bellissima provenzale, su cui sembra si fosse posato lo sguardo del re Roberto, che ne fece la sua favorita e ne ebbe Maria; e lui, il quadrilustre giovane, Giovanni Boccacci, il figliuolo d'un mercante di Certaldo, mandato a Napoli dal padre, perchè attendesse alla pratica della mercatura, ma che invece fino da quegli anni sognava di amore e di poesia, visitava con entusiasmo la tomba di Virgilio, s'estasiava agli incanti della natura, si sentiva rapire verso ignote speranze, verso luminosi ideali.

Il Boccaccio e l'avvenente Maria si amarono di un irresistibile amore, e l'umile figliuolo del mercante certaldese trovò nel cuore di questa figlia di re tutte le gioie d'un amore corrisposto. Non in lei le ritrosie di Laura, gli accorgimenti astuti, le sottili malizie, i superbi dinieghi, ma un abbandono intero di sè al giovinetto dell'amor suo, scelto tra i mille vagheggiatori che a lei certo si affollavano intorno. Si videro, si parlarono, s'intesero, e sia, forse, nelle più celate stanze del palazzo maritale, sia nelle chiese, e per le vie, e alle feste cittadinesche, i due amanti felici ebber convegni che più sempre li strinsero l'uno all'altro.

Felice, intessuta tutta di fantasiosi sogni, di gioie e d'amore, dovè essere le vita del Boccaccio ne' primi anni del suo soggiorno a Napoli, e Napoli colle rive incantevoli del suo golfo, colla sua aria tepida e voluttuosa, collo splendore del suo cielo, colla sua lussureggiante natura dovè potentemente influire su di lui, sullo svolgersi delle sue facoltà poetiche, sull'avviarlo per quelle nuove vie ch'egli scelse all'arte sua. Furono quelli i bei tempi nei quali vagava per il mare seguendo la donna sua:

 
Sulla poppa sedea d'una barchetta
Che il mar segando presto era tirata
La donna mia con altre accompagnata,
Cantando or una or altra canzonetta.
 

I bei tempi, ritratti in questi versi che dipingono una scena tutta napoletana, che colgono in atto la vita di Baia con le sue soavità e le sue licenze6:

 
Intorno ad una fonte in un pratello
Di verdi fronde pieno e di bei fiori
Sedeano tre angiolette, i loro amori
Forse narrando; ed a ciascuna il bello
Viso adombrava un verde ramoscello
Che i capei d'or cingea, al qual di fuori
E dentro insieme, due vaghi colori
Avvolgeva un soave venticello.
E dopo alquanto l'una alle due disse,
Com'io udii: Deh! se per avventura
Di ciascuna l'amante qui venisse
Fuggiremo noi quinci per paura?
A cui l'altre risposer: chi fuggisse,
Poco savia sarìa con tal ventura.
 

Alla donna sua messer Giovanni diede il poetico nome di Fiammetta, e per lei scrisse molti libri; primo il Filocolo, una specie di romanzo, tratto in parte da un vecchio libro francese, noioso veramente nel suo stile involuto e nella sua pesante erudizione; ma a quando a quando appassionato e rivelatore dell'affetto che già il Boccaccio sentiva vivissimo per gli studi classici. Curiosa è veramente quella parte del libro dov'è introdotta Fiammetta, quando egli finge che Filocolo andando in cerca dell'amante sia da una tempesta obbligato a fermarsi a Napoli; e quivi un giorno s'imbatta in una brigata che sta sollazzandosi e a capo della quale è appunto Fiammetta. Entra così in scena la società napoletana del tempo e noi assistiamo in qualche modo al riprodursi delle costumanze provenzali, quando sentiamo ripetersi alcune di quelle questioni che furono già argomento alle tenzoni degli Occitanici: come queste, ad esempio: quale è più infelice fra due donne, quella che ebbe un amante e lo perdè, o quella che non può sperarne di averne mai uno? Quale di tre amanti merita la preferenza, il più cortese, il più forte, o il più saggio? Quale è più verace amore il timido o l'ardito? È preferibile amare una fanciulla, una maritata o una vedova?

Un altro libro scritto per Fiammetta fu il Filostrato, poema in ottava rima, anch'esso derivante in parte da fonte francese, e che narra gli amori di Troilo e Griselda. Il suo merito letterario è smisuratamente superiore a quello del Filocolo; e ciò che in esso specialmente ci interessa è che il Troilo e la Griselda della vecchia storia troiana spariscono dagli occhi nostri, e non restano davanti a noi che un uomo e una donna dell'eterno dramma dell'amore. Codesto amore è preso proprio alle origini, è scrutato, analizzato, svolto nei suoi casi molteplici, nella felicità e nel dolore, nell'ebbrezza e nella disperazione. Bellissimo un soliloquio di Griselda, quando ella già cerca pretesti al fallo che sente nel cuor suo ormai fatale: e combattuta, vuole e disvuole, desidera e teme, sogna i nuovi gaudi, trema già dell'abbandono. Mirabilmente dipinta la gioia di Troilo, vittorioso nell'amor suo; arditamente scolpite le intime gioie degli amanti, e nunzie dello splendore delle tinte che il futuro pittore del Decamerone prepara sulla sua tavolozza. Quel domandarsi scambievole: ma è dunque vero ch'io sono con te? E quel raccontarsi le pene sofferte, quell'anelare al ritorno prima della separazione; quel non saziarsi mai della propria beatitudine, tutto questo è vero, è profondo, è sentito dal poeta, che è il vero Troilo narrante l'amor suo per Fiammetta, alla quale il Boccaccio nella invocazione si volge dicendo:

 
Tu, donna, sei la luce chiara e bella
Per cui nel mondo tenebroso accorto
Vivo: tu sei la tramontana stella
La qual io seguo per venire al porto;
Ancora di salute tu se' quella
Che se' tutto il mio bene e il mio conforto
 

Nel Filostrato, il Boccaccio aveva trovata una materia adatta alla sua indole, e subitamente raggiunse una perfezione che appena doveva superare nel Decamerone. Codesta storia d'intrighi amorosi, di seduzione, di gelosia, era una vera novella, malgrado i nomi classici e si confaceva mirabilmente alle attitudini più spiccate del suo ingegno, che lo portava a rappresentare la realtà con finezza di osservazione, accompagnandola col suo riso beffardo7.

Anche il lungo poema della Teseide fu scritto per Fiammetta e contiene molte allusioni al suo amore. Ma la sua prolissità, la mescolanza di elementi eterogenei, la studiata imitazione degli antichi ed altri difetti ne rendono faticosa la lettura. Ad ogni modo egli fu con quest'opera l'annunziatore del poema romanzesco del secolo XVI, e fu, se non l'inventore, certo il perfezionatore dell'ottava, che doveva poi servire alle immortali creazioni dell'Ariosto e del Tasso.

Un idillio, che nella sua maliziosa ingenuità può quasi (come alcuno ha detto) ricordare il Don Giovanni di Byron, è il Ninfale Fiesolano, in ottava rima anch'esso e anch'esso scritto durante gli amori del Boccaccio con Maria. Il pastore Africo s'innamora di Mensola, una delle ninfe di Diana, ne è riamato e la povera ninfa perde il fiore del suo pulzellaggio; ma poi, pentita, abbandona l'amante, che disperato si uccide. Essi sono trasformati nei due fiumicelli che scorrono presso la collina di Fiesole, e che mescolano insieme le loro acque.

Un caldo sentimento della natura, un profumo incantevole di gentilezza e un acre fremito di sensualità fanno del Ninfale un'opera d'arte già per sè stessa perfetta. Qui, come dice il Carducci8, l'idillio d'amore persuaso dalla stessa natura s'intreccia coll'epopea delle origini, e la sensualità in mezzo a' campi e torrenti è selvatica e pura come nel Dafni e Cloe, e la verità di tutti i giorni, un'avventura d'amore forse dell'altro ieri, è carezzata dal canto delle ninfe mitologiche su le cime di Fiesole soavemente illuminate dagli splendori di maggio e della leggenda, nelle fiorenti convalli che saranno poi scena al Decamerone; e viene in fine Atalante il mitico incivilitore, e, a vendetta de' due amanti sacrificati ai voti crudeli di Diana, disperde le ninfe e le costringe ai matrimoni, e fonda la città e la civiltà. Non sembra la parabola del Rinascimento sulle rovine degli istituti ascetici?

Arrivò un giorno nel quale l'amore di Maria parve intiepidirsi. Era andata da Napoli a Baia, e forse la lontananza, o la stanchezza, o altro a noi sconosciuto motivo la resero diversa da quello che era prima. O forse la gelosia faceva credere a messer Giovanni quello che non era. Certo è che di quel tempo abbiamo alcune sue rime nelle quali sentiamo gemere dolorosamente l'anima sua:

 
C'è chi s'aspetta con piacere i fiori,
E di veder le piante rinverdire,
E per le selve gli uccelletti udire
Cantando forse i lor più caldi amori.
Io non son quel: ma come sento fuori
Zefiro, e veggio il bel tempo venire,
Così m'attristo e parmi allor sentire
Nel petto un duol, il qual par che m'accuori.
Ed è di questo Baia la cagione,
La quale invita sì col suo diletto
Colei che là sen porta la mia pace,
Che non mel fa alcun'altra stagione;
E che io vada là mi è interdetto
Da lei, che può di me quel che le piace.
 

Allora non sono più gemiti ma sdegni feroci, e propositi di fuga:

 
Dice con meco l'anima talvolta:
Come potevi tu giammai sperare
Che dove Bacco può quel che vuol fare
E Cerere v'abbonda in copia molta;
E dove fu Partenope sepolta,
Ov'ancor le Sirene usan cantare,
Amor, fede, onestà potesse stare,
O fosse alcuna sanità raccolta?
E se 'l vedevi, come t'occupare
I fals'occhi di quella che non t'ama
E la qual tu con tanta fede segui?
Destati omai e fuggi il lito avaro,
Fuggi colei che la tua morte brama
Che fai? che pensi? che non ti dilegui?
 

E arriva finalmente il grido dell'imprecazione:

 
Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,
Boschi selvaggi le tue piagge sieno!
E le tue fonti diventin veleno,
Nè vi si bagni alcun molto nè poco!
In pianto si converta ogni tuo gioco,
E sospetto diventi il tuo bel seno
Ai naviganti, e il nuvolo e il sereno,
In te riversin fumo, zolfo e fuoco!
Che hai corrotta la più casta mente
Che fosse in donna, con la tua licenza
 

Nè dell'imprecazione a Baia è contento; ma va più in là, e con parole quasi selvagge urla che sarà felice quando vedrà distrutte le bellezze della donna amata, quando la vedrà vecchia, macilente e vizza:

 
S'egli avvien mai che tanto gli anni miei
Lunghi si faccian, che le chiome d'oro
Vegga d'argento, onde io m'innamoro,
E crespo farsi il viso di costei,
E crespi gli occhi bei, che tanto rei
Son per me, lasso! ed il caro tesoro
Del sen ritrarsi, e il suo canto sonoro
Divenir roco sì, com'io vorrei.
Ogni mio spirto, ogni dolore e pianto
Si farà riso, e pur sarò sì pronto,
Ch'io dirò: Donna, Amor non t'ha più cara
 

Non dirò, o Signori, che questi sian versi bellissimi; ma son versi che ci dicono quanto fosse vera, profonda, ardente la passione del Boccaccio. Paragonati a quelli del Petrarca, essi rimangono certo molto inferiori per l'eleganza; ma ci rivelano un amore pieno, quasi troppo pieno, di tutte le realtà più sensibili e più terrene. Il futuro novelliere mostra già qui le sue tendenze a ciò che è schiettamente umano, a ciò che si stacca da tutti i misticismi, da tutti i trascendentalismi dei tempi anteriori. Ci riaccostiamo alla natura e alla verità; ed è questo un gran fatto nella storia dell'umano pensiero.

Se Baia tolse per un momento al Boccaccio l'amor di Maria, questo dovè, pare, più tardi, riaccendersi. Era stato Giovanni richiamato imperiosamente dal padre a Firenze. Un giorno che Maria era andata a visitare forse le monache del convento di Bajano dove era stata educata, entrò là dentro un mercante fiorentino, che narrò aver visto pochi giorni prima che partisse entrare nella casa de' Boccacci una bellissima giovane, la quale gli avevano detto esser la sposa di Giovanni. La notizia non era vera. Una giovane sposa era entrata bensì nella casa de' Boccacci, ma sposa del padre; del “vecchio freddo, ruvido e avaro„, rimaritatosi con Bice de' Bostichi.

L'annunzio del mercante però trafisse il cuore a Maria. Lasciate che parli per un momento ella stessa, che ella stessa vi dica le angosce e i furori suoi: “Venuti i nostri ragionamenti, ciascuna si dipartì, ed io con animo pieno di angosciosa ira… ora nel viso accesa ed ora pallida divenendo, quando con lento passo, e quando con più veloce che la donnesca onestà non richiede, tornai alla mia casa. E poi che lecito mi fu di poter fare di me a mio senno, entrata nella mia camera amaramente cominciai a piangere, e quando per lungo spazio le molte lacrime parte della gran doglia ebbero sfogata, essendomi alquanto più libero il parlare, con voce assai debole cominciai: ora, o misera Fiammetta, sai perchè il Panfilo non ritorna, ora sai quello che tu andavi cercando di trovare: che, misera, chiedi di più? che più addimandi? Panfilo non è più tuo. Gitta via omai i tuoi desideri di riaverlo, abbandona la mal ritenuta speranza, pon giù il fervente amore, lascia i pensieri matti: credi oramai agli auguri e alla tua divinante anima, e comincia a conoscere gli inganni de' giovani. Tu se' a quel punto venuta là dove l'altre sogliono venir che troppo si fidano. E con queste parole mi raccolsi nell'ira e rinforzai il pianto, e da capo con parole troppo più fiere ricominciai così a parlare: o Iddii ove siete? ove ora mirano gli occhi vostri, ov'è la vostra ira? perchè sopra lo schernitore della vostra potenza non cade?.. O Iddii rivolgete in lui alcuno di quelli pericoli, o tutti, de' quali io già dubitai: uccidetelo di qualunque generazione di morte più vi piace, acciò che io ad un'ora tutta e l'ultima doglia senta che mai debbo sentire per lui, e me vendichiate ad un'ora.„

Queste parole si leggono in un libro scritto dal Boccaccio; una specie di romanzo d'amore, intitolato Fiammetta, dove i pericoli del primo incontro, la felicità dell'amor diviso, la irrefrenabile forza della passione, il combattimento contro tutti gli ostacoli, i lamenti per la separazione, il desiderio della persona lontana, il destarsi della gelosia, la disperazione dopo la certezza della perdita, tutto è rappresentato con profonda verità, con larga espansione, con tenerezza sincera.

Se non che anche nella Fiammetta certi difetti non mancano. Come già nel Filocolo, come nel Filostrato, nella Teseide e nell'Ameto e in tutte le opere giovanili del Boccaccio apparisce evidente la tendenza del suo spirito verso l'antichità classica. I lunghi e latineggianti periodi del Filocolo, le reminiscenze degli scrittori antichi, la predilezione per la mitologia, ce lo dicono chiaro; e anche la Fiammetta ci apparisce troppo erudita, troppo imbevuta di letture classiche, troppo smaniosa di citazioni, troppo diversa da quello che doveva essere una donna del tempo suo.

E questo è sicuramente un difetto. Ma un difetto che trova la sua ragione, e la sua scusa in uno dei caratteri più eminenti dell'ingegno del Boccaccio.

Il quale, mentre amava Maria, mentre scriveva i suoi romanzi amorosi, mentre si dava bel tempo nei lieti ritrovi di Napoli, aveva anche il pensiero ai suoi diletti studi umanistici, e si apparecchiava ad essere dell'umanismo uno dei più operosi fondatori. Il modo appunto col quale il Boccaccio cerca di giustificare e trasfigurare l'impetuosa passione di Fiammetta con modelli e confronti delle antiche leggende d'iddii e d'eroi, mostra che per le più intime disposizioni dell'animo suo, per il suo impulso, forse sfrenato ma profondamente ragionato verso lo svolgimento della piena e intera natura umana, egli non trovava riscontro e risposta se non nella libera e agitata umanità dell'antico mondo greco. E così quando egli nella seconda metà della sua vita si venne con sempre maggior fervore rivolgendo agli studi classici, potè fare il suo ingresso nel mondo antico come persona ad esso legata da intima affinità, e potè condurre quegli studi ad uno svolgimento e a una perfezione che hanno avuto un effetto decisivo per la cultura moderna9.

Il Boccaccio fu il primo che si applicasse con profitto allo studio del greco, fu il primo che possedesse un manoscritto completo di Omero, che egli leggeva col calabrese Leonzio Pilato, a cui diede ospitalità nella sua povera casa, e per il quale ottenne che fosse nello studio fiorentino istituito un pubblico insegnamento di lingua greca. Potè così scrivere il suo trattato della Genealogia degli Dei, vasta compilazione nella quale è raccolta la sua erudizione mitologica e che per quei tempi è cosa prodigiosa.

Certo su questo indirizzo dell'operosità del Boccaccio dovè esercitare non piccola influenza il Petrarca. I due grandi uomini s'incontrarono la prima volta nel 1350, quando il Petrarca passò per Firenze, diretto a Roma. E nell'anno seguente, al Petrarca portò il Boccaccio a Padova la lettera del Priore delle Arti, del Popolo e del Comune di Firenze, colla quale gli si rendevano i beni già confiscati al padre suo e s'invitava a ritornare alla patria. – “Vieni, gli scrivevano, vieni, o aspettato. Abbastanza vagasti intorno; città e costumi di straniere nazioni ti furon conti abbastanza. Te ogni privato, te nobili e plebei, te i domestici lari, te i ricuperati poderi invocano e chiamano.„ – Forse questa lettera così abbondante d'affetti fu scritta dal Boccaccio stesso, e noi possiamo figurarci con che gioia egli si movesse per portarla al suo grande amico, in quali dolci colloqui si trattenesse con lui. Essi trascorsero insieme alcuni giorni deliziosi; mentre il Petrarca era allora tutto intento agli studi teologici, il Boccaccio si trascriveva avidamente una parte o l'altra delle opere di lui; verso sera scendevano nel giardinetto ridente nel lusso della vegetazione primaverile, e si ricreavano in isvariati colloqui10. Per il Boccaccio, il Petrarca era una specie di divinità; egli lo chiama sempre maestro suo, e lo proclama santissimo esempio di onestà, famosissimo poeta, arca di verità, splendore di virtù, gloria della facoltà poetica; egli, modesto e buono, spera di aver fama dopo la morte sol perchè fu in corrispondenza col Petrarca “Questo mi fa sicuro, egli dice, che così almeno il mio nome alla più tarda posterità giungerà venerabile, chè non potranno gli assennati creder dappoco e neghittoso un uomo cui tu frequenti e lunghe lettere scrivesti.„ E quelle lettere ordina amorosamente in volume, e si affatica a trascriver per lui opere antiche, e lo circonda di un amore, di un rispetto, di una venerazione, che ci svelano (se pur ce ne fosse bisogno) tutta la bontà di quell'anima. Si fa piccolo davanti a lui, gli scrive che ha bruciate le proprie poesie dopo aver letto le sue. Gli parla de' cari suoi, della figlia, della piccola nipote, del genero, con un affetto candido e vivo, e dal quale apparisce quanto fosse sensibile il suo cuore, quanto squisitamente nei suoi affetti gentile. Non vi dispiaccia sentir questa pagina; colui che scrive è quel Boccaccio che tante volte fu chiamato maestro di lascivie e corruttore del costume. Viveva a Venezia col marito e con una piccola bambina, Francesca figliuola del Petrarca; lei visitò il Boccaccio, e così all'amico ne scrive: “Riposatomi alquanto mi recai alla casa di lei per salutarla, la quale saputo appena ch'io v'era, non altrimenti che fatto avrebbe per il tuo ritorno, lietissima in volto mi corse incontro, e tinta alcun poco di rossore, poichè mi fu accanto, chinati a terra gli occhi in atto di modestia e di filiale affezione, mi fe' un gentile saluto e a braccia aperte mi ricevette. Dio buono! M'accorsi tosto che ella adempieva un tuo ordine, vedi la fiducia che in me voi tutti ponete, e di essere veramente tutto cosa tua io meco stesso mi rallegrai. E poichè d'alquante cose e delle recenti novelle si fu parlato alcun poco, scendemmo nel tuo orticello, ed ivi con più aperte e più tranquille parole, la casa, i libri, e tutto quanto è tuo e quanto è suo con matronale gravità, perchè il prendessi, m'offerse. Ed ecco, mentre noi parlavamo, a passo più posato che a quella età non si convenga, a noi venire la tua delizia, Eletta tua, che prima di parlarmi mi guardò sorridendo; ed io non lieto soltanto, ma avidamente, tra le braccia la strinsi. Al primo aspetto parvemi rivedere la mia bambina. Eguale a quello della mia figliuoletta è il viso della tua piccola Eletta; eguale il sorriso, eguale la vivezza dell'occhio, il gestire, l'andare, sebbene più grandicella e d'età un poco maggiore fosse la mia, che già toccava cinque anni e mezzo quando la vidi per l'ultima volta… Ahimè infelice! quanto soventi volte abbracciandola teneramente e prendendomi diletto di favellare con lei, la memoria della mia bambina perduta mi fece prorompere in pianto.„

5.De Sanctis, Saggio, 33.
6.De Sanctis, Storia, I, 307.
7.Gaspary, Storia della Letteratura Italiana. II, 10.
8.Ai Parentali di Giovanni Boccacci, p. 11.
9.Stentner, Petrarca e Boccaccio.
10.Lettera del Boccaccio: Ut huic epistulæ.
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Litres'teki yayın tarihi:
13 ekim 2017
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