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Kitabı oku: «La vita italiana nel Trecento», sayfa 6

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VII

Consapevole della propria illegittimità, il nuovo Signore s'industria ad avvalorare la sua autorità con un diploma d'investitura imperiale o pontificia, che paga anche a caro prezzo. Ma i titoli che si comprano, allora come ora, si sa appunto quanto valgono, non più e forse meno del costo. Dopo la rovina degli Svevi la maestà dell'impero andò sempre declinando; invocati pacificatori quando stavan lontani, i Cesari germanici, ogni qualvolta calarono in Italia tra il 1268 e il 1400 fecero mostra d'impotenza; se uno almeno, Arrigo VII, vi morì sconfitto ma compianto (e le lodi di Dante, di Dino Compagni, di Cino da Pistoia, di Sennuccio del Bene, di Albertino Mussatto onorano tuttavia la sua memoria), gli altri due, Ludovico il Bavaro e Carlo IV di Boemia, se ne partirono svillaneggiati e derisi, dopo aver operato più da mercanti che da sovrani.

Le beffarde querele di Franco Sacchetti a papa Urbano V e a Carlo IV, quando passaron da Firenze nel 1365, poi le invettive anche più fiere di Fazio degli Uberti contro l'istesso Carlo e gli altri lurchi moderni germani omai immeritevoli di custodire l'augello imperiale, essi che d'aquila un allocco n'hanno fatto, per tacere dei giudizi del Villani e degli ondeggiamenti e dei disinganni del Petrarca, mostrano come, durante quel periodo, si andasse perdendo, tra gli Italiani, la fede negli antichi ideali politici; e più d'uno cominciava forse a pensare ciò che scriverà ai primi del 500 Francesco Vettori che “l'investitura data da un uomo che vive in Germania, e che d'imperatore non ha che il titolo, non basta a fare un villano vero signore di una città„.

I signori invero, tuttochè si procaccino pergamene, fanno assegnamento più che altro sul proprio valore, e non meno sull'ingegno che sulla forza. Di tanto cresce l'importanza del pensiero, di quanto scema la riverenza verso le due grandi autorità, fonti del diritto pubblico universale, il Papato e l'Impero romano germanico. Mentre nei primi secoli del medioevo predominano le consorterie, le corporazioni, le scuole e le arti, onde parecchi monumenti, così d'architettura come di legislazione, rimangono anonimi e collettivi, invece coll'istituzione delle signorie emergono e campeggiano gli individui. Rarissimi sono i Signori che non abbiano in pregio la coltura; anzi, amando modellarsi su Federigo II (il quale in molte parti aveva precorso al moderno concetto dello Stato), lo imitano anche nel compor versi d'amore o d'argomento politico e morale. E pur si leggono nelle raccolte antiche o moderne rime di Guido da Polenta, di Castruccio Castracani e di Arrigo suo figliuolo, di un Bruzzi figlio naturale di Luchino Visconti, di un Malatesta dei Malatesta di Rimini, signore di Pesaro, di Marsilio dei Carraresi di Padova, di Roberto dei Guidi del Casentino, conte di Battifolle, il quale scambiò col Petrarca epistole latine e un sonetto volgare. Similmente si compiacevano di accogliere in corte poeti e dottori; e, se taluno, rozzo e altezzoso, trattava i poeti alla pari de' giullari e dei buffoni, molti invece ne facevano gran conto e se ne giovavano per commissioni e ambascerie. Così Franceschino Malaspina, marchese della Lunigiana, incaricò Dante di conchiudere una pace, e Guido da Polenta lo mandò poi oratore a Venezia. Il Petrarca fu inviato anch'egli presso la Serenissima da Giovanni Visconti; all'imperatore e al re di Francia da Galeazzo II, e prima del papa Clemente VI alla regina Giovanna di Napoli. I signori ed i Comuni facevano a gara per aver segretari letterati che componessero, con destra argomentazione e con erudita rettorica, lettere e discorsi. La nuova arte diplomatica sorgeva insieme colla trasformazione dello Stato. Per non tediarvi con un altro elenco di nomi, ricorderò soltanto, da un lato il Saviozzo da Siena di cui v'ho citato la laude al giovane Galeazzo e che fu cancelliere di Federigo da Montefeltro conte di Urbino; dall'altro Coluccio Salutati che, dopo aver servito la Curia romana, diventò segretario della repubblica di Firenze, e, al pari dei suoi predecessori e dei successori, in tale ufficio, fu uno dei più dotti uomini dell'età sua. Giovan Galeazzo diceva che le epistole di Coluccio gli facevano paura più di mille cavalieri.

VIII

Ma di questo Visconti, che già due volte ho avuto occasione di nominarvi, riparleremo più distintamente in appresso, perchè fu l'ultimo e più compiuto tipo del tiranno trecentista. Ora per rifarmi invece dal primo con cui s'inizia il periodo delle signorie, debbo presentarvi il molto magnifico ed inclito marchese Azzo o Azzolino VI da Este, signore di Montagnana, di Gavello, di Rovigo e del Polesine, non che di parecchi castelli e terre allodiali in Lombardia e in Lunigiana, e di più creato da papa Innocenzo III marchese d'Ancona, del qual feudo doveva poi due anni appresso ottenere da Ottone IV anche l'investitura imperiale. Apparteneva ad una schiatta antica e potente, un ramo della quale costituì in Germania la casa di Brunswick; sicchè Ottone IV in un diploma lo chiamava suo cognato ossia congiunto. Grazie ad un parentado aveva unito ai propri beni le ricchezze grandissime dei Marcheselli Adelardi capi della fazione guelfa in Ferrara, come i Salinguerra erano della ghibellina. Liberale del suo, si era procacciato numerosi aderenti, e grazie al favor popolare otteneva ed esercitava volentieri l'ufficio di podestà, per esempio, nel 1205 a Ferrara, nel 1206 a Mantova, nel 1208 a Verona, dove (dice un cronista) egli d'accordo col conte di San Bonifacio dominò finchè visse.

Le podesterie furono, come già v'ho accennato, primo avviamento alle signorie. Tal magistratura, la quale non aveva nulla a che fare con quella che il Barbarossa, sotto l'istesso nome, aveva già voluto imporre ai Comuni, si era omai estesa, con universale gradimento, in ogni città. Il podestà essendo un forestiero a cui veniva affidato per un solo anno, e coll'obbligo di render conto, l'incarico di far eseguire le leggi e di amministrar la giustizia civile e penale, offriva una guarentigia d'imparzialità che lo rendeva accetto a tutti gli abitanti. Doveva menar seco, non le persone di famiglia (chè gli era vietato), ma una famiglia di giudici, cavalieri e berrovieri. Il sospetto che diventasse troppo potente fece poi distaccare dal suo ufficio il comando delle milizie, e così creare l'altra magistratura del capitano del popolo. Ma non era un buon rimedio: poichè i signori feudali che ambivano la potestà, nè scadendo dall'ufficio, avrebbero potuto per regola esservi confermati, riuscivano invece a farsi eleggere capitani del popolo, e viceversa, perpetuando così la propria autorità. I Comuni, in sostanza, con simile istituzione, si confessavano inetti ad esercitare la giustizia, senza ricorrere ad un estraneo; era dunque naturale che quest'ultimo, destreggiandosi fra le parti contrarie o mettendosi a capo di una di esse, suscitasse nei più il desiderio che gli fosse dato in mano lo Stato.

Ciò appunto avvenne in Ferrara; dove Azzo d'Este e il Salinguerra giuniore, dopo aver proceduto d'accordo per qualche anno, vennero ad aperta rottura; nel 1207 il secondo cacciò il primo, e alla sua volta fu cacciato l'anno seguente. Ma in tale occasione la cittadinanza creò l'Estense governatore, rettor generale e signore perpetuo di Ferrara, colla trasmissione della dignità nel suo erede, e col diritto di provvedere, di correggere, e di riformare ogni cosa ad arbitrio della sua volontà.

Fu il primo esempio, dice il Muratori (che pubblicò l'atto solenne), d'un Comune il quale cedesse la propria sovranità per metter freno alle discordie intestine. Se non che la fazione dei Salinguerra tornò vittoriosa nel 1209, e l'imperatore Ottone riconciliò momentaneamente i due competitori; ne seguirono nuove vicende di guerra e di pace, finchè nel 1240, abbattuti gli avversari coll'aiuto del legato pontificio, Azzo VII diventò davvero signore perpetuo della città. Invero, morto che fu, nel 1264, i fautori della sua casa ne assicurarono la successione ad un figliuolo illegittimo d'un suo figliuolo. Ed un cronista contemporaneo sentì un Aldighiero dei Fontanesi (disceso dagli Aldighieri di Val di Pado e però congiunto col sommo Poeta) arringare il popolo dicendo: “Non temano gli amici, nè s'imbaldanziscano i nemici… Rimane quell'Obizzo diciassettenne, di buona indole e di buona speranza. E se, a prender la signoria, Casa d'Este non avesse più nessuno, ce lo faremmo di paglia.„ E il popolo a gridare: sì, sì! In simil modo Obizzo fu acclamato signore di Modena nel 1288 e di Reggio nell'89: plebisciti che poi si rinnovarono anche a pro di altri Estensi: segnatamente a Ferrara per Rinaldo nel 1317 e a Modena per Obizzo II nel 1336. Ma dell'opera propria non ebbe già da lodarsi quell'Aldighiero; il quale morì avvelenato a tradimento da Obizzo I, e poco dopo i suoi parenti, essendosi due volte sollevati, furono tutti o ammazzati o banditi.

Di questi e d'altri delitti (quali l'eccidio per agguato di Jacopo del Cassero e la seduzione di Ghisolabella de' Fontanesi) fece giusta vendetta il Poeta sommergendo lo spirito del tristo marchese nella fossa di sangue bollente, e infamando in pari tempo (secondo la voce che allor correva) le azioni e i natali del suo successore Azzo VIII:

 
… Quella fronte che ha il pel così nero
È Azzolino; e quell'altro che è biondo
È Obizzo da Esti, il qual per vero
Fu spento dal figliastro su nel mondo.
 

IX

Bene stanno uno accanto all'altro quei due tiranni, il guelfo Obizzo, alleato di Carlo d'Angiò, e il ghibellino Ezzelino III da Romano, genero e vicario di Federigo II, spietati ugualmente ambedue, se non che l'uno più feroce e l'altro più perfido.

Degli Ezzelini v'è già stato parlato da altro lettore3: ond'io ricorderò soltanto in qual modo questi grandi feudatari (anch'essi, come gli Estensi, d'origine germanica) fondassero la lor signoria nella Marca Trevigiana, dove il loro avo Ecelo nel 1036 aveva avuto dall'imperatore Corrado II il castello di Romano. Il primo Ezzelino, tornato dalla seconda crociata, fu creato avvocato ossia mandatario e campione di molti vescovi e abati e con ciò arricchì e ingrandì la sua casa. Dopo aver servito il Barbarossa, passò all'altro campo e diventò rettore della Lega lombarda; giurò la cittadinanza di Treviso e di Vicenza e in ambedue questi Comuni tenne per primo l'ufficio di podestà.

Il figliuolo, Ezzelino II, vien detto il Monaco, perchè (come varii principi di quella e d'altre età) volle finir la vita in un chiostro. Succeduto al padre nel 1184, ne continuò le tradizioni e la fortuna politica, or podestà, or capitano di varie città, e sempre accortamente mescolato nelle guerre e nelle paci, nelle leghe e nelle fazioni. L'istesso fece il terzo Ezzelino; ma con tanta gagliardia e con tanta crudeltà che colpì le menti di pauroso stupore; le storie e le novelle, anche più di due secoli appresso, sono piene del suo nome; onde l'Ariosto cantava:

 
Ezzelino, immanissimo tiranno
Che fia creduto figlio del demonio.
 

Colle podesterie e colle armi, aiutato da Federigo II e dai Ghibellini, s'era impadronito di Verona, di Vicenza, di Bassano, di Padova, e quindi di Treviso, di Trento, d'Este, di Bassano e di Belluno: si reggeva cinto da satelliti, spogliando e abbassando i grandi, e sollevando la plebe, e parve giungere al culmine nel 1250, mentre la città di Verona lo gridava suo signore, a suono di trombe e di tamburi, in mezzo ad un generale tripudio non minore di quello che nel 1259 doveva festeggiare la sua estrema rovina. Oramai i Comuni lombardi che primi avevano acquistata la libertà, erano anche i primi a mostrarne fastidio. E se n'era veduta pure una prova, diciassette anni innanzi, quando il buon frate Giovanni di Schio, predicando concordia e perdono, aveva fatto giurare la pace a ben 300 mila persone sui campi di Paquara. Poichè il frate medesimo col favor della moltitudine fu eletto conte e signore a Vicenza e a Verona; e tosto prese a mutare statuti e magistrati, a farsi dare ostaggi, e fu accusato d'infierire contro gli eretici e i Ghibellini; onde si riaccesero le passioni un momento sopite, e l'opera del sant'uomo miseramente fallì. Par di leggere la scena dello Shakespeare, così vera di psicologia storica, dove la plebe romana, in risposta all'infiammata allocuzione di Bruto, gli gridava: “Sii tu il nostro Cesare!„ Infatti la repubblica nell'antica Roma non poteva risorgere, e trascorsi appena tredici anni dall'uccisione di Cesare, vi si impiantava il dominio d'un solo. Alcunchè di simile accadde nei Comuni lombardi, nella seconda metà del secolo XIII, dopochè Ezzelino, vinto al Ponte di Cassano dalla crociata bandita contro di lui da papa Alessandro IV, morì ferocemente quale aveva vissuto, lacerandosi le ferite, e quindi il fratello e i parenti di lui furono fatti a pezzi, con orribili stragi.

Nell'ebbrezza della vittoria tutte le città pensarono di rivendicarsi in libertà, e Verona, Vicenza, Padova, Treviso strinsero una lega di scambievole difesa e fratellanza. Ma fu un fuoco di paglia: e in breve si assoggettarono a nuovi padroni. Verona, per la prima, assalita dal guelfo conte di Sambonifacio nel 1261 elesse capitano del popolo Mastino della Scala, antico soldato e castellano d'Ezzelino. Ed essendo stato questi assassinato nel 1279, il popolo levatosi in armi trucidò i congiurati e mise nel luogo del morto il fratello di lui Alberto, che era podestà a Mantova. Alberto governò con mitezza, promosse l'industria e il commercio, abbellì e munì la città, e aggregò allo Stato Vicenza, Feltre, Belluno e altri luoghi. Gli succedettero prima il figlio Bartolomeo dal 1301 al 1304 e poscia i fratelli Alboino e Can Francesco, serbando sempre il titolo di capitani del popolo, finchè Arrigo VII nel 1312 li creò vicari imperiali.

Questa famiglia che per l'innanzi non aveva avuto possessi nè titoli feudali, mentre un de' suoi era stato console nel 1147, fu molto probabilmente d'origine latina e cittadina; e la miglior tempra di alcuni suoi principi fa gradevole contrasto coll'efferatezza dei tiranni contemporanei. A Bartolomeo alludeva Dante, quando si faceva dire dal suo avo Cacciaguida:

 
Lo primo tuo rifugio e il primo ostello
Sarà la cortesia del Gran Lombardo
Che in su la scala porta il santo uccello;
 
 
Che in te avrà sì benigno riguardo
Che del fare e del chieder, tra voi due,
Fia primo quel che gli altri è più tardo.
 

Il fratello e successore di lui, Alboino, fu uomo fiacco di mente e di corpo; nè il Poeta ebbe da lodarsene; onde gli dette una sdegnosa sferzata nel Convito; ma, per ammenda, esaltò oltremodo il terzo dei figliuoli legittimi d'Alberto, il quale (in grazia, a quanto narrasi, di certo sogno avuto dalla madre) si chiamò fin dalla nascita Cangrande.

 
Non se ne sono ancor le genti accorte
Per la novella età…
 

Ed infatti aveva solo nove anni nel tempo in cui Dante finge avvenuto il suo misterioso viaggio, e non più di tredici, quando egli stesso si recò effettivamente in Verona. Annunzia bensì, sempre per bocca di Cacciaguida, che

 
… pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni
 

(cioè prima che Clemente V mandi a vuoto l'impresa di Arrigo VII)

 
Parran faville della sua virtute
In non curar d'argento nè d'affanni;
Le sue magnificenze conosciute
Saranno ancora sì, che i suoi nemici
Non ne potran tener le lingue mute.
A lui t'aspetta ed a' suoi benefici:
Per lui fia trasmutata molta gente,
Cambiando condizion ricchi e mendici.
 

Nell'ultima profezia può ravvisarsi un'allusione agli effetti del principato che sollevava gli umili e abbassava i grandi, ma assai più oscura è la terzina che segue e che ha inutilmente affaticato l'ingegno degli interpreti:

 
E portera'ne scritto nella mente
Di lui… ma nol dirai… E disse cose
Incredibili a quei che fia presente.
 

I primi versi invece si riferiscono a fatti noti, cioè alla fastosa liberalità con cui Cangrande, rimasto solo signore di Verona nel 1311, radunava intorno a sè artisti, letterati, giullari, uomini d'arme, guelfi o ghibellini che fossero; la compagnia finì col parer anche troppa al Poeta, il quale si partì sdegnosamente da quella corte, dove (se credesi a certe leggende tramandateci dal Petrarca) la sua franchezza riuscì mal gradita. Narrasi in fatti che c'era fra gli altri un istrione procacissimo il quale con motti e con gesti osceni rallegrava assai la brigata. E Cangrande, sospettando che Dante ne fosse indispettito, gli chiese come mai un tal pazzo piacesse a tutti, e viceversa a tutti increscesse un savio come lui. Al che quegli rispose con arguta amarezza: “Perchè ogni simile ama il suo simile.„ Ed anche in altra occasione, dopo un convito, si sarebbero scambiate male parole il Poeta e il Signore esaltato dal vino. Vere o false, queste storielle ritraggono i costumi delle corti medioevali; e parimente ci dà un'idea di tal vita allegra e agitata una bizzarra frottola di Manuel Giudeo, che fu amico e ammiratore di Dante, e che dava il vanto a Verona su tutte le terre di Levante da lui visitate:

 
Destrier e corsiere,
Masnate e bandiere,
Coraccie e lamiere
Vedrai rimutare.
 

E poi fanti che passano, bandiere che sventolano, strumenti che suonano…

 
Qui vengono feste
Con le bionde teste,
Qui son le tempeste
D'amore e d'amare.
 

In altre strofette si descrive la più eletta compagnia che raccogliesi nelle sale del Palazzo:

 
Baroni e Marchesi
De tutti i paesi
Gentili e cortesi
Qui vedi arrivare.
 

E vi si fa cenno di dotte discussioni che peraltro non dovevano procedere molto tranquille:

 
Quivi astrologia
Con philosophia,
E di theologia
Udrai disputare;
Quivi Tedeschi
Latini e Franceschi
Fiamminghi e Inghileschi
Insieme parlare;
Fanno un trombombe
Che par che rimbombe
A guisa di trombe.
 

Vi s'incontrano giudei, saraceni, romei, pellegrini, cantori, trovatori, falconieri, ragazzi; poveri affamati; animali domestici e selvaggi; è una corte bandita dove tutti si satollano, tutti si sollazzano di giorno e di notte, con giuochi senza fine: assai lontano crepuscolo alle raffinate eleganze onde rifulgeranno nel seguente secolo, le case e le ville medicee di Firenze, i palagi ducali di Ferrara, di Mantova e d'Urbino.

 
E questo è 'l signore
Di tanto valore
Che 'l suo grande honore
Va per terra e per mare.
 

A questa conclusione del nostro rimatore fanno eco altri contemporanei che pagarono con simili lodi i benefizi ricevuti dallo Scaligero: così il Ferreto, storico e poeta di Vicenza, ne cantò la gloria in un poema latino, ed il cronista Sagacio Muzio Gazzata ci lasciò una descrizione delle splendide stanze assegnate agli ospiti, dipinte con diversi emblemi a seconda della condizione delle persone.

Per contrario non gli si mostrò benevolo nè in prosa nè in verso Albertino Mussato, l'insigne storico e il poeta incoronato di Padova, sebbene preso in guerra, sotto le mura di Vicenza, fosse stato trattato da Cangrande più come ospite che come prigioniero. Ma egli era uno dei pochi che serbassero in cuore il culto disinteressato della libertà e del Comune: onde non perdonò mai al signore di Verona le violenze e le insidie a danno della sua patria, mentre per amor di questa, dimenticò, nel maggior pericolo, le ingiurie e l'esiglio sofferti dai Carraresi, che si eran fatti tiranni della città; e invitato si unì con essi contro il comune nemico.

Autore, tra le altre opere, di una tragedia latina dove col titolo di Ecerinis mette in iscena il tiranno, già diventato leggendario, della Marca Trevigiana, il Mussato chiama lo Scaligero Ezelino redivivo. Ma questi, benchè non immune dai vizi dell'età sua e del suo stato, non merita davvero sì ingiuriosa appellazione. Si citano di lui vari tratti che lo mostrano magnanimo anche cogli avversari e assai men rapace d'altri più potenti sovrani; così quando Filippo il Bello, d'accordo con Clemente V, abolì l'ordine dei Templari (nel Tempio portò le sacre vele), e si appropriò le immense ricchezze che possedeva in Francia, Cangrande invece consegnò lealmente ai cavalieri Gioanniti i beni immobili esistenti nel suo Stato, e volse ogni rimanente a vantaggio della città. La sua potenza fondavasi sull'accorgimento politico non meno che sulla virtù guerresca, ed era giunta all'apice nel 1319. Aveva finito col sottometter Padova, cedutagli dallo stesso Marsilio da Carrara, in odio al suo tristo congiunto Niccolò; e posto l'assedio a Treviso, anche questa città gli si arrese, per consiglio degli anziani che vollero prevenire un moto di popolo in favore della nuova signoria. Ma pochi giorni dopo esservi entrato, morì di morbo improvviso, e la sua fine, se crediamo ad un anonimo cantore, fu pianta da tutti, baroni e plebei, e anche da ogni principe e re di corona.

 
Mort'è la fonte de la cortesia,
Mort'è l'onor de la cavalleria,
Mort'è il fior di tutta Lombardia,
Ciò è messer Can grande,
Che 'l suo gran core e la sua valoria
Per tutto 'l mondo spande!
 

Ed un altro rimatore, forse più antico, diceva del pari in un sirventese non pervenutoci intero:

 
Messer Can de la Scala, franca lanza
[è 'l più le]al che sia de qui a Franza,
[per tutto] 'l mondo el porta nomenanza
de prodeze.
 

I nipoti Mastino ed Alberto ne ereditarono il dominio e l'ambizione, ma non l'animo nè il senno. La fortuna in principio li favorì coll'acquisto di Brescia, di Parma e di Lucca; ma la loro minacciosa grandezza suscitò nel 1337 una lega capitanata da Venezia e Firenze, coi Visconti, i Gonzaga ed altri signori italiani e stranieri a desolazione e rovina degli Scaligeri. Dicevasi allora, e lo riporta un anonimo cronista romano, che Mastino si fosse procacciata una preziosa corona per farsi incoronare re de Lommardia; una simile accusa, in sul finir del secolo, si ripeterà per Giangaleazzo Visconti: e bastava a stringere momentaneamente in un fascio le forze di tutti, contro il pericolo da tutti temuto. Mastino II e Alberto, vinti ed oppressi, perdettero tre quarti dei loro stati e dovettero nel 38 giurar fedeltà a Venezia, cedendole Treviso, Bassano e altre terre. Dopo di loro, quella casa sì ben cominciata finì malamente tra fratricidi e congiure, e nel 1387 Verona cadde in balìa di Giangaleazzo.

L'istessa sorte toccò l'anno seguente a Padova ed ai Carraresi che avevano imprudentemente aiutato Giangaleazzo contro gli Scaligeri. Marsilio, il quale aveva ottenuto la signoria della città, in premio di aver tradito Mastino per cui trattava la pace, era morto prima di poterne godere, e l'aveva lasciata al cugino non meno fornito d'ingegno che di crudeltà. Avendo questi chiamato a succedergli per testamento un Papafava, l'erede escluso, Giacomo da Carrara, assassinò l'altro nel 1345, e morì assassinato egli stesso cinque anni dopo. Il nipote e il pronipote, Francesco il Vecchio e Francesco Novello, che avevan dovuto nell'88 rinunziare allo Stato, lo ricuperarono dopo alcuni anni, ma finirono nel 1406 strangolati entrambi nelle carceri di Venezia.

3.Vedi la conferenza di R. Bonfadini, che è la prima di questa serie.
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Litres'teki yayın tarihi:
13 ekim 2017
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