Kitabı oku: «Ora e per sempre», sayfa 11
CAPITOLO QUINDICI
Era tardi, e la festa era finita da molto quando Emily finalmente sentì il rumore della moto di Daniel che risaliva la strada e svoltava nel vialetto che portava alla casa. Uscì dal letto e sbirciò dalla finestra la sua sagoma che si toglieva il casco e andava verso la rimessa.
Emily si avvolse nella camicia da notte e scivolò nelle pantofole. Scese di sotto e uscì dal portone principale. L’erba era morbida mentre attraversava il cortile verso la rimessa. Da dentro veniva una luce, che si rovesciava sull’erba.
Bussò alla porta e poi si tenne indietro, abbracciandosi per tener lontana l’aria gelida della notte.
Daniel rispose alla porta. Qualcosa nell’espressione del suo viso le disse che sapeva già che lì fuori ci sarebbe stata lei.
“Dove sei stato?” chiese. “Ti sei perso la festa.”
Daniel fece un respiro profondo. “Senti, perché non entri? Possiamo parlare davanti a una tazza di tè invece di stare qui fuori al freddo.” Le tenne la porta aperta. Emily entrò.
Daniel fece per entrambi il tè ed Emily se ne restò tranquilla per tutto il tempo, aspettando che parlasse lui per primo, che le offrisse una spiegazione per il suo comportamento. Ma lui teneva la bocca cucita e a lei non restarono altre opzioni.
“Daniel,” disse vigorosamente, “perché hai perso la festa? Dov’eri? Ero preoccupata.”
“Lo so. Scusa. È che quella gente non mi piace, okay?” disse. “Sono quelli che mi consideravano spacciato quando ero un ragazzino.”
Emily si accigliò. “È stato vent’anni fa.”
“A quella gente non importa se è stato vent’anni o venti minuti.”
“Cantavi le loro lodi al porto,” disse Emily. “Adesso improvvisamente li odi?”
“Me ne piacciono alcuni,” contestò Daniel. “Ma per la maggior parte sono provinciali dalle menti chiuse. Credimi, sarebbe stato peggio se fossi stato là.”
Emily alzò un sopracciglio. Voleva dirgli che aveva torto, che quella gente si era rivelata gentile e divertente. Che stava cominciando a considerarli amici. Ma l’ultima cosa che voleva era litigare con Daniel quando la loro fase da luna di miele era appena cominciata.
“Perché non mi hai semplicemente detto che non volevi venire alla festa?” disse alla fine, sforzando di mantenere calma la voce. “Mi sono sentita un’idiota ad aspettarti.”
“Scusa.” sospirò Daniel con dispiacere, poi le mise davanti una tazza di tè. “Lo so che non sarei dovuto sparire così. È solo che sono così abituato a stare da solo, a non avere nessuno a cui rendere conto. È parte di chi sono. Avere tutta quella gente intorno all’improvviso, è tanto con cui fare i conti tutto in una volta.”
Emily si dispiacque per lui, per il modo in cui si sentiva più a suo agio da solo. A lei non sembrava una caratteristica particolarmente felice da possedere. Ma comunque ciò non giustificava il suo comportamento.
“Voglio dire, già solo Cynthia da sola sarebbe stata abbastanza tremenda,” aggiunse Daniel con un largo sorriso imbarazzato.
Clamorosamente, Emily rise. “Avresti solo dovuto dirmelo,” disse.
“Lo so,” rispose Daniel. “Se ti prometto di non sparire più così, mi perdoni?”
Emily non riusciva a rimanere arrabbiata con lui. “Immagino di sì,” disse.
Daniel si allungò per prenderle una mano. “Perché non mi dici com’è andata? Di cosa avete parlato?”
Emily lo guardò. “Vuoi che ti racconti le conversazioni della gente che mi hai appena detto di odiare?”
“Non le odierò se vengono da te,” disse Daniel con un sorriso.
Emily alzò gli occhi al cielo. Voleva restare arrabbiata con Daniel ancora un po’ per dargli una lezione, ma proprio non ce la faceva. E poi aveva grosse novità da raccontargli sul Bed and Breakfast che non riusciva più a tenere per sé. Cercò di smorzare il suo entusiasmo ma si scoprì incapace di contenerlo.
“Be’, l’argomento di conversazione principale,” disse, “è stato trasformare la casa in un Bed and Breakfast.”
Daniel quasi sputò fuori il sorso che aveva appena bevuto. Alzò gli occhi oltre l’orlo della tazza. “In cosa?”
Emily si agitò, d’un tratto nervosa all’idea di parlare a Daniel del suo nuovo sogno. E se non l’avesse appoggiata? Le aveva appena detto che stare solo faceva parte di chi era, e ora lei stava per dirgli che avere tutti i tipi di sconosciuti che girovagano su e giù per la proprietà poteva diventare un evento ordinario.
“In un Bed and Breakfast,” disse, con la voce che si era fatta più piccola e più timida.
“Tu lo vuoi fare?” chiese Daniel posando la tazza. “Gestire un Bed and Breakfast?”
Emily avvolse la tazza con le mani come per rassicurarsi e si mosse sulla sedia. “Be’… forse. Non lo so. Cioè dovrei fare due conti prima. Probabilmente non sarò neanche in grado di permettermi di avviarlo.” Balbettava adesso, cercando di minimizzare l’idea, non certa di cosa Daniel ne avrebbe fatto.
“Ma se te lo potessi permettere, è questo che vorresti?” chiese.
Emily guardò su e incontrò i suoi occhi. “Era ciò che volevo fare quando ero più giovane. Era il mio sogno, a dire il vero. Solo che non credevo di esserne capace così ho smesso di pensarci.”
Daniel le si avvicinò e mise la mano sopra le sue. “Emily, saresti bravissima.”
“Lo credi?”
“Lo so.”
“Quindi credi che non sia una terribile idea?”
Daniel scosse la testa e le fece un sorriso a trentadue denti. “È un’idea fantastica!”
Lei si illuminò all’improvviso. “Lo credi davvero?”
“Certo,” aggiunse. “Saresti una padrona di casa fantastica. E se ti servono dei soldi da mettere nel progetto sarei felice di aiutarti. Non ne ho molti ma ti darò tutto quello che ho.”
Anche se toccata dalla sua offerta, Emily scosse la testa. “Non potrei mai prendere i tuoi soldi, Daniel. Tutto quello che mi serve per cominciare è una camera da letto dignitosa e una caffettiera. Una volta arrivato il primo cliente, posso mettere il profitto dritto dritto nell’attività.”
“Anche così,” disse Daniel. “Se ti serve un lavoro di ristrutturazione, del giardinaggio o altro, sappi che sono felice di partecipare.”
“Davvero?” chiese di nuovo Emily, ancora incapace di crederci. “Lo faresti per me?” Pensò ancora alla generosità di Daniel, e a come le era venuto in soccorso nei momenti di bisogno. “Credi davvero che sia una buona idea?”
“Sì,” la rassicurò Daniel. “Mi piace l’idea. Quale camera vorresti sistemare per prima?”
Durante gli ultimi tre mesi di lavoro alla proprietà non avevano fatto molti progressi con il piano di sopra. Erano stati completati solo la vecchia stanza dei genitori di Emily (ora sua) e il bagno. Aveva bisogno di scegliere un’altra stanza su cui concentrarsi.
“Ancora non lo so,” disse Emily. “Probabilmente una di quelle grandi che danno sul retro.”
“Una con la vista sull’oceano?” suggerì Daniel.
Emily si strinse nelle spalle. “Dovrei prima pensarci un altro po’. Ma non ci vorrebbe tanto a sistemare tutto, vero? Potrebbe essere tutto pronto per la stagione turistica. Se ottengo il permesso, ovvio.”
Daniel sembrava essere d’accordo. Davanti alle tazze di tè parlarono di tutti i dettagli, del tempo e dei soldi di cui avrebbero avuto bisogno per sistemare una stanza e mettere insieme un menu in tempo per il flusso turistico estivo.
“Sarebbe rischioso,” disse Daniel distendendosi sulla sedia e osservando il foglio di carta davanti a lui scarabocchiato con costi e somme.
“Sì,” gli diede ragione Emily. “Ma anche lasciare il lavoro e il mio fidanzato dopo sette anni è stato rischioso e guarda come è andata a finire bene.” Si allungò e strinse un braccio di Daniel. mentre lo faceva, sentì esitazione in lui. “Va tutto bene?” chiese, accigliata.
“Sì,” disse Daniel alzandosi e raccogliendo le tazze vuote. “Sono solo stanco. Credo che andrò a dormire.”
Si alzò anche Emily improvvisamente conscia che le stava chiedendo di andarsene. La passione delle sere precedenti sembrava essersi del tutto estinta. Il romanticismo di quella mattina nel giardino delle rose disperso. Il brivido della corsa in moto sulla cima della scogliera andato.
Stringendosi attorno alla vita la camicia da notte, Emily si avvicinò e baciò Daniel sulla guancia. “Ci vediamo dopo?” gli chiese.
“Sì, sì,” rispose, senza guardarla negli occhi.
Frastornata e ferita, Emily lasciò la rimessa e percorse la solitaria e fredda strada fino a casa sua per trascorrere la notte da sola.
*
“’Giorno, Rico!” gridò Emily entrando nel buio e strapieno mercatino delle pulci il giorno dopo.
Invece di Rico, fu la testa di Serena a far capolino da dietro al tavolo che stava abilmente restaurando. “Emily! Come va con il signor Supersexy? Non ho mai avuto l’occasione di parlartene alla festa.”
Daniel era praticamente l’ultima cosa di cui Emily volesse parlare in quel particolare momento. “Se me l’avessi chiesto due giorni fa ti avrei detto che andava benissimo. Ma adesso non ne sono così sicura.”
“Oh?” disse Serena. “È uno di quelli, eh?”
“Uno di cosa?”
“Si buttano troppo e si spaventano a morte fino a congelarsi. L’ho visto milioni di volte.”
Emily non era sicura di come facesse una ragazza di vent’anni ad aver visto una cosa qualunque milioni di volte, ma non lo disse. Non voleva proprio mettersi a parlare di Daniel adesso.
“Allora, sto cercando un paio di pezzi specifici,” disse Emily rovistando in borsa in cerca della lista che lei e Daniel avevano scritto la notte precedente, prima che effettivamente la cacciasse fuori di casa. La porse a Serena. “Non sono pronta a comprare nulla ancora, voglio solo farmi un’idea dei costi.”
“Certo,” disse la donna più giovane, raggiante. “Do un’occhiata in giro.” Stava per avviarsi nel negozio quando si fermò. “Ehi, questa è tutta roba per camere da letto. È…”
“Per un Bed and Breakfast?” Emily sorrise e mosse le sopracciglia. “Certo.”
“Che figata!” esclamò Serena. “Lo farai davvero?”
“Be’,” disse Emily, “Dovrò prima ottenere un permesso, e ciò significa andare a un’assemblea cittadina.”
“Oh pfft, quello sarà facile,” disse Serena scuotendo una mano in aria. “Vuol dire che non tornerai a New York?”
“Prima devo ottenere il permesso,” ripeté Emily con tono leggermente più severo.
“Capito,” disse Serena schioccando le dita. “Prima il permesso.” Fece un largo sorriso e si allontanò.
Emily sorrise a se stessa, felice di sapere che c’era almeno una persona che sembrava volere sinceramente che rimanesse a Sunset Harbor, non solo per via del guadagno che avrebbe portato al posto ma perché lei le piaceva.
Raggiunse il cassetto delle maniglie per le porte e cominciò a guardarci dentro. Rico aveva una collezione che rivaleggiava con quella di suo padre, sebbene quella di Rico fosse in condizioni decisamente migliori. Stava considerando il blu polvere per i colori della stanza, e voleva delle delicate maniglie in vetro per la cassettiera.
Mentre rovistava nel cassetto delle maniglie e dei pomelli, sentì due voci entrare in negozio alle sue spalle.
“Stella ha detto di averlo visto sulla scogliera anche ieri, in giro con la moto per ore e ore,” diceva una delle voci.
Emily si fermò e cercò di sentire meglio. Stavano parlando di Daniel? Aveva un debole per i giri in moto sulla scogliera, e il giorno prima era stato via davvero tanto tempo.
“Ed è venuto al festival al porto l’altro giorno,” disse la seconda voce.
Emily sentì il battito del suo cuore accelerare. Daniel era stato al festival. Be’, come chiunque altro, ma non tutti se ne andavano in moto sulla scogliera. Era sicura che si trattasse di Daniel.
“Non credi che sia tornato a vivere in città, vero?” stava dicendo la seconda voce.
“Be’, Stella sostiene che non se ne sia mai andato,” disse la prima.
“Oddio. Davvero? Il solo pensiero mi dà i brividi. Vuoi dire che è rimasto alla vecchia casa tutto questo tempo?”
“Sì, esattamente. Stella mi ha detto che qualcuno le ha detto che era alla vendita dell’usato della ragazza nuova l’altro giorno.”
Emily sentì ghiacciarsi tutto il corpo mentre le voci proseguivano con le loro chiacchiere.
“Davvero? Mamma mia. Qualcuno dovrebbe avvisarla!”
Ormai sicura che le donne stessero parlando di Daniel, Emily uscì dall’ombra. “Avvisarmi di cosa?” disse freddamente.
Le due donne si zittirono e la guardarono come conigli accecati dai fanali.
“Ho detto,” ripeté Emily, “avvisarmi di cosa?”
“Be’,” cominciò la prima, con la voce che adesso improvvisamente tremava. “È stata Stella a dire di averlo visto.”
“Visto chi?”
“Il figlio dei Morey, ho dimenticato il nome. Dustin. Declan.”
“Douglas,” l’altra donna informò la prima sicura.
“No, è più esotico. Più strano,” contestò la prima.
Emily incrociò le braccia e alzò un sopracciglio. “È Daniel. Che c’è da sapere su di lui?”
“Be’,” disse la prima donna, “ha una cattiva reputazione.”
“Una cattiva reputazione?” disse Emily.
“Con le donne,” aggiunse. “Ha lasciato molte donne col cuore spezzato, quel Declan.”
“Douglas,” disse la seconda donna.
“Daniel,” le corresse entrambe Emily.
La prima scosse la testa. “Non è Daniel, cara. Non ricordo il nome ma sicuramente non è Daniel.”
“Ti dico che è Douglas,” disse la seconda.
Emily cominciava a sentirsi frustrata. Non voleva credere a quello che le donne stavano dicendo di Daniel – sulle donne del suo passato – ma non poteva sottrarsi all’irritante dubbio che le stavano mettendo in testa. “Sentite, sono sicura che è stato molto tempo fa. Le persone cambiano. Daniel non è più così e non voglio parlare di questo con voi. Dovreste occuparvi dei fatti vostri, okay?”
La prima si accigliò. “Non è Daniel! Sinceramente, ragazza, vivo in questa città da molto più tempo di te. Quel ragazzo non si chiama Daniel.”
La seconda batté le mani. “Eccolo. Dashiel.”
“Sì, è quello! Dashiel Morey.”
Proprio allora riapparve Serena. Si fermò a metà di un passo quando vide le due anziane lì ed Emily sconvolta.
“Devo andare,” disse Emily voltandosi e uscendo dal negozio.
“Aspetta, e la tua lista?” urlò Serena mentre Emily scompariva.
Non appena fu uscita al sole primaverile, Emily si piegò e fece respiri profondi. Era in iperventilazione. La sua mente sembrava girare in cerchio. Sebbene sapesse che le vecchie erano solo delle ficcanaso, non poteva fare a meno di sentirsi turbata da quello che avevano detto, da quanto fossero sicure del nome di Daniel, delle sue passate indiscrezioni con le donne. E anche se Emily era stata con Daniel con la testa, il corpo e l’anima, capì improvvisamente e in modo spaventoso che in realtà non lo conosceva affatto, che era impossibile conoscere davvero una persona, comunque. Gliel’aveva insegnato suo padre. Se un uomo amorevole poteva lasciare la sua famiglia e non farsi vedere più, allora un ragazzo che conosceva da pochi mesi poteva mentire sul suo nome.
E sulle sue intenzioni.
CAPITOLO SEDICI
Emily guidò fin casa veloce, con la vista annebbiata dalle lacrime. Non voleva reagire in maniera eccessiva ma davvero non aveva altre opzioni. Daniel le aveva mentito sulla parte più fondamentale del suo essere: il nome. Che genere di persona faceva una cosa del genere? Anche se l’aveva cambiato perché lo odiava o lo imbarazzava, era il genere di cosa che Emily si aspettava saltasse fuori in una conversazione a un certo punto. Lei non si faceva chiamare con il suo nome completo Emily Jane ma ne aveva comunque parlato a Daniel e anche allora, in quella specifica conversazione sui nomi, Daniel non aveva aperto bocca e non aveva detto nulla. Cosa che le faceva pensare che fosse stato per nasconderle deliberatamente la sua identità.
E se poteva mentire su quello, allora forse anche quello che avevano detto le donne sulla strage di cuori che aveva fatto poteva essere vero.
Mentre parcheggiata davanti a casa, Emily vide che Daniel era in giardino a occuparsi degli arbusti. Alzò gli occhi, corrugando la fronte al rumore della macchina che sgommava e dello stridio dei freni quando Emily inchiodò. Parcheggiò senza cura tutta storta, poi saltò fuori dal sedile del passeggero, lasciando l’auto con il motore acceso e la portiera spalancata. Poi si fiondò attraverso il cortile puntando dritta su Daniel.
“Chi sei tu?” urlò colpendolo al petto non appena l’ebbe raggiunto.
Daniel vacillò all’indietro, scioccato e confuso. “Che diavolo di domanda è?”
“Dimmelo!” gridò Emily. “Non ti chiamo Daniel, vero? Ti chiami Dashiel. Dashiel Morey.”
Si formò una grinza tra le sopracciglia di Daniel. “Come…”
“Come l’ho scoperto?” urlò Emily in tono accusatorio. “L’ho dovuto sentire da due vecchie al mercato delle pulci. Perché tu non hai avuto le palle di dirmelo. Lo sai quanto umiliante è stato per me?” Riusciva a sentire il sangue bollirle al ricordo mortificante.
“Emily, guarda che posso spiegare,” disse Daniel posandole le mani sulle spalle.
Emily si scostò le mani di lui dalle spalle. “Non toccarmi. Mi hai mentito per tutto questo tempo. È vero. Solo rispondimi. Ti chiami davvero Dashiel?”
“Sì. Ma solo il mio nome è cambiato. È…”
“Non posso crederci. E le donne? È vero anche quello, no!” Alzò le mani in aria esasperata.
“Le donne?” chiese Daniel accigliandosi.
“Tutti i cuori che hai spezzato! Hai una brutta reputazione, Daniel. O dovrei dire Dashiel?” Si voltò, con le lacrime che le pungevano gli occhi. “Non so neanche più chi sei ormai.”
Daniel sospirò con emozione. “Sì che lo sai, Emily. Sono esattamente la stessa persona che sono sempre stato.”
“Ma CHI?” urlò Emily, portandosi le mani al viso. “Un criminale violento che manda la gente all’ospedale? Un sensibile fotografo che scappa di casa? Una specie di don Giovanni che usa le donne e poi le scarica quando ha finito con loro? O sei solo il silenzioso e timido custode che vive alle mie spalle?”
La bocca di Daniel si aprì ed Emily seppe di essersi spinta troppo oltre. Ma non riusciva a sopportare di essere stata ingannata, da Daniel soprattutto, dopo tutto quello che avevano passato insieme. Aveva condiviso così tanto con lui – i suoi sogni, il suo dolore, il suo passato, il suo letto. Si era fidata di lui, forse ingenuamente.
“Questo è un colpo basso,” disse Daniel.
“Ti voglio fuori dalla mia terra,” gridò Emily. “Fuori dalla mia rimessa. Vattene! Prendi la tua stupida moto con te!”
Daniel la fissava e basta, la sua espressione stava tra l’inorridito e l’amareggiato. Emily non aveva mai pensato di vederlo così. Fu una pugnalata al cuore vederlo con quello sguardo negli occhi, sapere che era diretto a lei, e che erano state le sue parole crudeli a causarlo.
Daniel non proferì parola. Andò calmo al garage e portò fuori la moto. Poi la avviò, le diede un ultima occhiata di pietra, e se ne andò.
Emily lo guardò andare, le mani chiuse in pugni stretti, il cuore che batteva selvaggio, chiedendosi se sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto.
*
Emily tornò stancamente in casa. Il litigio con Daniel l’aveva scaricata, resa esausta. Voleva disperatamente parlare con Amy, ma di recente aveva avuto la sensazione che la sua amica si fosse stufata di lei. Il loro scambio di messaggi si era fatto più rado, meno frequente, e passavano giorni senza sue notizie. Chiamarla adesso con l’angoscia per un uomo, senza neanche aver detto ad Amy che stava uscendo con qualcuno, probabilmente avrebbe posto fine alla loro amicizia.
Mentre camminava lungo il corridoio, le pareva che tutto fosse stato contaminato da Daniel. La chiazza di pittura sulle assi del pavimento vicino alla scala dove lui aveva starnutito mentre dipingevano l’ingresso. Il quadro leggermente sbilenco su cui avevano lavorato quasi un’ora per metterlo dritto prima di lasciar perdere e concludere che semplicemente doveva essere il muro storto, non il quadro. Ovunque si voltasse, c’era un ricordo di Daniel. Ma proprio adesso Emily voleva ritagliarsi uno spazio da lui, non solo fisicamente ma mentalmente. E fu lì che le venne in mente che c’era una stanza della casa nella quale non aveva ancora messo piede, che non era contaminata da Daniel. Una stanza che era rimasta assolutamente preservata, non solo per gli ultimi vent’anni ma per ventotto. Ed era la camera da letto che avevano condiviso lei e Charlotte.
Emily adesso salì le scale, piena di angoscia. Da quando era arrivata lì aveva evitato quella stanza. Era un’abitudine che aveva preso dai suoi genitori, che non ci erano più entrati dopo la morte di Charlotte. Avevano immediatamente trasferito Emily in un’altra stanza della casa, avevano chiuso la porta della camera che ricordava loro la figlia deceduta, e semplicemente non l’avevano aperta più. Come se fosse così facile sradicare il dolore per la sua morte.
Emily percorse il corridoio e raggiunse la porta. Vedeva i piccoli graffi e i bozzi sul legno risalenti a quando lei e sua sorella sbattevano senza attenzione la porta giocando a prendersi. Vi posò la mano contro, chiedendosi se quello fosse il momento sbagliato per farlo dato che era già in un fragile stato, o se volesse entrarci per punirsi, un modo per causarsi del dolore autoinflitto. Ma voleva stare vicina a sua sorella. La morte di Charlotte le aveva rubato il fatto di avere una persona di cui fidarsi. Non aveva mai potuto parlarle di guai con i ragazzi né delle pene delle relazioni. Adesso le sembrava che questo fosse il modo in cui avrebbe potuto avvicinarsi di più alla sorella. E quindi strinse la maniglia, la girò, e attraversò l’uscio fin dentro una stanza conservata nel tempo.
Entrare fu come disseppellire una capsula del tempo o entrare in una foto di famiglia. Emily fu immediatamente colpita da un totalizzante senso di nostalgia. Ogni odore, sebbene nascosto dall’aroma della polvere, le portò ricordi e sentimenti che non aveva dimenticato. Fu incapace di trattenere le lacrime. Le venne strappato un grosso singhiozzo e strinse forte la bocca facendo un passettino in più nella stanza che conteneva tutte quelle preziose memorie di sua sorella.
Alle ragazze era stata data la stanza più grande della casa. C’erano un mezzanino da un lato e delle enormi finestre che partivano dal pavimento e arrivavano al soffitto con la vista sull’oceano. Emily rivide quando faceva salire le bambole sulla scala a pioli del mezzanino, fingendo che si trattasse di una montagna e che loro fossero intrepide esploratrici. Emily sorrise malinconica a se stessa al ricordo di un tempo così lontano.
Si aggirò per la stanza, raccogliendo oggetti che non venivano toccati da quasi tre decadi. Un salvadanaio con la forma di un orso. Un pony di plastica rosa fluorescente. Non poté fare a meno di lasciar andare una risata davanti a tutti i vistosi giocattoli con cui lei e Charlotte avevano riempito la stanza. Doveva aver fatto impazzire sua madre che le ragazze stessero nella stanza più bella ed elegante della casa e che l’avessero riempita di piovre color arcobaleno. Persino la casa di bambole in legno nell’angolo era stata coperta di adesivi e lustrini.
C’era un grande armadio a muro a un lato della stanza. Emily si chiese se i loro abiti da principessine fossero ancora lì. Avevano tutti quelli Disney. La sua preferita era la Sirenetta e quella di Charlotte Cenerentola. Emily si avvicinò e aprì la porta dell’armadio. Quando guardò dentro scoprì che tutti i costumi di Charlotte erano ancora appesi lì, intatti dalla sua morte.
Improvvisamente guardare i vestiti portò a Emily un altro flashback. Ma questo era molto più vivido dei frammenti di ricordo che le erano venuti in mente passeggiando per la stanza. Questo flashback sembrava reale, immediato, e pericoloso. Si aggrappò al muro per sorreggersi quando vide, con chiarezza, il momento in cui la sua presa sulla mano di Charlotte era scivolata e la bambina era scomparsa, il suo impermeabile rosso brillante ingoiato dalla pioggia grigia.
“No!” urlò Emily, sapendo come la storia finiva e desiderando disperatamente fermare l’inevitabile, il momento in cui sua sorella era caduta nell’acqua ed era annegata.
Poi d’un tratto la visione era terminata ed Emily era di nuovo nella stanza, i palmi viscidi di sudore, il cuore che batteva velocemente. Abbassò lo sguardo per scoprire che era aggrappata stretta alla manica proprio di quell’impermeabile; il suo disegno a pallini inconfondibile. Doveva averlo afferrato durante il terrificante ricordo.
Aspetta, pensò Emily all’improvviso, guardando il piccolo impermeabile rosso nella sua mano.
Frugò nell’armadio e trovò gli stivali con disegnate coccinelle di Charlotte.
Emily aveva sempre creduto che Charlotte fosse caduta nell’acqua e annegata perché le aveva lasciato andare la mano durante la tempesta. Ma qui c’erano i suoi vestiti. A meno che sua madre non li avesse fatti lavare dopo che il corpo di Charlotte gli era stato restituito, e che poi li avesse rimessi nell’armadio con tutti gli altri suoi vestiti, Charlotte doveva essere tornata a casa quel giorno, viva e vegeta. Poteva essere che Emily avesse fuso due momenti nella sua mente? Che la morte di Charlotte fosse avvenuta dopo la tempesta? Che fosse stata causata da qualcos’altro?
Come un razzo, Emily corse fuori dalla stanza e scese di sotto dove il suo cellulare era sul solito tavolino vicino al portone principale. Lo afferrò, scorse i numeri e chiamò sua madre. Il suono dello squillo le riempì l’orecchio.
“Dai, rispondi,” borbottò sottovoce, sperando che la madre rispondesse.
Alla fine sentì il rumore statico che indicava che la chiamata era stata presa, e poi la voce di sua madre, per la prima volta da mesi.
“Mi stavo chiedendo quando avresti preso su il telefono per scusarti con me di essere scappata da New York.”
“Mamma,” balbettò Emily. “Non è per questo che ho chiamato. Devo parlare con te di una cosa.”
“Fammi indovinare,” disse lei, sospirando. “Ti servono soldi. È questo?”
“No,” disse Emily vigorosamente. “Devo parlare con te di Charlotte.”
Ci fu un lungo, pesante silenzio all’altro capo della linea.
“No, non devi,” disse alla fine sua madre.
“Sì che devo,” insistette Emily.
“È stato molto tempo fa,” disse sua madre. “Non voglio rivangare il passato.”
Ma Emily non le avrebbe più permesso di tirare fuori scuse. “Per favore,” la pregò. “Non voglio non poterne parlare più. Non voglio dimenticare. Siamo rimaste solo noi due.”
Con questo sua madre parve raddolcirsi. Ma fu più calma di quanto fosse stata mai. “Cosa ti ha fatto decidere di voler improvvisamente parlare di lei?”
Emily si morse le labbra, sapendo che la madre non avrebbe gradito la risposta. “È stato papà, a dire il vero. Mi ha lasciato una lettera.”
“Oh, davvero?” disse sua madre, con un’amarezza nella voce inconfondibile. “Che carino da parte sua.” Emily cercò di non nutrire la rabbia della madre. Non voleva rientrare in quel vecchio discorso su suo padre. “E cosa dice la lettera di Charlotte?”
Emily spostava il peso da un piede all’altro. Anche dopo mesi lontano dalla sua stupefatta madre, il vecchio bisogno di accontentarla si rifaceva vivo, rendendola ansiosa e agitata. Le ci volle un momento per formulare la frase, per cacciare fuori le parole che aveva bisogno di dire.
“Be’, dice che non è stata colpa mia se Charlotte è morta.”
Ci fu un’altra lunga pausa all’altro capo del filo. “Non sapevo che pensassi fosse colpa tua.”
“Perché avresti dovuto?” disse Emily. “Non ne abbiamo mai parlato.”
“Perché non credevo che ci fosse qualcosa di cui parlare,” disse sua madre sulla difensiva. “È stato un incidente ed è morta e basta. Che cosa diavolo ti ha dato l’impressione che fosse colpa tua?”
Emily si sentì la testa girare di nuovo. Era così strano essere coinvolta in questa conversazione con sua madre dopo così tanti anni di silenzio, e così tanti mesi di separazione. Sentì una scheggia di dolore conficcarsi in gola quando le lacrime arrivarono agli occhi. “Perché le ho lasciato andare la mano durante la tempesta,” balbettò attraverso i singhiozzi. “L’ho persa e poi è annegata nell’oceano.”
Sua madre sospirò forte. “Non è stato l’oceano, Emily. Non è così che è morta.”
A Emily parve che il mondo le andasse in pezzi attorno. Tutto ciò che aveva creduto vero si stava frantumando. Non solo Daniel aveva tradito la sua fiducia, ma adesso non poteva neanche far affidamento sui suoi ricordi?
“Allora come è morta?” chiese Emily piano con voce nervosa.
“Davvero non te lo ricordi?” le chiese la madre, scioccata e confusa allo stesso tempo. “Emily, tua sorella è annegata nella piscina. Non aveva niente a che fare con te né con la tempesta.”
“Piscina?” ripeté Emily sbalordita.
Ma non appena le parole ebbero lasciato le sue labbra ecco che un nugolo di ricordi si abbatté su Emily. Lasciò cadere il telefono e corse allo studio di suo padre. Lì afferrò il portachiavi che aveva trovato nella cassaforte, con tutte le sue chiavi. Attraversò la casa di corsa, il rumore dei pesanti passi agitarono i cuccioli e li fecero abbaiare dalla rabbia.
Uscì fuori dalla porta principale senza preoccuparsi di indossare le scarpe, e corse al granaio. Raj aveva rimosso l’albero dal tetto, quindi doveva solo scavalcare le assi rotte per entrare. Superò la camera oscura distrutta e le scatole che contenevano i resti rovinati dalla pioggia delle foto di Daniel, poi andò alla porta che aveva visto la prima volta che era stata lì, la porta che portava in nessun posto. Andò a tentativi con le chiavi, provandone una dopo l’altra, finché non trovò quella giusta per la serratura, la girò e aprì.
Si spalancò e picchiò dall’altra parte, con un botto che fece l’eco. Emily sbirciò la nuova stanza non ancora scoperta. Ed eccola. La grande e vuota piscina nella quale era annegata Charlotte, cambiando così il corso della vita di Emily per sempre.
Riusciva a vederla adesso, la sua sorellina vestita con il suo pigiama degli orsetti del cuore, a faccia in giù nell’acqua. I ricordi le si riversarono addosso con la forza di uno tsunami.
I suoi genitori avevano detto loro che avrebbero preso una piscina per la casa estiva. Lei e Charlotte avevano continuato a cercare di indovinare dove sarebbe stata messa la piscina, avevano curiosato in diverse stanze alla sua ricerca, poi alla fine l’avevano trovata nell’annesso. Charlotte voleva nuotare subito, ma Emily sapeva che non avevano il permesso senza supervisione e aveva ricordato alla sorellina di mantenere il segreto che avevano trovato la piscina. Quella sera la madre era uscita e il padre si era addormentato sul divano. Charlotte doveva essere uscita dal letto per andare a farsi una nuotata di nascosto. Emily era stata svegliata da qualcosa, forse dall’inusuale silenzio dato dalla mancanza del russare di Charlotte nel letto accanto al suo. Era andata a cercarla e l’aveva trovata nella piscina. Era stata Emily a dover svegliare il padre dal suo torpore da ubriaco.







