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Kitabı oku: «La perla sanguinosa», sayfa 10
Dove veramente si trovasse non lo sapeva. Poteva essere una roccia perduta nell’immensità dell’Oceano Indiano e forse qualche cosa d’altro, perché gli pareva che quella massa subisse dei violenti soprassalti.
Non essendo quello il momento opportuno per fare delle indagini e vedendo pendere sopra di sé delle altre alghe lunghissime e, a quanto sembrava, molto resistenti, il marinaio continuò ad inerpicarsi, finché si trovò a cavalcioni d’una specie di vetta che si stendeva orizzontalmente, con una costa dello spessore d’un piede. Al di là, la roccia o meglio la massa, ridiscendeva descrivendo una curva assai arrotondata.
«Questa è la chiglia d’una nave! – esclamò il quartiermastro. – Sì, la carena di qualche veliero rovesciato che le onde portano attraverso l’oceano. E Jody? E Palicur? Morti forse?»
In preda a mille angosce stava per ridiscendere, quando a breve distanza udì una voce gridare:
«Coraggio… orsù… aggrappati… animo, amico… non bisogna lasciarsi andare così, abbiamo i pescicani alle spalle… Auff… ci siamo… aggrappati…»
Al baleno rapido d’un lampo, il quartiermastro vide due forme umane sollevate da un’onda venire scaraventate su quella massa galleggiante. Il cavallone subito si ritrasse, però quei due erano rimasti aggrappati come due ostriche ai fianchi d’uno scoglio.
«Jody! Palicur!» gridò il marinaio.
«Ah! Siete lì… signor Will, – rispose il malabaro. – Ciò si chiama aver fortuna… aiutatemi signore… Jody è mezzo asfissiato.»
«Tieni duro un momento: vengo.»
Il quartiermastro, tenendosi sempre aggrappato alle alghe che coprivano interamente la carena, discese fino al luogo ove si trovava il malabaro.
Jody, completamente inerte, si lasciava reggere dal robusto pescatore di perle. Il povero diavolo, che non doveva essere mai stato un forte nuotatore, aveva bevuto così abbondantemente da perdere i sensi.
«Bah! Non sarà nulla, – disse il quartiermastro. – Basterà strofinarlo vigorosamente e fargli muovere le braccia avanti e indietro. Aiutami, Palicur.»
«Lasciate fare a me, signor Will, – rispose il malabaro. – Noi pescatori di perle torniamo a galla quasi sempre più o meno asfissiati, e sappiamo quindi come fare per rimettere i polmoni in funzione. Per Sivah! Non ci poteva toccare di peggio.»
Mentre l’indiano s’occupava del macchinista, il quartiermastro si era issato fino sulla cima della massa, tenendosi stretto a quella grossa sporgenza che altro non doveva essere che la chiglia d’una nave.
«Sì, – disse, – abbiamo urtato contro una nave capovolta. Che cosa sarà avvenuto del suo equipaggio? Si saranno tutti annegati?»
Lo scafo, che doveva contenere pochissimo carico o forse invece del legname da costruzione, si teneva ben alto fuori dall’acqua e balzava così agilmente, che solo gli spruzzi delle onde giungevano fino ai naufraghi. I soprassalti che subiva però erano tali che senza la massa d’alghe lunghe e resistentissime che lo copriva, sarebbe stato ben difficile ai tre uomini mantenersi lassù.
Quando Will tornò presso il malabaro, il macchinista, che aveva rigettato non poca acqua sotto la violenta pressione dell’improvvisato infermiere, aveva già aperto gli occhi e respirava liberamente.
«Ah! signor Will, – esclamò il mulatto, vedendolo. – Per poco non andavo a dormire in fondo all’oceano.»
«E più probabilmente a servire da cena ai pescicani, – disse Palicur. – Nel momento in cui ti ho afferrato, ho veduto le loro bocche scintillare a venti passi da me.»
«Ti devo dunque la vita, mio bravo Palicur.»
«Ed io a te la libertà; dunque siamo pari.»
«E dove siamo, signor Will? Sul dorso d›una balena o d›un capodoglio?»
«Sulla carena d›un veliero, mio caro Jody,» rispose il quartiermastro.
«Allora corriamo il pericolo di affondare da un momento all’altro,» disse il mulatto, con accento di terrore.
«Se questo scafo si è mantenuto a galla finora, non vedo perché dovrebbe immergersi proprio ora. Chissà da quante settimane galleggia, a giudicarlo dalle alghe che lo coprono.»
«È un veliero?» chiese Palicur.
«Scommetterei che è un brigantino,» rispose il marinaio.
«E credete che resisterà?»
«Io suppongo che sia carico di legname. Finché dunque i fianchi non cederanno e non lasceranno sfuggire le tavole o i tronchi che si trovano nella stiva, non correremo alcun pericolo, fuorché quello di morire di sete.»
«E di fame soprattutto, signor Will,» disse Jody.
«Non avevo pensato a ciò, – disse Palicur. – Tutte le nostre provviste se ne sono andate insieme alla piroga»
«Forse troveremo qualche cosa da porre sotto i denti, – disse Will. – I crostacei non mancheranno fra queste alghe. Aspettiamo che la tempesta cessi, poi vedremo che cosa ci converrà fare. Mi pare che le nubi comincino a spezzarsi e che anche il vento scemi di violenza.»
«Gli uragani scoppiano violentissimi in queste regioni e hanno sempre corta durata,» disse Palicur.
«Mancherà molto all›alba, signor Will?» chiese Jody.
«Fra tre ore o quattro al massimo, cominceremo a vederci. Tenetevi ben saldi alla chiglia ed aspettiamo.»
L’uragano infatti cominciava a calmarsi. Alle raffiche poco prima furiose era successa una fresca brezza di levante, e le masse nuvolose si sfasciavano rapidamente lasciando filtrare, fra gli squarci, qualche fascio di luce lunare. Anche i lampi non illuminavano più la notte e solo il tuono brontolava ancora in lontananza a lunghi intervalli.
Le onde invece si mantenevano sempre violentissime, scuotendo poderosamente lo scafo del veliero, il quale si alzava e si abbassava pesantemente con mille scricchiolii. Tuttavia non vi era alcun pericolo che i suoi fianchi cedessero agli urti incessanti dei cavalloni.
Alle quattro cominciò a diffondersi una pallida luce verso oriente che divenne rapidamente rosea. Il sole stava per comparire. Un grido di Will strappò il malabaro ed il macchinista alla loro immobilità.
«I rottami della piroga!»
«Dove, signore?» chiese il pescatore di perle.
«Fluttuano contro il fianco della nave. Palicur, scendiamo! Vi possono essere forse delle noci di cocco da raccogliere.»
«Resisteranno al nostro peso queste alghe?»
«Vediamo un po›.»
Gli bastò un solo sguardo per convincersi della loro robustezza. Tutto lo scafo era coperto da quella specie di erbe marine chiamate dai naturalisti sargassi bacciferum, identiche a quelle che si trovano, raccolte in masse enormi, nel mezzo dell’Oceano Atlantico. Si componevano, come quelle, di robuste fronde di color bruno, ramificate e coperte da vescichette attaccate a corti peduncoli e fornite di foglie lanceolate bruno-dorate.
«Non cederanno, – disse il quartiermastro. – Si sono abbarbicate tenacemente allo scafo, anzi spero di trovare in mezzo a queste alghe la nostra colazione.»
Aggrappandosi con precauzione a quelle fronde, scesero fino al livello dell’acqua. Dei rottami che le onde, per un caso prodigioso, non avevano disperso, urtavano contro il fianco della nave.
Vi erano dei remi, dei pezzi di scafo e anche una cassa, quella del macchinista. Quello che però rese i due naufraghi più lieti, fu la scoperta di una mezza dozzina di noci di cocco, che ballavano in mezzo ai rottami, urtandosi allegramente.
Furono le prime che ritirarono, affidandole al macchinista, poi anche la cassa, con molta fatica, fu issata e addossata contro la chiglia. Anche un paio di remi andarono a tenerle compagnia.
«Badate soprattutto che le noci non rotolino abbasso, – disse Will. – Queste c›impediranno, almeno per alcuni giorni, di morire di sete. Jody, che cos›hai messo nella tua cassa?»
«La mia divisa di forzato e… Stupido! Mi scordavo il più importante!»
«Che cos›è?»
«La pistola, signor Will, che io volevo serbare, come ricordo del bagno!»
«Con munizioni?»
«Una quarantina di cartucce che non saranno certamente asciutte.»
«S›incaricherà il sole di asciugarle, amici miei; siamo perfino troppo fortunati.»
«Non trovo in che cosa possa esserci utile quella pistola, signor Will, – disse il malabaro. – Avrei preferito una buona lenza con un paio d›ami.»
«Me lo saprai dire più tardi: ora cerchiamo la nostra colazione.»
«E dove?»
«Fra le alghe. Sono certo di scovarla. Non sarà molto abbondante, tuttavia pel momento ci basterà. Frughiamo nella nostra prateria e badate di non fare un capitombolo: ho scorto or ora emergere in mezzo ad un’onda la coda d’uno di quei maledetti squali.»
17. Sulla carena del veliero
Il quartiermastro della Britannia non si era affatto ingannato, assicurando i compagni che avrebbero trovato la colazione sullo scafo della nave rovesciata.
Quelle alghe, costantemente bagnate dagli spruzzi delle onde, pullulavano di piccoli cefalopodi, di octopus purpurei, di oscilloe pelagiche, mentre su quelle che il mare lambiva scivolavano fra le foglie miriadi di antennaridi, piccoli pesci piatti, deformi, non più lunghi di quaranta millimetri, con una bocca molto larga in proporzione del corpo e che si lasciavano prendere a manate. Scoprirono perfino, nascosti sotto le alghe più folte, non pochi grossi granchi nuotatori, i più spietati nemici delle oscilloe.
Quello che soprattutto li rallegrò, fu la scoperta d’un nido di prion turtur, situato in mezzo alle alghe, occupato da due di quei graziosi uccelli marini, grossi come tortorelle, colle penne grige turchine sul dorso e bianche sotto. Quei due volatili, che ordinariamente si tengono presso le coste in grosse bande, dispersi forse da qualche colpo di vento e spinti sull’oceano, avevano trovato anch’essi un rifugio sullo scafo della nave e vi avevano nidificato.
L’isolamento li aveva resi, a quanto sembrava, più mansueti, poiché all’accostarsi dei naufraghi non si mossero, accontentandosi di sbattere le ali e di strillare.
«Lasciamoli tranquilli, – disse il quartiermastro, fermando Jody che stava per impadronirsene. – Sono naufraghi al pari di noi: rispettiamoli.»
D’altronde la raccolta di crostacei era così abbondante da assicurare loro parecchie cene. E poi solo una parte di quella prateria marina era stata frugata verso la prora ed a poppa dovevano trovarsi altri abitanti nascosti sotto la massa dei sargassi.
Mangiarono con appetito anche i piccoli pesci quantunque crudi, e si dissetarono con una delle sei noci di cocco, avendo conservato il quartiermastro il suo coltello, che nel momento del naufragio aveva nella cintura. Si guardarono però dal gettare via i gusci che potevano servire a raccogliere dell’acqua nel caso che si fosse scatenato qualche altro acquazzone.
«Signor Will, – disse il malabaro, quand›ebbero finito. – Dove credete che ci troviamo?»
«Mi sarebbe impossibile dirlo con precisione, non avendo alcuno strumento che possa darmi la latitudine e la longitudine; io però credo che noi siamo, suppergiù, a mezza via fra le Nicobare e Ceylon.»
«Io mi domando come faremo a raggiungere lo stretto di Manaar, – disse Jody. – Non sarà certo questa carcassa che ci porterà colà.»
«Non possiamo sperare che nell’incontro d’una nave,» rispose Will.
«Che ci raccolga presto anche, o noi morremo, se non di fame, certo di sete. Fra cinque giorni le noci di cocco saranno finite, ammesso che ne consumiamo una sola al giorno, che non basterà a dissetarci tutti.»
«Purtroppo, mio povero Jody.»
«Ed io mi domando: come dormiremo? – disse Palicur. – La carena è larga, è vero, ma le onde ci faranno rotolare in mare.»
«Non preoccuparti per questo, – rispose il quartiermastro. – Ho veduto delle sartie pendere in acqua, e ci legheremo alla chiglia. Il mio coltello ha la lama solida e foreremo la colomba per assicurarvi una fune. Si tratta solo di fare un bel tuffo nell’acqua e andare a recidere qualche paterazzo.»
«Me ne incarico io, signor Will,» disse il pescatore di perle.
«Bada alle tue gambe, Palicur, – disse Jody. – Ho veduto anch›io, pochi momenti fa, la coda di uno di quegli ostinati pescicani. Quelle canaglie si sono fisse proprio nel cervello l›idea di far colazione coi nostri corpi.»
«Non ci lasceranno finché qualche nave ci raccoglierà, – disse Will. – Vuoi tentare un salto di testa, Palicur? Le onde cominciano a spianarsi e poi le cartucce sono ormai asciutte e mi terrò pronto a far fuoco sugli squali se cercheranno di assalirti.»
«Sono pronto, signor Will,» rispose il malabaro, prendendo il coltello che il quartiermastro gli porgeva.
Aggrappandosi alle alghe si calò abbasso, scrutò qualche istante l’acqua, poi si lasciò cadere, nel momento in cui un’onda s’infrangeva contro il fianco della nave. Will, che si era pure calato, tenendo nella destra la pistola, si teneva pronto a far fuoco sui pescicani, nel caso che si fossero accorti della presenza del malabaro.
Passò un mezzo minuto, lungo come un’ora pei due naufraghi, poi la testa del malabaro emerse improvvisamente. Aveva avvolto intorno al collo un grosso canape, una sartia.
«Lesto, amico,» gli gridò il quartiermastro.
Palicur stava per aggrapparsi alle alghe, quando lo si vide immergersi bruscamente, come se qualcuno lo avesse tratto sott’acqua. Nel medesimo istante lo si udì mandare un grido soffocato.
Il quartiermastro diventò pallidissimo.
«Jody! – gridò con voce strozzata dal terrore. – I pescicani lo hanno assalito!»
«Ma no, signor Will, eccoli laggiù che nuotano insieme. Io li vedo benissimo da quassù.»
«Eppure qualche mostro marino ha afferrato Palicur e lo ha tirato sott›acqua. Tieni la pistola: vado in suo aiuto.»
«Senz›armi! Non commettete una tale pazzia!»
In quel momento una larga macchia di sangue salì a galla, allargandosi rapidamente. Il quartiermastro mandò un grido.
«Jody! Hanno divorato Palicur?»
Stava per lasciarsi cadere in acqua, senza pensare al gravissimo pericolo a cui si esponeva, quando la testa del malabaro riapparve.
«L›ho ucciso! – gridò. – Non temete, signor Will! Non ho che delle punture sulla pelle. Cane! Stava nascosto sotto la nave!»
«Il pescecane?»
«No, signor Will. Era un diavolo di mare. A momenti risalirà a galla. Datemi una mano affinché possa issarmi.»
Il quartiermastro fu pronto ad afferrarlo per un braccio e ad aiutarlo. Il malabaro, anche durante la lotta, non aveva abbandonato il canape, né aveva perduto il coltello. Quando fu tutto fuori dall’acqua, i suoi due amici s’accorsero che aveva sul dorso e sulle braccia delle lunghe graffiature che davano sangue in abbondanza, quantunque non sembrassero profonde.
«Che razza di bestia ti ha assalito? – chiese Jody. – Sono morsi questi?»
«No, punture prodotte dalle sue spine ricurve. Era ben grosso quel furfante e largo quanto una vela di pappafico. Eccolo che sale: lo vedete?»
Un pesce di dimensioni enormi era montato alla superficie del mare, in un largo cerchio di sangue. Era un vero diavolo di mare, un pesce piuttosto raro, a dire il vero, che difficilmente si trova anche lontano dalle spiagge, amando esso tenersi nascosto per lo più fra le sabbie dei banchi, dove aspetta che i pesci vadano a gettarsi nella sua bocca, che è larga quanto quella d’un forno e che tiene sempre spalancata.
Aveva il corpo piatto come le razze, largo come una vela di un bastimento, tutto irto di spine ricurve e grosse come gli uncini delle scialuppe, la testa adorna di corna somiglianti a quelle dei tori e la coda lunga e tagliente come la lama d’una lancia.
«Quel bestione deve pesare almeno mille chilogrammi, – disse Will. – Come ti ha assalito, Palicur?»
«Stavo per aggrapparmi alle alghe, quando mi sentii afferrare pei piedi e trascinare sott›acqua. Credetti dapprima che un pescecane mi avesse afferrato, poi appena potei liberarmi, mi trovai faccia a faccia col diavolo di mare, il quale stava uscendo dalla parte inferiore della nave.
«La faccenda non fu troppo lunga. Non avendo quei pesci dei denti come gli squali, né dei tentacoli, mi cacciai sotto di esso e gli vibrai tre o quattro coltellate in direzione del cuore. Fu nel contorcersi che mi punzecchiò per bene il dorso.»
«Devi aver provato un grande spavento nel vederti dinanzi quel brutto mostro,» disse Jody.
«Ne avevo veduti già altri nelle peschiere di Manaar,» rispose il malabaro.
«Non lo lasceremo già mangiare tutto dai pescicani, – disse Jody. – Vedo già quei dannati che si dirigono verso il diavolo marino.»
«È velenosa la sua carne, – disse Will. – Lasciamola a quei ghiottoni e prepariamoci il nostro nido. Avremo da fare a forare la colomba per legarvi il canape.»
E non fu infatti cosa facile, con quel solo coltello, praticare un foro in quella robusta traversa, in cui s’imperniano tutti i corbetti delle navi e che è sempre di rovere durissimo. Quel lavoro occupò tutta la giornata, ma finalmente poterono farvi passare la sartia che poi doppiarono, essendo essa lunga una dozzina di metri, e alla quale si assicurarono colle loro fasce di lana, onde non correre il pericolo di venire scaraventati in mare durante il sonno, giacché le onde continuavano a imprimere delle brusche scosse allo scafo.
Quella prima notte passò tranquilla, anzi essi dormirono così profondamente sul loro soffice letto d’alghe, che quando si svegliarono il sole era già sorto.
«Nulla, signor Will?» chiese Jody al quartiermastro, che osservava attentamente l’orizzonte colla speranza di scoprire qualche vela o qualche pennacchio di fumo.
«Tutto è deserto, – rispose l›interrogato, facendo un gesto di scoraggiamento. – Pare che siamo fuori dalla rotta tenuta dalle navi che vanno nel Bengala.»
«Dove ci spinge il vento?»
«Verso ponente, e camminiamo così lentamente che ci occorrerebbe almeno un mese prima di avvistare le coste di Ceylon.»
«E saremo ancora fortunati se il monsone non cambierà,» disse Palicur.
Durante la notte l’oceano si era calmato e a scuotere la nave non giungeva più che l’eterna ondata proveniente dal sud, che si succedeva a lunghi intervalli, con una certa regolarità di tempo.
Alcuni delfini crocefissi, così chiamati perché sul dorso bianchissimo hanno una grande croce nera, lunghi da un metro e mezzo a due, scivolavano nella spuma delle onde, inseguendo un banco di cefalopodi; in alto invece volteggiavano a stormi delle sule, quegli stupidi volatili che si lasciano prendere colle mani quando si posano sulle murate delle navi, ed alcune coppie di grosse procellarie, massicce quasi quanto gli albatros e formidabili pescatrici, dotate di un becco robustissimo.
I tre naufraghi, quantunque fossero molto tristi, fecero una corsa fra le alghe per cercarsi la colazione e vi riuscirono dopo non molte fatiche, facendo una discreta raccolta di crostacei minuscoli. Constatarono però con apprensione che erano diventati ormai rari.
«Non so se questa sera potremo avere la cena, – disse il quartiermastro con un sospiro. – La selvaggina delle nostre praterie è scomparsa.»
«Ricorreremo al mare, signor Will,» disse Jody.
«Non ci darà nulla, mio caro. Eppure se potessimo avere del fuoco ed una pentola, da queste alghe potremmo trarre un alimento sufficiente per mantenerci almeno in vita.»
«In qual modo, signor Will?»
«Al Giappone ho veduto gli indigeni cucinare questi fuchi e trarne una specie di gelatina che poi vendevano a quadretti sotto il nome di nuri. Non avendo noi alcun mezzo per procurarci del fuoco e nessun recipiente, non potremo utilizzarle. Bah! Non disperiamo. Se non oggi, domani o posdomani qualche nave la incontreremo.»
La giornata trascorse lentamente, senza che la tanto sospirata vela apparisse all’orizzonte. Sempre uguale, l’immensità dell’oceano circondava i tre disgraziati naufraghi.
Quella sera dovettero accontentarsi di un pugno di granchiolini scovati, dopo lunghe ricerche, sotto le alghe e di una sorsata di latte di cocco che non calmò affatto la loro sete, che diventava sempre più ardente, a causa del caldo che regnava sull’oceano.
Prima che il sole scomparisse furono testimoni d’un fenomeno. Il mare, che era calmissimo, era diventato come denso intorno alla nave ed aveva assunto una tinta quasi biancastra, poi si era messo a ribollire come se qualche fuoco ardesse sotto le onde.
Jody ed il malabaro che non sapevano spiegarsi quel fenomeno, avevano cominciato a spaventarsi, temendo chissà che cosa. Il quartiermastro, che aveva subito indovinato di che cosa si trattava, si era affrettato a rassicurarli.
«Non è l›acqua che bolle, – disse. – Sono battaglioni di piccoli crostacei diafani che si dibattono.»
«Dei crostacei!» esclamò Jody.
«Sì, dei mysis.»
«Ve ne devono essere dei milioni attorno alla nave, per far diventare il mare così denso. E non si potrebbe raccoglierli?»
«Per mangiarli? Sono così piccoli e così diafani, anzi così gelatinosi, che inghiottiresti più acqua salata che altro. Non fa per noi quella cena. Corichiamoci, amici, e che uno di noi vegli. Una nave potrebbe passarci presso, senza che ce ne accorgiamo.»
Fu lasciato a Jody l’incarico di vigilare durante il primo quarto e Will e Palicur si stesero sul loro letto di alghe, dopo essersi, come la notte precedente, assicurati alla sartia colle loro cinture.
Fu una guardia assolutamente inutile, poiché nessun punto luminoso segnalante la presenza di un veliero scintillò sul fosco orizzonte. All’indomani la situazione era identica a quella del giorno innanzi, anzi più grave. Non vi erano più né gamberetti, né crostacei sotto le alghe, e la fame cominciava a farsi sentire. I meschini pasti fatti dopo il naufragio, non erano più stati sufficienti per quegli uomini robusti.
Una profonda tristezza si era impadronita dei tre disgraziati. Seduti sulla chiglia, l’un presso all’altro, sotto gl’implacabili raggi solari che li arrostivano vivi e che aumentavano la loro sete, non abbastanza estinta col latte delle noci di cocco, guardavano cogli occhi smarriti l’oceano deserto, senza osare rivolgersi una parola di conforto e di speranza.
Si sentivano ormai vinti ed impotenti a lottare. Rimanevano bensì loro ancora due noci di cocco, ma poi?
«Tanto varrebbe finirla con un buon salto di testa nelle acque, – mormorò Will. – I due squali sono là che ci attendono sempre e avrebbero finalmente la sospirata colazione.»
Ad un tratto i suoi sguardi si fissarono su una moltitudine di punti neri e bianchi che solcavano l’aria verso levante e che pareva si dirigessero verso ponente.
«Dove vanno tutti quei volatili? – si chiese – Li vedi, Palicur, tu che hai una buona vista?»
«Sì, signor Will,» rispose il malabaro.
«Che siano uccelli emigranti che vanno a Ceylon? Ho incontrati altre volte degli stormi immensi, navigando su questi mari.»
«È possibile, signore.»
«Se si riposassero un momento qui!» disse Jody.
«Non hanno bisogno di sostare in nessun luogo quei formidabili volatori.»
«Verranno molto da lontano?»
«Forse dalle Nicobare o dalle Andamane,» rispose il quartiermastro.
«E andranno a Ceylon?»
«Almeno a giudicare dalla direzione che tengono.»
«E di notte dove si riposano? Sul mare?»
«Possono compiere la traversata in un sol giorno, mio caro.»
«Attraversano una simile distanza senza riposarsi?…»
«Tutti gli uccelli emigranti non percorrono mai meno di cento chilometri all›ora. Dunque dal levar del sole al tramonto possono percorrerne milleduecento e anche millecinquecento, e comprenderai che su uno spazio così immenso, isole se ne trovano sempre.»
«Signor Will, – disse il malabaro, il quale non staccava gli sguardi da ella immensa falange di volatili che s’accostava rapidissima. – Quelli non devono essere emigranti, perché mi sembra che vi siano insieme albatros, fregate, sulle, rompitori d’ossa ed altri ancora. No, sono certo che cacciano.»
«Che cosa?» chiese Jody.
«Forse ci procureranno una abbondante colazione,» continuò il pescatore di perle senza rispondere alla domanda rivoltagli dal macchinista.
«I pesci volanti, è vero?» disse il quartiermastro.
«Che le dorate probabilmente costringono ad alzarsi. Là, guardate bene: li scorgete volare rasente l’acqua?»
Il quartiermastro si riparò gli occhi con ambo le mani e scorse infatti un numero infinito di punti luccicanti levarsi dall’acqua, brillare in aria, poi immergersi.
«Sì, sono pesci volanti, – disse, – e noi ci troviamo sulla loro rotta. Alcuni cadranno certamente qui e si offriranno graziosamente ai nostri stomachi. Tenetevi pronti ad impadronirvene.»
Le prime falangi degli uccelli marini, nemici spietati dei poveri pesci volanti, erano già in vista. Vi erano molti albatros, giganti dei mari, dei quebrantohuesos, meglio conosciuti dai marinai col nome di rompitori d’ossa per la robustezza dei loro becchi, delle phoebatria fuliginose, le più piccole delle diamedee, tutte nere, agilissime, dal volo leggero, delle sule, delle fregate, delle sterne e perfino dei pretelli.
Tutti quei volatili s’alzavano e s’abbassavano con rapidità fantastica, piombando sui poveri pesci volanti che, perseguitati dai loro nemici marini e da quei formidabili uccellacci, cadevano in gran numero sotto i rostri.
Quei disgraziati abitanti dei mari intertropicali appartenevano alla specie più grossa, essendovene di due sorta. Gli uni, e sono i più numerosi, non sono più lunghi di venti centimetri, hanno le scagliette d’un bell’azzurro argenteo e sono anche più agili, perché possono percorrere, vibrando le loro natatoie larghissime, perfino cento e venti metri; gli altri, quelli che muovevano incontro alla nave, erano lunghi un buon piede, colle scaglie bruno-rossastre e le natatoie nere, una specie di caschetto sulla testa che dava loro un aspetto tutt’altro che attraente, e armati sotto le mascelle di spine acute.
S’alzavano a battaglioni, descrivendo delle lunghe parabole con un ronzio strano e agitando disperatamente le pinne, poi s’inabissavano per riprendere subito la volata.
I loro nemici acquatici non erano già le dorate, come aveva dapprima supposto il malabaro. Era una banda di sword-fish, specie di pesci spada i quali hanno la natatoia dorsale così sviluppata, che se ne servono da vela quando hanno il vento in favore e perciò vengono anche chiamati pesci velieri.
Quei voraci abitanti del mare perseguitavano senza posa i poveri pesci volanti, infilzandoli colla loro terribile lancia ossea quando cadevano.
«Attenti, – disse il quartiermastro, alzandosi prontamente. – La colazione sta per giungere e forse più copiosa di quello che crediamo. Disperdiamoci lungo la chiglia e badate di non capitombolare in acqua. Gli sword-fish sono talvolta pericolosi anche per gli uomini.»
I battaglioni dei pesci volanti, seguiti furiosamente dai pesci spada e perseguitati dai volatili, giungevano, spiccando delle volate da sessanta ad ottanta metri. Vibravano disperatamente le loro natatoie nere, con un ronzio strano, cercando di mantenersi in aria più che era loro possibile.
Una prima truppa passò di volata sopra la nave, ma una ventina di loro, avendo preso male la misura, caddero fra le alghe che coprivano lo scafo, dove rimasero impigliati fra le foglie come nelle maglie d’una rete. Poi altri ne passarono, urtando perfino contro i tre naufraghi, nelle loro volate impazzate, mentre gli uccellacci piombavano da tutte le parti con un fragore di tuono ed i pesci spada guizzavano sotto lo scafo.
Per una decina di minuti fu un continuo passaggio di pesci e di volatili insieme, poi i battaglioni s’allontanarono verso ponente.
«Questa è una vera manna, – disse mastro Will, raccogliendo rapidamente i pesci che si dibattevano fra le alghe. – Peccato non avere del fuoco e una graticola. Bah! Cerchiamo di accontentarci. Questa carne c’impedirà almeno di morire di fame.»
La raccolta era stata così abbondante, che essi ne avevano di troppo, non potendo conservare i pesci per mancanza di sale. Più di dieci dozzine erano rimaste prese fra le alghe.
«Che cosa faremo di tutti questi?» chiese Jody.
«Ne mangeremo finché potremo o meglio finché dureranno, – rispose Will. – Questo sole implacabile ce li guasterà, per nostra disgrazia, troppo presto.»
Quantunque la fame tenagliasse ferocemente i loro stomachi, esitarono tuttavia non poco prima di decidersi a piantare i loro denti in quella carne cruda, ancora palpitante; poi finalmente l’appetito vinse la ripugnanza e fecero una vera scorpacciata.
«Io spero che ci abitueremo, – disse Jody, che faceva ancora delle smorfie. – Se dei naufraghi si sono decisi a divorare, e non certo cucinati, i loro simili, noi potremo fare altrettanto con dei pesci.»
Quel pasto copioso, dopo tanta fame mai completamente saziata, li fece cadere ben presto in una specie di torpore che divenne un sonno riparatore.
Quando si risvegliarono stava per tramontare il sole ed i due prion turtur, i graziosi uccelli marini che avevano nidificato fra le alghe della nave, pigolavano allegramente presso di loro, beccando gli avanzi dei pesci volanti che avevano servito da colazione.
Il quartiermastro aveva appena dato uno sguardo all’intorno, quando i suoi compagni lo videro alzarsi di colpo e mandare un urlo:
«Una vela! Una vela!»
Il malabaro ed il mulatto, in preda ad una viva agitazione, si alzarono pure precipitosamente, chiedendo ansiosamente:
«Dove? Dove, signor Will?»
«Laggiù, a levante! Guardate!»
Là, dove l’oceano si confondeva coll’orizzonte e dove apparivano le prime stelle, un punto biancastro spiccava nettamente sulla tinta azzurro-cupo delle acque.
«Sì, una vela! Una vela!» urlarono a loro volta il malabaro e Jody, che parevano impazziti.
«Non creiamoci delle illusioni, amici, – disse Will che aveva riacquistato prontamente il suo sangue freddo. – Non sappiamo ancora se si dirige verso di noi o se risale il golfo del Bengala.»
«Signor Will, – disse Palicur, – da dove soffia il vento?»
«Sempre da levante.»
«Dunque dovrebbe spingere quella nave verso ponente.»
«Coi venti a mezzanave si cammina egualmente benissimo e quel veliero potrebbe filare verso il sud come verso il nord.»
«Che nave vi sembra? Guardate bene, signor Will.»
Il quartiermastro fissò attentamente quel punto bianco che pareva ingrandisse a poco a poco, poi, dopo parecchi minuti, disse:
«Io scommetterei che quello è un legno indiano, una grab od un pariah, a meno che sia invece una pinassa. Un veliero europeo non credo.»
«E vi pare che s›accosti?» chiese Jody..
«Ho questa speranza, perché lo vedo ora più distintamente di prima. Non sarà però qui prima d’un paio d’ore, essendo il vento piuttosto debole. Sbarazziamoci di queste vesti che ci tradirebbero e teniamoci pronti a gettarle in mare. Noi dobbiamo fingerci naufraghi e non già forzati.»
«Naufraghi del veliero? – chiese Jody. – Mettiamoci d’accordo prima, signor Will. Suggeriteci un nome qualunque.»
