Kitabı oku: «Il Libro Nero», sayfa 4
CAPITOLO V
Nel quale è detto di ciò che vide il conte Ugo guardando la torre del Negromante
Il giovine signore di Roccamàla, come fu giunto nella sua camera, licenziò i famigli e andò difilato verso il letto, superba mole di legno intagliato, con un largo padiglione di damasco rabescato, che era sorretto da quattro svelte colonne.
I letti antichi erano più sapientemente foggiati al sonno e ai gravi raccoglimenti della notte, che i nostri odierni non siano. Quel vasto e soffice strato a cui si saliva per un largo gradino che lo separava affatto dalla camera stessa in cui era collocato, quelle ampie cortine che scendevano in grandi pieghe a racchiuderlo da tre lati, lasciando anche dal quarto poco spazio alla luce, appartavano l'uomo dalle cose tutte e dai negozi della vita, celavano gli occhi suoi e lo spirito in una penombra particolare, su cui regnava la profonda quiete ristoratrice delle membra ed aleggiava Morfeo, il benefico nume.
Ma la quiete non era quella notte nella camera d'Ugo, e non poteva scender su lui, che portava il turbamento nell'anima; Morfeo non era ad aspettarlo tra le vaste pieghe del damasco rabescato, e non scese dal padiglione, quando Ugo andò sotto le coltri.
Il giovane pensava, pensava sempre, e le sue palpebre asciutte non sentivano il sonno. La ballata di Aporèma gli suonava ancora all'orecchio; le strofe, con molesta vicenda, gli si offrivano spiccate allo sguardo. Vedeva il convito degli angeli celesti, il venerando Sire e il beffardo tentatore degli uomini, vedeva Giobbe felice, poi caduto in basso stato, infermo e reietto; e udiva fischiare dinanzi all'Eterno questa amara sentenza:
Felice è l'uomo finchè la fede
Inviolata nel cor gli stà,
E il primo intonaco di ciò che vede
A brani a brani non se ne va.
Il primo intonaco! Viviamo noi dunque in un inganno continuo, non pure de' sensi nostri, ma eziandio della nostra ragione? Quello che io vedo non è sempre il vero; ma quando è esso il vero? E come potrò io sincerarmene? Ora, è egli buono, o franca la spesa il vivere, quando la vita non abbia altro pregio, fuorchè la fede che vive in noi, e non ha altro fondamento che in noi? No, certamente, una vita siffatta è diletto di sciocca gioventù, o necessità di paurosa vecchiaia, non degno ufficio dell'uomo che pensa.
Chi può rassegnarsi a vivere, se tale è la vita? Aporèma soltanto; egli, l'eterno filosofo, egli che preferisce il sapere al godere, egli che è entrato nel segreto del creatore, egli che vede i congegni da vicino, e ride, egli che sta beffardo a cavalcioni sull'arcobaleno e ne considera il nulla, egli che può dire all'eterno vecchio di lassù:
Quanto la vostra mano dispone,
Per me segreti, Sire, non ha;
So quanto valgono cose e persone,
E niun sul prezzo gabbo mi fa!
Chi è questo pellegrino che sa tante cose, e fa cantar Satana non dissimilmente da ciò che canterebbe egli stesso, se venisse a trovare il suono ed il motto al mio desco ospitale? Certo, gli è un uomo che ha molto patito, e oramai non crede più in nulla. Ma che prova cotesto? Uomini tristi e donne senza cuore ce n'ha in copia nel mondo, ed egli può essere capitato tra i peggiori… Sì, ma intanto chi di noi può asserire: io metterò lo sguardo sopra i migliori? E perchè siamo noi condannati, nella ricerca della felicità, ad andare sempre tentoni, incespicando ad ogni piè sospinto e fallando così di sovente la strada?..
Su questa china correva a precipizio lo spirito d'Ugo, e per tal guisa correndo, giunse molto più lunge che io non racconto, fino a che non si fermò sbigottito sull'orlo di un abisso, in fondo al quale non erano già più le teoriche vaporose, ma le spiccate immagini degli amici e di tutte le cose più caramente dilette al cuor suo. Si fermò, dico, e volendo distoglier la mente da quelle moleste fantasie, si voltò sull'altro fianco, innalzando il pensiero ad altre immagini più leggiadre, a quel sogno d'uom desto ch'egli soleva procacciarsi ogni sera, anello consueto tra la veglia ed il sonno.
Ognuno dei nati alla mestizia, ognuno ha questo sogno prediletto, questo castello in aria, a cui consacra l'ora più solitaria e più soavemente tranquilla delle sue tristi giornate. Per taluni questo sogno è d'ambizione soddisfatta; per altri è d'amore; comunque sia, per un istante le ree necessità del vivere quotidiano spariscono; gli ostacoli si sormontano; gli abissi si colmano; Prometeo giunge al sole, rapisce la scintilla ed anima la creta più ribelle ai suoi voti. Non è visione di dormente; è speranza, è potenza di desiderio che foggia a sua posta il futuro; o si direbbe piuttosto che la mente additi al cervello, al suo organo obbediente, quello ch'ei dovrà raffigurarle come vero tra un'ora, i sorrisi, le carezze, le gioie superbe che egli dovrà recarle in tributo.
Ora il conte Ugo, rifacendosi al suo leggiadro vaneggiamento d'ogni notte, pensò alla donna de' suoi pensieri, a Giovanna di Torrespina.
Quel giorno, siccome si è detto, egli era andato a falconare, ed aveva cavalcato una ventina di miglia più lunge, fino al castello dei Torrespina. Quel giorno la bellissima donna aveva rallegrata di sua presenza la caccia, ed egli era stato lung'ora al suo fianco, misurando il passo del suo generoso Aquilante su quello di Mirza, la bella giumenta saracina, che portava il dolcissimo peso della donna adorata.
Per un tratto la comitiva s'era sparpagliata qua e là, seguendo ognuno le fasi della caccia e il desìo naturale del correre; e conte Ugo era sempre a fianco di lei, col suo randione sul pugno.
Egli amava Giovanna come donna non fu amata mai sulla terra, con veemenza di passione e ritegno ad un tempo. Il desiderio gli lampeggiava dagli occhi, e le sue labbra, che timide non erano per fermo, si contentavano a dirle: «vi amo, madonna.» Un affetto vigoroso e profondo ha di cosiffatte soste, pari alle calme oceaniche, le quali rattengono per mesi interi, e quasi nel punto medesimo dell'onda tranquilla, il legno paziente, che poi, al primo soffio di un'aura seconda, naviga a golfo lanciato, per trovar nuova terra o affogare.
E Giovanna di Torrespina non era sorda all'affetto di Ugo. Sebbene ella non avesse mai risposto parola a quelle frasi che gli prorompevano dalle labbra nell'impeto delle sue adorazioni, egli bene intendeva d'esser ricambiato da lei, e ciò poteva bastargli, fino a tanto durasse quel periodo di calma oceanica che sopra s'è detto.
Cavalcavano ambedue silenziosi, ma di quel silenzio che è pieno di tante cose soavi; di quel silenzio che confida un bacio ad un soffio d'aura leggiera che passi, e che muove gli occhi a guardare se quel soffio e quel bacio son giunti sulla guancia vermiglia di lei, e se ella se n'è pure avveduta, di quel silenzio che ama, nel curvarsi lieve lieve della persona, far parlare un'arcana favella all'incontrarsi d'un braccio e di una piega di veste; di quel silenzio che sforza due volti a fissarsi ad un punto istesso l'uno nell'altro, quasi fossero mossi da una medesima volontà, mentre essi non sono che attratti da un sottilissimo spirito magnetico, il quale è nato dalla vicinanza di due creature, nutrito dalla compenetrazione di tutto il meglio che svapora dalle loro simpatiche forme, che raggia dai loro occhi, che si sprigiona dai loro cuori, ed è quello che inavvertito ravvicina il braccio a sfiorare la veste, che consiglia il moto simultaneo dei volti, che porta le mute dimande e le mute risposte, e trasforma in un bacio scambievole il lieve soffio dell'aura che passa.
In uno di questi momenti che santificano la passione e divinizzano il senso, momento reso più solenne dalla quiete meridiana che regnava d'intorno, e dalla dolce ombrìa dei fitti rami delle querce giganti, che, incurvandosi sulla strada, chiudevano ogni adito alla spera del sole, madonna avea sporta la mano rivestita dal guanto, verso il randione del suo cavaliere. Questi s'era affrettato a levargli il cappello, e il nobile animale, vedendo l'invito cortese della dama, fece quel doppio atto, così maestrevolmente descritto più tardi dal divino Allighieri in questi tre versi:
Quasi falcon che uscendo di cappello
Muove la testa e con l'ale s'applaude,
Voglia mostrando e facendosi bello;
quindi volò sul pugno della gentil donna, mettendo un grido di gioia presso che umana.
Un grido simigliante proruppe dal petto del conte Ugo. Si fè vermiglio in volto per la gioia improvvisa; spronò il suo palafreno più accosto a lei, per modo che il ginocchio sentì il tocco dei suoi piedi sotto lo strascico della lunga veste pendente, e con voce tutta tremante le disse:
– Avventurato è Febo, madonna, che vi posa sul pugno. Vedete come egli vi guarda amorevolmente coi suoi grand'occhi lucenti! Egli ora è vostro; lo amerete?
– Mai sì, messere, ma ad un patto.
– Ditelo, in vostra mercè, madonna; che egli è tale, per l'amore che vi porta, da intendervi e da obbedirvi in ogni cosa che a voi piaccia.
– Invero, messere, io non vo' altro se non ch'ei faccia mai sempre il piacer mio; – rispose ella sorridendo, – ch'ei non si dolga del cappello, quando mi torni a grado di farlo star cheto; che si tolga in pazienza la lunga per amor mio, e non si becchi i geti per disdegno di servitù.
– Madonna, – disse Ugo, proseguendo sul medesimo metro, – a cotesto l'ha avvezzo così bene mastro Benedicite, senza esser altro che un povero e rozzo strozziere, che io mi penso non debba a voi riuscir malagevole il fare, non pur quello ch'ei fa, ma i dieci cotanti di più. Cionondimeno, sappiate che egli, per averlo così obbediente, ha pur dovuto scegliere tra le svariate qualità di carne uno spicchio particolare, e darglielo, quasi a ricompensa di sua fedeltà e leal vassallaggio.
– Quale? – dimandò Giovanna di Torrespina.
– Il cuore, madonna, il cuore! – fu pronto a rispondere Ugo.
Or questo dialogo, avvenuto la mattina nel bosco, si ripeteva la notte nella fantasia del signore di Roccamàla. E pensando al suo motto, ei ricordava eziandio che madonna era rimasta silenziosa.
Ma invero, come avrebbe ella potuto rispondergli? Appunto in quel mezzo, tornava a spron battuto, per cercar di loro, il conte Corrado di Torrespina.
Sì, la ragione era grave; ma se la venuta del Torrespina aveva interrotto il discorso e tolto a madonna di rispondere, ella ben poteva volgergli uno sguardo nel quale egli avesse a leggere quella dolce promessa, che da tanto tempo implorava con tutte le potenze dell'anima sua.
Ah! e perchè non aveva egli ottenuto quello sguardo da lei?..
Dimanda che uscitagli appena dal cuore gli si voltò contro, a guisa di aspide calpestato, e lo morse; dubbio che mandò un lampo di luce sinistra nelle tenebre della sua mente, e gli fe' credere di avere indovinato il perchè quella notte e' non avesse potuto pigliar sonno pur anco.
Pensare cotesto e balzar dal letto gittando le coltri lunge da sè, fu un punto solo.
– La mia anima è triste! – diss'egli ad alta voce, come se avesse altri nella camera che dovesse udirlo. – Non dormirò questa notte! —
E sceso il gradino del letto, si diede da capo a passeggiare per la stanza. Ma la testa gli ardeva; il sangue martellava alle tempie; però, come fu giunto alla strombatura di una finestra, aperse le imposte e si affacciò sul verone a respirare l'aria fredda della notte.
Il cielo era buio; un soffio gelido, che intirizzì le membra di Ugo, gli fe' sentire i nuvoloni della tempesta addensati su quelle montagne, e glieli fe' scorgere, paurosamente pendenti sul capo, un solco di luce che improvviso guizzando poco lunge da lui, rischiarò un denso strato di vapori che stringevano in un cerchio i bastioni e le torri merlate di Roccamàla.
Quello avvicinarsi della tempesta piacque all'animo travagliato dell'insonne. La gran massa del castello gli appariva dall'alto del suo verone, al bagliore di un lampo e spariva; s'imbiancavano di repente le mura digradanti in prospettiva, poi tosto si celavano, ricadendo nella notte. Parea quella una battaglia di spiriti, tanto più paurosa in quanto che non s'udiva cozzo di lance e di scudi, e solo un lontano brontolìo testimoniava il furore degli assalitori.
Gli occhi d'Ugo, poi ch'ebbero avidamente contemplata quella scena stupenda di orrore notturno, corsero di muro in muro, di bastione in bastione, fino alla torre più in fondo, dalla parte del burrone, la torre del Negromante, che mostrava tratto tratto alla luce del temporale la sua alta merlatura e le sue svelte bertesche.
– Il mio ospite dorme! – disse Ugo, guardando la finestra della torre. – Egli, il triste cantore, riposa tranquillo, mentre io veglio, io, l'uomo felice dei canti di Fiordaliso! —
Non aveva anche finito di parlare, che uno sprazzo di luce rossiccia balenò dal vano di quella finestra. A tutta prima pensò che fosse l'effetto di un lampo; ma il suo errore non durò lungamente. Un lampo venne e non illuminò soltanto la torre, sibbene tutto quanto egli poteva scorgere dall'alto del suo verone. Oltre di che, la luce del lampo era biancastra, e quella dalla torre era rossa come di fuoco vivo.
Gli corse allora alla mente la leggenda di Roccamàla. Quasi in risposta al suo dubbio, la finestra si rischiarò di bel nuovo, e, la luce rossa rimase, durando per tutto l'intervallo che correva tra un lampo e l'altro del cielo. Nè bastava ancora; una smilza e lunga figura d'uomo comparve nel mezzo.
Ugo era prode d'animo, come forte di mano, ma v'hanno di tali cose contro le quali non prova nulla il valore, ed egli, a quella doppia apparizione, sentì corrersi un sudor freddo per tutte le membra.
– Che è ciò? – diss'egli. – Che vuol dire quella luce? Roccamàla è dunque per fermo la dimora di uno spirito maligno? Ma se la leggenda non mente, l'ospite della torre deve dormire nel suo letto e non addarsi di nulla. Or dunque, perchè quella forma umana in mezzo a quello sprazzo di luce sinistra? Chi sarà mai?.. —
E allora gli venne in mente un sospetto. Le paure dello strozziere, la scena del ponte calato, il piglio scherzevole del romèo, la sua sconsolata e sconsolante canzone, tutto si affacciò incontanente allo spirito.
Rientrò nella camera, non sapendo bene ciò che egli volesse fare. Anzitutto ripigliò le sue vesti in fretta, cinse la sua spada e raffermò alla cintura il pugnale.
In quella che era per finire, un suono fievole gli venne udito dalle camere vicine. Aperse l'uscio, entrò con passo deliberato, e come fu giunto fino alla camera di Fiordaliso, sorrise, vedendo il biondo paggio che dormiva supino sul suo letticciuolo e sognava.
– Ah! – diss'egli. – Era Fiordaliso! Il mio paggio va seguendo adesso qualche ventura amorosa: medita una cobla, o una serventese, per qualche beltà borghigiana. —
Ha le parole che uscivano rotte e confuse dalle labbra dell'adolescente non erano di amore. Pallido, ansante, e cogli occhi mezzo aperti, egli andava dicendo:
– Messere… Benedicite avea pur ragione di temere di voi… Una ballata migliore a gran pezza della mia… Sì, certo… Bel vanto, vincere un giovinetto inesperto, voi vecchio maestro d'ogni scienza… voi Aporèma in persona… —
– Aporèma! – esclamò il conte Ugo. – Aporèma, lo spirito del male!.. Sarebbe egli vero?.. —
Si avanzò per destare il paggio, ma tosto mutando pensiero si rattenne, e rientrato nella sua camera, tornò sul verone. La luce rossiccia appariva sempre dalla torre del Negromante, e in quello sprazzo di luce appariva sempre quella lunga figura umana. Conte Ugo tese l'orecchio, e tra gli ululati del vento gli parve di udire il riso stridulo e beffardo del pellegrino.
Prese allora una determinazione; messe la mano sull'elsa della spada; tastò la guaina del pugnale, come per sincerarsi che non gli mancavano le armi, ed uscì speditamente dalle sue camere.
La sala era deserta, fredda e presso che buia. Solo un famiglio dormiva sdraiato su d'una panca; una fioca lucerna strideva in un cantuccio. Ugo la tolse, e di tal guisa si rischiarò la via per un lungo corridoio che ripercuoteva cupamente il suono dei suoi passi, e in capo al quale era una porta ferrata.
Quella porta metteva alla torre del Negromante. Conte Ugo si fermò un tratto, depose la lucerna a terra e stette ad udire. Nessun rumore veniva di là entro. Scosse il capo, come per cacciare da sè l'ultimo avanzo di paura, e stese la mano per picchiare alla porta.
Ma innanzi che egli avesse poste le nocche sulla lastra di ferro, la porta girò sui cardini, e il pellegrino si affacciò nel vano, per dirgli col suo consueto piglio tra umile e beffardo:
– Entrate, messer lo conte! Voi siete in casa mia, e mi sa grado di potervi rendere quella ospitalità di che mi foste cortese stasera. —
CAPITOLO VI
Nel quale si legge come il romèo non fosse altrimenti un romèo
Il conte Ugo entrò allora nella camera, e il primo suo atto fu quello di volger gli occhi in giro, quasi cercando le tracce di quel bagliore che avea visto da fuori. Ma nulla era mutato in quel luogo; nulla ei potè scorgervi di nuovo. Il letto, di legno di quercia, era nascosto nell'ombra, in fondo alla camera; un grosso stipo ferrato s'innalzava alla parete di rincontro all'uscio; tutt'intorno si vedevano grandi seggioloni neri, con le spalliere di legno rozzamente intagliate a fogliami, coi sedili e i bracciuoli di velluto, fermato agli orli da borchie di ottone. Le pareti, poi, erano coperte di cordovano; ma qua e là le ingiurie del tempo avevano fatte larghe fenditure nel cuoio, e gli strambelli pendevano arrovesciati, fida stazione ai ragni che tra essi e la parete andavano filettando le lor tele ingannatrici.
Una lucerna di bronzo sorgeva, avanzo d'altri tempi, su d'un canterano di fianco all'uscio, mandando una luce fioca a pochi passi discosto. Tutto era quiete e silenzio nella famosa camera del Negromante.
Dopo aver considerate tutte queste cose e dopo esser giunto fino al letto, i cui guanciali non apparivano neanche toccati, il conte Ugo si volse al pellegrino che si era fermato presso l'uscio, e col braccio appoggiato sul canterano, la persona appoggiata sul braccio, le gambe incrocicchiate, lo stava attentamente guardando.
Egli v'ebbe tra i due un istante di muta contemplazione, o, a dirla più veramente, d'interrogazione scambievole. Ma il pellegrino fu più forte del conte, poichè seguitò a tenergli addosso le ciglia senza far motto; laddove Ugo, non potendo sostenere più oltre quella strana guardatura, entrò turbato a chiedergli:
– Chi sei tu? perchè ho io veduto uno sprazzo di luce da questa finestra?
– Messer lo conte, io non so dirvene nulla; – rispose sorridendo a suo modo il pellegrino – e penso piuttosto che quella luce di cui parlate si sia fatta nella vostra mente, e vi sia parso di vederla apparire di fuori. —
A questa speciosa argomentazione il conte Ugo non seppe come rispondere, e si voltò in quella vece a muovergli un'altra dimanda:
– E come hai tu saputo che io venissi da te, poichè hai aperto quest'uscio?
– Voi dimenticate i vostri piedi, messer lo conte – rispose il pellegrino sul medesimo metro – e dimenticate eziandio gli echi del vostro corridoio.
– Sia pure; ma qual è questa ospitalità che tu hai detto di volermi rendere? Per che modo puoi tu dire d'esser qui in casa tua?
– Voi volete saper troppo, messer lo conte! – disse ridendo il pellegrino.
Il conte Ugo, che non era punto ingannato da quell'infinto candore del suo ospite, si lasciò cadere su d'un seggiolone, e fissando in volto il pellegrino, proseguì il discorso in tal guisa:
– Sì, v'hanno di molte cose ch'io vorrei sapere. Molto hai detto, e assai più m'hai lasciato nel dubbio. Tu sei dotto, romèo, e la tua scienza, sebbene non sia gaia, mi tira ad udirti. Parla dunque; non t'infingere con me, non ti schermire dalle mie dimande; dissipa i dubbi che hai fatti nascere nell'anima mia!
– La mia scienza, messere, si restringe in poche massime; – rispose dopo una breve sosta il romèo; – ma non ogni stomaco è fatto per digerire un tal cibo. Ora, sarete voi così forte, da potermi udire senza corruccio?
– Parla, parla, nè ti dar pensiero di ciò. Vedi, pellegrino, io non so chi tu sia, ma credo di avere indovinato l'esser tuo…
– Da senno?
– Sì, e tuttavia non tremo dinanzi a te, ti guardo tranquillamente in viso; ascolto senza turbamento tutto quello che vorrai dirmi.
– Cotesto non prova ancor nulla, messere; voi non siete una donnicciuola paurosa come il vostro falconiere, ed io non sono poi quell'orrido ceffo che metta in fuga i bambini. Sono un povero vagabondo, carico di peccata, che porto del resto senza curvarmi soverchiamente sotto il fardello. Non ho mai recato danno a persona, più di quanto volesse averne di per sè; più spesso ho cercato di sovvenire agli uomini con quel po' di esperienza che m'hanno fruttato tanti anni di vita randagia. Or dunque, di che avreste voi a temere? E non basta ancora. Voi siete per tal modo catafratto, da potervi commettere sicuramente in ogni più arrisicata intrapresa. Siete felice; questa è almeno la voce che corre, ed io non so tacervi che ho mutato a bella posta la mia strada per passare da queste parti a vedere questo miracolo d'uomo. Vedere un uomo felice! Cotesto, a mio credere, franca la spesa del viaggio, assai più che la vista del papa, coperto di gemme e di porpora, in mezzo al collegio dei cardinali. Felice invero! Voi siete giovine, possente e bello… sì bello; non v'incresca, o messere. La bellezza non guasta mai; anzi, e' v'ha chi la pregia su tutte le altre venture del mondo. Uno stuolo di amici divoti vi circonda; sempre feste, gualdane, tornèi, cacce, conviti; dapertutto il primo, dapertutto il prescelto… perfino in un castello non molto lunge di qui…
– Dici tu il vero?
– Sì, messere, e l'ho di buon luogo.
– E come lo sai tu? parla; io voglio…
– Adagio a' ma' passi, messer lo conte! Questo è un mio segreto, e il conoscerlo non vi potrebbe giovare in alcun modo; ma siate certo che ella vi ama.
– Orbene, – soggiunse Ugo, – e perchè neghi tu la felicità sulla terra? Tu stesso or vedi…
– Sì, vedo; ma vedo altresì…
– Che cosa?
– Vedo, – continuò il pellegrino, contando le parole ad una ad una come il cristiano divoto le pallottoline della sua coroncina, e guardando fiso ad ogni parola il suo interlocutore – vedo altresì che voi rimanete pur sempre indietro; che le vostre labbra non le hanno pure sfiorato il sommo delle dita; che madonna è severa ed ha cura di sè, più assai che a donna innamorata non si convenga; che infine…
– Taci, – interruppe Ugo, – non proseguire in tal guisa!
– E perchè dunque invitarmi a parlare? Io ho a mala pena incominciato, e la verità vi riesce molesta! —
Ugo crollò sdegnosamente le spalle, a queste parole del pellegrino; quindi prosegui:
– Io mi penso che tu voglia prenderti spasso dei fatti miei. Tuttavia, una cosa non hai potuto negare; ella mi ama.
– Mai sì, messere, ella vi ama, e che prova ciò? Ella potrebbe disamarvi poi.
– Sì certamente, se sarò disleal cavaliero, se mi chiarirò indegno di lei.
– Ah, messer lo conte! La fede cieca vi condurrà forse in paradiso; ma ella per fermo non vi farà andare diritto in mezzo agli uomini ed alle donne. Quale affetto sopravvive alla morte? Credete a vostra posta nella divozione di coloro che vi circondano, e mettete pure in non cale la sentenza dei vecchi: tempore felici multi numerantur amici. Fidate il cuor vostro ad una donna e sognate la eternità dell'affetto; io vi dirò con tale che ancor non è nato: souvent femme varie; bien fol est qui s'y fie.
– Tu menti! – gridò Ugo, balzando dalla seggiola.
– Ah, ah! – rispose il pellegrino con piglio beffardo. – E voi vi scaldate il sangue, messer lo conte; ma tutto ciò non muterà d'un punto la verità. Godetevi in pace la vostra felicità; io vi aspetto a Filippi, io, il quale, con vostra licenza, so quanto valgono cose e persone, – e niun sul prezzo gabbo mi fa. —
Lo scherno, rivolto contro la donna amata, irritò il conte Ugo per modo che non conobbe più ritegno. Le vampe dell'ira gli salsero al capo; gli si offuscarono gli occhi, e sguainata la spada, si scagliò sul pellegrino.
Ma, sebbene tutto ciò fosse avvenuto in un batter d'occhio, il colpo andò a vuoto. Ugo non trafisse che l'aria; il pellegrino era sparito.
Com'egli rimanesse a quella vista, argomenti il lettore.
– Codardo! – gridò egli, nell'impeto dello sdegno. – Tu insulti la donna mia e ti nascondi nell'ombra! —
Aveva appena ciò detto, che un riso beffardo gli suonò dalle spalle. Si volse improvviso, ma rimase di sasso, cogli occhi sbarrati, le braccia tese, e la spada gli cadde dal pugno.
Colui che rideva, era un bel cavaliere, non molto aitante della persona, ma di membra giuste e di gentil portamento. Aveva neri i capegli e ravviati con artistica sprezzatura sulla cervice; vasta la fronte e nitida a guisa d'avorio; aperti lineamenti, il labbro superiore, un tal po' rialzato ad espressione di sarcasmo, era ornato da due sottili basette che guardavano superbamente all'insù; il viso alto, e gli occhi sfavillanti sotto l'arco delle sopracciglia raccolte, aggiungevano efficacia al piglio sarcastico delle labbra.
Lo sconosciuto era coperto d'un rosso mantello, le cui larghe pieghe andavano a raccogliersi sotto le braccia, che erano conserte al petto e tenevano mezzo nascosta una berretta di velluto nero, da cui pendevano due penne lucenti e sottili. E in quel regale atteggiamento, lo sconosciuto rimase un tratto a guardare il conte Ugo e a sorridere della sua maraviglia.
– Orbene, conte Ugo, questa è l'ospitalità di casa tua? Roccamàla è dunque una ladronaia, dove si scannano i forestieri? —
Furono queste le prime parole del cavaliere dal rosso mantello.
– Hai ragione a dolerti! – disse Ugo, chinando la fronte in atto di pentimento. – L'ira mi aveva acciecato. Straniero, io ti chieggo perdonanza.
– Che di' tu, ora? – ripigliò quel'altro, stendendogli amorevolmente le braccia e facendo il viso altrettanto soave quant'era stato severo da prima. – Non pensiamo più a cotesto. D'altra parte, simiglianti puntaglie non fanno che raffermar l'amicizia, ed io t'amo davvero, imperocchè ciò non mi avviene pel tuo oro, né per la tua possanza, né per le delizie di cui tu circondi i tuoi ospiti.
– Chi sei tu? – disse Ugo.
– Una parte dell'anima tua, che stava appiattata, e balza fuori di presente, al lampo di una prima tempesta.
– Uno spirito malvagio! – soggiunse Ugo, in quella che ricadeva sul suo seggiolone, e, appuntellato il gomito sul bracciuolo, il mento nella palma della mano, si disponeva ad una lunga meditazione.
– Malvagio! – ripetè il cavaliere dal rosso mantello. – Come ti aggrada. Ma considera un tratto; voglio io forse acciuffarti e trascinarti con me nel vano di quella finestra? Poveri uomini! ve n'hanno pur date a bere, questi calunniatori di Aporèma! Vedi, Ugo di Roccamàla; io vo' dare a te la scienza, quella che i nostri santi padri si tennero gelosamente per sè, bandendo la croce addosso a questo povero spirito che ti parla, e non ha altro intento fuor quello di far uomini, uomini veri, questo branco di creature bipedi e pecorine. Sono Aporèma; ti spaventa per avventura cotesto? Mutami il nome; sono il dubbio della tua mente, sono lo studio, sono la scienza del bene e del male.
– Tu sei – disse Ugo – colui che ha perduto Eva, la madre degli uomini.
– Ah ah!.. storielle! – rispose Aporèma. – Lo scrittore della Genesi mi ha attribuito questa parte nelle sue invenzioni; ma io non me ne ricordo punto. Bene ho conosciuta la vostra prima madre, messeri; ma costei non meritava che il diavolo si scomodasse per lei, o le insegnasse la strada degli alberi fruttiferi. Era piccina, panciuta, vellosa, stretta la fronte, e i primi ciuffi di capegli nascenti sull'orlo delle sopracciglia; la faccia ringhiosa; le braccia lunghe e scarne, i pugni grossi, i piedi adunchi; talfiata si lasciava ire ad istinti non bene ancora sopiti nella sua nuova natura e andava saltabellando su quattro piante, la qual cosa non la illeggiadriva di certo; in quanto al pomo, di cui s'è tanto chiacchierato, essa era donna da arrampicarsi bravamente sui rami e spiccarlo, giusta il costume di tanti altri digitigradi. Ma lasciamola li; se s'ha da intendere quella storiella pel suo verso, cavarne il senso vero dal mito, se infine si vuol dire che ci ho avuto mano a dirozzare la creatura, gli è vero e me ne glorio, imperocchè a me solo, e non altrui, l'uomo è debitore di quel tanto che può e di quel tanto che sa. Ho detto. —
E fatte queste parole, Aporèma spiccò leggiadramente un salto e andò a sedersi, con le gambe penzoloni in aria, sullo stipo ferrato che era di costa alla parete.
– Aporèma, – disse Ugo, dopo aver meditato un tratto sulle parole dell'interlocutore, – puoi tu darmi la certa conoscenza delle cose?
– Anzitutto dimmi di quali, e ti risponderò.
– Che cosa rimane di noi, dopo la tomba?
– Ah! quivi è il nodo, e non si va più innanzi.
– Perchè?
– Non saprei dirtelo. Gli è un gran mistero, un arcano di Stato, e il vecchio di lassù lo custodisce così segretamente, che metto pegno non l'abbia detto nemmanco a suo figlio. Se avessi a metter qui una mia congettura… Ma a che pro'? Tu chiedi scienza e non ti giovan le ipotesi. Ti basti dunque sapere che il segreto è sotto chiave ed io non ho trovato grimaldelli che girassero in quella toppa. Imperocchè tu devi considerare che la mia possanza è ristretta in certi confini; che io non sono eterno, quantunque sia immortale…
– O come? – sclamò Ugo trasognato.
– Sottigliezze teologiche; non ci badar più che tanto – rispose Aporèma. – Cotesto vuol dire che io son nato con l'uomo, non so se prima o dopo, ma a un dipresso nella stessa olimpiade.
– E che puoi tu dunque per me?
– Mostrarti il presente, quello che non esce dai sensi.
– Gran mercè! Questo io lo vedo con gli occhi miei, senza mestieri di aiuto.
– No, i tuoi occhi s'ingannano, i cinque sensi sono una congiura ordita di continuo contro di te, un laccio teso alla tua carne, un trabocchello preparato sotto i tuoi passi.
– E potrò io spogliarmi di questa mala compagnia di traditori? potrò io gettarli lungi da me, come fa della scoglia il serpente?
– Perchè no?
– Di' tu il vero? puoi tu farmi altr'uomo da quello che io sono?
– Sì, posso, e, dove tu il voglia, posso anche farti spettatore del tuo funerale.
– E vedere… e sapere…
– Sì, ogni cosa; ma ti darà l'animo di cominciare, di separarti per tal guisa da te medesimo? —