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Kitabı oku: «L'innocente», sayfa 15

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XXXI.

Fu tra le quattro e le cinque del mattino. Le doglie s’erano protratte fino a quell’ora, con qualche intervallo di riposo. Verso le tre il sonno m’aveva colto, all’improvviso, sul divano dove stavo seduto, nella stanza contigua. Cristina mi svegliò; mi disse che Giuliana voleva vedermi.

Nella confusione del risveglio, balzai in piedi ancóra abbacinato dal sonno.

– Ho dormito? Che accade mai? Giuliana…

– Non si spaventi. Non è accaduto nulla. I dolori si sono calmati. Venga a vedere

Entrai. Vidi sùbito Giuliana.

Ella era adagiata su i guanciali, pallida come la sua camicia, quasi esanime. Incontrai sùbito i suoi occhi, perché erano volti alla porta in attesa di me. I suoi occhi mi sembrarono più larghi, più profondi, più cavi, cerchiati d’un maggior cerchio d’ombra.

– Vedi, – ella disse con una voce spirante – sto ancora così.

E non cessò di guardarmi. I suoi occhi, come quelli della principessa Lisa, dicevano: «Aspettavo un aiuto da te, e tu non mi aiuti, neppur tu!».

– Il dottore? – domandai a mia madre, ch’era là con un’aria abbattuta.

Ella mi accennò una porta. Io mi diressi verso quella. Entrai. Vidi il dottore presso a un tavolo su cui erano varii medicinali, una busta nera, un termometro, fasce, compresse, fiaschi, alcuni tubi di forma speciale. Il dottore aveva tra le mani un tubo elastico a cui stava adattando un catètere; e dava istruzioni a Cristina, sottovoce.

– Ma dunque? – io gli chiesi bruscamente. – Che c’è?

– Nulla di allarmante, per ora.

– E tutti questi preparativi?

– Precauzioni.

– Ma quanto durerà ancóra quest’agonia?

– Siamo alla fine.

– Parlatemi franco; vi prego. Prevedete una disgrazia? Parlatemi franco.

– Non si annuncia per ora nessun pericolo grave. Temo però una emorragia; e prendo le mie precauzioni. L’arresterò. Abbiate fiducia in me e siate calmo. Ho notato che la vostra presenza agita molto Giuliana. In quest’ultimo breve periodo ella ha bisogno di tutte le forze che le rimangono. È necessario che voi vi allontaniate. Promettetemi d’obedirmi. Entrerete quando vi chiamerò.

Ci giunse un grido.

– Ricominciano i dolori – egli disse. – Ci siamo. Calma, dunque!

E si diresse verso la porta. Io lo seguii. Ambedue ci avvicinammo a Giuliana. Ella m’afferrò il braccio e me lo strinse come in una morsa. Le restava dunque ancóra quella forza?

– Coraggio! Coraggio! Ci siamo. Tutto andrà bene. È vero, dottore? – balbettai.

– Sì, sì. Non c’è tempo da perdere. Lasciate, Giuliana, che vostro marito esca di qui.

Ella guardò il dottore e me, con gli occhi spalancati. Lasciò il mio braccio.

– Coraggio! – ripetei soffocato.

La baciai su la fronte molle di sudore, mi volsi per andarmene.

– Ah, Tullio! – Ella gridò dietro di me con un grido lacerante che segnificava: «Non ti vedrò più».

Io feci l’atto di tornare a lei.

– Via, via – ordinò il dottore, con un gesto imperioso.

Volli obedire. Qualcuno serrò l’uscio dietro di me. Rimasi qualche minuto là, in piedi, ad ascoltare; ma le ginocchia mi vacillavano, ma il battito del cuore soverchiava qualunque altro strepito. Andai a gittarmi sul divano; mi misi il fazzoletto tra i denti, affondai la faccia in un cuscino. Soffrivo anch’io uno strazio fisico, simile forse a quello d’un’amputazione mal praticata e lentissima. Gli urli della partoriente mi giungevano a traverso l’uscio. E ad ognuno di quegli urli io pensavo: «Questo è l’ultimo». Negli intervalli udivo un mormorio di voci feminili: forse i conforti di mia madre, della levatrice. Un urlo più acuto e più inumano degli altri. «Questo è l’ultimo.» E balzai in piedi esterrefatto.

Non potevo dare un passo. Alcuni minuti trascorsero; trascorse un tempo incalcolabile. Come lampi velocissimi, m’attraversarono il cervello pensieri, imagini. «È nato? E se ella fosse morta? E se ambedue fossero morti? la madre e il figlio? No, no. Ella certamente è morta; ed egli è vivo. Ma perché nessun vagito? L’emorragia, il sangue…» Vidi il lago rosso, e, in mezzo, Giuliana boccheggiante. Vinsi il terrore che m’irrigidiva e mi slanciai contro l’uscio. L’apersi, entrai.

Udii sùbito la voce del chirurgo che mi gridava aspra:

– Non v’accostate! Non la scuotete! Volete ucciderla?

Giuliana pareva morta, più pallida del suo guanciale, immobile. Mia madre stava china sopra di lei reggendo una compressa. Grandi macchie di sangue rosseggiavano sul letto, macchie di sangue tingevano il pavimento. Il chirurgo preparava un «irrigatore» con una sollecitudine calma ed esatta: – le sue mani non tremavano, sebbene la sua fronte fosse corrugata. Un bacino d’acqua bollente fumigava in un angolo. Cristina aggiungeva acqua con una brocca in un altro bacino, tenendovi immerso il termometro. Un’altra donna portava nella stanza contigua un fascio d’ovatta. C’era nell’aria l’odore dell’ammoniaca e dell’aceto.

Le minime particolarità della scena, abbracciata con un solo sguardo, mi rimasero impresse indelebilmente.

– A cinquanta gradi – disse il dottore, volgendosi verso Cristina. – Attenta!

Io cercavo intorno, non udendo il vagito. Qualcuno mancava là dentro.

– E il bambino? – chiesi tremando.

– È di là, nell’altra stanza. Andate a vederlo – mi rispose il dottore. – Rimanete là.

Gli indicai Giuliana con un gesto disperato.

– Non temete. Qua l’acqua, Cristina.

Entrai nell’altra stanza. Mi giunse all’orecchio un vagito fievolissimo, appena udibile. Vidi su uno strato d’ovatta un corpicciuolo rossastro, qua e là violaceo, sotto le mani scarne della levatrice, che lo stropicciavano nel dorso e nelle piante dei piedi.

– Venga, venga, signore; venga a vedere – disse la levatrice continuando a stropicciare. – Venga a vedere che bel maschio. Non respirava; ma ora non c’è più pericolo. Guardi che maschio!

Ella rivoltò il bambino, lo coricò sul dorso, mi mostrò il sesso.

– Guardi!

Afferrò il bambino e lo agitò nell›aria. I vagiti divennero un po› più forti.

Ma io avevo negli occhi uno scintillio strano che m›impediva di veder bene; avevo in tutto l›essere una ottusità strana che m›impediva la percezione esatta di tutte quelle cose reali e violente.

– Guardi! – mi ripeté ancóra la levatrice coricando di nuovo su l›ovatta il bambino che vagiva.

Ora vagiva forte. Respirava, viveva! Mi chinai su quel corpicciuolo palpitante che odorava di licopodio; mi chinai a guardarlo, a esaminarlo, per riconoscere la somiglianza aborrita. Ma la piccola faccia turgida, ancóra un po› livida, con i globi oculati sporgenti, con la bocca gonfia, col mento obliquo, difforme, quasi non aveva aspetto umano; e non m›ispirò se non ribrezzo.

– Appena nato – balbettai – appena nato, non respirava…

– No, signore. Un po› d›apoplessia…

– Come mai?

– Aveva il cordone attorcigliato intorno al collo. E poi, forse il contatto del sangue nero…

Ella parlava attendendo alla cura del bambino; e io guardavo quelle mani scarne che lo avevano salvato e che ora avviluppavano delicatamente il cordone ombelicale in una pezzetta spalmata di burro.

– Giulia, dammi la fascia.

E, fasciando il ventre del bambino, soggiunse:

– Questo oramai è assicurato. Dio lo benedica!

E le sue mani esperte presero la testina molliccia come per plasmarla. Il bambino vagiva sempre più forte; vagiva con una specie di rabbia, agitandosi tutto, conservando quell›apparenza apoplettica, quel rossore paonazzo, quell›aspetto di cosa ributtante. Vagiva sempre più forte come per darmi una prova della sua vitalità, come per provocarmi, per esasperarmi.

Viveva, viveva. E la madre?

Rientrai nell›altra stanza, all›improvviso, demente.

– Tullio!

Era la voce di Giuliana, debole come quella d›un›agonizzante.

XXXII.

La corrente continua di acqua ad alta temperatura aveva arrestata l’emorragia, in circa dieci minuti. Ora la puerpera riposava nel suo letto, dentro l’alcova. Era giorno chiaro.

Io stavo seduto al capezzale; e la consideravo in silenzio, dolorosamente. Ella non dormiva, forse. Ma l’estrema debolezza le toglieva ogni moto, ogni segno di vita; la faceva sembrare esanime. Considerando il suo funereo pallore di cera, io vedevo ancóra quelle macchie di sangue, tutto quel povero sangue sparso che aveva inzuppato i lenzuoli, attraversato i materassi, arrossato le mani del chirurgo. «Chi le renderà tutto quel sangue?» Iniziavo un gesto istintivo per toccarla, poiché mi pareva che ella dovesse essere diventata fredda, di gelo. Ma mi tratteneva il timore di disturbarla. Più d’una volta, nella mia contemplazione continua, assalito da una paura repentina, feci l’atto di levarmi per andare a chiamare il dottore. Pensando, rivolgevo tra le dita un fiocco di bambagia, lo disfilavo minutamente; e, di tratto in tratto, per una inquietudine invincibile, lo avvicinavo con infinita cautela alle labbra di Giuliana e dal palpito dei fili leggeri misuravo la forza del respiro.

Ella giaceva supina, con la testa su un guanciale basso. I capelli castagni un poco rilasciati le circondavano il volto, rendevano più tenui e più cerei i lineamenti. Aveva una camicia chiusa intorno al collo, chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo, prone, così pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino. Una bontà soprannaturale emanava da quella povera creatura dissanguata e immobile; una bontà che mi penetrava tutto l’essere, mi colmava il cuore. Ed ella pareva ripetere: «Che hai tu fatto di me?». La sua bocca disfiorata, dagli angoli cadenti, rivelatrice d’una mortale stanchezza, e arida, che tanti spasimi avevano tòrta, che avevano sforzata tanti gridi, sempre pareva ripetere: «Che hai tu fatto di me?».

Io consideravo l’esilità della persona che appena formava rilievo sul piano del letto. Poiché l’evento s’era compiuto, poiché ella s’era alfine liberata dell’orribile peso, poiché alfine l’altra vita s’era distaccata dalla sua vita per sempre, quei moti istintivi di repulsione, quelle improvvise ombre di rancore non più sorgevano a turbare la mia tenerezza e la mia pietà. Ora non avevo per lei se non un sentimento di tenerezza immensa, d’immensa pietà, come per la più buona e per la più sventurata delle creature umane. Ora tutta la mia anima era sospesa a quelle povere labbra che da un momento all’altro avrebbero potuto rendere il respiro estremo. Con una sincerità profonda pensavo, guardando quel pallore: «Come sarei felice se potessi trasfondere la metà del mio sangue nelle sue vene!».

Pensavo, udendo il battito lieve d’un orologio posato sul tavolo da notte, sentendo il tempo scorrere per quella fuga di minuti eguali: «Ma egli vive». E la fuga del tempo mi dava un’ansietà singolare, assai diversa da quella altre volte provata, indefinibile.

Pensavo: «Egli vive, e la sua vita è tenace. Appena nato, non respirava. Aveva ancóra sul corpo, quando io l’ho veduto, tutti i segni dell’asfissia. Se le cure della levatrice non l’avessero salvato, ora non sarebbe più se non un piccolo cadavere livido, una cosa innocua, trascurabile, forse dimenticabile. Io non d’altro dovrei occuparmi che della guarigione di Giuliana. Non mi moverei di qui, sarei il più assiduo e il più dolce degli infermieri, riuscirei a compiere la trasfusione vitale, a compiere il miracolo, per forza d’amore. Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a poco a poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura nuova, scevra d’ogni impurità. Ambedue ci sentiremmo purificati, degni l’uno dell’altra, dopo una espiazione così lunga e così dolorosa. La malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza indefinita. E io vorrei cancellare dall’anima di lei perfino l’ombra del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nell’amore. Qualunque altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa grande prova». Io m’esaltavo nella luce quasi mistica di quell’avvenire imaginato, mentre sotto il mio sguardo fisso il volto di Giuliana assumeva una specie d’immaterialità, un’espressione di bontà soprannaturale, quasi che ella fosse già distaccata dal mondo, quasi che con quel gran flutto di sangue ella avesse espulso quanto ancóra eravi d’acre e d’impuro nella sua sostanza e si fosse ridotta a una mera essenza spirituale in conspetto della morte. La muta domanda non più mi feriva, non più mi sembrava terribile: «Che hai tu fatto di me?». Io rispondevo: «Non sei tu divenuta, per opera mia, la sorella del Dolore? Non è salita la tua anima, nella sofferenza, a un’altezza vertiginosa da cui ha potuto vedere il mondo in una luce insolita? Non hai tu avuta da me la rivelazione della verità suprema? Che valgono i nostri errori, le nostre cadute, le nostre colpe, se siamo giunti a strappare dai nostri occhi qualche velo, se siamo giunti a sprigionare quanto v’è di men basso nella nostra sostanza miserabile? A noi sarà dato il più alto gaudio a cui possano ambire su la terra gli eletti: rinascere conscientemente».

Io m’esaltavo. L’alcova era silenziosa, l’ombra era misteriosa, il volto di Giuliana mi pareva trasumanato; e la mia contemplazione mi pareva solenne, poiché sentivo nell’aria la presenza della morte invisibile. Tutta la mia anima era sospesa a quelle pallide labbra che da un attimo all’altro avrebbero potuto rendere il respiro estremo. E quelle labbra si contrassero, misero un gemito. La contrattura dolorosa alterò le linee del volto, vi si fermò per qualche tempo. Le pieghe della fronte si approfondirono, la pelle delle palpebre ebbe un tremolio leggero, un po’ del bianco apparve tra i cigli.

Io mi chinai su la sofferente. Ella aprì gli occhi e li richiuse sùbito. Pareva ch’ella non mi avesse veduto. Gli occhi non avevano avuto sguardo, come colpiti da cecità. Era sopravvenuta forse l’amaurosi anemica? Era ella diventata cieca a un tratto?

M’accorsi che entrava gente nella stanza: «Fosse il dottore!». Uscii dall’alcova. Vidi infatti il dottore, mia madre e la levatrice che entravano adagio. Li seguiva Cristina.

– Riposa? – mi domandò il dottore sottovoce.

– Si lagna. Chi sa quanto soffre ancóra!

– Ha parlato?

– No.

– Non bisogna in nessun modo eccitarla. Ricordatevene.

– Ha aperto gli occhi, dianzi, per un momento. Pareva che non ci vedesse.

Il dottore entrò nell’alcova, accennandoci di restare indietro. Mia madre mi disse:

– Vieni. Ora debbono rinnovare le medicature. Vieni via. Andiamo a vedere Mondino. C’è di là Federico.

Ella mi prese una mano. Mi lasciai condurre.

– S’è addormentato – soggiunse. – Dorme placidamente. Oggi, dopo mezzogiorno, arriverà la nutrice.

Benché ella fosse triste e inquieta per lo stato di Giuliana, gli occhi le sorridevano mentre parlava del bambino; tutto il viso le s’illuminava di tenerezza.

Per ordine del dottore era stata scelta una stanza lontana da quella della puerpera: una grande stanza ariosa che custodiva molte memorie della nostra infanzia. Entrando, vidi sùbito intorno alla culla Federico, Maria e Natalia, che insieme chini guardavano il piccolo dormente. Federico si volse e mi domandò, prima d’ogni altra cosa:

– Come sta Giuliana?

– Male.

– Non riposa?

– Soffre.

Rispondevo quasi duramente, mio malgrado. Una specie d’aridità m’aveva d’un tratto occupata l’anima. Non altro provavo se non un’avversione indomabile e innascondibile contro l’intruso, e rammarico e impazienza per la tortura che le persone inconsapevoli m’infliggevano. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a dissimulare. Eravamo ora io, mia madre, Federico, Maria e Natalia, intorno alla culla, a guardare il sonno di Raimondo.

Egli era stretto nelle fasce ed aveva la testa coperta d’una cuffia ornata di pizzi e di nastri. Il viso appariva meno gonfio ma ancóra rossiccio, lucido su le gote come la cuticola delle piaghe cicatrizzate di recente. Un po’ di bava gli usciva dagli angoli della bocca chiusa; le palpebre senza cigli, enfiate agli orli, coprivano i globi oculari sporgenti; una lividura segnava la radice del naso ancóra deforme.

– Ma a chi somiglia? – disse mia madre.

– Non so ancóra trovare una somiglianza…

– È troppo piccolo – disse Federico. – Bisogna aspettare qualche giorno.

Mia madre due o tre volte guardò me e il bambino, come per meglio confrontarne le fattezze.

– No – disse. – Somiglia forse più a Giuliana.

– Ora non somiglia a nessuno – interruppi. – È orribile. Non vedi?

– Orribile! È bellissimo! Guarda quanti capelli!

Ed ella sollevò con le dita la cuffia, adagio adagio, e scoprì il cranio molliccio su cui stavano appiccicati pochi capelli bruni.

– Lasciami toccare, nonna! – pregò Maria, stendendo la mano verso il capo del fratello.

– No, no. Vuoi svegliarlo?

Quel cranio pareva composto d’una cera un po’ ammollita dal calore, untuosa, nerigna; e pareva che il minimo tócco vi avrebbe lasciata una traccia. Mia madre lo ricoprì. Poi si chinò a baciare la fronte, con infinita delicatezza.

– Anch’io, nonna – pregò Maria.

– Ma piano, per carità!

La culla era troppo alta.

– Tirami su! – disse Maria a Federico.

Federico la sollevò nelle sue braccia; e io vidi la bella bocca rosea di mia figlia atteggiarsi al bacio prima di giungere a sfiorare quella fronte, e vidi i lunghi riccioli piovere su le fasce bianche.

Anche Federico depose il suo bacio. Poi mi guardò. Non sorrisi.

– E io? E io?

Era Natalia, che s’attaccava alla sponda della culla.

– Piano, per carità!

Federico sollevò anche lei. E di nuovo io vidi i lunghi riccioli piovere su le fasce bianche, in quell’ultima dolce reclinazione. Stavo là quasi irrigidito: e il mio sguardo doveva certo esprimere il sentimento cupo che mi possedeva. Quei baci di labbra a me tanto care non avevano tolto all’intruso quell’aspetto di cosa ributtante ma me l’avevano anzi reso più odioso. Io sentivo che mi sarebbe stato impossibile toccare quella carne estranea, piegarmi a un qualunque atto apparente di amore paterno. Mia madre mi guardava, inquieta.

– Tu non lo baci? – mi domandò.

– No, mamma, no. Ha fatto troppo male a Giuliana. Non so perdonargli…

E mi ritrassi, con un moto istintivo, con un moto di manifesta ripugnanza. Mia madre restò un momento attonita, senza parola.

– Ma che dici, Tullio? Che colpa ne ha questo povero bambino? Sii giusto!

Mia madre aveva certo notata la sincerità della mia avversione. Non riuscivo a dominarmi. Tutti i miei nervi si ribellavano.

– Non posso ora, non posso… Lasciami stare, mamma. Mi passerà.

La mia voce era aspra e risoluta. Io ero tutto convulso. Un nodo mi serrava la gola, i muscoli della faccia mi si contraevano. Dopo tante ore d’orgasmo violento, tutto il mio essere aveva bisogno di una distensione. Credo che un grande scoppio di pianto mi avrebbe giovato: ma il nodo era durissimo.

– Mi fai molta pena, Tullio – disse mia madre.

– Vuoi che lo baci? – ruppi io, fuori di me.

E m’accostai alla culla, mi chinai sul bambino, lo baciai.

Il bambino si svegliò; si mise a vagire, da prima fioco, poi con una specie di furore crescente. Vidi che la pelle del volto gli diveniva più rossa e gli si raggrinzava nello sforzo, mentre la lingua bianchiccia gli tremolava nella bocca dilatata. Benché fossi al colmo della disperazione, m’accorsi dell’errore commesso. Sentii gli sguardi di Federico, di Maria, di Natalia fissi sopra di me, intollerabili.

– Perdonami, mamma – balbettai. – Non so più quel che faccio. Sono irragionevole. Perdonami.

Ella aveva tolto dalla culla il bambino e lo reggeva su le braccia, senza poterlo quietare. I vagiti mi ferivano acutamente, mi laceravano.

– Andiamo, Federico.

Uscii in fretta. Federico mi seguì.

– Giuliana sta molto male. Non comprendo come si possa pensare ad altri che a lei, in questi momenti – dissi, come per giustificarmi. – Tu non l’hai veduta. Sembra che muoia.

XXXIII.

Per alcuni giorni Giuliana vacillò tra la vita e la morte. La sua debolezza era tale che qualunque più lieve sforzo era seguito da un deliquio. Ella doveva mantenersi costantemente supina, in una immobilità perfetta. Qualunque tentativo di sollevarsi provocava segni di anemia cerebrale. Nulla valeva a vincere le nausee da cui ella era assalita, a toglierle di sul petto l’incubo, ad allontanare il rombo che ella udiva di continuo.

Io rimasi giorno e notte al suo capezzale, sempre vigile, tenuto in piedi da una energia instancabile di cui ero meravigliato io stesso. Con tutte le potenze della mia vita io sostenni quella vita che stava per spengersi. Mi pareva che dall’altra parte del capezzale fosse la Morte in agguato pronta a cogliere l’attimo opportuno per strappare la preda. Io aveva talora veramente la sensazione di trasfondermi nel corpo fragile dell’inferma, di comunicarle un po’ della mia forza, di dare un impulso al suo cuore stanco. Le miserie della malattia non m’ispirarono mai alcuna ripugnanza, mai alcun disgusto. Nessuna materialità offese mai la delicatezza dei miei sensi. I miei sensi acutissimi non ad altro erano intenti che a percepire le più piccole mutazioni nello stato dell’inferma. Prima ch’ella proferisse una parola, prima ch’ella facesse un cenno, io indovinavo il suo desiderio, il suo bisogno, il grado della sua sofferenza. Per divinazione, fuori d’ogni suggerimento del medico, ero giunto a trovare modi nuovi e ingegnosi di alleviarle un dolore, di calmarle uno spasimo. Io solo sapevo persuaderla al cibo, persuaderla al sonno. Ricorrevo a tutte le arti della preghiera e della blandizia per farle inghiottire qualche sorso di cordiale. L’assediavo così ch’ella, non potendo più rifiutarsi, doveva risolversi allo sforzo salutare, vincere la nausea. E nulla era per me più dolce del sorriso tenuissimo con cui ella si piegava alla mia volontà. Ogni suo più piccolo atto d’obedienza mi dava al cuore una commozione profonda. Quando ella diceva con quella voce tanto debole: – Va bene così? Sono buona? – la gola mi si chiudeva, gli occhi mi si velavano.

Spesso ella si lamentava d’un dolore pulsatile alle tempie, che non le dava tregua. Io le passavo lungo le tempie l’estremità delle mie dita, per magnetizzare il suo dolore. Le accarezzavo piano piano i capelli, per addormentarla. Quando m’accorgevo che ella dormiva, dal suo respiro, io avevo una sensazione illusoria di ristoro quasi che il beneficio del sonno si spandesse anche su me. D’innanzi a quel sonno io diventavo religioso, ero invaso da un fervore indefinito, provavo il bisogno di credere in un qualche Essere superiore, onniveggente, onnipotente, a cui rivolgevo i miei voti. Salivano spontanei dall’intimo della mia anima preludii di orazioni, nella forma cristiana. Talvolta l’eloquenza interiore m’esaltava fino alle sommità della vera Fede. Si risvegliavano in me tutte le tendenze mistiche trasmessemi da un lungo ordine di progenitori cattolici.

Mentre si svolgeva la mia orazione interna, io contemplavo la dormente. Ella era pur sempre pallida come la sua camicia. Per la trasparenza della pelle, io avrei potuto numerar le sue vene su le guance, sul mento, sul collo. La contemplavo quasi sperando di cogliere gli effetti benefici del riposo, il diffondersi lento del sangue nuovo generato dal cibo, i primi segni iniziali della guarigione. Avrei voluto per una facoltà soprannaturale assistere al misterioso lavorio riparatore che si compieva in quel corpo affranto. E speravo sempre: «Quando si sveglierà, si sentirà più forte».

Pareva ch’ella provasse un gran sollievo quando teneva fra le sue mani fredde la mia mano. Talvolta ella me la prendeva e la metteva sul guanciale e sopra ci posava la gota, con un atto infantile; e, così rimanendo, a poco a poco si assopiva. Ero capace di conservare a lungo a lungo l’immobilità del braccio intormentito, per non risvegliarla.

Talvolta ella diceva:

– Perché non dormi anche tu qui, con me? Tu non dormi mai!

E voleva che io posassi la testa sul suo guanciale.

– Dormiamo dunque.

Io fingevo di addormentarmi, per darle il buon esempio. Quando riaprivo gli occhi, incontravo i suoi occhi sbarrati che mi guardavano.

– Ebbene? – esclamavo. – Che fai?

– E tu? – rispondeva ella.

Nei suoi occhi era un’espressione di tenerezza così buona che io mi sentivo struggere dentro. Tendevo le labbra e la baciavo su le palpebre. Ella voleva fare la stessa cosa a me.

Poi ripeteva:

– Ora dormiamo.

E scendeva un velo d’oblio su la nostra sventura, talvolta.

Spesso i suoi poveri piedi erano gelati. Io li toccavo, di sotto alle coperte, e mi parevano di marmo. Ella diceva infatti:

– Sono morti.

Erano scarni, sottili, così minuti che quasi mi entravano nel pugno. Avevo per loro una grande pietà. Io stesso riscaldavo per loro sul braciere il panno di lana, non mi stancavo di prenderne cura. Avrei voluto intiepidirli con l’alito, coprirli di baci. Si mescolavano alla mia nuova pietà ricordi lontani d’amore, ricordi del tempo felice quando io non tralasciavo mai di calzarli al mattino e di nudarli a sera con le mie proprie mani per una consuetudine quasi votiva, stando in ginocchio.

Un giorno, dopo lunghe veglie, ero così stanco che un sonno irresistibile mi colse appunto mentre tenevo le mani sotto le coperte e avvolgevo nel panno caldo i piccoli piedi morti. Reclinai la testa, e restai là addormentato nell’atto.

Come mi svegliai, vidi nell’alcova mia madre, mio fratello, il dottore, che mi guardavano sorridendo. Rimasi confuso.

– Povero figliuolo! Non ne puoi più – disse mia madre ravviandomi i capelli con uno dei suoi gesti più affettuosi.

E Giuliana:

– Mamma, portalo via tu. Federico, portalo via.

– No, no, non sono stanco – io ripetevo. – Non sono stanco.

Il dottore annunziò la sua partenza. Dichiarò la puerpera fuor di pericolo, in via di miglioramento accertato. – Bisognava seguitare a promuovere con tutti i mezzi la rigenerazione del sangue. Il suo collega Jemma di Tussi, col quale aveva conferito e s’era trovato d’accordo, avrebbe seguitata la cura, che, del resto, era semplicissima. Più che nei medicinali egli aveva fiducia nell’osservanza rigorosa delle diverse norme igieniche e dietetiche da lui stabilite.

– In verità – soggiunse accennando a me – non potrei desiderare un infermiere più intelligente, più vigile, più devoto. Ha fatto miracoli e ne farà ancóra. Io parto tranquillo.

Mi sembrò che il cuore mi balzasse alla gola e mi soffocasse. L’elogio inaspettato di quell’uomo severo, alla presenza di mia madre, di mio fratello, mi diede una commozione profonda; fu un compenso straordinario. Guardai Giuliana e vidi che i suoi occhi s’erano empiti di lacrime. E, sotto il mio sguardo, all’improvviso ella ruppe in un pianto. Feci uno sforzo sovrumano per frenarmi, ma non riuscii. Mi parve che l’anima mi si stemprasse. Tutte le bontà del mondo erano nel mio petto, raccolte, in quell’ora indimenticabile.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
310 s. 1 illüstrasyon
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Public Domain
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