Kitabı oku: «Il Libro Nero», sayfa 5
Ugo rimase un istante sovra pensieri. Il sì e il no gli tenzonavano in mente.
– Domani a notte! – rispose egli, dopo aver meditato.
– Perchè domani e non ora?
– Perchè… non ardisco…
– Uomo di poca fede! – gridò Aporèma, con accento di amarezza ineffabile. – Uomo! uomo! io ti conosco da un pezzo; sempre così, da che hai cominciato a fraintendere te stesso; sempre tentennante; impastato di se e di ma, non acconcio ad altro che a fare il bene a mezzo, e il male del pari!
– Tu sei molto severo, Aporèma!
– No, non io severo, tu fiacco; tu che non sai distogliere lo spirito da questo tuo sogno fanciullesco. Egli si direbbe per mia fe' che tu bene intenda aver io ragione, e non sappia determinarti a scorgere il pauroso vero! Ora io ben so tutto quello che hai in mente di fare. Tu vuoi ritemprarti ancora una volta nella festosa compagnia e nelle piaggerie degli amici; tu vuoi rivedere la donna che t'ama, ma che non è tua, e che intende esser teco quello che sarà tra non molto una superba o sciocca Avignonese, col più gentile e col più illustre italiano del suo tempo. —
Ugo chinò tristamente il capo a quella ràffica di parole con cui lo flagellava Aporèma.
– Orbene, io parto! – ripigliò questi dopo una breve sosta. – Andrò a sellare Lutero, il mio fido ronzino e lascerò questa rocca dove s'è bastionata la cecità, la fiacchezza umana. Papa Leon X è ancora di là da venire; ho dugent'anni e più in mia balìa per andargli a preparare il terreno in Lamagna, dove sono assai più filosofi e buoni loici di qui, e l'opera mia tornerà certo più utile che non a guastarmi la mano quassù, intorno ad un uomo che ha occhi e non vuol vedere, orecchi e non vuole udire. E tuttavia, vedi debolezza di demonio, io m'ero innamorato di te, Ugo di Roccamàla; per te volevo fare un esperimento senza mio utile alcuno, per te violare le leggi dominatrici della materia, per te insomma… Orvia, gli era scritto che tu pure fossi un uomo della fatta di tutti gli altri. Addio, dunque, e sta sano di membra, se esserlo di mente non vuoi.
– No, non partire, Aporèma, non lasciarmi così! Ugo di Roccamàla non è un codardo come tu pensi. Che debbo io fare?
– Ber questo! – disse Aporèma.
E trattosi dal dito un anello di metallo nero, su cui luccicava un grosso diamante, fe' scattare, con un lieve tocco dell'unghie, la pietra preziosa dalla sua incastonatura.
– Che c'è egli qui dentro?
– Due gocce di un liquore che non fa male, stillato dall'albero non favoloso della scienza, e che a te darà la conoscenza vera del cuore umano…
– Porgi! – gridò conte Ugo.
E preso l'anello dalle mani di Aporèma, fe' per accostarlo alle labbra. Ma questi non gliene lasciò il tempo, ed afferratogli il braccio per ripigliarsi l'anello, gli disse rabbonito:
– Sta bene, flgliuol mio! Tu sei un prode cavaliere, ed io ben voglio che tu beva il liquore della scienza. Ma cortesia per cortesia; noblesse oblige, come dicono i cavalieri di Francia e Navarra. Tu hai a leggere, innanzi di bere, una pergamena che si conserva in questo stipo ferrato.
CAPITOLO VII
Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato col diavolo
Così dicendo, Aporèma si accostò allo stipo, da cui era già disceso, innanzi la minaccia di andarsene via dal castello, e toccata leggermente una delle cento borchie ond'era fregiata l'esterna fasciatura dell'armadio, fe' scattare una molla. A quel colpo, una sbarra orizzontale, che parea semplice ornamento dello stipo, si mosse, e per la fessura che lasciò scoverta, Aporèma ficcò destramente le dita, facendone balzar fuori un libro grande e sottile, dalle carte di cuoio lavorato a rilievo.
– Ah! – sclamò conte Ugo. – Il libro nero non era dunque una favola?
– No; la leggenda diceva il vero; – rispose Aporèma – eccolo, il libro che i tuoi maggiori hanno sempre vanamente cercato. Apri il fermaglio di ottone; vedi la pergamena, com'è intatta e pulita! —
Ugo afferrò il libro, e corse al lume della lucerna per leggere. Sulle prime gli occhi abbacinati non distinsero nulla in quella fitta scrittura, le cui parole erano la più parte abbreviate, giusta il costume del tempo; ma a poco a poco, chetandosi lo spirito confuso, e avvezzandosi gli occhi allo scritto, incominciò a cogliere il senso di quello scarabocchio. Ora ecco ciò che egli lesse:
In nomine Domini, amen
In hac die novembris XXIX, anno a nativitate Domini MCLXIII, ego Gualbertus episcopus veni ad hanc turrim quae dicitur nigromantis in Arce mala et diabolum adjuravi qui eam inhabitat. Et mihi respondit ille, se dæmonem, famulunque comitis Hugonis de Arce mala fuisse, et sibi nomen Aporèma. Addidit se nunquam castrum hoc deserere voluisse, juramenti caussa, quod fecerat prædicto comiti Hugoni, dum ille vivebat, se sobolem ejus assidue protecturum. Et iterum adjurans eum efficacibus scripturae verbis, mihi etiam respondit se libenter discessurum esse et hoc sine perfidia facere posse, dummodo redire posset quotiescumque aliquis praedicti Hugonis nepos felix aut aliter in re sua beatus haberetur; nam sibi nomen antea Lucifer, ideo lucem ferendi officium sibi, cui numquam deesse poterit per tempora. Quid lateat sub hac conditione haud mihi clarum est, et hoc tantum obtinui et huic foederi accedere debeam. Deus mihi adsit et comitibus de Arce mala, ne quid detrimenti ex hoc nobis adveniat.
† GualbertusAporèma.
– Intendi tu dunque? – disse Aporèma, facendosi cortesemente a volgarizzargli il latino del vescovo Gualberto. – «Al nome di Dio, amen! In questo dì 29 novembre dell'anno 1163 dalla fruttifera incarnazione, io Gualberto vescovo son venuto nella torre che è detta del negromante, in Roccamàla, ed ho scongiurato il demonio che l'abita. Egli mi ha risposto essere stato lo spirito familiare del conte Ugo di Roccamàla e aver nome Aporèma, aggiungendo non aver mai voluto lasciare il castello a cagione di sacramento fatto al predetto conte Ugo, in suo vivente, che mai sempre avrebbe protetta la sua stirpe. E da capo scongiuratolo, con le efficaci parole della Scrittura, mi ha risposto eziandio non aver egli difficoltà a partirsene, e poter anzi ciò fare senza mancamento alla data fede, purchè potesse tornarvi quantunque volte fosse un discendente del conte Ugo che nella comune estimazione si tenesse felice, od altrimenti nelle sue faccende beato; imperocchè il suo primo nome era Lucifero, epperò l'ufficio suo era di portar luce, e a cotesto suo debito e' non avrebbe mai potuto fallire. Che cosa si nasconda sotto questa condizione m'è oscuro, ma ciò solo ho ottenuto, e dovrò contentarmene. Iddio protegga me e i conti di Roccamàla, che non ce n'abbia a derivare alcun danno.» Tu vedi, c'è il nome del vescovo accompagnato dalla croce e scritto d'inchiostro nero, e c'è quest'altro sgorbio che vuol dire Aporèma, fatto con inchiostro rosso, giusta la mia consuetudine.
– Ma che vuol dir ciò? – chiese Ugo ammirato. – Che fine riposto è egli questo tuo, che il vescovo Gualberto non ha potuto penetrare?
– Ah, si! – disse ridendo Aporèma. – Il sant'uomo non sapeva capacitarsi di quel mio disegno, che egli anzi non si peritò di chiamare stramberia. E' giunse perfino a dirmi che quella condizione tornava tutta a mio danno, dappoichè veramente sulla terra nessuno era avventurato, e la felicità risiedeva soltanto nella città di Dio, nella Gerusalemme celeste, ed altre storielle di quella fatta. Ma, comunque e' rigirasse i periodi, non gli venne fatto cavarmi il segreto di corpo. – Tanto peggio per me, vescovo Gualberto! – gli dissi; – tanto peggio per me se non potrò più tornare; intanto scrivi il patto sulla tua pergamena, e ti basti sapere che io manterrò la promessa.
– E tu mi rispondi ora – soggiunse Ugo – come hai risposto al vescovo Gualberto!..
– No, in fede mia, – rispose Aporèma; – e vo' dirti ogni cosa, sebbene con quella riserbatezza che si addice a così scabroso argomento. Sappi che il tuo antenato era un uomo felice, poichè tale si credea veramente. La sorte aveva arriso alle sue armi: il suo valore lo avea fatto padrone di assai più terra che a te non ne sia rimasta in dominio; Roccamàla era il lieto ritrovo di nobilissimi baroni che a lui facevano corteggio e alla bionda Gerberga, la figliuola del marchese di Monferrato che gli era stata data in isposa. Come avvenisse, non istarò a dirti per filo e per segno; ma un giorno il conte Ugo dubitò della sua felicità. Giù in fondo al burrone su cui pende questa torre, taluno andò a sfracellarsi la cervice; ma nulla parve mutato nelle consuetudini del castello. Soltanto, fu detto di un barone Anselmo di Leuca, che egli fosse andato pellegrino in Terra Santa, e di questo barone Anselmo più non si ebbe novella, e nessun ciglio parve aggrottarsi, nessun volto soave arrossire, quando il nome di lui era pronunziato in Roccamàla. Un volto soave incominciò bensì a scolorarsi lentamente, fino a tanto nol racchiuse la tomba qualche anno di poi, e ci fu un magnifico funerale, e i frati del convento vicino venerarono una santa di più. Un'altra fronte andò a mano a mano rannuvolandosi, e non ci fu più verso di spianarne le rughe. Fu in quel torno che Aporèma, il maestro della scienza che non inganna, pose dimora in questa torre; fu egli che chiuse le ciglia all'amico, con la promessa che le avrebbe aperte a qualunque dei suoi discendenti avesse amato di tenerle chiuse alla luce faticosa, ma utile, della verità.
– Anselmo di Leuca!.. – sclamò il giovine signore di Roccamàla. – Io dunque…
– No, non temere per la bontà del tuo sangue! – interruppe Aporèma. – I signori di Leuca sono di nobil legnaggio, e Ansaldo, l'amico tuo fedelissimo, può andarne superbo; ma tu sei un Roccamàla davvero, e nelle vene del secondo Ugo scorre qualche goccia di sangue del primo.
– E dov'è egli ora, il mio nobile antenato? – chiese Ugo.
– Nol so, – disse Aporèma; – o, per dirla col vescovo Gualberto, haud mihi clarum est; ma egli ben potrebbe essere qui presso di noi, per vedere com'io gli abbia tenuta la fede. —
Un improvviso bagliore rischiarò in quel punto la camera, facendo impallidire il lume della lucerna, e tosto gli tenne dietro l'orribile frastuono della folgore.
– To' vedi! – soggiunse Aporèma. – Sembra ch'ei ci abbia uditi a parlare di lui e che ti conforti ad essere un uomo della sua tempra.
– L'anello, Aporèma; porgi l'anello!
– Eccolo! —
Ugo prese l'anello dalle mani di Aporèma e si diede a considerarne minutamente il castone, facendo girare il diamante sulla cerniera. Poche gocce di liquore color di fuoco gli apparvero nella piccola cavità che era rimasta scoverta, ed egli, poichè l'ebbe guardate, cadde in una profonda meditazione.
– A che pensi tu ora? – gli chiese Aporèma.
– A lei! – disse Ugo. – O non le fo oltraggio, forse, tentando una simile prova?
– Non ti mettere a questa impresa, se ciò temi; – soggiunse Aporèma. – Io già te l'ho detto: non vo' nulla per violenza da te. Inoltre, odimi bene, Ugo di Roccamàla! Io non ti pongo alcun patto; l'esperimento durerà quanto ti aggradi, e tornerai Ugo ogni qual volta ti piaccia. Non ti chiedo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliero e non un giudeo che presti ad usura.
– Oh, egli non è di ciò che m'importa! – gridò conte Ugo. – Se tu di' il vero, se nulla resiste o sopravvive alla morte, nè la vita di questo mondo, nè la ignota che ci promettono, francano la spesa di essere vissute. Orbene, eccoti contento, ho bevuto! —
E così dicendo, pose le labbra intorno al castone dell'anello, e avidamente succhiò il rosso liquore.
– Ah! che mi hai tu dato? – sclamò egli, a mala pena ebbe finito.
– Guarda! – gli disse Aporèma, accennandogli col dito a' suoi piedi.
Ugo guardò e mise un grido di spavento. Un corpo morto giaceva a terra, disposto per modo che i piedi del cadavere toccavano i suoi.
– Guardalo, – prosegui Aporèma, – guardalo, il tuo sozio fedele, il tuo unico amico verace, quantunque un tal po' prepotente; quello che non ti ha mai abbandonato un istante, dacchè hai aperto gli occhi alla luce; quegli che ha sempre sorriso e pianto, goduto e patito con te; guardalo ed usagli la cortesia di qualche carezza; stringi fra le tue braccia quel petto rilevato e robusto, appariscente sotto una maglia aggiustata d'acciaio, come sotto un giustacuore di seta di Bagdad; metti le mani su quelle chiome nere e lucenti che svolazzavano in aria con superba leggiadria quando serravi Aquilante tra le vigorose ginocchia e lo spingevi a galoppo; bacia quella fronte bianca, ahi troppo immemore d'altri baci e pur mo' desiosa di nuovi; tanto è vero che l'uomo desidera ciò che egli non ha avuto ancora, e ciò ch'egli ebbe facilmente dimentica. —
In quella che Aporèma così parlava tra grave e beffardo, secondo il costume, Ugo si era curvato su quel corpo morto e l'avea riconosciuto per la sua spoglia mortale. Lo contemplò un tratto e non senza mestizia; quindi, come percosso da un pensiero improvviso, si alzò per guardarsi la persona.
– Ed io… io… chi sono io mai, se il mio corpo è costì?
– Va, quello è uno specchio; – disse Aporèma. – Conte Ugo corse difilato ad una larga spera di terso metallo, che era sospesa alla parete daccanto alla finestra; il demone taumaturgo prese la lucerna e l'alzò fino presso il volto del giovine.
Ugo vide allora l'immagine sua, che era quella d'un bel cavaliero, dagli occhi azzurri, dalla florida carnagione a cui dava più risalto una fina capigliatura bionda, dalla svelta statura, e sfarzosamente vestito. Si contemplò ammirato, mosse gli occhi, il capo, il petto e le braccia; quindi si volse a cercare l'antica spoglia: ma essa non era più nella camera.
– Dov'è andato il mio corpo? – chiese allora ad Aporèma.
– O che? pensi tu forse ch'io non sappia fare le cose a dovere? Esso è già nella tua camera, disteso nel tuo letto e porta i segni di una morte avvenuta per riflusso di sangue al cervello. Tra due o tre ore entrerà il biondo Fiordaliso a svegliarti. Immagina le grida del trovatore adolescente! Tosto il castello sarà a soqquadro; gli amici e i famigli che correranno di qua e di là all'impazzata; mastro Benedicite che griderà di aver tutto presagito, e che, se a lui si fosse aggiustato fede, non si sarebbe lasciato entrare il romèo. Allora si penserà a venire nella torre del negromante; ma un certo odore di zolfo che a taluno parrà di sentire, li manderà tutti indietro sbigottiti, e non si avrà coraggio di mettervi il piede, se non dietro all'orme di frate Alberto, monaco tenuto in concetto di santità, il quale starà qui lunga pezza in preghiera. Poscia, spruzzato non so bene quante volte d'acqua santa, avrai esequie degne del tuo alto stato, e sarai sepolto fra le tombe de' tuoi maggiori. Amen!
– E lei… – chiese Ugo peritoso – e lei che dirà?
– Questo non vo' raccontarti fin d'ora, ma non andrà molto che tu ne saprai quanto io, imperocchè la vedrai coi tuoi occhi medesimi… vo' dire con quelli che hai tolti a prestanza da me.
– E quando la vedrò?
– Non oggi, nè domani per fermo, imperocchè tu vai cavalcando con grossa e nobil masnada verso il suo castello, dal quale sei ancora cinque giornate lontano.
– Ma dimmi, chi sono io ora, qual personaggio rappresento?
– Non lo senti? Sei Morello, il secondogenito del marchese di Monferrato, e ti rechi a Genova per chiedere le galere che dovranno condurre a Costantinopoli la tua bellissima sorella, disposata all'imperatore Andronico, al figlio di Michele Paleologo.
– Ah, sì, comincio a ricordarmene; ho la mia gente che m'aspetta a Falconara… E tu, chi sei?
– Non mi riconosci più? Sono il tuo giovine amico, il trovatore Rambaldo di Verrùa.
– Sì, sì, lo rammento. Iersera, alla nostra fermata presso il castellano del Bormio, tu m'hai cantata una leggiadra servantese intorno alle bellezze più riputate dell'oriente e dell'occidente.
– Sulle quali porta la palma la genovese Elena Ascheria, la figlia di Orlando Aschero, uno de' più valenti capitani della repubblica; Elena che tu vedrai ed amerai, se pure ti piacerà di proseguire il viaggio fino al mare.
– No, no, io non porrò piede sul territorio della repubblica genovese – gridò Ugo, a cui Aporèma andava ispirando grado a grado la memoria e i concetti del suo nuovo stato. – Giungerà colà lo ambasciator di mio padre; io mi fermerò in qualche luogo ad aspettar l'esito dell'ambasceria.
– A Torrespina, non è egli vero?.. – chiese ghignando Aporèma.
– A Torrespina, perchè no? Cortese è il castellano, e il figlio del marchese di Monferrato è così orrevole personaggio, che ognuno abbia a tenersi d'avergli potuto dare ospitalità.
– Oh, se ne terrà, non dubitare, e se ne terrà eziandio non poco la castellana. —
A queste parole del demonio, che gli entrarono come la punta di un verrettone nel petto, Ugo di Roccamàla sobbalzò, scagliando al compagno un'occhiata sdegnosa.
– Suvvia! Vedremo tutti alla prova, e chi avrà il torto sarà tanto buon cavaliero da confessarlo. Vieni dunque; la tempesta s'è racchetata di fuori; tra poco a Falconara si sveglierà il campo, e se i tuoi cavalieri non ti vedono, penseranno un subisso di male venture. —
Così disse Aporèma, e preso per mano il conte Ugo, si dileguò con esso lui ne' vapori del nascente mattino.
CAPITOLO VIII
Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di Torrespina
Pochi conoscono que' paesi appenninici, che si stendono in lunga e frastagliata zona tra i greppi del versante ligustico e le Langhe dell'alto Monferrato, nelle quali si confondono, creando come una stirpe nuova, se pure non è più acconcio il dire che qui veramente si abbia a trovare incorrotto l'antico sangue dei liguri, e dando vita ad una parlata, genovese nella struttura, piemontese nelle desinenze, che giunge all'orecchio piena di agreste leggiadria. Pochi, ho detto, conoscono que' paesi, e tuttavia non so d'alcun luogo che li vinca in montanina e silvestre bellezza.
La gente ricca va a consolar gli occhi in Isvizzera, e non sa di avere una Svizzera in casa sua, degna di esser veduta e studiata; va a rinfrescar le fonti dell'immaginazione sulle sponde leggendarie del Reno, e non sa di avere un altro Reno, anzi più d'uno a due giornate discosto, vo' dire la Bormida, il Tanaro, e gli altri fiumi minori che hanno sorgente nei liguri Appennini.
Qui orride balze nevose donde lo sguardo specola tutto intorno per lunga distesa di terre fino alla capitale lombarda; qui balze dove l'orizzonte si stringe e l'acque rinchiuse rumoreggiano, cercandosi stentatamente una via tra i massi; qui splendida verdura di pascoli e lunga sequela di fitte boscaglie, che vanno scendendo per varia vicenda di larici, quercie, faggi e castagni, fino alle regioni del salcio e del pioppo; dappertutto rigogliosa vegetazione, imperocchè il benefico sole non dimentica alcuna parte della terra italiana. E tutto lungo quelle creste di monti, sia che digradino verso il mare, sia che accennino alle Langhe, vedete star ritti ancora e minacciosi gli avanzi dei castelli feudali, veri nidi di sparviero, donde non esce più e dove non va a posarsi l'uccello di rapina, ma che tuttavia lo stuolo dei pennuti minori non sa guardar senza tema.
Andate nei piccoli borghi, che paiono starsi ancora muti e paurosi sotto la vigilanza di quei giganti dalle ossa sgretolate e dalle occhiaie vuote, e troverete la gente più schiettamente cortese, i discendenti di quella forte e semplice schiatta che la possanza romana non seppe vincere del tutto; donne leggiadre che vi sorrideranno senza malizia; uomini tagliati alla buona che non vi spoglieranno all'insegna dei tre Re, nè a quella del Cannon d'oro; e un notaio, o un vecchio prete, i quali non avran letto Alessandro Dumas e vi daranno per nulla, insieme co' liquidi topazii di una vecchia bottiglia sturata in onore dell'ospite, le commoventi leggende del castello vicino.
I miei pochi benevoli, quelli, io vo' dire, che vanno leggendo, a mano a mano ch'io le scrivo, le mie povere storie paesane, conoscono già queste alture, dai malinconici luoghi in cui a Calisto Caselli si maturarono i germi della pazzia e dove la bella figura della giovane castellana di Villacervia si mutò agli occhi suoi nella santa Cecilia del calendario romano. Costoro io condurrò oggi a Torrespina, altro castello di quei luoghi, ma facendo far loro un viaggio a ritroso di cinquecento ottanta e più anni.
Giovinetto, io fui su quel poggio dove la gran mole sorgeva; mi arrampicai, non senza danno delle mie vestimenta, tra i prunai della ripida costiera, qua e là seminata di grossi macigni e dei ruderi enormi de' bastioni sfranati. Le mille svariate erbe dei prati crescevano rigogliose nel fosso colmato; la vispa lucertola correva liberamente su per quelle pareti dove l'attento famiglio non avrebbe patito una ragnatela; la serpe si scaldava al sole sopra un mucchio di rottami, nell'angolo superstite di un torrione crollato dalle fondamenta. Io colsi un ramoscello di menta selvatica lunghesso le mura maestre dell'androne; col mio temperino da scolaro recisi una bacchetta di nocciuolo nella gran sala, e mi foggiai una specie di flauto nella fresca corteccia d'un ramo di castagno, tagliato colà, dov'erano forse gli appartamenti dei signori del luogo. Poscia, con uno di quei felici trapassi che arridono soltanto alle menti giovanili, mi diedi a pensare; sognai che ero il padrone di quelle rovine, che avevo fatto restaurare il castello, munitolo di feritoie tutt'intorno pe' miei balestrieri, e resolo dentro un luogo di delizie, per darvi onorato ricetto alla donna dei miei pensieri, che era ancora di là da venire.
Perchè dicevasi Torrespina? Gli archeologi dozzinali parlavano di una famiglia Spina, la quale doveva essere alcun che di simigliante agli Spinola; ma il notaio, uomo di sbardellata dottrina, che andava a cercare ogni etimologia nel latino o nel greco, asseriva doversi ripetere quel nome da Turris poena, fantasticando non so che fermata di Annibale, allorquando discese in Italia. Con buona pace del notaio, e dell'anima sua, imperocchè egli è di presente tra i più, io m'attengo ad una vecchia cronaca dei signori Del Carretto, la quale ci narra essere stata così battezzata la torre da Enrico il Guercio, che fiorì nel 1140, e fu contemporaneo di Ugo il Negromante, imperocchè quella torre, o castello, era una spina per lui, cioè un ostacolo all'accrescimento dei suoi dominii da quel lato.
Non s'ha per cotesto a credere che i conti che l'abitavano fossero gente di molta possanza. Destri erano in quella vece non poco, ed avevano inteso il tornaconto di allearsi al valoroso signore di Roccamàla, per far argine uniti allo strapotente marchese. Questa alleanza era poi quasi una necessità politica; dappoichè Torrespina si trovava appunto in mezzo ai due avversarli, e il manco forte dei due non sarebbe riuscito mai un troppo pericoloso vicino. Donde poi venissero i Torrespina non so; probabilmente ebbero una origine somigliante a quella dei Roccamàla, il cui capo stipite veniva di Lamagna, o a quella dei marchesi di Monferrato, derivati da un conte Guglielmo, condottiero giunto con trecento uomini dalla Francia, in compagnia di quel Guido che fu poscia duca di Spoleto e che premiò quella sua lancia spezzata con largo presente di borghi e castella sul territorio conquistato.
Al tempo di cui narro, i Torrespina non erano degli ultimi signori che tenessero corte tra la Liguria e le Langhe; ma il loro lustro, lo splendor del casato, più ancora che alla feudale possanza, era da attribuirsi a quella Giovanna, figliuola del marchese di Cengio, celebrata per divina bellezza ed altissimo ingegno, moglie al conte Corrado, ed amata, siccome già sanno i lettori, da Ugo di Roccamàla.
Torrespina era murata su in alto del monte, dove la sua triplice merlatura e le sue svelte bertesche si dipingevano leggiadramente nell'azzurro del cielo; ma a mezza costa scorgevasi il grosso del castello, dove era l'abitazione della famiglia, congiunto all'edifizio più in alto da una via coperta e da altre opere di fortificazione. Uno spesso muro, intorno al quale correva da entro un ballatoio assai largo per tenere gli arcadori all'altezza delle feritoie, scendeva fino alla riva del fiume, dov'era una porta, ben difesa da due torrioni tondeggianti, la quale portava scolpite in marmo, sul cordone dell'arco a sesto acuto, le armi dei Torrespina; una torre su cui sorgeva un prunaio, coll'impresa in lingua di oltre Alpi: «qui s'y frotte s'y pique.»
Qualche mordace borsiero (che così chiamavansi italianamente i giullari) aveva detto il castello di Torrespina esser troppo grande per una così magra contea; la qual cosa ripeteano, sebbene con frase più misurata, gli uomini d'arme, dicendo che a ben sostenere il motto, in così largo giro di mura e di torri, sarebbe bisognato assai più di gente che il conte Corrado non potesse raunare.
Ma cotesta era una chiacchiera e nulla più, pel tempo in cui si vivea. Qual possente nemico avevano a temere i castellani di Torrespina? La signoria Del Carretto, divisa fin da cent'anni addietro in quattro marchesati, s'era da capo e più volte sminuzzata pel moltiplicarsi di quella stirpe, ed aveva inoltre perduto grandemente di sua possanza per molte concessioni dovute fare ai nascenti comuni; uno de' quali. il più ragguardevole, aveva anzi rivendicata la sua libertà.
Nè vuolsi tacere che Torrespina durava da un pezzo in buona pace ed amicizia con tutta quella pleiade di marchesi e conti delle Langhe. Giovanna, la divina Giovanna, era figlia di uno di loro, che abbiamo già nominato, il marchese del Cengio; epperò l'amicizia si stringeva ad alleanza. Amici erano i Roccamàla; i marchesi del Monferrato, poi, gli unici strapotenti dei quali si avesse per cosa alcuna a temere, a ben altre imprese tendevano l'arco; i re di Tessalonica, i cognati degli imperatori d'Oriente, non avevano per fermo ad invogliarsi di quelle piccoli corti vicine, alle quali anzi amavano essere amici, poichè riuscivano ad essere, anche senza addarsene, le loro scolte e le loro vedette.
Così raffidata per ogni verso, Torrespina era divenuta un convegno gradito di ozi nobileschi, di cacce, di giostre e di tenzoni poetiche. La presenza di una gentildonna colta e leggiadra come la contessa Giovanna, l'aveva tramutata in una vera corte d'amore, famosa quanto quelle di Provenza nelle canzoni dei trovatori e nella ricordanza de' cavalieri. Cotesto liberava il conte Corrado dalla necessità dispendiosa di un grosso presidio, e gli consentiva di impinguare lo scrigno di bei bisanti d'oro, per i quali egli serbava tutta la sua tenerezza.
Orrevole cavaliere, del resto, e punto nimico dello spendere, quando occorresse. A lui per fermo non avrebbe potuto andare lo scherno di Guglielmo borsiere, del quale racconta il Boccaccio, che essendo a Genova in casa di Erminio Grimaldo, universalmente chiamato messere Erminio Avarizia, e avendone avuta la preghiera ch'ei volesse insegnargli com'ei potesse far dipingere in sala alcuna cosa non prima veduta, prontamente rispose: Fateci dipingere la Cortesia. Siffatti insegnamenti non bisognavano al conte Corrado; e di vero, appena fu giunto in gran sollecitudine da lui il trovatore Rambaldo di Verrùa, per annunziargli l'arrivo di Morello, secondogenito del marchese di Monferrato, tosto per suo comandamento fu sossopra il castello, affinchè ogni cosa fosse in pronto per ricevere un ospite così ragguardevole, con tutta la gualdana che gli faceva cortèo.
Intanto Morello di Monferrato si avanzava con la sua gente, argomento di curiosità per tutti i terrazzani, che si avanzavano stupefatti sugli usci de' casolari a veder passare quella numerosa cavalcata.
Erano sessanta lance; ogni cavaliere accompagnato da' suoi fantaccini; tutti orrevolmente vestiti, i cavalieri d'acciaio, con cappe di lana, i fantaccini con succinti farsetti, anche essi di lana, e di colore amaranto, come le cappe dei cavalieri. Tutta questa gente procedeva in bell'ordine, che la era una meraviglia a vedersi; i cavalli, muovendosi in cadenza, faceano svolazzare i lembi delle sopravvesti e i cimieri piumati; le maglie d'acciaio, i ferri delle lance scintillavano al sole.
Ma sopra tutti attirava gli sguardi della gente il marchese Morello, bellissimo garzone, dai capegli biondi e dal volto roseo, allora sui ventiquattr'anni, cioè nel fior dell'età, felice trapasso dalla balda gioventù alla fermezza virile. Egli era vestito d'una finissima maglia d'acciaio che lo stringeva alla vita; ma sulla maglia gli ricadeva un sorcotto di seta, di colore amaranto, fatto a guisa di quelle antiche sopravvesti chiamate dalmatiche, le quali coprono il petto e le spalle, lasciando liberi i movimenti delle braccia e de' fianchi. Quel sorcotto portava ricamato sul dinanzi lo stemma dei signori di Monferrato, d'argento, col capo di rosso, ed altri fregi tutt'intorno, mirabilmente condotti.
Il giovine signore cavalcava un magnifico destriero, morello come il suo nome, vo' dire di manto nero, a cui faceva contrapposto il bianco cavallo di Rambaldo di Verrùa, altro nobilissimo animale. Ambedue pronti al passo, ed impazienti di freno; ma più di loro a gran pezza impaziente il biondo signore, che, giunto ad una svolta della strada dove s'incominciavano a scorgere le mura merlate di Torrespina, ficcò gli sproni nel ventre al destriero. Questi, rispondendo obbediente allo stimolo del suo signore, inarcò il collo, squassò la folta criniera e si messe al galoppo, quantunque in discesa, per la via che conduceva al fiume. E tutta la gente di Morello, mossa dall'esempio, lo seguitò di quel metro, con alto fragore di passi e di armature, e sollevando lungo il cammino percorso un nembo di polvere.
– Bello e nobil maniere è Torrespina! – esclamò messer Brandalino di Cocconato, che galoppava al fianco del marchese Morello. – E' merita invero che si corra a precipizio per giungervi. —
Morello non rispose verbo, ma strinse più forte ne' fianchi la sua cavalcatura. Il cuore gli batteva; gli occhi correvano desiosi innanzi, divorando la strada.
– Adagio! adagio! – gli susurrò dall'altro lato all'orecchio Rambaldo di Verrùa. – Tu la vedrai tra breve. Ecco il conte Corrado, che già si mostra sul ponte. —
Diffatti, gli arcieri posti alle vedette sul ponte, avevano già fatto avvisato il conte Corrado dell'avvicinarsi della gualdana, e il castellano era sceso fin là, per attendere al varco il suo ospite.